Nuovi documenti aretiniani in conclusione della polemica con Brocardo

Autore di Antonello Fabio Caterino

È certamente nota a chiunque si occupi di petrarchismo cinquecentesco di area veneta, o direttamente di Pietro Bembo, la polemica che nel 1531 scoppiò tra Antonio Brocardo e il futuro cardinale, che però evitò – per così dire – di “sporcarsi direttamente le mani”, avendo trovato in Pietro Aretino un abile sostituto e in un certo senso un portavoce1. I motivi della contesa sono oscuri, ma certamente riconducibili a modi diversi di intendere la poesia (purista per Bembo; ben più sprezzante per Brocardo, in bilico tra Petrarca2, modelli grecolatini3, formularismi cortigiani4 e poesia in lingua furbesca5) e, con tutta probabilità, a rivalità personali.

È merito di Romei6 aver individuato ed interpretato – nel ms. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana [d’ora in poi, Marc.], It. XI 66 – una serie di nove sonetti relativi alla querelle Brocardo-Bembo. Gli autori di tali testi – alcuni filobrocardiani, la maggior parte palesemente ostili al giovane poeta – certamente non erano digiuni di poesia popolare, burlesca, erotico-triviale, ma soprattutto furbesca. E, poiché Pietro Aretino si vantò – finite le dispute – di aver ucciso Brocardo a suon di sonetti letali, è lecito pensare che tra i versi a lui ostili possano trovarsi materiali aretiniani.

Brocardo ebbe la sventura, infatti, di morire nello stesso 1531. Pietro Aretino sfruttò pro domo sua la bizzarra coincidenza per aumentare la propria fama di poeta i cui versi sono capaci di tutto. Eppure, non mancò di piangere la morte del giovane sventurato in alcuni sonetti, dimostrandosi così anche (ironicamente) magnanimo. Insomma, la sua fu una strategia studiata nei minimi dettagli, quasi interamente ricostruibile a partire dal suo sterminato epistolario (in cui Brocardo ebbe un ruolo di spicco). Più volte, infatti, scorrendo le epistole ricevute e scritte da Aretino7, è possibile imbattersi nel suo nome: già in una lettera di Brevio, nel giorno stesso in cui il poeta (29 agosto 1531) fu seppellito, si fa riferimento ai sonetti aretiniani che hanno «trafitto sin dal vivo»8 Brocardo.

Nel settembre dello stesso 1531 Luigi Quirini, ringraziando Aretino di avergli spedito i suoi sonetti in morte di Brocardo (di cui si dirà a breve), gliene manda uno di propria fattura, ove elogia la forza prorompente dei versi aretiniani in relazione ad un pastore rimasto ucciso da tanta vemenza e destinato ad un futuro oblio (chiara allusione a Brocardo stesso):

Quanto sia di valor, et in voi quanto
Sia di vertù, signor alto e gentile,
Si conosce nel vostro altero stile,
Ch’apporta or vita or morte or riso or pianto.
Col dir leggiadro e col soave canto,
S’alcun muor senza fama oscuro e vile,
Vivo il tornate; e ogn’ or da Gange a Tile
Il nome suo riporta pregio e vanto.
S’altrui vive pastor famoso e chiaro,
Per le vostre tremende rime ei muore,
Sepolto infame ne l’eterno oblio.
O miracolo nuovo e al mondo raro!
O divino Aretin del mondo onore,
Anzi pur de’ poeti vero Iddio9!

La strategia di Aretino per sfruttare ad hoc la morte di Brocardo stava di certo funzionando al meglio. Scrive Varchi, infatti, nel 1536 (sempre ad Aretino) di quando sentì proprio dalla bocca di Bembo di questo episodio10, che resta dunque nella memoria collettiva anche in seguito alla morte innanzi tempo del giovane poeta veneziano.

Aretino scrive – probabilmente subito dopo la morte di Brocardo – quattro sonetti in sua memoria. Come appena visto, Quirini ne aveva già notizia nel 1531, ma nelle epistole di Aretino tali componimenti – nella loro interezza – torneranno solo in calce ad una lettera a Brevio datata 153711. Si riportano i testi:

Tutte le graziose stelle amiche
Che n’infondon fatal senno e valore,
Quando il Brocardo, altissimo Pastore,
Depose il fascio de le sue fatiche,
Raccolser per lo ciel l’asperse miche
Di fuoco e d’or che scintillando fore,
Mosse vertù del lor soverchio umore
Su gli occhi de le luci a noi nimiche.
E un felice e bel diadema ardente
Formaro a l’alma valorosa e bella.
Qui senza par, lassù sola e lucente.
Tal che la vera sua maligna stella,
Vergognosa d’un fallo sì repente,
Subito spento lui, si spense anch’ella.
Quando al gran spirto, a danno di natura,
Morte aperse il gentil uscio terreno,
Ch’umano alto valor di senno pieno
Chiudea, qual nido una colomba pura,
Pansero Antonio l’antenoree mura,
Sospirò d’Adria il Fortunato se;
E cinto d’atre nubi, il cielo sereno
Fe’ la vista del Sol pallida e scura.
Spogliarsi i boschi de i frondosi manti,
Ché il duol fugli autunno, e i sacri allori
Gli inchinar, preso il volo, i rami santi.
Vidder gli aflitti, sua mercè, pastori,
Le stelle fisse andar, restar l’erranti,
Mentre s’alzava a i sempiterni onori.
Brocardo, che l’alma hai compagna degna
De i più beati, e a Dio più cari spirti,
E d’altro ricca che di lauri e mirti,
Ch’ora de i pregi tuoi spiegon l’insegna;
Mira il cor chiuso, in cui sol vive e regna
Di te memoria, ch’io sol bramo aprirti,
Invido mondo, e ’l duol ch’ei pate dirti,
Del fin di quel ch’a gire al ciel n’insegna.
E vederai come a questi occhi invia
Pianto fedele, che gli pesa e dole,
Che qual fa or, non ti conobbe pria.
Ma s’io non perdo anzi ’l mio giorno di Sole,
Ancor farà la viva penna mia
Lodato testimon de le parole.
La Maestà de le bellezze conte,
Che risiedono in voi, Donna eccellente,
Cresce d’onor, poi che pietosamente
Fedel piangete una famosa fronte.
Non trae da voi lagrime calde e pronte,
Qual d’altre donne, amor lascivo e ardente,
Ma per colui ch’a noi dal ciel pon mente,
Da l’uno e l’altro sol movete un fonte.
Vera e nova pietà, gentile affetto,
Alta natura, bel costume santo,
Grazie vi rende il spirto alto e perfetto.
Ma perch’egli è con Dio lieto cotanto,
Rassereni Mirtilla12 il ciglio e ’l petto,
O pianga per aver del suo ben pianto.

Finora questi quattro sonetti sono stati considerati gli unici testi di Aretino, in morte di Brocardo, estranei ai toni polemici e attestanti (non senza una qualche ironia di fondo) una sorta di pietas aretiniana, ma sempre volta a rimarcare la superiorità dell’autore sul giovane poeta scomparso.

Eppure, tra le rime cinquecentesche tradite dal ms. Marc. Lat. XIV 16513, compaiono una serie di testi adespoti riferiti ad Antonio Brocardo, e più precisamente alla sua morte. A partire dalla carta 272v è possibile imbattersi nei seguenti sonetti:

cc. 272v-273r, Tutte le graziose stelle amiche Sonetto in morte di Brocardo di Pietro Aretino, spedito a Monsignor Brevio il 2 dicembre 1537.
c. 273r, Non è qui chiuso il venerabil vello Sonetto di Pietro Aretino in morte di Ludovico Ariosto, spedito ad Agostino da Mosto il 12 dicembre 1537.
cc. 273r-273v, La canna mia ecco in quel pino altero Sonetto ascritto a Pietro Aretino dalla giolitina Rime diverse di molti eccellentissimi autori del ’4514.
c. 273v, L’eterno sonno in un bel marmor puro Sonetto di Pietro Aretino in morte di Ludovico Ariosto, spedito ad Agostino da Mosto il 12 dicembre 1537.
c. 273v, Quando al gran spirto a danno di natura Sonetto in morte di Brocardo di Pietro Aretino, spedito a Monsignor Brevio il 2 dicembre 1537.
c. 274r, Brocardo, che l’alma hai compagna degna Sonetto in morte di Brocardo di Pietro Aretino, spedito a Monsignor Brevio il 2 dicembre 1537.
c. 274r, La maestà delle bellezze conte Sonetto in morte di Brocardo di Pietro Aretino, spedito a Monsignor Brevio il 2 dicembre 1537.

