“Hablo por mi diferencia”. Pedro Lemebel e il suo manifesto umano e politico

Autore di Beatrice Borgato

Ancora non troppo conosciuto anche tra gli ispano-americanisti del nostro paese, Pedro Lemebel è stato definito lo scrittore cileno della post-dittatura, quello che più degli altri ha risposto alle aspirazioni di libertà e giustizia, quello che ha continuato a scuotere le coscienze perché non si ripetesse l’incubo vissuto dai cileni per più di tre lustri, che ha fatto della propria originalità un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile anche fuori dai confini nazionali. Le sue opere, tradotte ormai in molte lingue e anche in italiano dalla casa editrice Marcos y Marcos di Milano, si occupano di storie di vita ai margini della società, delle rivendicazioni dei diritti degli omosessuali, delle proteste contro il regime dittatoriale di Pinochet, della lotta per la libertà di espressione. Lemebel, infatti, è uno di quegli intellettuali che hanno deciso di rimanere in patria tra gli anni Settanta e Ottanta, di combattere la dittatura dall’interno, di far sentire la propria voce usando la provocazione e il risentimento per portare a segno rivendicazioni politiche e sociali. Un personaggio stravagante, contestatario, coraggioso e indipendente, ostile ai pregiudizi e contrario ai luoghi comuni, che ama il ricorso alla caricatura estrema alla maniera del ben più noto Almodóvar, che ha sempre coltivato un grande sogno di libertà e mantenuto le distanze dalla “cattedrale letteraria” assieme ai suoi rituali e obblighi.

Lemebel, che si è sempre definito senza mezzi termini «povero e frocio», racconta l’emarginazione e per farlo utilizza riferimenti quotidiani e autobiografici. La capacità di osservare ciò che lo circonda conferisce ai suoi scritti una densità poco comune; la strada è il suo palcoscenico e i protagonisti delle sue cronache appartengono alle classi sociali più vicine alla miseria e alla marginalità. La sua prosa è auto-denigratoria e irriverente; lo stile è quello di un barocco in versione postmoderna ed è caratterizzato dall’abbondanza e dalla libertà di forme e contenuti, dall’iperrealismo al kitsch. Ha il gusto per la farsa, l’iperbole e la metafora, ha uno straordinario senso dell’umorismo, coniuga il ridicolo col drammatico, definendo in costante divenire i tratti di una scrittura estremamente personale che costituisce un prezioso apporto all’evoluzione della letteratura cilena. Ama mischiare la realtà con la finzione, che definisce la parte siliconata della sua opera. I suoi testi sono tragicomici e combattivi in una lotta politica costante contro la destra conservatrice e la borghesia cilena. I suoi strumenti non sono solo le parole; le sue denunce si fanno anche performances attraverso l’arte di strada, le apparizioni lampo, ideate con l’obiettivo di provocare l’establishment e contrastare l’omogeneizzazione culturale imposta dalla dittatura.

Pedro negli anni è diventato una figura di culto della controcultura, e oggi è grazie ai suoi scritti che tantissimi giovani cileni hanno il coraggio di “uscire fuori”, di accettare la propria omosessualità, di parlarne liberamente e pubblicamente, di esserne orgogliosi. Un intellettuale, ma anche un personaggio, ironico, brillante, pungente e diretto, una personalità eccentrica, uno scrittore che ha fatto della sua omosessualità la sua forza, il suo modo speciale di guardare il mondo, un gay certamente invidiato negli ambienti culturali di quei paesi che negli anni hanno fatto della tolleranza e della garanzia dei diritti la propria bandiera, Italia compresa.

L’autore nasce negli anni ’50 in un quartiere povero e periferico di Santiago e, date le ristrettezze economiche della famiglia, la sua carriera inizia al liceo industriale maschile, dove si insegna a lavorare il legno e il metallo. Da ragazzo viene costantemente deriso dai compagni per il suo aspetto femmineo, ma continua gli studi iscrivendosi poi all’Università del Cile, dove nel ’79 si laurea in Belle Arti. Comincia a insegnare in due licei della periferia della capitale, dai quali tuttavia viene presto licenziato a causa del suo aspetto palesemente omosessuale. Da quel momento in poi si dedica alla letteratura e partecipa a diversi laboratori di scrittura.

