La Liberazione nei ricordi di un ragazzo di allora

Autore di Domenico Panetta

L’entrata ufficiale dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, contro la Francia e l’Inghilterra, è del giugno 1940, ma, prima di quella data, le tensioni fra i paesi del vecchio continente non si può sostenere che mancassero. L’Italia era impreparata ad affrontare un conflitto che avrebbe richiesto più degli 8 milioni di baionette sbandierati dalla propaganda del regime: si trovò a dover fronteggiare uno sforzo per il quale difettava delle necessarie risorse.

Bambino, partecipavo attentamente a quanto succedeva intorno a me, non riuscendo a cogliere le ragioni dei perplessi e degli scoraggiati. Allora, quasi nessuno possedeva una radio ed io, più fortunato, avevo imparato subito ad accendere la mia, quando funzionava la corrente elettrica, e a sintonizzarmi sulle stazioni, anche straniere, che potevano fornirmi informazioni aggiornate sull’andamento di una guerra che si presentava all’orizzonte con tutte le sue difficoltà. Ricordo le proteste di una mia vicina di casa, la Signora Teresina, che non si stancava di ripetere, ad alta voce, sfidando la censura del regime, che la guerra non si sarebbe potuta vincere, perché mancavano, in armamenti e preparazione, le condizioni per poter sostenere un conflitto di portata continentale e dall’esito molto incerto. Ricordava che in passato le guerre si erano sempre trasformate in lutti e in impoverimenti diffusi, insostenibili da aree povere, a cui veniva sottratta peraltro anche la forza lavoro dei richiamati alle armi; e che esse si erano rivelate veri e propri “disastri”, con vantaggi per i soli speculatori.

Certo, allora non mancavano, spesso per quieto vivere, anche consensi ed approvazione. Il 15 luglio 1938, 180 scienziati firmavano il Manifesto della razza in cui si dichiarava esplicitamente l’adesione del fascismo alle teorie razziste e, nel 1939, la Germania, decisa ad espandere i propri confini alla ricerca dello “spazio vitale”, occupò i Sudeti e invase la Polonia.

Grazie alla radiola, partecipavo da lontano, ma intensamente, agli avvenimenti sui fronti terrestri, navali ed aerei e non trascuravo di ascoltare di nascosto, da Radio Londra, Mario Appelius ed altri; cercavo, anche seguendo i programmi delle radio straniere, informazioni sull’andamento del conflitto e continuai a farlo anche quando, nel 1941, furono inasprite le pene per coloro che venivano sorpresi a sintonizzarsi su canali non italiani: sentivo, infatti, il bisogno di capire di più quanto avveniva intorno a noi.

Un giorno fui avvicinato da un signore che, con toni gentili, mi indicò un passerotto che, a dire del mio interlocutore, «non voleva fare del male a nessuno, ma si godeva la propria libertà, mentre il falco nero stava per ghermirlo». Capii successivamente il significato più profondo che quell’uomo, un confinato, voleva dare alla cosa, ma non ebbi altre occasioni per incontrarlo nuovamente, essendo stato egli trasferito nel frattempo in un paese vicino.

La gente era ormai stanca di una guerra insostenibile e le manifestazioni di dissenso aumentavano, tacite ma profondamente sentite, mentre era sempre più scarso il cibo quotidiano. Anche la Chiesa era presente: alla fine di ogni cerimonia religiosa, si assisteva sempre ad una supplica per la pace, invocazione ripetuta in modo fortemente partecipato dai presenti. E, nell’intensità di tale invocazione, era possibile cogliere la stanchezza di tutto un popolo, l’urgenza di aprire una nuova pagina per la società europea e mondiale, di smetterla con la “litigiosità” permanente e inutile.

