Recensione di “Colei che sola a me par donna. Femminilità tra letteratura e vita quotidiana nell’Umanesimo”

Autore di Fabio Romanini

Dal vasto fondo petrarchesco della Biblioteca civica triestina intitolata ad Attilio Hortis trae origine un originale percorso di esplorazione della vita quotidiana femminile dal Trecento al Cinquecento. Le curatrici, responsabili dei fondi antichi dell’istituzione, hanno organizzato in una mostra, esposta tra l’agosto 2012 e il gennaio 2013, molti materiali a stampa e oggetti che ricostruiscono le condizioni culturali di vita delle donne durante l’Umanesimo. Ora la mostra vive in modo permanente in un libro che è assai più di un catalogo, poiché aggiunge a quanto esposto alcuni materiali, conservati in altre biblioteche, che completano il quadro di insieme. I pezzi esposti sono diventati illustrazioni dei saggi, e sono così inseriti esplicitamente nel percorso intellettuale che li giustifica, come avviene ad esempio per una copia del De re uxoria di Francesco Barbaro1.

Punto di partenza ineludibile è lo sguardo: lo sguardo del poeta, che esalta la bellezza di Laura, ma anche lo sguardo di Laura nei quadri che la ritraggono. La bellezza, però, è da un lato artificio, ricetta preziosa e segreta, da un altro onestà e prudentia, e rinuncia all’ornamento, pena la scomunica da parte dei predicatori. Di documento in documento, la prima sezione della prima parte del libro conduce il lettore attraverso le differenti concezioni del corpo della donna, collegando con efficacia il rendiconto letterario, e la spiccata preferenza dei poeti per le bionde, con le ricette per preservare i capelli e assicurarsi una tinta efficace. Vengono in aiuto le immagini delle dame quattro- e cinquecentesche riprodotte nelle xilografie di incunaboli e cinquecentine. Anche un breve inquadramento della moda rinascimentale aiuta a particolareggiare la figura femminile. Ma l’elemento dello specchio ritorna allorché le autrici si diffondono più nel dettaglio sulla figura della donna come immagine giudicata dall’uomo, sulla subordinazione della donna giustificata attraverso le scienze mediche e la fisiologia.

Particolarmente interessanti sono le notazioni linguistiche: la donna è certamente vasum, anche nella forma rotonda dei ritratti disegnati sulle stoviglie, ma può essere anche scortum, prostituta considerata poco più che un involucro di pelle. Tuttavia, nella maggior parte degli usi lessicali e dei settori della parola, la sessualità femminile è piuttosto rimossa; la celebrazione artistica del corpo femminile è, invece, una sublimazione della purezza cristiana. Eppure, gli oggetti di artigianato, di uso quotidiano, come i cassoni nuziali, celebrano una sensualità più profana, la fertilità legata al matrimonio, nei palazzi dei nobili; mentre nelle case popolari la maternità è fatta di oggetti quotidiani, di figure professionali come la levatrice, di preparati medicinali utili a garantire la salute del feto e della puerpera e trasmessi attraverso le generazioni come ritrovati eterni della saggezza popolare (anche perché, assai spesso, le donne non sanno leggere). Passando attraverso la teoria degli umori, si ricompone la teoria dello sguardo della donna come fonte di tentazione, e si elencano i ritrovati naturali che consentono di non cedere all’occhio femminile.

Lo sguardo, naturalmente, può essere anche quello sociale, pronto a condannare o viceversa a decretare l’onore e la rispettabilità della donna (e dell’uomo, se la donna è onorabile); e i vizi e le virtù possono essere simboleggiati anche dallo sguardo riflesso, dallo specchio affidato all’iconografia di Lussuria e Invidia. Un paragrafo è dedicato alla mensa, e alle pratiche legate al cibo che possono favorire l’attività sessuale oppure rivelarsi medicamentose. La distinzione di genere è ovviamente sempre netta; e anche nel matrimonio i ruoli sono rigorosamente segnati dagli oggetti, ma anche uniti dai signa affectuum. Il saggio di Cristina Fenu, informato e lessicalmente puntualissimo, si rivela ben studiato soprattutto sul piano della sintassi: il testo riesce a dipingere l’esposizione degli oggetti in modo impressionistico, con frasi e periodi non necessariamente brevi, ma molto rapidi nelle transizioni.