Inizia la propria carriera scrivendo racconti e nel 1983 vince il primo premio a un concorso letterario con il suo Porque el tiempo està cerca, racconto intimamente legato alla storia delle sue origini, in cui Lemebel narra delle difficoltà vissute dai gay delle classi umili, una tematica che ritornerà costantemente nella sua opera anche negli anni a venire. Grazie ai laboratori di scrittura conosce autrici femministe e di sinistra come Pía Barros, che lo avvicina a organismi culturali alternativi alla dittatura, ma la sua militanza politica nella sinistra si vedrà nuovamente ostacolata dal pregiudizio provocato dalla sua omosessualità.

Il manifesto Hablo por mi diferencia (‘Parlo per1 la mia diversità’) risale alla metà degli anni ’80, quando Lemebel fonda, assieme all’amico artista e poeta Francisco Casas, il duo performativo “Las Yeguas del Apocalipsis” (‘Le cavalle dell’Apocalisse’). I due si dedicano a sabotare presentazioni di libri, incontri pubblici o comizi apparendo a sorpresa con azioni provocatorie, improvvisando perfomances teatrali e usando il più delle volte un travestimento bizzarro o èalesemente equivoco, fino a diventare un autentico fenomeno di controcultura. I temi cari all’autore sono centrali nelle azioni delle “Yeguas”: il richiamo alla memoria dei desaparecidos, la questione dei diritti umani, della libertà sessuale e della dignità omosessuale, così come le richieste di uno spazio di dialogo pubblico sulla democrazia. Questi sono anche gli anni in cui lo scrittore cileno abbandona il cognome paterno, Mardones, optando per l’uso esclusivo di quello materno, Lemebel, decisione che spiegherà in un’intervista come un gesto di alleanza con il popolo femminile e di amore profondo per la madre. L’urgenza di comunicare di quegli anni porta l’autore a prediligere il genere della cronaca rispetto a quello del più atemporale racconto, che definisce «bastardo»; egli si accampa in una “zona franca” della Letteratura (con la “L” maiuscola), che accoglie, mescolandoli, diversi generi quali la narrazione pura, la poesia, l’autobiografia ecc. Le sue sono cronache urbane, storie ambientate nella metropoli, storie personali ma che toccano tutti, tutto e subito: le sue «neocronache», come le definirà lo stesso autore, «non sono fatte per durare ma per essere consumate all’istante».

Gli anni ’90 sono gli anni della popolarità. Lemebel inizia a viaggiare, partecipa a festival letterari e viene invitato dalle istituzioni culturali di diversi paesi e continenti. Comincia a pubblicare cronache sui mezzi di comunicazione nazionali e stranieri, come i periodici «Página Abierta», «La Nación», le riviste «Punto Final» e «The Clinic»; conduce programmi radiofonici, dirige laboratori letterari e tiene conferenze in alcune università importanti come Harvard e Stanford. Nel 1995 esce il suo primo libro di cronache intitolato La esquina es mi corazón, con il quale si aggiudica un posto nella storia della letteratura cilena. Nel 2001 pubblica il suo primo romanzo, Tengo miedo torero (Ho paura torero, Milano, Marcos y Marcos, 2004), una difficile storia d’amore ambientata all’epoca dell’attentato a Pinochet dell’86, un testo in cui lo scrittore mette in scena il ricco e colorito socioletto della comunità omosessuale e che rimane per più di un anno il libro più venduto in patria. La fama lo ha ormai raggiunto, e uno dei suoi maggiori ammiratori, Roberto Bolaño, scrittore di culto anche in Italia, presenta Lemebel alla nota casa editrice Anagrama di Barcellona, che pubblicherà per la prima volta le cronache di Pedro in Spagna, passo fondamentale per la diffusione del suo lavoro in Europa e anche negli USA. I premi letterari non tardano ad arrivare: a Berlino nel 2006 si aggiudica il Premio Anna Seghers; nel 2013 a Santiago vince l’ambìto Premio José Donoso. L’anno seguente verrà addirittura nominato tra i finalisti del Premio Nacional de Literatura.

Dopo averci lasciato una ricchissima produzione letteraria composta da scritti e racconti sparsi, da ben sette libri di cronache e un romanzo, Pedro Lemebel scompare per un cancro alla laringe il 26 gennaio 2015.