Il sonetto La canna mia ecco in quel pino altero, mai messo in relazione con la polemica Brocardo-Bembo/Aretino, si rivolge a Bembo stesso e a Cappello, e menziona direttamente la sconfitta e la conseguente morte di Alcippo:

«La canna mia ecco in quel pino altero,
Ch’ombra mia face il dì solo e beato,
Ch’a l’immortalità fui consacrato,
E di selve e pastori ebbi l’impero;
Ella, di cui torrà col dir sincero
Alcippo a morte, fia guiderdon grato».
Dice Pan divo e sembra sconsolato:
Orbo padre, che plora il figliuol vero.
Poi soggiunse «O purgati alti intelletti,
Ch’Arno e Tevere e ’l sen de l’Adria onora,
Di gloria ancor gli adornerò le chiome».
Onde, mossi al pio suon gli ingegni eletti,
Par dican l’acque, i fuor, le fronti e l’ora
Bembo e Capello or dian vita al suo nome.

A questo punto, sorge una questione: a che titolo sono in questa sede interessanti due testi di Aretino in morte di Ludovico Ariosto? I due sonetti hanno una differenza sostanziale rispetto a quelli inviati ad Agostino da Mosto nel 153715: il nome di Ariosto è sostituito da quello di Brocardo.

Confrontiamo le due versioni:

L’eterno sonno in un bel marmo puro
Dormi, Ariosto, e ’1 tuo gran nome desto
Col giorno appare in quel bel clima e ’n questo,
Di mai sempre vegghiar lieto e sicuro.
Ma l’alma, c’ hai nel ciel, dice: «Io non curo
Pregio si vile» e, ’1 fulgido contesto
De le stelle mirando, un alto e mesto
L’affigge suon teneramente duro.
Le sorelle di Febo, afflitte e meste,
Dicon piangendo: «O almo spirto chiaro,
Più che ’1 Sol senza veli a mezzo il die,
Mira noi, di te vedove, che, in veste
Di duol, spargiam di fior tuo sasso raro,
E t’inchiniamo ognor con voci pie».
L’eterno sonno in un bel marmor puro
Dorme Brocardo, e ’1 tuo gran nome desto
Col giorno appare in quel bel clima e ’n questo,
Di mai sempre vegghiar lieto e sicuro.
Ma l’alma, c’ hai nel ciel, dice: «Io non curo
Pregio si vile» e, ’1 fulgido contesto
De le stelle mirando, un alto e mesto
L’affigge suon teneramente duro.
Con nobil pianto, note amiche e pie,
Forma la voce «o almo spirto e chiaro,
Più dil sol senza ’l velo a mezzo il die.
Mira me, che sì t’amo et ebbi a caro
Qual la virtude de le luci mie!»,
E co’ l’alma s’inchina al buon Cornaro.
«Non è qui chiuso il venerabil velo,
Che fu incarco gentil, sacro e divino
De lo spirito eccelso e pellegrino,
Che dianzi il mondo, or fa gioire il cielo?
Qui fu l’albergo in fervido e buon zelo
D’ogni grazia e vertude, ond’io l’inchino;
Qui ’1 senno sapea vincere il destino,
Qui ’1 cortese valor nunqua ebbe gelo.
Sante reliquie, che il gran marmo serra
Come caro tesor, quanto mi dole
Non poter consecrarvi un tempio in terra!».
Cosi piange or teneramente il Sole
L’alto Ariosto, e l’urna pia diserra
Con la dolcezza de le sue parole.
«Non è qui chiuso il venerabil velo,
Che fu ‘n carco gentil, sacro e divino
De lo spirito eccelso e pellegrino,
Che dianzi il mondo, or fa gioire il cielo?
Qui fu l’albergo in fervido e buon zelo
D’ogni grazia e vertude, ond’io l’inchino;
Qui ’1 senno sapea vincere il destino,
Qui ’1 cortese valor nunqua ebbe gelo.
Sante reliquie, che il gran marmo serra
Come caro tesor, quanto mi dole
Non poter consecrarvi un tempio in terra!».
Cosi piange or teneramente il Sole
Il gran Brocardo, e l’urna pia diserra
Con la dolcezza de le sue parole.

Nel codice marciano, il primo di questa serie di sette sonetti reca la rubrica Senza nome in la morte di Ant(oni)o Brocardo. Gli altri, a seguire, Dil medesimo. Per quanto al copista non fosse noto il nome dell’autore di detti testi, egli era certo quanto meno della loro comune paternità. Che Brocardo fosse protetto dai così detti Abati Cornari non è affatto cosa nuova: Bernardo Tasso smentisce che l’amico Brocardo abbia scritto un sonetto contro Aretino16, dimostrando che anche i Corner volevano fare chiarezza sull’effettivo destinatario del sonetto; i tre prelati sono menzionati poi nei testi polemici del ms. Marc. It. XI 66.

