Due testi rappresentativi della contemporaneità: “Per legge superiore” e “Morte di un uomo felice”

Author di Marco Zonch

Morte di un uomo felice è il secondo romanzo pubblicato da Giorgio Fontana per Sellerio e assieme al precedente, Per legge superiore, può essere ritenuto un ottimo punto d’osservazione da cui considerare la presente stagione culturale. Dal punto di vista dei generi letterari, i due romanzi rientrano all’interno dell’ampio bacino del giallo che in Italia, dall’esempio di Sciascia al noir, si è sempre distinto per l’impegno sociale profuso.

Fontana, classe 1981, attraverso i due magistrati Roberto Doni (in Per legge superiore) e Giacomo Colnaghi (in Morte di un uomo felice) affronta molti dei temi principe della riflessione contemporanea. Centrale per entrambi i testi è infatti la tematica della giustizia, nel duplice rapporto tra una sua versione ideale e trascendente ed una versione terrena e giurisprudenziale, a cui si aggiungono il tema del padre e quello della testimonianza. Questa terna compare trasversalmente alle forme della narrazione in parte importante della letteratura degli anni Zero, e di conseguenza, come accennato, i due romanzi possono essere utilizzati come esempio del coté culturale contemporaneo.

1. Per legge superiore

Roberto Doni è il sostituto procuratore di Milano alle prese con l’accusa, in appello, per un caso di aggressione che ha per indiziato un muratore tunisino: Khaled Gazel. Doni ha superato i sessant’anni; è un uomo di saldi principi che, ormai giunto alla fine della carriera, mira ad ottenere l’ultima promozione e a diventare procuratore di un tribunale di provincia. La vita del magistrato viene messa a soqquadro da una mail inviatagli da una giornalista, Elena Vicenzi, in cui gli viene comunicata l’esistenza di informazioni in grado di scagionare Khaled. Doni seguirà la giornalista fino a mettere in dubbio le accuse rivolte all’indiziato, e si convincerà della sua innocenza: attraverso la testimonianza di un connazionale di Khaled, il magistrato verrà a sapere che il silenzio dell’uomo, e la rinuncia a difendersi dalle accuse, dipendono dall’esigenza di quest’ultimo di proteggere la sorella e l’amico da possibili ritorsioni. Poco dopo aver parlato con lui e la giornalista, l’amico di Khaled verrà infatti ucciso, con la conseguente impossibilità di farlo testimoniare. Davanti al magistrato si apriranno allora due strade: condannare il tunisino; oppure, facendo ricorso ad alcuni errori procedurali, chiederne l’assoluzione. Con la conseguenza di veder fallire i suoi piani di avanzamento di carriera e di subire martirio mediatico.

Alcune considerazioni centrali per la nostra analisi: la giustizia dei tribunali è insufficiente davanti al crimine organizzato e a questa mancanza vengono contrapposte l’azione dell’inchiesta giornalistica e il gesto del singolo. In tale contesto la scelta che il protagonista deve affrontare si delinea come un’opposizione tra il perseguimento dei propri fini personali, il successo professionale appunto, e la rettitudine morale; Doni prenderà questa seconda strada. Il romanzo si chiude con la descrizione del magistrato che, preparandosi ad affrontare il processo, riflette sulle conseguenze della propria scelta e immagina l’instaurarsi di un legame tra lui e l’imputato che li porta a essere «entrambi uniti nella lealtà verso qualcosa: verso un bene più grande del proprio»1. Il principio morale che ha guidato il magistrato non è dunque soltanto il motore della scelta, ma diventa anche mezzo di superamento di una dimensione di vita egoica, rappresentata dall’altra strada possibile.

La natura dell’agire è descritta nell’altro momento fondamentale contenuto nell’ultima pagina del romanzo. Al magistrato si rivela l’intrinseca natura della propria azione attraverso l’immagine della fiamma: «Le luci dei lampioni rendevano il paesaggio una tavola uniforme, uno sfondo di La Tour senza alcuna fiamma: finché Doni non si accorse che la fiamma era lui stesso, era quello che portava con sé. Non c’erano altri fuochi da cercare e difendere là fuori»2.

Il sogno di San Giuseppe di La Tour3 è il quadro appeso alla parete dello studio del sostituto procuratore, accanto alla foto dell’ex collega Giacomo Colnaghi, ucciso da una cellula scissionista delle Brigate Rosse. Il quadro rappresenta San Giuseppe addormentato, mentre un angelo gli sfiora la barba. Tra i due una candela. Il dipinto e la foto sono simboli di un ideale di giustizia formalizzato, a cui soltanto alla fine il magistrato rinuncerà, sacrificandosi ed incarnando ciò in cui crede4. Il tema del martirio è individuabile nella presa di coscienza di quali saranno le conseguenze dell’aiuto che Doni intende fornire a Khaled: «Lui lo sapeva, come sarebbe andata a finire. Parti civili indignate, blog e informazione contro di lui. Una denuncia dei genitori della ragazza. Discredito sociale. La furia del presidente di sezione. […] L’avrebbero attaccato ovunque»5. A questo si aggiungono le preoccupazioni sulla ripulsa da parte della moglie che fino a quel punto l’ha sconsigliato dal seguire la direzione dell’impegno morale e sociale, per ritirarsi in una dimensione personalistica.

Volendo analizzare quale sia per il protagonista del romanzo il concetto di giustizia, è evidente una sua declinazione in senso spirituale-religioso: a mio avviso, ciò trova conferma nel titolo del romanzo. La legge superiore, autoritariamente, impone al magistrato di agire in opposizione alla propria versione giurisprudenziale, e a dispetto della carica istituzionale dello stesso6; il ruolo secondario assunto dalle prove materiali, necessarie ai fini del processo, si inserisce perfettamente nel quadro. È la giornalista per prima a farsi portavoce di questa posizione, solo più tardi adottata anche dal magistrato, quando risponde alle domande di quest’ultimo: «Non sei tu la giornalista? Non sei tu che devi badare ai fatti? I fatti arrivano fino a un certo punto. Ah sì? E dopo cosa ci sarebbe? La sostanza delle cose»7. Questa sostanza, seguendo il romanzo per altre dieci pagine, è la verità8.