Il suo ultimo libro di cronache, intitolato Háblame de amores (Parlami d’amore, Marcos y Marcos 2016), è uscito a marzo di quest’anno in Italia nell’ambito di un laboratorio di traduzione organizzato dalla stessa casa editrice milanese, che ha coinvolto più voci e interessi e ha dato vita a una serie di liberi e fruttuosi incontri nel più coerente spirito lemebeliano. È proprio grazie a questa esperienza formativa che chi scrive ha conosciuto l’autore cileno: inutile dire che è stata una sorta di folgorazione. La sua capacità di giocare con la lingua, di stimolare la riflessione, di coinvolgere e divertire e, allo stesso tempo, di confondere il lettore e il traduttore stesso ha stimolato la mia ricerca sulla sua personalità, sul suo linguaggio e sulle sue esibizioni pubbliche. Lemebel appassiona, è uno scrittore che gode della sua stessa poesia, che si diverte e ride mentre crea, che usa la musica e l’universo melodico con una funzione intertestuale, allo scopo di creare quella polifonia che permette al testo di far parlare voci diverse. La sua scrittura è una strategia e i suoi testi non sono sempre di facile comprensione: al di là dell’istrionismo per il quale più si fa notare, egli è uno scrittore colto e impegnato e la sua è una vocazione umanistica in cui le parole stimolano e inquietano, attirano l’attenzione su questioni scomode, fanno riflettere, provocano.

Uno dei testi più rilevanti della produzione politica di Lemebel è, come detto, il manifesto intitolato Hablo por mi diferencia, letto nel settembre del 1986 durante uno storico incontro della sinistra militante cilena tenutosi nella capitale Santiago. Qui l’autore dà voce all’impellente esigenza di essere accettato in quanto omosessuale all’interno di una parte politica, invece, settaria e maschilista. Ne emerge un quadro fosco che palesa le resistenze della sinistra latino-americana rispetto alle sessualità periferiche. Proprio per questo Lemebel decide di leggere il suo manifesto, evidenziando la propria diferencia, la propria diversità. Per l’occasione si presentava per la prima volta davanti a un’ampia platea di militanti con scarpe col tacco e trucco, con la falce e il martello dipinti sul volto. Tutto in lui era un grido di provocazione e risentimento. Il manifesto è una sorta di memoria storica e politica delle classi marginali, dei diversi, degli sconfitti, che in quel momento tramite la sua voce chiedevano risposte alla sinistra nazionale e alla proposta socialista che essa diceva di rappresentare. Vi troviamo tutti i temi cari all’autore, i temi che rappresentano la sua storia e l’epoca in cui ha vissuto e lottato: sessualità e politica, discriminazione e diritti, amore e povertà, dovere del ricordo e diritto ad un futuro migliore, per tutti. Questo è il testo che ha dato dignità a tutta la sua opera successiva ed è per questo che lo ritengo essenziale, quasi propedeutico. La sua traduzione in italiano nasce dal desiderio di far conoscere l’essenza dell’autore, che trapela appieno nei potenti versi di questo inno alla diversità.

Nel manifesto la scrittura si fa urgenza di rivendicazione, e l’autore annuncia pubblicamente la sua vocazione: la lotta per la libertà e l’uguaglianza, per i diritti degli omosessuali, per una società inclusiva e tollerante, l’impegno a rendere pubbliche e popolari le istanze degli individui ai confini della società.

Il testo a seguire, al netto di occasionali versioni di parti e stralci nelle sedi più disparate (e spesso meno appropriate), è la prima traduzione integrale del manifesto di Lemebel che si pubblica su una rivista letteraria. È un progetto organico e, in questo senso, inedito. La struttura del manifesto è completamente diversa da quella delle cronache, e proprio per questo l’autore riduce al minimo gli elementi descrittivi e narrativi, centrando il testo su due poli dell’enunciazione: un io/noi corale, rappresentato da Lemebel, che rinvia all’universo omosessuale; e un tu/voi, che rimanda invece alla società “regolare” ed etero. Inoltre, viene privilegiata la funzione emotiva, ricorrendo a forme allocutive che intendono convincere gli interlocutori: apostrofi, suggerimenti, domande. Il tutto senza maschere né generalizzazioni, senza eufemismi né interlocutori indefiniti o intenzioni occulte. L’autore si svela e si mette a nudo: «Non sono un frocio travestito da poeta / Non ho bisogno di un travestimento / Ecco la mia faccia / Parlo per mia diversità / Difendo ciò che sono». È l’io e l’essere, cioè l’identità in ogni enunciato, di fronte al tu che viene interpellato, l’altro che giudica, si interroga, a cui si rinfresca la memoria, a cui si chiede conto di ciò che è stato, l’altro che viene provocato («Io non porgo l’altra guancia / Porgo il culo compagno / E questa è la mia vendetta»). L’altro che questa volta non è necessariamente il cittadino convenzionale né il borghese né il fascista, ma una presunta “avanguardia”: una sinistra discriminatoria, il marxismo coi paraocchi che lo ha rifiutato, il compagno saturo di pregiudizi che, nonostante tutto, l’autore non rinnega, regalandogli un messaggio fraterno: «Ci sono tanti bambini che nasceranno / Con un’ala spezzata / E io voglio che volino compagno / Che la vostra rivoluzione / Gli dia un pezzo di cielo rosso / Perché possano volare».

