Divagazioni su Dante e Brunetto in letteratura e nelle arti

Author di Maria Panetta

In un ciclo di lezioni dell’anno accademico 2001-2002, George Steiner[1] individuava tre diverse forme possibili di relazione tra maestro e allievo: il caso in cui i maestri «hanno distrutto i loro discepoli sia psicologicamente sia, in qualche caso, fisicamente. Ne hanno spento gli spiriti, consumato le speranze, sfruttando la loro dipendenza e la loro individualità. Il dominio dell’anima ha i suoi vampiri»[2]; il caso in cui «Come contrappunto, discepoli, allievi, apprendisti hanno rovesciato, tradito e rovinato i propri maestri»[3]; infine, la terza categoria

è quella dello scambio, di un eros di reciproca fiducia e invero d’amore […] Attraverso un processo di interazione, di osmosi, il maestro apprende dal discepolo mentre gli insegna. L’intensità del dialogo genera amicizia nel più alto senso della parola. Prevede sia la chiaroveggenza, sia l’irragionevolezza dell’amore. Si pensi a Socrate e Alcibiade, Abelardo[4] ed Eloisa, Heidegger e Arendt. Ci sono discepoli che si sono sentiti incapaci di sopravvivere ai loro maestri[5].

L’insegnamento, infatti, può essere considerato un «esercizio, aperto o nascosto, di relazioni di potere. Il maestro possiede un potere psicologico, sociale, fisico. Può premiare e punire, escludere e promuovere. La sua autorità è istituzionale o carismatica, oppure entrambe le cose. È sostenuta da promesse e minacce»[6]. La relazione maestro-allievo è, in ogni caso, dialettica, un processo di scambio per cui talvolta il maestro stesso può imparare dal discepolo: il dono diviene reciproco, come in un rapporto d’amore. Vi sono, sì, maestri che ripudiano i propri discepoli perché li trovano indegni o sleali, ma esistono anche discepoli, convinti di aver superato il proprio maestro, che sentono di doverlo abbandonare per poter essere veramente e finalmente se stessi, in un superamento che ha il sapore di una ribellione edipica.

Ovviamente, si allude qui a maestri in senso reale (che hanno concretamente seguito i propri discepoli, indirizzandoli in vita e ispirandone attivamente gli studi), ma anche in senso “figurato”, ossia a maestri che hanno idealmente rivestito un ruolo fondante nella crescita dei loro discepoli, anche “postumi”, e che ne hanno guidato i passi, sia coi loro scritti sia col loro esempio di vita. Moltissimi sono, nella letteratura italiana, i casi relativi a questa seconda categoria, e invece esigui quelli riconducibili alla prima tipologia, il primo dei quali, per rilevanza e per priorità cronologica, è certamente quello di Brunetto Latini[7] e del suo rapporto con l’insigne discepolo Dante.

Bonaccorso Latini della Lastra[8] è, infatti, uno dei primi, se non il primo “maestro”[9] della letteratura italiana che sia divenuto anche personaggio.

Della sua nota biografia ci interessa il fatto che nel 1260, appena cominciò a profilarsi la rovina del partito guelfo in Italia, fu proprio lui a essere inviato in Castiglia come ambasciatore dei Fiorentini, per impetrare l’aiuto del re Alfonso X il Savio. Condannato all’esilio da parte dei Ghibellini vincitori di Montaperti (4 settembre), si trattenne in Francia[10] e tornò a Firenze nemmeno un mese dopo la sconfitta degli stessi Ghibellini da parte degli Angioini a Benevento[11]. In seguito, la sua importanza nella vita politica fiorentina aumentò progressivamente: divenne Priore in un bimestre del 1287 e morì onoratissimo nel 1294, come racconta Giovanni Villani[12]. «Cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica» lo definisce notoriamente lo stesso Villani nella sua Cronica (VIII, 10)[13].

Nella Commedia dantesca, dunque, il docente-auctor (Brunetto) viene rappresentato dal discente-auctor (Dante) in qualità di personaggio attante (actor); ma già Brunetto si era auto-rappresentato, più di una volta, nelle proprie opere. Nel Tesoretto, poemetto didascalico incompiuto[14] in coppie di settenari a rima baciata (alla maniera francese), il Latini stesso si auto-rappresenta come «mastro Burnetto Latino»[15], protagonista di un visione allegorica narrata in prima persona dall’autore, che intraprende un lungo viaggio nel corso del quale incontra la Natura, un cavaliere (ammaestrato dalle quattro Virtù cardinali) e infine il Dio dell’Amore e Ovidio:

Lo Tesoro conenza

Al tempo che Fiorenza

froria, e fece frutto,

sì ch’ell’era del tutto

la donna di Toscana

(ancora che lontana

ne fosse l’una parte[16],

rimossa in altra parte,

quella d’i ghibellini,

per guerra d’i vicini),

esso Comune saggio

mi fece suo messaggio

all’alto re di Spagna,

ch’or è re de la Magna

e la corona atende,

se Dio no. llil contende:

ché già sotto la luna

non si truova persona

che, per gentil legnaggio

né per altro barnaggio

tanto degno ne fosse

com’esto re Nanfosse.

E io presi campagna

e andai in Ispagna

e feci l’ambasciata

che mi fue ordinata;

e poi sanza soggiorno

ripresi mio ritorno,

tanto che nel paese

di terra navarrese,

venendo per la calle

del pian di Runcisvalle,

incontrai uno scolaio

su ’nun muletto vaio,

che venia da Bologna,

e sanza dir menzogna

molt’era savio e prode.