Il tema della giustizia si caratterizza inoltre per lo strettissimo legame che intercorre tra esso e le forme di vita del moderno individualismo: ad esempio, nella discussione tra Doni e Vicenzi con al centro la figura dell’eroe, che per il magistrato è il rappresentante di una volontà comune e per la giornalista è espressione di una ricerca personale di giustizia9. Il risultato dello scambio è quello di far traslare il gesto eroico da una dimensione collettiva ad una individuale; attraverso il gesto del singolo, l’ideale viene incarnato e reso attivo. La centralità data dalla giornalista alla propria esperienza, utilizzata argomentativamente, rimanda al fatto che nelle contemporanee società individualizzate è unicamente il punto di vista del singolo a fare da filtro alla realtà.

In questo caso dunque si trovano incrociate due differenti problematiche: da un lato le forme di vita contemporanee, dall’altro lato il vecchio problema dell’ideale che, per essere tale, necessita di essere messo in pratica. Da questa prospettiva, al dialogo con la giornalista si può affiancare il costante riferimento al proprio Testamento di Doni, che lo considera «Un pezzo di sé in grado di sopravvivere al caso, e trasmettere una parola buona»10. Il contenuto del file, integralmente riprodotto nel romanzo, consiste in un testo diviso in quattro punti, l’ultimo dei quali è particolarmente interessante:

Il mio credo è molto semplice. Credo che ci sia una luce. Una fiamma che è la giustizia e che dobbiamo proteggere con le mani dal vento. […] C’è una luce fuori di noi, in un posto spesso remoto ma sempre accessibile, e si chiama Giustizia. […] Giustizia e legge possono differire in maniera significativa, ma in questi tempi bui l’interrogazione sulla prima non può che ridursi al rispetto verso la seconda11.

In questo passo due elementi sono subito evidenti: la definizione del proprio pensiero come credo personale, e la ricomparsa dell’immagine della fiamma. Particolarmente importante è l’associazione esplicita dei due concetti, che permette di vedere nella conclusione del romanzo proprio l’avvenuta incarnazione della legge morale.

Non si deve confondere la tensione che anima Doni con quella delle religioni tradizionali, ma essa va letta nel contesto delle forme contemporanee di religiosità. Queste ultime, dette «religioni invisibili o implicite»12, non fanno riferimento ad un impianto di culto istituzionalizzato, ma si traducono in «forme di racconto che, cadute la grandi narrazioni, consentano di orientare la comprensione del quotidiano facendo leva anche sulla soggettività e sull’emotività e spesso proponendo modelli positivi di comportamento»13; queste forme sono punto d’arrivo di un percorso iniziato con la modernità e si rivelano oggi in grado di soddisfare le richieste del moderno individualismo di raggiungimento di uno stato di realizzazione personale e di self-fulfillement14.

Assumendo questa prospettiva, l’incontro con Elena Vicenzi diventa il luogo in cui il magistrato, per mezzo del dialogo e dell’interazione sociale, trova conferma esterna del proprio percorso spirituale15. La traduzione dell’esperienza religiosa in narrazione, in senso emotivo, non è infatti possibile a meno che un individuo non ne incontri un altro capace di dare conferma del fatto che «What has meaning for you also has meaning for me»16. Questo processo potrebbe portare alla paradossale creazione di comunità di senso, proprio in quelle situazioni in cui i vincoli socio-religiosi si trovino al punto di definitiva rottura; potrebbero formarsi insomma gruppi che si raccolgono attorno a quelli che Léger chiama «bunker-values», impermeabilizzati quanto più possibile alla comunicazione con l’esterno. Se Doni sa di andare incontro ad un martirio sociale, sa anche che Elena, e chi come lei è animato dagli stessi principi, troverà nel suo gesto conferma e testimonianza del proprio credere.

Un altro aspetto dell’esigenza di autenticazione dall’esterno è la necessità di istituire una connessione di tipo ereditario, che si qualifichi per autorevolezza, per porre le basi per un percorso futuro, formando quello che è l’asse portante di qualsiasi identità di stampo religioso. A questo proposito va detto che i due romanzi di Fontana, sebbene descrivano figure capaci di costruire sistemi di vita morali e connessioni diacroniche, esprimono una sfiducia generalizzata nella possibilità di trasmettere valori alle generazioni future. Doni teme che il già precario rapporto con la figlia si traduca in una rottura completa in seguito al proprio gesto; Colnaghi, protagonista di Morte di un uomo felice, esprimerà il timore che la generazione degli anni Ottanta si ritrovi priva di padri.

Il Testamento a cui accennavo sopra verrà modificato, e poi cancellato, dal magistrato poco prima della fine del romanzo. Infatti, il capitolo 34 si apre con il protagonista che, inginocchiato su una sedia nel proprio ufficio, osserva il San Giuseppe di La Tour; la contemplazione interrompe la riscrittura del file. Leggiamo, al posto del testo riportato nelle pagine iniziali, le riflessioni, divise in due punti, del magistrato sulle modalità d’azione possibili riguardo all’appello: il primo contiene le procedure d’azione tecnico-giuridiche per salvare Khaled; il secondo, costituito da due brevi righe, risponde alla scelta opposta: «Non agire. Vivere felice»17.

Salvare Khaled per il magistrato equivale, dunque, a rinunciare alla propria felicità personale. Se consideriamo il significato attribuito da Doni al testo, incaricato di trasmettere ai posteri i suoi ideali, capiamo che questo evento è tutt’altro che neutrale; il gesto si può considerare espressione dell’avvenuto passaggio da un credo formale ad uno reale. Il martirio mediatico e sociale, e non il formale Testamento, si farà carico di esprimere la fede nella Giustizia di Doni dopo la sua morte; in esso si può ritrovare una premessa di quanto avverrà nel secondo dei due romanzi, in cui il problema della fede e l’imitatio christi troveranno piena realizzazione.