La seconda sezione della monografia si sofferma sulla condizione femminile, e prende le mosse dalle pratiche educative delle giovani donne del Medioevo, esemplificate nelle Regole del governo di cura familiare di Giovanni Dominici. Un numero crescente di donne, agli albori dell’Età Moderna, è in grado di leggere; di molto inferiore è, invece, il numero di chi sa scrivere, dato che la grammatica è esercizio non previsto al di fuori della formazione classica: e Trivium e Quadrivium vengono impartiti alle donne solo in pochissimi casi, da parte di precettori privati. Francesco da Barberino, nei Documenti d’Amore e nel Reggimento e costumi di donna, ritiene opportuno che alla propria istruzione si dedichino soltanto le figlie di uomini di stato, che potrebbero avere necessità di amministrazione di proprietà terriere, e di controllo dell’operato dei vassalli. Simili donne sono peraltro considerate una preziosa risorsa di avvedutezza e strategia per i propri mariti; ma il resto del genere femminile è escluso anche dalle scuole commerciali, e i predicatori si rivolgono al proprio pubblico accomunando nell’identificazione del destinatario le donne e i rustici. La stampa consente la diffusione di nuovi strumenti pedagogici, come il libro d’ore (la biblioteca civica triestina ne conserva un paio di francesi, due cinquecentine di Hardouyn), oggetto fondamentale della dote e strumento familiare che passava in eredità alle discendenti. Argomento dei trattati umanistici è la scelta della moglie, una riflessione che deve tenere in considerazione alcuni parametri fondamentali (età, ruolo nell’educazione dei figli, ma anche aspetto e doti quali obbedienza, devozione, moderazione, abbigliamento, frugalità); conta anche la ricchezza, ma si confida che la donna virtuosa sia comunque un investimento anche patrimoniale.

Al di fuori della famiglia, il ruolo della donna non gode di diffuse occasioni di riconoscimento: una di queste è l’arte del merletto ad ago, un’attività professionale riconosciuta a Venezia nel Quattrocento che, ad esempio, consente alle ragazze orfane di guadagnare un gruzzolo sufficiente a costituire una dote. Ma l’intermediazione di un commerciante è comunque indispensabile, e dunque buona parte del lavoro femminile è oggetto dell’avidità degli imprenditori. All’interno delle case (come attestano anche le commedie goldoniane) l’attività femminile funziona a cottimo, e riguarda operazioni elementari di filatura e sartoria. Nel Friuli i documenti restituiscono alcune situazioni di grande interesse sociale, come la presenza di fornaie (la pancogola triestina) e naturalmente di balie, censite con tanto di salario corrisposto. Viene regolato perfino il comportamento delle prostitute, alle quali è fatto divieto di indossare gioielli o begli abiti, e a volte perfino di lavarsi nei canali con le altre donne. I lasciti delle donne vedono spesso come beneficiari le confraternite o i sacerdoti, da cui in vita erano state aiutate e ai quali chiedono sostegno per la salvezza dell’anima. Il valore della donna di buona famiglia è però, soprattutto, quello di un investimento da tutelare, se è vero che a Firenze il Monte delle Doti raccoglie gli investimenti di migliaia di padri, impegnati a cercare una rendita per le future spose. Fuori di Toscana, anche gli statuti triestini prevedono una normativa sulle doti che tutela il patrimonio femminile. Oltre al matrimonio, anche la nascita del primogenito è un momento di pubblico riconoscimento per la donna, per il resto confinata entro la casa fino alla morte del coniuge. Tale evento era per la verità assai frequente, data la differenza di età tra gli sposi: e in tali casi i nomi delle donne comparivano nei contratti, nelle scritture private, perfino in attività commerciali. Vedove e nubili vivono abitualmente nei conventi e nelle comunità religiose femminili, che in epoca pretridentina sono spesso aperte ai contatti con il resto della società; e le badesse possono diventare personaggi dal discreto potere, in grado di gestire compravendite di terreni e di tenere testa ai signori locali.