Hablo por mi diferencia

No soy Pasolini pidiendo explicaciones
No soy Ginsberg expulsado de Cuba
No soy un marica disfrazado de poeta
No necesito disfraz
Aquí está mi cara
Hablo por mi diferencia
Defiendo lo que soy
y no soy tan raro
Me apesta la injusticia
y sospecho de esta cueca democrática
Pero no me hable del proletariado
Porque ser pobre y maricón es peor
Hay que ser ácido para soportarlo
Es darle un rodeo a los machitos de la esquina
Es un padre que te odia
Porque al hijo se le dobla la patita
Es tener una madre de manos tajeadas por el cloro
Envejecidas de limpieza
Acunándote de enfermo
Por malas costumbres
Por mala suerte
Como la dictadura
Peor que la dictadura
Porque la dictadura pasa
y viene la democracia
y detrasito el socialismo
¿y entonces?
¿qué harán con nosotros compañero?
¿Nos amarrarán de las trenzas en fardos con
[destino a un sidario cubano?
Nos meterán en algún tren de ninguna parte
Como en el barco del general Ibáñez
Donde aprendimos a nadar
Pero ninguno llegó a la costa
Por eso Valparaíso apagó sus luces rojas
Por eso las casas de caramba
Le brindaron una lágrima negra
A los colizas comidos por las jaibas
Ese año que la Comisión de Derechos Humanos
[no recuerda
Por eso compañero le pregunto
¿Existe aún el tren siberiano
de la propaganda reaccionaria?
Ese tren que pasa por sus pupilas
Cuando mi voz se pone demasiado dulce
¿y usted?
¿qué hará con ese recuerdo de niños
Pajeándonos y otras cosas
En las vacaciones de Cartagena?
¿El futuro será en blanco y negro?
¿El tiempo en noche y día laboral
Sin ambigüedades?
¿No habrá un maricón en alguna esquina
Desequilibrando el futuro de su hombre nuevo?
¿Van a dejarnos bordar de pájaros
Las banderas de la patria libre?
El fusil se lo dejo a usted
Que tiene la sangre fría
Y no es miedo
El miedo se me fue pasando
De atajar cuchillos
En los sótanos sexuales donde anduve
y no se sienta agredido
Si le hablo de estas cosas
Y le miro el bulto
No soy hipócrita
¿Acaso las tetas de una mujer
No lo hacen bajar la vista?
¿No cree usted
Que solos en la sierra
Algo se nos iba a ocurrir?
Aunque después me odie
Por corromper su moral revolucionaria
¿Tiene miedo que se homosexualice la vida?
Y no hablo de meterlo y sacarlo
Y sacarlo y meterlo solamente
Hablo de ternura, compañero
Usted no sabe
Cómo cuesta encontrar el amor
En estas condiciones
Usted no sabe
Qué es cargar con esta lepra
La gente guarda las distancias
La gente comprende y dice:
Es marica pero escribe bien
Es marica pero es buen amigo
Súper-buena-onda
Yo no soy buena onda
Yo acepto al mundo
Sin pedirle esa buena onda
Pero igual se ríen
Tengo cicatrices de risas en la espalda
Usted cree que pienso con el poto
y que al primer parrillazo de la CNI
Lo iba a soltar todo
No sabe que la hombría
Nunca la aprendí en los cuarteles
Mi hombría me la enseñó la noche
Detrás de un poste
Esa hombría de la que usted se jacta
Se la metieron en el regimiento
Un milico asesino
De esos que aún están en el poder
Mi hombría no la recibí del partido
Porque me rechazaron con risitas
Muchas veces
Mi hombría la aprendí participando
En la dura de esos años
Y se rieron de mi voz amariconada
Gritando: y va a caer, y va a caer
Y aunque usted grita como hombre
No ha conseguido que se vaya
Mi hombría fue la mordaza
No fue ir al estadio
y agarrarme a combos por el Colo Colo
El fútbol es otra homosexualidad tapada
Como el box, la política y el vino
Mi hombría fue morderme las burlas
Comer rabia para no matar a todo el mundo
Mi hombría es aceptarme diferente
Ser cobarde es mucho más duro
Yo no pongo la otra mejilla
Pongo el culo, compañero
Y ésa es mi venganza
Mi hombría espera paciente
que los machos se hagan viejos
Porque a esta altura del partido
La izquierda tranza su culo lacio
En el parlamento
Mi hombría fue difícil
Por eso a este tren no me subo
Sin saber dónde va
Yo no voy a cambiar por el marxismo
Que me rechazó tantas veces
No necesito cambiar
Soy más subversivo que usted
No voy a cambiar solamente
Porque los pobres y los ricos
A otro perro con ese hueso
Tampoco porque el capitalismo es injusto
En Nueva York los maricas se besan en la calle
Pero esa parte se la dejo a usted
Que tanto le interesa
Que la revolución no se pudra del todo
A usted le doy este mensaje
Y no es por mí
Yo estoy viejo
Y su utopía es para las generaciones futuras
Hay tantos niños que van a nacer
Con una alíta rota
Y yo quiero que vuelen, compañero
Que su revolución
Les dé un pedazo de cielo rojo
Para que puedan volar.