L’«ateo Doni e [il] credente Colnaghi»18 sono infatti legati da quella particolare idea di testimonianza che è il martirio19: la parola greca che indica il “testimone” è notoriamente martis, dalla quale «I primi Padri della Chiesa […] trassero il termine martirium per indicare la morte dei cristiani perseguitati che testimoniavano così della loro fede»20. Il sacrificio personale viene così contrapposto, nell’ultima frase del romanzo, al Palazzo di Giustizia21 di Milano, paradigma di «una giustizia umana e dunque sempre insufficiente»22. Il romanzo assume, in tal modo, una struttura circolare: apre il testo infatti una descrizione in cui l’aspetto dell’edificio viene collegato alla sua natura morale; i chiodi che sostengono la struttura sono per Doni «qualcosa di morale […] e appena un monito: mai edificare sulla sabbia»23.

2. La fede minimale

Il centro del romanzo è, come abbiamo visto, il percorso verso l’incarnazione della legge morale, che si riduce, in ultima istanza, alla scelta tra la salvezza dell’accusato e la sua condanna. Questa decisione a ben guardare si rivela essere contraria a tutte le regole non scritte, e si posiziona di conseguenza al limite della legalità. A tal proposito si può affermare che la posizione di Doni sia autocratica; il caso descritto nel romanzo ha, infatti, molti punti di contatto con la lettura che dà Beck delle posizioni di Thoreau sulla schiavitù. Afferma il sociologo che:

Giacché la schiavitù non poteva essere definita incostituzionale, Thoreau dovette contrapporla a una legge che si trovava al di sopra della “norma suprema del Paese”, ossia il comandamento divino. Per chi osservava la voce interiore di questa “legge suprema” assoluta, valeva il seguente principio: “Colui che vive seguendo la legge suprema, si trova in un certo senso sopra la legge”24.

La scelta del magistrato di porre termine al processo può infatti essere vista come la sua presa d’atto del primato della propria legge, superiore a quella dello Stato; la centralità di questo argomento è chiara fin dal titolo del romanzo. La natura del riferimento ideale in questione è, però ‒ va sottolineato ‒, ben diversa da quella di Thoreau, il quale poteva far ricorso ad un sistema strutturato e condiviso di fede. Al contrario i sistemi odierni di fede, secondo Léger, si strutturano in costruzioni individuali di piccole narrazioni che ricorrono alla scorta di simboli (formatasi attraverso i secoli) delle grandi religioni tradizionali; da queste costruzioni i simboli vengono sottratti e re-impastati in nuovi modi25. L’immagine della fiamma, i quadri a tema religioso, i personaggi di fede civile, e alcune frasi bibliche presenti nel testo non vanno, dunque, interpretate come il riferimento ai sistemi che le hanno prodotte, ma come un oggetto nuovo.

Un esempio di questo “saccheggio” si ritrova nel denso accumulo d’immagini del capitolo 33, che descrive il confronto tra la costituitasi comunità di fede a cui partecipano il magistrato e la giornalista, e il Palazzo di Giustizia. Doni indica a Vicenzi un’iscrizione latina sul muro del palazzo, fiat iustitia ne pereat mundus, allo scopo di rivelarle che quella leggibile non è che il risultato della modifica del motto originale: fiat iustitia et pereat mundus26. L’opposizione tra le due frasi è nettissima, e rimanda a due diversi piani, uno sincronico e uno diacronico. La seconda versione della frase viene ripresa da Kant e rappresenta lo stato di diritto da lui vagheggiato. Questa massima rappresenterebbe per il filosofo il primato della ragione giuridica «come obbligo dello Stato di non disconoscere o sacrificare il diritto di alcuno per parzialità o per sentimento di pietà»27; si afferma, così, un principio assoluto. All’interno del romanzo la frase simboleggia la legge morale che Doni sceglie di seguire a discapito delle conseguenze. La versione modificata della stessa pone invece il principio in simbiosi con il mondo; insieme le due frasi rappresentano il conflitto interiore del magistrato. Prevarrà, come abbiamo detto, la versione originale. Il lettore viene messo nella condizione di scorgere in questa dialettica la riconquista di un oggetto del pensiero andato perduto e che va ad aggiungersi agli altri nell’ideale genealogia simbolica del magistrato.

Morte di un uomo felice

Morte di un uomo felice è un romanzo doppio. Il protagonista è Giacomo Colnaghi, uscito dalla cornice cui era stato relegato nello studio di Roberto Doni. La trasformazione da icona a personaggio avviene come diretta conseguenza del percorso di formazione che ha affrontato Doni, uno dei punti d’arrivo del quale è il riconoscimento della non eccezionalità della figura dell’eroe, che esce da una dimensione paradigmatica per venire ricondotto ad una dimensione, per così dire, umana.

In tutti e due i romanzi la non straordinarietà del gesto morale è sottolineata dall’attenzione dedicata alla descrizione del quotidiano e della città, Milano, in cui vive lo stesso autore. Seguendo la stessa logica, al personaggio di Giacomo si aggiunge quello del padre Ernesto.

La motivazione narrativa che permette a Fontana di costruire questa sofisticata matriosca è l’uccisione di Ernesto, avvenuta quando Giacomo era ancora in fasce; il figlio tenta di ricostruire la figura del padre partigiano dalla somma dei racconti della madre e di quelli dei compagni di lotta. Tuttavia le narrazioni risultano insufficienti, in quanto viziate dall’intento dei narratori di rendere Ernesto un eroe. Nelle parole della madre «le cose»28 avvenute sono state «ridotte ad altro»29 e raccontate via via «in maniera sempre più risicata, con il solo scopo di ridurl[e] ad una morale»30. Giacomo tenta di cucire insieme i due racconti facendo ricorso, quando necessario, all’invenzione «per ottenere un’immagine meno sfocata, il più coerente possibile con il volto in bianco e nero che lo fissava da una cornice, sulla credenza»31.