Possiamo provare ad identificare colui al quale si inchina l’anima di Brocardo nel sonetto L’eterno sonno in un bel marmor puro nella versione del Marc. Lat. XIV 165. Da una lettera sempre di Gian Battista Bernardi ad Aretino, datata agosto 1531, apprendiamo che l’Abate Rosso di Casa Corner era sempre in compagnia di Brocardo17. Sappiamo pure che i tre abati avevano un colore per soprannome: Marco era il Bianco, Andrea il Nero, Francesco il Rosso.

Ergo, l’autore del ciclo di sonetti del Marc. Lat. XIV 165 non può che essere Pietro Aretino: le didascalie del codice, l’attribuzione della giolitina, la paternità aretiniana dei testi variati in morte di Ariosto sembrano non lasciare dubbi di sorta.

Ci sentiamo, perciò, di proporre – in conclusione – la seguente ipotesi: Pietro Aretino ha composto, dopo la morte di Brocardo, un ciclo di sonetti in cui ha voluto esprimere un’ironica pietas e ribadire, fuor dai toni furfanteschi nei testi del Marc. It. XI 66, la sua prodezza, documentata ulteriormente all’interno dell’epistolario. Ha poi semplicemente riciclato i due sonetti L’eterno sonno in un bel marmo puro e Non è qui chiuso il venerabil velo per piangere la morte di Ludovico Ariosto, avvenuta due anni più tardi rispetto alla prematura dipartita di Brocardo, rimuovendo il riferimento a Corner e cambiando il nome del compianto.