Parlo per la mia diversità

Non sono Pasolini che chiede spiegazioni
Non sono Ginsberg espulso da Cuba
Non sono un frocio travestito da poeta
Non ho bisogno di un travestimento
Ecco la mia faccia
Parlo per la mia diversità
Difendo ciò che sono
E non sono così strano
Mi fa schifo l’ingiustizia
E diffido di questo balletto democratico
Ma non mi parlate del proletariato
Perché essere povero e frocio è peggio
Bisogna essere tosti per sopportarlo
È girare alla larga dai maschietti all’angolo
È un padre che ti odia
Perché il figlio è di un’altra parrocchia
È avere una madre con le mani spaccate dal cloro
Invecchiate di pulizie
Che ti cullano ammalato
Per brutte abitudini
Per cattiva sorte
Come la dittatura
Peggio della dittatura
Perché la dittatura passa
E arriva la democrazia
E appresso il socialismo
E poi?
Cosa ci farete con noi, compagni?
Ci legherete per le trecce come pacchi indirizzati
[a un centro per sieropositivi cubano?
Ci metterete in qualche treno per nessuna parte
Come nella barca del generale Ibáñez
Dove imparammo a nuotare
Ma nessuno raggiunse la costa
Per questo Valparaiso spense le sue luci rosse
Per questo le case chiuse
Offrirono una lacrima nera
Alle checche mangiate dai granchi
Quell’anno che la Commissione per i Diritti Umani
[non ricorda
Perciò compagni vi chiedo
Esiste ancora il treno siberiano
della propaganda reazionaria?
Quel treno che vi attraversa le pupille
Quando la mia voce si fa troppo dolce
E Voi?
Cosa ci farete con quel ricordo di noi bambini
Che ci masturbavamo e tutto il resto
Durante le vacanze a Cartagena?
Il futuro sarà in bianco e nero?
Il tempo diviso in notti e giorni lavorativi
senza ambiguità?
Non ci sarà un frocio in qualche angolo
a destabilizzare il futuro del vostro uomo nuovo?
Ci lascerete ricamare di uccelli
le bandiere della patria libera?
Il fucile lo lascio a voi
che avete il sangue freddo
E non è paura
La paura mi è passata
A forza di schivare coltelli
Negli scantinati sessuali che ho frequentato
E non vi sentite aggrediti
Se vi parlo di queste cose
E vi guardo il pacco
Non sono ipocrita
Per caso le tette di una donna
non vi fanno abbassare lo sguardo?
Non credete
che da soli in montagna
qualcosa l’avremmo combinata?
Anche se dopo mi odiate
Per aver corrotto la vostra morale rivoluzionaria
Avete paura che si omosessualizzi la vita?
E non parlo di metterlo e toglierlo
E toglierlo e metterlo soltanto
Parlo di tenerezza, compagni
Voi non sapete
Com’è difficile trovare l’amore
In queste condizioni
Voi non sapete
Che significa portarsi addosso questa lebbra
La gente mantiene le distanze
La gente capisce e dice:
È frocio ma scrive bene
È frocio ma è un buon amico
Super-stra-fico
Io non sono strafico
Io accetto il mondo
Senza chiedergli questa straficaggine
Ma ridono lo stesso
Ho cicatrici di risate alle spalle
Voi credete che penso con il pisello
E che alla prima scarica del CNI2
Avrei vuotato il sacco
Non sapete che la virilità
Non l’ho imparata nelle caserme
La mia virilità me l’ha insegnata la notte
Dietro a un palo
Questa virilità di cui voi vi vantate
Ve l’hanno inculcata nel reggimento
Un militare assassino
Di quelli che ancora stanno al potere
La mia virilità non l’ho ricevuta dal partito
Perché mi hanno rifiutato con delle risatine
Molte volte
La mia virilità l’ho imparata partecipando
Alla lotta di quegli anni
E ridevano della mia voce frociesca
Che gridava: e cadrà, e cadrà
E nonostante le vostre grida da maschi
Non siete riusciti a mandarlo via
La mia virilità è stato il bavaglio
Non è stato andare allo stadio
E fare a cazzotti per il Colo Colo3
Il calcio è un’altra omosessualità camuffata
Come la boxe, la politica e il vino
La mia virilità è stata sopportare gli scherzi
Ingoiare rabbia per non ammazzare tutti quanti
La mia virilità è accettarmi diverso
Essere codardi è molto più duro
Io non porgo l’altra guancia
Porgo il culo, compagno
E questa è la mia vendetta
La mia virilità aspetta paziente
Che i maschi diventino vecchi
Perché in questa fase del partito
La sinistra svende il suo culo flaccido
In parlamento
La mia virilità è stata difficile
Perciò su questo treno non salgo
Senza sapere dove va
Io non cambierò per il marxismo
Che mi ha rifiutato tante volte
Non ho bisogno di cambiare
Sono più sovversivo di voi
Non cambierò soltanto
Perché i poveri e i ricchi
Ci caschi qualcun altro
Nemmeno perché il capitalismo è ingiusto
A New York i froci si baciano per strada
Ma questa parte la lascio a voi
Che tanto vi importa
Che la rivoluzione non marcisca del tutto
A voi do questo messaggio
E non è per me
Io sono vecchio
E la vostra utopia è per le generazioni future
Ci sono tanti bambini che nasceranno
Con un’ala spezzata
E io voglio che volino, compagno
Che la vostra rivoluzione
Gli dia un pezzo di cielo rosso
Perché possano volare.