Le parti del romanzo dedicate ad Ernesto – segnalate tipograficamente dall’utilizzo del corsivo – presentano però un artificio interessante: a parlare non è infatti Giacomo, ma lo stesso Ernesto. Dal punto di vista linguistico il gioco mimetico è evidente: la voce narrante, quando racconta Giacomo, non ricorre a dialettalismi, se non in alcuni casi32 per sottolineare momenti di esasperazione; quella seconda, in corsivo, fa uso di alcuni accorgimenti – quali l’articolo determinativo prima dei nomi propri33 – con il risultato di segnare una differenza tra l’italiano corretto del figlio, istruito magistrato milanese, e quello marcato dal dialettalismo del padre. A riprova di questo appunto stilistico si nota che, all’interno del romanzo, i dialettalismi sono generalmente riservati alla voce di altri personaggi34.

La prova negativa di questa lettura si può, poi, trovare in uno dei capitoli conclusivi35: mentre il magistrato parla con un uomo conosciuto in un bar, l’articolo determinativo compare davanti al nome proprio: «il Ferri». Il passaggio avviene nel momento in cui la voce narrante assume il punto di vista di quest’ultimo; il ritorno a quello del magistrato è, invece, seguito dalla scomparsa dell’accorgimento. Il gioco viene svelato nell’ultima parte36 dedicata al padre, in cui si afferma che quella riportata è una delle versioni che sono state raccontate al figlio. Se questo è dunque un romanzo dentro il romanzo, e non il racconto diretto di uno dei personaggi, possiamo affermare che a guidare Fontana in questa direzione sia stata l’esigenza di far incarnare loro quella fede il cui raggiungimento chiude il romanzo precedente. Identica la fede37 nella Giustizia per i tre personaggi di Fontana; ed identico sarà il loro destino di martirio.

4. Giacomo Colnaghi

Giacomo è un magistrato alle prese con l’indagine sull’omicidio Vissani, esponente dell’ala destra di Democrazia Cristiana, rivendicato da una cellula scissionista delle Brigate Rosse. Giacomo si definisce cattolico38; tuttavia, sotto l’esplicita adesione a questo sistema di fede, si nasconde un Dio personale: il magistrato afferma che il suo cattolicesimo ha «una piega luterana»39 in quanto il rapporto con il divino avviene tra l’uomo e «un Dio altissimo e imperscrutabile»40. Nell’evidente contrasto tra le due definizioni si possono individuare le tracce di quel sincretismo che sta alla base delle formazioni individuali di fede. Andando ad indagare più da vicino quale sia il concetto di spiritualità posseduto dal magistrato, introduco quello di theological minimalism. Secondo la sociologia le fedi implicite sono caratterizzate dalla riduzione della riflessione dottrinale ad un minimum emotivo e personalistico; il problema della trascendenza, ad esempio, si traduce nel rapporto emozionale tra l’individuo e la divinità41.

Nel testo il legame tra emotività e religione è esplicito: il desiderio del magistrato di poter contribuire alla creazione di un «ordine giusto»42 nasce infatti da un’esigenza che dipende non «da un astratto dovere ma da un bisogno fisico, che gli veniva dalle viscere, un po’ come innamorarsi […] solo così era felice»43. A questo passo si può aggiungere anche il seguente: Colnaghi «ammirava la gravità dei sacramenti, il modo in cui lo restituivano a un ordine più semplice e giusto: credi e sarai salvo, la fede minimale della sua stirpe»44. Il primo dato è, ovviamente, l’utilizzo diretto della locuzione «fede minimale», a cui si aggiunge quel «credi e sarai salvo», che null’altro è se non la riduzione estrema del sistema della fede. Proseguendo nella cernita, altra emergenza testuale è contenuta in uno dei dialoghi tra Giacomo e la moglie del defunto esponente della Dc: «[Colnaghi] pensò che la giustizia doveva compiersi innanzitutto a un livello intimo»45. Qui la funzione del divino viene descritta come cura del dolore intimo, dunque come eminentemente emotiva. Dal confronto tra Colnaghi e Doni il discrimine fondamentale risulta l’autocoscienza della fede; l’esplicitazione diretta del sottotesto di fede, in Per legge superiore rimasto allo stato di non detto, non porta comunque il personaggio alla consapevolezza del possesso di un cattolicesimo spurio.

A proposito del minimalismo teologico, è interessante notare che in Morte di un uomo felice esiste uno spazio dedicato al confronto diretto con la teologia. In un flasback si descrive l’incontro tra Colnaghi e una professoressa di teologia, Maria Chiara Borghi, invitata da un amico del protagonista a tenere una conferenza. Conclusosi l’intervento sul tema della concezione del bene nel cristianesimo e sul rapporto tra giustizia divina e umana46, Colnaghi accompagna la donna in albergo. Durante il tragitto i due hanno occasione di confrontarsi. Alle domande sulla natura della giustizia poste dalla Borghi il magistrato sa rispondere soltanto con affermazioni formulari («date a Cesare quel che è di Cesare») nonostante, come osserva la professoressa, occupi una posizione di cardine tra giustizia umana e divina.

Si ha la sensazione che Fontana metta in gioco un meccanismo che abbiamo già visto in atto in Per legge superiore: un personaggio più “sapiente” esprime attraverso il dialogo posizioni differenti da quelle del protagonista, posizioni che quest’ultimo adotterà in un momento successivo. Tra pagina 124 e pagina 125 la donna oppone alla visione “cesariana” della giustizia di Colnaghi il concetto del “porgere l’altra guancia”, destinato a diventare il principio guida delle azioni del magistrato47. Nel passo il dato centrale è il riduzionismo teorico messo in pratica dalla Borghi, la quale dovrebbe essere in possesso di strumenti teorici tutt’altro che minimali. Quando infatti, per rispondere ad una domanda di Colnaghi, sarebbe costretta ad entrare nel merito di una difficile questione esegetica, la donna si limita ad affermare l’esistenza di posizioni divergenti, a cui fa seguito l’esposizione della sua personale teoria. Lo scontro teorico viene quindi eluso e disciolto nell’affermazione della superiorità dell’amore: «Mai più vittime e carnefici. Nessun giudice implacabile. Lieto fine per chiunque»48.