  1. Cfr. G. Ferroni, Dulces lusus. Lirica pastorale e libri di poesia nel Cinquecento, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2012, pp. 43-52. Per una dettagliata bibliografia su Antonio Brocardo, si veda la scheda curata da chi scrive per la banca dati “Cinquecento Plurale”, all’indirizzo: http://www.nuovorinascimento.org/cinquecento/brocardo.pdf.
  2. La formazione petrarchista di Brocardo – per quanto inquieta – è cosa nota. Non soltanto leggiamo nel Dialogo della Retorica di Sperone Speroni che egli studiò Petrarca e Boccaccio sotto il magistero di Trifone Gabriele, ma possediamo anche alcuni materiali di studio di Brocardo stesso: un incunabolo di Petrarca (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ross. 710) in cui il giovane poeta ha apposto delle note autografe di commento, tratte dalle lezioni dello stesso Gabriele, e il codice Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, It. IX 214, un rimario di Dante e Petrarca confezionato (da tale Paolo Alvarotto) per il giovane letterato, come si può evincere dai componimenti dedicati a Brocardo nelle prefazioni di alcune sezioni dell’opera. Ma Brocardo – stando a Speroni – si mostrò sempre restio ad imitare pedissequamente Petrarca, in quanto scontento della monotematicità della produzione letteraria trecentesca. Rimando al passo esatto del sullodato dialogo, consultabile direttamente al seguente indirizzo web: https://books.google.it/books?id=2SwPAAAAQAAJ&lpg=PA223&ots=bG_2atm8vX&dq=%22volgarmente%20i%20concetti%20del%20mio%20intelletto%22&hl=it&pg=PA223#v=onepage&q&f=false.
  3. Già Roberto Gigliucci parla di un’inventio brocardiana attenta ai modelli pastorali grecolatini. Cfr. La lirica rinascimentale, a cura di R. Gigliucci, scelta e introduzione di J. Risset, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello stato, 2000, pp. 263-64. Ricordiamo che Brocardo fu autore di alcuni sonetti in cui utilizzò il senhal Alcippo (pseudonimo con cui venne chiamato in causa nelle fasi note della polemica).
  4. Nota giustamente Cristina Zampese che tra i tratti salienti della lirica brocardiana spiccano «il marchio ritmico-semantico della cantabilità (…) oppure il gusto retrò per la derivatio». Cfr. C. Zampese, Tevere e Arno. Studi sulla lirica del Cinquecento, Milano, Franco Angeli Editore, 2012, p. 26. Va però precisato che finora ogni strategia retorica brocardiana, basata su simmetrie e ripetizioni, è stata frettolosamente considerata ascritta ad un gusto poetico ancora troppo legato alla poesia del secolo precedente. Si veda quanto affermano – a tal proposito – Forni (G. Forni, Il canone del sonetto nel XVI secolo, in «Schede umanistiche», 1997, n. 2, pp. 113-122) e Martignone (V. Martignone, Petrarchismo e antipetrarchismo nella lirica di Antonio Brocardo, in Il petrarchismo. Un modello di poesia per l’Europa, a cura di L. Chines, Roma, Bulzoni, 2006, vol. 2, pp. 151-64). Chi scrive sta attualmente curando l’edizione critica e commentata delle Rime di Brocardo, nella quale avrà occasione di riflettere più da vicino su ognuna di queste casistiche.
  5. Brocardo è autore di testi poetici e prosastici in lingua zerga. Molti suoi materiali – purtroppo è tutt’altro che semplice capire in che quantità – sono racchiusi nella celebre silloge poetica Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Campori γ.X.2.5. Al poeta si attribuisce anche il celeberrimo libretto Nuovo modo de intendere la lingua zerga, vocabolario italiano-furbesco utile a chiunque volesse apprendere a parlare e scrivere in tal modo. Cfr. F. Ageno, A proposito del “Nuovo modo de intendere la lingua zerga”, in «Giornale storico della letteratura italiana», vol. 135, 1958, pp. 221-37.
  6. Cfr. D. Romei, Pietro Aretino tra Bembo e Brocardo (e Bernardo Tasso), in Studi sul Rinascimento italiano, Italian renaissance studies, in memoria di Giovanni Aquilecchia, a cura di A. Romano e P. Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, 2005, pp. 148-57.
  7. Al fine di rendere più agevole la lettura del contributo, si cercherà di utilizzare – laddove possibile – edizioni liberamente consultabili e interrogabili in rete, e di evitare, dunque, di appesantirlo con lunghissimi innesti documentari, che ne farebbero perdere di vista la finalità attributiva.
  8. Il testo dell’intera lettera Al molto magnifico mio onorandissimo il signor mess. Pietro Aretino di Brevio, datata 29 agosto 1531, è integralmente leggibile – ed interrogabile – alla seguente url: https://archive.org/stream/letterescrittea02vanzgoog#page/n203/mode/2up.
  9. La lettera Al molto magnifico e virtuoso suo signor il Signor Pietro Aretino, scritta da Luigi Quirini il 23 settembre 1531, è disponibile alla consultazione ed interrogabile al link: https://archive.org/stream/letterescrittea02vanzgoog#page/n197/mode/2up.
  10. La lettera Al divino signor Pietro Aretino di Benedetto Varchi, datata 9 ottobre 1536, è disponibile integralmente all’indirizzo https://archive.org/stream/letterescrittea03vanzgoog#page/n201/mode/2up.
  11. La lettera Al Monsignor Brevio dell’Aretino, datata 2 dicembre 1537, è liberamente consultabile ed interrogabile alla url: https://archive.org/stream/ilprimolibrodel01aretgoog#page/n337/mode/2up.
  12. Marietta Mirtilla fu una cortigiana amata dal Brocardo.
  13. Cart. e membr., secc. XIV-XVI, mm. 310 x 210, composito, cc. (VII), 1-289, numerazione a penna nell’angolo a destra sul recto di ogni carta. Bianche le cc. 72, 109, 113r, 115v. Alle cc. (I)r-(VII)v : Tavola delle scritture qui contenute, di mano di Forcellini. Molte mani. Legatura del sec. XIX in mezza pelle; sul dorso «Miscellanea». Provenienza: Apostolo Zeno, 61. Antica segnatura: «XCIX*». Cfr. P. Bembo, Rime, a cura di A. Donnini, Roma, Salerno, 2008, voll. 2, pp. 650-51. Tra le rime antologizzate nella sezione del XVI secolo compare anche il sonetto O delizie d’amor: lustro e bel crine di Brocardo, alla c. 284v.
  14. Cfr. la scheda ALI RASTA al link: http://rasta.unipv.it/index.php?page=view_poesia&idpoesia=2786.
  15. La lettera di Pietro Aretino A messer Agostino da Mosto, datata 12 dicembre 1537, è consultabile all’indirizzo internet: https://archive.org/stream/letterea01aretuoft#page/354/mode/2up.
  16. La lettera A m. Pietro Aretino, firmata Bernardo Tasso, 21 luglio 1531, è disponibile all’indirizzo: https://books.google.it/books?id=mTLz3aZ7ZyUC&dq=%22li%20Signori%20Abati%20Cornari%22&hl=it&pg=PA498#v=onepage&q&f=false.
  17. La lettera Al molto onorato signor mess. Pietro Aretino maggior mio onorando, firmata Gian Battista Bernardi e datata 31 agosto 1531, è disponibile integralmente all’indirizzo web seguente: https://archive.org/stream/letterescrittea01landgoog#page/n211/mode/2up.

(fasc. 2, 25 aprile 2015)

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