La scuola è per la letteratura e non per la poesia.
(B. Croce, La Poesia)
In una breve nota pubblicata sui «Quaderni della Critica» del novembre 1947, Benedetto Croce anticipava di fatto il destino della critica letteraria dei decenni a venire[1]. Il titolo del famoso scritto è: Illusione sulla genesi delle opere d’arte, documentata dagli scartafacci degli scrittori. Una critica che colpiva così bene nel segno che non casualmente Gianfranco Contini, che sarà il maestro riconosciuto della “critica delle varianti” ossia “critica degli errori”, vorrà intitolare il suo, a sua volta celebre testo, Critica degli scartafacci. Seguiamo Croce perché il suo giudizio è davvero esemplare e particolarmente istruttivo per noi oggi – oggi e proprio per noi –, visto che la “critica delle varianti”, soprattutto nella sua versione più forte o hard dello strutturalismo e della semiotica, ha di fatto dichiarato fallimento.
Così inizia Croce:
Quando furono pubblicati gli Sposi promessi, non solo il Parodi ma anch’io, pur mentre sentivo l’attrattiva della curiosità, m’impensierii di quel che sarebbe accaduto – e che accadde – col dilagare dei confronti e delle disquisizioni sulla diversità tra la prima e l’ultima stesura, pascolo di tutti i professori ed accademici che non sapevano far né critica né storia. E mi sdegnavo della “genesi” che costoro, per darsi un tono, dicevano di voler determinare del capolavoro manzoniano, perché io sapevo che l’opera d’arte ha una genesi affatto ideale, che si trae dalla sua presenza stessa.
Il filosofo, che aveva creato di fatto la scienza dell’Estetica e con essa la stessa critica letteraria, togliendola all’erudizione e alla filologia, vedeva molto chiaramente che il pericolo era proprio quello di fare uno, due, tre passi indietro. Non solo. Vedeva con chiarezza che il rischio veniva dai professori e dagli accademici che, proprio per loro deformazione professionale, non sanno ideare e praticare la critica e la storia e, però, al contempo entrano in altri campi del sapere con la tipica boria di chi ha la pretesa non solo di insegnare a chi non sa ma anche di insegnare ciò che non sa. Coloro, infatti, che sulla base di carte, bozze, appunti, segni, tracce – e oggi bisognerebbe aggiungere file, post, tweet – ritengono di comprendere come nacque un’opera cadono in un palese inganno, perché ciò che hanno tra le mani non è una chiave di lettura, una sorta di passepartout, che spiega tutto per il semplice motivo che il chiavistello miracoloso va a sua volta inteso e spiegato. Chi si affida a questa sorta di escamotage per capire la nascita di un’opera poetica o letteraria somiglia molto da presso al barone di Munchhausen, che per uscire dalle sabbie mobili si tirava su il codino.
Infatti, Croce metteva in guardia proprio gli ingenui filologi a non scambiare la porta o la “cassetta degli attrezzi” con la chiave perché, cadendo nell’illusione, avrebbero solo fatto confusione e messo al mondo una critica sterile, improduttiva, che è il contrario di ogni giudizio critico:
E quanto all’altra che si voleva rintracciare negli scartafacci e nelle brutte copie – dice Croce – era ben poco concludente, anche nel suo ambito, perché gli scrittori talvolta compiono il loro travaglio senza mettere penna in carta e provando e limando mentalmente, e tutt’altra (ciò dipende dagli abiti individuali), quando preferiscono di usare la penna, scrivono cose che nell’atto stesso dello scriverle sanno di non accettare e si riserbano di convertire nel diverso o nel contrario.
Per questa via, insomma, non se ne ricava nulla e il più delle volte ciò che si trova è il contrario di quanto si crede d’aver rinvenuto. Il critico qui diventa una sorta di redattore o di correttore di bozze o un giocoliere delle parole. «Credete che le correzioni che si fanno nel manoscritto – continuava Croce – siano sempre modificazioni o miglioramenti di una prima forma? Spesso non sono altro che la prima e la sola forma della quale con segni convenzionali sulla carta si era posta l’esigenza, invitando sé stessi a soffermarcisi dopo che sarebbe stata tracciata la linea generale della pagina o del componimento, la quale non si voleva smarrire o lasciare raffreddare». L’esperienza della scrittura, che qui Croce illustra, è un procedimento anche abbastanza comune e chi l’ha praticata o ha avuto dimestichezza con scrittori sa molto bene che le osservazioni del filosofo colgono il segno con efficacia.