Se sorprende che una professionista della disciplina assuma una posizione di questo tipo, osservando dal punto di vista stilistico le sue affermazioni, notiamo in esse un’evidentissima formularità. Anche la posizione della teologa finisce per essere ridotta ad un minimum emotivo. Un ultimo passaggio (già citato in precedenza) vede Colnaghi affermare la radice emotiva della propria fede: il suo desiderio di verità, e di poter contribuire alla creazione di un «ordine giusto»49, nasce infatti da un’esigenza che non è in grado di descrivere, ma che dipende non «da un astratto dovere ma da un bisogno fisico, che gli veniva dalle viscere, un po’ come innamorarsi […] solo così era felice»50.

5. Gianni Meraviglia

Mentre Colnaghi è a Saronno, una telefonata lo raggiunge per comunicargli la cattura del responsabile dell’omicidio Vissani, Gianni Meraviglia, individuato grazie ad una collaboratrice di giustizia. Conclusosi l’interrogatorio, il magistrato decide di rimanere assieme al prigioniero per porgli alcune domande personali51. Questo passo è centrale per il testo, in quanto nel dialogo sono a confronto le posizioni ideologiche del magistrato e quelle dei terroristi; questi ultimi sono gli interpreti di un versione, deviata secondo l’opinione del magistrato, di legge superiore.

Se Per legge superiore disegna un percorso elementare verso l’acquisizione di un ideale suggerito come corretto, in questo secondo testo assistiamo alla messa alla prova dello stesso: il terrorista, interrogato sulle motivazioni che lo hanno spinto all’omicidio, risponde utilizzando parole e concetti propri di quell’impianto teorico che finora abbiamo visto incarnato esclusivamente dai personaggi positivi di Per legge superiore e dai due Colnaghi: «Le parole senza fatti non contano nulla. Io mi sono assunto la responsabilità di quello in cui credo. Mi sono sacrificato per la causa. E non ho rimpianti. […] Questa per me è giustizia. Lei è un magistrato, no? Dovrebbe credere nella giustizia»52. Per il brigatista lo spirito di sacrificio, che ricordiamo individuato da Elena Vicenzi come caratteristica propria di chi lotta per la giustizia, ma soprattutto la necessità di incarnare con le azioni la propria fede sono elementi che rendono questo personaggio affine a quello di Colnaghi. Implicitamente tale somiglianza mette in una situazione problematica gli strumenti della fede; Colnaghi tuttavia non affronterà il problema da questa angolatura, ma proporrà la sua idea operativa, secondo lui in grado di superare il ciclo di vendette e di odio alla base dei gesti di Meraviglia. Questa idea, come abbiamo detto, è contenuta nell’espressione “Porgi l’altra guancia”, strumento operativo in cui il magistrato vedrà l’unica strada possibile per il superamento del circolo di vendette.

Prima di proseguire, è d’obbligo evidenziare che la frase guida del magistrato è ovviamente una vulgata del passo evangelico «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra»53; a mio parere, si può dunque inserire nel novero dei vari segnali di riduzionismo teorico. La centralità della frase è comprovata dai numerosi richiami presenti nel testo: nel decimo capitolo il magistrato scrive alcuni appunti in cui si interroga sulle motivazioni dei terroristi, e in cui esplicitamente afferma la comprensibilità delle premesse dei loro «ideali distorti»54. Colnaghi infatti, nonostante la chiara contrarietà dei colleghi, vorrebbe poter capire le radici degli ideali che spingono i brigatisti fino all’omicidio, con l’idea che questo sia il solo modo per porre fine alla stagione delle stragi. Tali appunti si concludono, ed è questo ad essere significativo, con una domanda che il protagonista rivolge a se stesso, su come sia possibile porgere l’altra guancia in un caso del genere55.

Se dunque il problema della possibilità di mettere in atto questa metodologia è il problema morale presente nel romanzo56, l’incontro con Meraviglia è il luogo di condensazione di questo principio, che dopo questo momento troverà definitiva affermazione. All’indomani dell’arresto, il magistrato respingerà l’offerta di una scorta personale fattagli dal suo superiore: la fede deve essere incarnata. I percorsi del terrorista e del magistrato sono dunque identici, perfino biograficamente, come emerge dal colloquio tra i due, dall’infanzia all’oratorio in poi. L’unica differenza sarà determinata dalla scelta individuale.

L’idea dell’importanza della libertà individuale si ritrova in modo particolare in un punto della discussione57. Meraviglia afferma che i bersagli da loro scelti sono simboli del sistema che vorrebbero abbattere. Colnaghi lo nega fermamente. E non potrebbe che essere così, in quanto in gioco vi è il meccanismo fondamentale dei due romanzi, di cui lo stesso personaggio-Colnaghi è frutto, ovvero la rottura dell’idea dell’eroico, dell’uomo come simbolo incorniciato.

Ultimo punto da considerare nell’analisi del passo è la questione della genealogia simbolica. Meraviglia, in risposta all’affermazione di Colnaghi, per il quale l’unica conseguenza degli omicidi è il dolore, argomenta prendendo ad esempio la resistenza partigiana. In gioco c’è il diritto di possesso di un capitale di simboli e infatti il magistrato, colto da un accesso d’ira, conclude la conversazione bruscamente, senza argomentare il punto; i due schieramenti sono talmente simili da possedere gli stessi padri ideali. Anche questo aspetto può essere connesso alle forme di religiosità contemporanea. Afferma infatti Léger che: «If, in the contemporary context of fluidity of belief, the paths of religious identification follow unpredictable and continually amendable courses, they nevertheless still come across as the construction of an imaginary positioning system of individuals within a symbolic genealogy»58. Di conseguenza, si può intendere la rinuncia all’argomentazione come assenza di strumenti teorici adatti, e come fondamentale per l’identità dell’individuo-Colnaghi.