Com’è noto, la guerra ebbe una svolta con il massiccio apporto degli USA, che, con la loro partecipazione al conflitto e con le incursioni aeree, stravolsero i precedenti equilibri. I partigiani, sempre più numerosi, incominciarono a scendere dalle montagne, a far sentire la loro presenza, e si diedero presto un’organizzazione unitaria. Il Comitato di Liberazione Nazionale, creato a Roma il 9 settembre 1943 e guidato da Ivanoe Bonomi, doveva curare il coordinamento dei diversi contributi alla lotta al fascismo, per meglio realizzare la caduta del regime e del nazismo; per sconfiggere l’Asse. Si andavano, nel frattempo, risvegliando le “cellule dormienti” dei vecchi antifascisti.

Cento, mille episodi hanno caratterizzato quella che viene definita la guerra di Liberazione. Ricordo il ripiegamento di una divisione motorizzata tedesca dallo Jonio: per strade interne, dovevano spostarsi verso il Tirreno attraverso le Serre catanzaresi. Sui volti di quei militari, tutti ragazzi, era possibile scorgere facilmente l’amarezza per le battaglie finali, che in molti incominciavano ormai a sentire perdute, e la fretta di tornare a casa.

Presso il fiume Elba, le avanguardie americane si incontrarono con quelle sovietiche il 25 aprile 1945, sancendo, per l’Europa, la fine della Seconda guerra mondiale. La resa senza condizioni del Giappone avvenne, invece, notoriamente il 2 settembre dello stesso anno.

I festeggiamenti del 25 aprile fecero sentire che la foce era finalmente vicina. In genere, la convinzione netta del cambiamento si ebbe, però, soprattutto col successivo 1° maggio, che vide cortei sempre più numerosi e plaudenti scorrere festosi per le vie e gremire le piazze dei grandi e dei piccoli centri. Una svolta importantissima, ma che poneva problemi nuovi sul come gestire il dopo.

Per quanto mi riguarda, messa in pensione la vecchia radio, ormai rauca, mi accorsi che stava riprendendo l’uscita dei quotidiani e la loro distribuzione su tutto il territorio nazionale. Ricordo che l’articolo di Benedetto Croce sulla libertà dovetti rileggerlo più volte per coglierne il vero significato, e lo stesso mi accadde per altri articoli di fondo di statisti e politici di riguardo di allora. Quegli impegni non mi scoraggiarono mai, e debbo a loro i processi di crescita culturale ed umana che ho sempre inseguito e talora potuto conseguire.

A distanza di settant’anni, continua a dimostrarsi prioritaria l’esigenza del dialogo, della collaborazione nella ricerca dell’incontro fra i popoli, per trovare soluzioni qualificate nello spirito della solidarietà mondiale, dello scambio culturale: perché le guerre, i fanatismi, le discriminazioni, le esclusioni non pagano e servono solo ad aggravare i problemi. Il percorso è ancora lungo e difficile, accidentato, ma è l’unico in grado di creare le condizioni per una pace che non si dimostri, come in altre occasioni, effimera.

La Seconda guerra mondiale ci ha permesso di stabilire che l’equilibrio internazionale individuato a Versailles nel 1919 non era sufficiente a scoraggiare nuove guerre e altri fanatismi e di cogliere, sempre più chiaramente, l’importanza delle intese mondiali e di culture adatte a sostenerle. Oggi bisogna ricercare collaborazioni ben costruite e fondate su progetti concretamente realizzabili e largamente condivisi: neanche l’ONU appare più adeguata.

La vera Liberazione sta nella scelta di percorsi in una strada di Libertà: una scelta che, oltre ad essere un convincimento diffuso, appare come ineluttabile, specie in un periodo, come quello attuale, in cui pericoli nuovi rattristano le attese dell’umanità tutta.

Dare significato alla storia significa anche saper anticipare il futuro e preparare strategie e politiche per poterlo affrontare. Mentre sempre nuove minacce turbano quasi tutti i popoli della Terra, saper distinguere il possibile dall’auspicabile è un buon inizio per ognuno. Ed è in questo spirito che occorre festeggiare il 70° anniversario della Liberazione: affinché non servano altri sforzi per una liberazione che deve trovare nel reciproco rispetto e nella condivisione degli obiettivi le fondamenta di una partecipazione responsabile di tutti ai processi in atto, senza esclusione di nessuno.

(fasc. 2, 25 aprile 2015)

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