Lo scrittore Adrea Giovene – autore del romanzo L’autobiografia di Giuliano di Sansevero – mi raccontava, anche a gesti e fece anche qualche verso sul tema – che si alzava come per assalto durante la notte e scriveva ciò che aveva prima scritto mentalmente con la testa poggiata sul cuscino: come si farebbe qui la critica delle varianti? Ciò che Croce mette in luce è che la via della critica degli scartafacci o delle varianti conduce semplicemente fuoristrada, perché l’opera poetica o letteraria da indagare ha un’altra genesi, che si può conoscere soltanto guardando il fatto dell’opera e non rovistando nelle carte e nelle minute del poeta o dello scrittore. Sarebbe un po’ come – per fare un paragone – si cercasse di capire come è stata costruita un’automobile trafficando in officina con i pezzi di ricambio.
Croce concludeva la sua nota passando dai professori ai decadenti, i quali hanno proprio una visione un po’ meccanica della poesia e della letteratura. Diceva il filosofo:
Ma quel che potevo pensare allora, perché i tempi non erano ancora maturi per questo, è che, dopo i predetti accademici (dei quali nominerò, honoris causa, il D’Ovidio) quella sorta di genesi non genetica sarebbe stata adottata e protetta dai decadenti, incapaci di cogliere con la meditazione i rapporti della vita dello spirito e che considerano la poesia come qualcosa che si fabbrica raziocinando e calcolando.
Mettendo insieme i pezzi, assemblando, come se si stesse costruendo un marchingegno o un puzzle. E concludeva: «Io non vieto niente, né la soddisfazione della curiosità, né l’intrattenersi delle inezie quando pur premono cose maggiori; ma sgonfio l’una e le altre quando pretendono di essere critica affinata o integrazione della critica seria».
La critica di Croce ha quasi più importanza oggi che ieri. Settant’anni e passa fa poteva sembrare la difesa d’ufficio del lavoro di una vita, mentre oggi ci appare come il rigore di quel lavoro che, dopo la fine infruttuosa della critica stilistica, del formalismo, della linguistica, dello strutturalismo, è né più né meno che il lavoro usato che i critici hanno ripreso in mano per capire cosa è arte, cosa è poesia, cosa è letteratura e in che modo, su quali basi inevitabilmente di una filosofia estetica, si può esercitare il giudizio critico. Se apro, ad esempio, il testo di Massimo Onofri Ingrati Maestri. Discorso sulla critica da Croce ai contemporanei e mi soffermo sul capitolo dedicato proprio a Contini, mi imbatto nella ripresa di un articolo di Cesare Garboli, Ma la poesia è interessante?, pubblicato su «La Rivista dei Libri» nel novembre del 1991 in cui Garboli – muovendo proprio dalla critica di Croce a De Robertis e alle varianti e agli scartafacci, per quindi passare al tentativo di difesa di Contini da parte di De Robertis – si chiede alla sua maniera cosa fosse un’opera letteraria per il critico degli scartafacci: «Che cosa è l’opera d’arte, si chiese Contini, e l’opera di poesia in particolare? Un oggetto, un prodotto, un dato, ma solo dalla parte dell’utente, di noi utenti. Per noi utenti, l’opera è la lettera, il testo. Ma all’estremo opposto, dalla parte del produttore, l’opera (ricordo le parole precise) “è qualcosa che non è fatto ma si fa”». Ciò che bisognava combattere, diceva Contini in quel tempo di linguaggi e di ideologie militanti, era la poesia come fatto fossile, la lettera immutabile, «il testo in sé». A questo bene sacro e immutabile bisognava opporre, contro Croce e con un linguaggio dove il post-simbolismo (Mallarmé e Valéry) faceva lega con Gentile, la poesia come “atto” o “attività”, così chiariva Contini: la poesia è atto, o attività, e non “fatto”.
Come si può capire, siamo di fronte a una banalizzazione sia della poesia sia della filosofia di Gentile, ad una sorta di fraintendimento in cui le parole non hanno più un significato concettuale e sono proprio solo parole prive di cose. Secondo Onofri è proprio questa la cifra della critica delle varianti di Contini, il cui mito, fatti salvi i meriti per il lavoro del filologo romanzo e gli studi su Dante e Petrarca, va ridiscusso e ridimensionato. Per un motivo che già Croce aveva lucidamente previsto: perché si è cercato di elaborare una critica là dove la critica, senza gusto e senza genesi ideale e drammatica dell’atto/fatto poetico, non può nascere. La filologia, e pur la migliore filologia con tutta la perizia e scaltrezza del filologo, non diventa critica perché è trasformata in filologismo, in estenuante stilistica, in didattica dell’analisi testuale. No, resta filologia che, però, vien meno al suo ruolo, mentre l’opera – il suo significato, il suo dramma, la sua stessa esistenza –, che dovrebbe essere “il pane quotidiano del critico”, non è nemmeno sfiorata.
- Lo scritto che presentiamo è un’anticipazione del terzo volume della biografia intellettuale di Benedetto Croce scritta da Giancristiano Desiderio che uscirà nella prossima primavera: Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce III. Sull’Estetica e la critica letteraria. Si ringrazia l’editore Aras edizioni per averci concesso di pubblicarlo. ↑
(fasc. 43, 25 febbraio 2022)