Principale discrimine sarà però la libertà di scelta, attraverso la quale avverrà la ricomposizione del problema. Colnaghi si incontrerà infatti con Roberto Doni poche pagine dopo. Rispondendo a quel modello di dialogo che abbiamo visto in diverse occasioni, Doni interpreterà qui la parte del saggio; il magistrato di Per legge superiore, nella sua versione più giovane, afferma che la differenza tra Giacomo e il brigatista sta semplicemente nella scelta. Questo Doni più giovane sembra in realtà essere più maturo di quello incontrato nel romanzo precedente, ma conferma in pieno il senso del percorso morale da lui fatto. Lo spazio dedicato al terrorismo e in genere lo scambio di battute tra Colnaghi e Meraviglia è tacciabile di eccessiva semplificazione, come nota Clotilde Bertoni59: proprio in questo si ritrova il nucleo più problematico di questo romanzo e di altri coevi. Non è vero infatti che Colnaghi è «incapace di indicargli vere alternative»60, perché l’alternativa è quella di una fede minimale, contenuta nella decisione di non opporre violenza a violenza.

La morte di Giacomo Colnaghi che chiude il romanzo ha il senso di dare testimonianza della fede in quel principio di perdono e amore contenuto nella locuzione “porgi l’altra guancia”. Se egli avesse accettato la scorta propostagli dal procuratore, avrebbe risposto con violenza alla violenza: certo, sarebbe probabilmente sopravvissuto, ma non sarebbe potuto diventare un martire61.

Questa lettura della conclusione del romanzo ci permette di richiamare il problema della genealogia morale. Colnaghi infatti sogna che il corpo del padre62 si unisce ad una schiera di altri martiri, il cui ruolo non è quello di monito alla cautela, ma anzi rappresenta un incitamento a proseguire fino al punto estremo. Compare inoltre nel romanzo, ricordata da Colnaghi, quella tradizione dell’eresia cristiana che vede in Giuda non un traditore, ma il martire supremo63.

La presenza nel testo del tema della testimonianza, nella forma particolare dell’imitatio christi, aggiunge a quanto evidenziato un ulteriore elemento di rappresentatività del romanzo. La figura del testimone è infatti una tra le più diffuse nel panorama letterario contemporaneo, essendo presente trasversalmente dalla cosiddetta non fiction novel alla letteratura del precariato, fino a quelle particolari forme di scrittura impiegate, ad esempio, da Walter Siti. Nel caso specifico di Morte di un uomo felice, la testimonianza si ibrida con il tema del religioso e con la conseguente disposizione morale.

6. Il tema del padre

Ultimo tassello per comprendere la paradigmaticità di questo dittico di romanzi è la presenza in esso di uno dei più diffusi64 temi della narrativa contemporanea, e cioè quello del padre65. Le due opere aderiscono per molti aspetti alla casistica generale, possedendo tratti quali la presenza di un sottotesto spirituale e la contrapposizione tra la figura del padre e quella della madre. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, si può affermare che il padre incarni valori d’azione nei confronti del sociale, mentre la donna viene rappresentata come rinunciataria o viene esclusa dalla lotta66.

Tuttavia la scrittura di Fontana presenta un tratto peculiare: in essa i padri si dimostrano incapaci di costruire un rapporto con i figli67, mentre la situazione più comune è quella in cui essi sono impegnati nella costruzione di tali rapporti, saldandoli attraverso elementi morali ed etici. Questa caratteristica è da ritenersi espressione della visione dell’autore, che rileva una difficoltà per la sua generazione di intraprendere un legame con quelle precedenti: quella degli anni Ottanta è per Fontana la «generazione che molto spesso si è persa per strada tante occasioni per porre la questione del conflitto sociale»68. Inoltre, Fontana afferma che «c’è uno sfilacciamento nel rapporto tra padre e figlio che non è solo personale; riguarda piuttosto l’incapacità di trasmettere una fonte di volontà, di idealità»69. Queste dichiarazioni non possono non essere connesse ad un dato biografico: Giorgio Fontana è infatti nato nel 1981, anno di morte di Giacomo Colnaghi.

In Per legge superiore il rapporto con la figlia è strutturato attorno all’assenza di comunicazione, mentre il rapporto con la moglie Claudia è strumentalizzato al fine di costruire un’opposizione tra la dimensione egoica, da lei incarnata, e la tensione ideale del marito. Figlia e moglie posseggono insomma un «canale privilegiato»70 di comunicazione: si delinea così uno scontro maschile-femminile. Anche nel romanzo successivo, come vedremo, il nucleo familiare del protagonista avrà un ruolo secondario, anche se vi si supererà, nel generale miglioramento complessivo dello stile della scrittura, la costruzione per schemi.

Partecipe di questa dinamica è anche l’immagine della fiamma. Doni infatti è stato costretto a spostare La Maddalena di La Tour dalla camera da letto allo studio per volontà della moglie, che imputava alla tela la responsabilità dei suoi incubi. Fin troppo chiara è l’opposizione con il soggetto dell’altro quadro del romanzo, in cui San Giuseppe viene visitato in sogno da un angelo. Entrando nel dettaglio, si può affermare che la differenza tra i due è determinata dall’adesione ad un sistema di fede di cui i quadri sono simbolo.

Anche in questo caso, ad essere chiamata in causa è la religiosità contemporanea che, secondo Beck, ha la funzione strumentale di offrire un esempio di responsabilità sociale agli individui e costituisce un ideale «per la costruzione di una distinzione tra modello egoico e modello individualistico»71. Se per il magistrato il sistema morale è una narrazione sufficientemente forte da permettergli di rinunciare alla sicurezza della sfera privata, così non è per la moglie. Nel dialogo, l’argomentazione di Claudia è volta a spostare il peso della responsabilità dall’individuo-Doni al sistema: «che importa quello che credi tu?»72, chiede, ed aggiunge che il dovere da lui percepito non riguarda la salvezza degli innocenti, bensì il corretto svolgimento del suo ruolo istituzionale. Doni pare intenzionato a seguire i consigli della moglie ed anzi, a discussione finita, ricorda di doversi recare a un convegno a Roma a cui deve assistere per motivi di carriera. Tuttavia il magistrato, entrato nello studio per controllare l’orario del volo, si trova di fronte il quadro di La Tour, al cui cospetto ricorderà il proprio dovere morale73.