In letteratura, i Trionfi petrarcheschi e il De claris mulieribus boccacciano ritraggono personaggi femminili esemplari: donne virtuose che dominano le passioni e garantiscono la salvezza all’uomo; ma altre biografie descrivono donne non corrispondenti al ritratto ideale, e così si modifica anche il genere letterario della narrazione. Dall’exemplum il genere muove verso la novella, la parte narrativa finisce per prevalere su quella moraleggiante: e così il Trecento, da Cecco Angiolieri a Rustico Filippi al Decameron e al Corbaccio, vede presentarsi sulla scena letteraria volgare la voce della misoginia, vivace soprattutto contro le vedove mature e contro le donne di potere, il cui ruolo è inteso come un’eccezione perturbante, un monstruum incomprensibile. Ma non mancano anche i trattati apologetici, e perfino constatazioni della parità dei generi, al netto delle differenze fisiche e della consuetudine pedagogica. Lo stile di Alessandra Sirugo è garbato ed espositivo, al servizio dei documenti ma ordinato in climax, per proporre un ideale percorso di emancipazione del genere femminile già entro i confini del XV secolo.

La bibliografia molto ricca è un fondamento sicuro per il catalogo delle opere, la sezione che occupa tutta la seconda metà del libro e che illustra, con schede informate e ricche, compilate dalle due curatrici, la ricchezza delle biblioteche triestine e udinesi. Affiorano, così, manoscritti e antiche stampe della biblioteca civica “Attilio Hortis” o conservate presso il Museo Petrarchesco piccolomineo – di argomento letterario ma anche pratico, come i ricettari e gli erbari, e alcune pagine di statuto –, ma anche tessuti e oggetti raccolti dai Civici Musei di Storia e Arte, così come gli oggetti quotidiani o familiari (i cassoni nuziali, i cofanetti, i piatti e le ampolle ecc.). Qualche libro antico proviene, invece, dalla civica udinese, e le cose di maggiore interesse sono in particolare statuti e documenti come scritture private, donazioni e testamenti. Completano il repertorio degli oggetti alcuni prestiti e un paio di riproduzioni, provenienti da musei e biblioteche di Venezia e Firenze.

Colei che sola a me par donna è, insomma, un oggetto insolito: catalogo informato e prezioso, con belle fotografie e illustrazioni, ma con una dominante saggistica forte, che occupa metà delle pagine e soprattutto costituisce un forte elemento coesivo tra le teche, idealmente ancora allestite di fronte agli occhi del lettore, e rievocate da belle riproduzioni a colori: il testo ricostruisce le vicende storiche suggerite dagli oggetti, offre una chiave di lettura forte ma mai invadente, colloca con estrema precisione la condizione della donna nella sua storia sociale e privata, nella dimensione pubblica e in quella familiare.

  1. Di una delle curatrici, Cristina Fenu, va ricordato, tra vari contributi sul testo di Barbaro, almeno Oculis uxorem capere: matrimonio «a vista» e ruoli di genere nel «De re uxoria» di Francesco Barbaro, in «Metodi e Ricerche», n. s., XXXI, 2 (luglio-dicembre 2012), pp. 21-80. Il trattato, di cui Claudio Griggio sta curando l’edizione critica, ebbe una fortuna straordinaria e se ne conoscono oltre 150 testimoni: il manoscritto conservato alla Biblioteca civica “Attilio Hortis” (con segnatura R.P. ms 3-6) è un miscellaneo cartaceo, databile alla seconda metà del XV secolo.

(fasc. 8, 25 giugno 2016)

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