Riferimenti bibliografici

Studi:

Testi Originali:

  • P. Lemebel, Manifiesto (Hablo por mi diferencia), in «Revista Anales», VII serie, II, 2011, pp. 218-21;
  • Id., Los incontables, Santiago de Chile, Ergo Sum, 1986;
  • Id., La esquina es mi corazón. Crónica urbana,Santiago de Chile, Cuarto Propio, 1995;
  • Id., Loco afán. Crónicas de sidario,Santiago de Chile, Lom Ediciones, 1996;
  • Id., De perlas y cicatrices. Crónicas radiales, Santiago de Chile, Lom Ediciones, 1998;
  • Id., Tengo miedo torero, Santiago de Chile, Planeta Chilena, 2001;
  • Id., Zanjón de la Aguada, Santigo de Chile, Seix Barral, 2003;
  • Id., Adiós mariquita linda, Santiago de Chile, Sudamericana, 2004;
  • Id., Serenata cafiola, Santiago de Chile, Seix Barral, 2008;
  • Id., Háblame de amores, Santiago de Chile, Seix Barral, 2012;
  • Id., Poco hombre, Santiago de Chile, Ediciones UDP, 2013.

Traduzioni in italiano:

  • P. Lemebel, Ho paura torero,Milano, Marcos y Marcos, 2004 (con varie ristampe successive);
  • Id., Baciami ancora, forestiero, Milano, Marcos y Marcos, 2008;
  • Id., Parlami d’amore, Milano,Marcos y Marcos, 2016.

Sitografia:

  1. La decisione di tradurre la preposizione spagnola por con quella italiana ‘per’ si spiega col fatto che in entrambe le lingue queste particelle mantengono quella multifunzionalità voluta dall’autore. Seguono il verbo hablo (‘parlo’ in italiano) e introducono il mezzo, la causa, il fine per i quali l’autore parla. Lemebel fa della diversità la sua bandiera: egli prende la parola attraverso la diversità, in nome della sua diversità, per spiegare la sua diversità, a causa della sua diversità.
  2. Centro Nazionale Informazioni, la polizia segreta cilena.
  3. Il Club social y Deportivo Colo Colo.

(fasc. 8, 25 giugno 2016)