Il secondo romanzo complica la rappresentazione del padre, collegandola alla questione della genealogia simbolica. Egidio infatti non è semplicemente padre biologico di Giacomo, ma ne è anche padre morale. Tuttavia proprio all’idealità della paternità di Egidio si contrappone la paternità di Giacomo: il protagonista del romanzo esprime infatti in più punti la consapevolezza di non poter «essere un padre all’altezza di Ernesto Colnaghi»74 e non mancano momenti di disaffezione nei confronti in particolare di uno dei due figli.

Di conseguenza, il personaggio di Giacomo si distanzia da molti dei modelli presenti in letteratura per i quali, in generale, è valida l’equazione che trasforma i figli in depositari del futuro, da cui consegue una forte volontà di cura degli stessi. In questo caso invece prevale il desiderio di distacco, ed in generale il sentimento di impotenza. Non possiamo nemmeno dire che la moglie del protagonista sia in quella posizione di fuga che abbiamo ritrovato nel romanzo precedente: la volontà insomma è tutta del magistrato, che sceglie di lasciare la casa di famiglia per trasferirsi in un appartamento dall’aspetto «monacale»75; si può forse intravedere in questo distacco la scelta di mettere sopra ad ogni cosa il proprio dovere morale.

La disillusione verso il futuro va dunque rapportata alla scelta di sacrificarsi, e al desiderio espresso dal magistrato di partecipare alla creazione di un mondo più giusto. Non si può tuttavia non tener conto di alcune affermazioni dell’autore in proposito: Fontana ha affermato infatti che l’approfondimento del rapporto tra Giacomo e i figli «esulava da quello che era il suo progetto»76.

  1. G. Fontana, Per legge superiore, Palermo, Sellerio, 2011, p. 245.
  2. Ibidem.
  3. Ivi, p. 78.
  4. In modo simile nel romanzo di Sciascia Il cavaliere e la morte il protagonista ha appeso nel proprio studio un’incisione di Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, da cui il romanzo prende il titolo; l’opera ritorna lungo tutto il testo e dà adito a numerose riflessioni. Cfr. L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, Milano, Adelphi, 1988.
  5. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 244.
  6. Proseguendo nel paragone con Sciascia (cfr. n. 4), si nota che molto diverse su questo punto saranno le azioni del Vice, protagonista del testo sciasciano. Nell’impossibilità di perseguire la strada della verità, egli infatti non si oppone alla legge, che considera comunque espressione di ragione (cfr. L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, op. cit., p. 74), ma sceglie di ritirarsi, complice un assai precario stato di salute.
  7. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 177.
  8. Un giornalista compare anche nel citato romanzo di Sciascia, ma la sua figura è diametralmente opposta a quella di Elena Vicenzi. Egli, infatti, avuta una risposta sincera dal Vice, dice di non poterla pubblicare. È il Vice, dunque, in Sciascia il personaggio che si mette alla ricerca della verità, mentre il giornalista è descritto come un servo del potere. Cfr. L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, op. cit., p. 65.
  9. «Io sono precaria, sono una donna, non ho soldi, e difficilmente mi potrò riciclare in qualche modo. Eppure continuo ad inseguire la verità, finché posso»: G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 188.
  10. Ivi, p. 70.
  11. Ivi, pp. 71-72.
  12. U. Beck, Il Dio personale, trad. it. di S. Franchini, Roma-Bari, Laterza, 2009, p. 33 (ed. orig.: Der eignen Gott. Von der Friedensf ähigkeit und dem Gewaltpotential der Religionen, Frankfurt am Main-Leipzig, Verlag der Weltreligionen, im Insel Verlag, 2008).
  13. Ivi, p. 119.
  14. Ivi, p. 64.
  15. Cfr. D. Hervieu-Léger, In Search of Certainties: The Paradoxes of religiosity in Societies of High Modernity, in «The Hedgehog Review. Critical Reflections on Contemporary Culture. After Secularization», 2006, 8 (1-2), pp. 59-68, cit. a p. 67.
  16. Ibidem.
  17. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 242.
  18. Ivi, p. 69.
  19. In Il cavaliere e la morte il racconto si chiude con la morte del protagonista, ucciso per essersi avvicinato alla verità; tuttavia, a differenza dei due romanzi presi qui in considerazione, il personaggio sciasciano non sceglie di sacrificarsi. Ritengo che una comparazione più approfondita tra questi testi offrirebbe un’interessante possibilità di studio. I romanzi infatti presentano numerosi punti di contatto, ma al contempo evidenziano profonde differenze nella percezione di alcune figure: ad esempio, come accennato, quella del giornalista.
  20. G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 24.
  21. «Forse i chiodi nel Palazzo sarebbero rimasti per sempre. Lui no»: G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 245.
  22. G. Fontana, Morte di un uomo felice, Palermo, Sellerio, 2013, p. 84.
  23. Ivi, p. 13.
  24. Ivi, pp. 180-181.
  25. D. Hervieu-Léger, In Search of certainties, art. cit., p. 59.
  26. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 238.
  27. G. Solari, La formazione storica e filosofica dello stato moderno, Napoli, Guida, 2001, p. 84.
  28. G. Fontana, Morte di un uomo felice, op. cit., p. 36.
  29. Ibidem.
  30. Ibidem.
  31. Ivi, p. 37.
  32. Ivi, pp. 154, 211, 234, 240.
  33. Ivi, p. 40.
  34. Ivi, pp. 45, 68; a p. 143, Colnaghi, immaginando la voce della moglie, le fa dire: «Ehi, il Riva ti ha rapito»; utilizza dunque l’articolo determinativo come tratto distintivo tra la voce della donna e quella del protagonista che la immagina parlare. Caso forse più difficile è quello di un personaggio secondario a p. 141: infatti l’ultimo paragrafo inizia con «Il Riva»; si nota però che, anche in questo caso, la parola passa appunto a Riva: il testo dedica infatti dello spazio al racconto che quest’ultimo fa della propria vita.
  35. Ivi, p. 254.
  36. Ivi, p. 241.
  37. Ivi, p. 64: «sentiva che ogni sua azione apparteneva al regno dei giusti».
  38. Ivi, p. 18.
  39. Ivi, p. 161; a p. 35: la dimensione della preghiera è disegnata come la costruzione di un rapporto diretto e personale con il divino. L’idea che la preghiera lo porti ad essere «un uomo solo di fronte al proprio Dio» risulta dunque essere molto significativa. L’aggettivo «proprio» esclude il divino dalla sua assolutezza e lo declina in senso personalistico.
  40. Ibidem; anche in questo caso l’articolo indeterminativo pone il divino in una posizione piuttosto particolare: non si dice Dio, altissimo ed imperscrutabile. L’articolo permette di leggere la frase in un senso completamente diverso: l’affermazione diventa valida per uno qualsiasi dei possibili “Dio”.
  41. D. Hervieu-Léger, In Search of certainties, art. cit., p. 64.
  42. Ivi, p. 208.
  43. Ibidem.
  44. Ivi, p. 43.
  45. G. Fontana, Morte di un uomo felice, op. cit., p. 164
  46. Rubricato dal magistrato come «breve e complicato»: ivi, p. 121.
  47. Da questo stesso dialogo nasce quell’espressione, «eccezioni sì, errori mai», che accompagna il magistrato dalle prime pagine del libro.
  48. Ivi, p. 128.
  49. Ivi, p. 208.
  50. Ibidem.
  51. Ivi, pp. 192-93.
  52. Ivi, p. 193.
  53. Vangelo secondo Luca, 6:29.
  54. G. Fontana, Morte di un uomo felice, op. cit., p. 226.
  55. Ivi, p. 114.
  56. Ivi, p. 88.
  57. Ivi, p. 198.
  58. D. Hervieu-Léger, In Search of certainties, art. cit., p. 68.
  59. C. Bertoni, Vittime senza appello. Un nuovo romanzo sugli anni di piombo, http://www.leparoleelecose.it/?p=15386 (ultima consultazione 26/02/2015).
  60. Ibidem.
  61. Cfr. nota 20.
  62. G. Fontana, Morte di un uomo felice, op. cit., p. 208.
  63. Ivi, p. 253. In questa tradizione, narrata ad esempio ne La gloria di Berto, Giuda viene visto come il migliore tra gli apostoli, a cui, proprio in funzione di questa sua eccezionalità, è assegnato il compito di tradire Gesù, al fine di portare a compimento ciò che deve essere; Giuda dovrà quindi sostenere sulle proprie spalle infamia eterna.
  64. Questo tema si accosta ad altri che negli ultimi anni sono stati oggetto dell’interesse delle maggiori case editrici del Paese, che si sono dedicate alla confezione di raccolte di racconti sul tema di volta in volta in voga – dalla cosiddetta generazione cannibale (Gioventù cannibale, a cura di D. Brolli, Torino, Einaudi, 1996), passando per il precariato (Articolo I. Racconti sul lavoro, Palermo, Sellerio, 2009) e per finire con il tema del padre (Scena padre, Torino, Einaudi, 2014).
  65. Ho analizzato questo tema nella mia tesi di laurea in Filologia Moderna dal titolo La rappresentazione della figura del padre tra etica e letteratura. Una ricognizione, che ho discusso in data 15/09/2014 presso l’Università degli Studi di Padova con i professori Emanuele Zinato e Attilio Motta.
  66. Vanno fatti alcuni esempi, di vario genere: Il padre infedele di Antonio Scurati ci presenta nelle prime pagine una donna a cui forse non piacciono più gli uomini, Vergogna di Coetzee racconta di una madre lontana e divorziata; La pelle dell’Orso di Righetto porta ancora un esempio di una madre assente, perché morta, che ha il suo ruolo relegato nella dimensione del sogno e del ricordo; Pastorale Americana di Roth, nel suo affresco della caduta dei valori, include il divorzio tra il protagonista e la moglie.
  67. Ciò avviene anche, ad esempio, in Pastorale americana. L’opera di Philip Roth comunque si distanzia da testi di più recente pubblicazione, essendo impegnata a descrivere il crollo del sistema di valori occidentale ed americano avvenuto a cavallo della Seconda guerra mondiale.
  68. V. Valentini, Morte di un uomo felice. Intervista a Giorgio Fontana, http://quattrocentoquattro.com/2015/01/07/morte-di-un-uomo-felice-intervista-a-giorgio-fontana/ (ultima consultazione 26/02/2015).
  69. Ibidem.
  70. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 27.
  71. U. Beck, Il Dio personale, op. cit., p. 155; a scanso di equivoci terminologici, sarà utile ricordare che il modello individualistico si distingue da quello egoico in quanto il primo dei due ha come meta esclusivamente il benessere personale. Il modello individualistico non ha necessariamente questo obiettivo: si intende infatti con società per individui quel modello sociale in cui il crollo dei grandi sistemi di senso (religioni istituzionali e fedi laiche) ha lasciato al singolo il compito di costruire il proprio modello di identità.
  72. G. Fontana, Per legge superiore, op. cit., p. 191.
  73. «La fiamma sempre accesa e sempre fragile»: ivi, p. 193.
  74. Ibidem.
  75. Ivi, p. 34.
  76. V. Valentini, Morte di un uomo felice. Intervista a Giorgio Fontana, http://quattrocentoquattro.com/2015/01/07/morte-di-un-uomo-felice-intervista-a-giorgio-fontana/ (ultima consultazione 26/02/2015). Corsivo mio.

(fasc. 2, 25 aprile 2015)