Ma lascio star le lode

che sarebbono assai.

Io lo pur dimandai

novelle di Toscana

in dolce lingua e piana;

ed e’ cortesemente

mi disse immantenente

che guelfi di Firenza

per mala provedenza

e per forza di guerra

eran fuor de la terra,

e ’l dannaggio era forte

di pregioni e di morte[17].

Anche nella Rettorica Brunetto si rappresenta (Prologo), in terza anziché in prima persona, facendo sempre riferimento alle vicissitudini del proprio esilio, ma non sottolineando il proprio ruolo di “maestro” bensì, in modo funzionale allo specifico argomento del libro, quello di «buono intenditore di lettera ed era molto intento allo studio di rettorica»:

La cagione per che questo libro è fatto si è cotale, che questo Brunetto Latino, per cagione della guerra la quale fue tra le parti di Firenze, fue isbandito della terra quando la sua parte guelfa, la quale si tenea col papa e colla Chiesa di Roma, fue cacciata e sbandita della terra; e poi si n’andò in Francia per procurare le sue vicende, e là trovò uno suo amico della sua cittade e della sua parte, molto ricco d’avere, ben costumato e pieno de grande senno, che li fece molto onore e grande utilitate, e perciò l’appellava suo porto, sì come in molte parti di questo libro pare apertamente; ed era parlatore molto buono naturalmente, e molto disiderava di sapere ciò che ’savi aveano detto intorno alla rettorica; e per lo suo amore questo Brunetto Latino, lo quale era buono intenditore di lettera ed era molto intento allo studio di rettorica, si mise a fare questa opera, nella quale mette innanzi il testo di Tulio per maggiore fermezza, e poi mette e giugne di sua scienzia e dell’altrui quello che fa mistieri[18].

Brunetto, com’è noto, è anche autore di una «canzonetta» alla maniera siciliana, S’eo son distretto inamoratamente, nella quale egli si dimostra «mediocre verseggiatore»[19] e che risulta collegata a un’altra canzone di Bondie Dietaiuti, Amor quando mi membra[20]: ciò ha fatto pensare a un possibile rapporto omosessuale tra i due poeti (il che contribuirebbe a giustificare la collocazione infernale prescelta da Dante per il maestro).

Notoriamente, nel Convivio (I XI), lo stesso Dante[21] difende strenuamente il parlare italico «a perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d’Italia, che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano». Se in questo capitolo il Latini non è esplicitamente nominato e unicamente ivi si accenna a coloro che «fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza»[22], non si può ignorare il fatto che l’opera maggiore di Brunetto, Li livres dou Tresor, vasta e bene organizzata enciclopedia in tre libri[23] (che per Contini va intesa come un «manuale di formazione dell’uomo politico»)[24], fu composta in lingua francese. Dante ha, inoltre, espresso nel De vulgari eloquentia (I, XIII, I) un giudizio severo sui versi di Brunetto, accomunato a Guittone, Bonagiunta, Galletto Pisano e Mino Mocati, «quorum dicta […] non curialia sed municipalia tantum invenientur», ma il suo atteggiamento nei confronti del maestro[25] è, invece, nell’Inferno molto rispettoso e affettuoso.

Com’è noto, Dante incontra Brunetto[26] nel terzo girone del VII cerchio[27], ove sono puniti i violenti contro Dio, la natura e l’arte (If XV, 22-124); egli è fra i cosiddetti “violenti contro natura”: i sodomiti. Immediato il reciproco moto di meraviglia dei due (vv. 22-24, 30); il dialogo che segue è scandito da un aggettivare affettuoso, da ambo le parti (vv. 31, 37, 83). Traspaiono, nell’eloquio dantesco, la reverenza per il maestro e il rimpianto (vv. 34-36, 43-45, 79-87). Inoltre, i dati cui si allude, utili a delineare la biografia di Dante personaggio-poeta e ricchi di rimandi ai precedenti e ai successivi sviluppi della vicenda[28], e il pathos che aleggia fin dalle prime battute dell’incontro rendono manifesto al lettore che quello descritto nel XV canto dell’Inferno è un rapporto d’ideale sudditanza, da discepolo a maestro.

Per quanto riguarda l’accusa di sodomia[29], tra gli esegeti che hanno accolto come trasparente l’indicazione dantesca, alcuni[30] hanno sottolineato l’esempio di austera nobiltà morale offerto da Dante, che nel suo farsi araldo della giustizia divina non esitò a porre tra i dannati l’antico maestro; altri, invece, hanno rimproverato aspramente l’Alighieri per l’irriverenza della sua indiscrezione[31], insinuando addirittura che alla base della condanna fosse una polemica politica antiguelfa da parte del ghibellino Dante[32].

Un secondo problema è stato al centro di numerose indagini: a giudizio di molti critici, le cariche pubbliche sempre più prestigiose ricoperte da Brunetto e l’affermazione di Dante di aver ricevuto un insegnamento «ad ora ad ora», cioè saltuario ed episodico, impedirebbero di pensare a un magistero concretamente esercitato, sia per quanto riguarda la “gramatica”, sia in relazione alla “retorica”. Con la sua Rettorica[33] e le sue traduzioni di tre orazioni ciceroniane[34], però, Brunetto pose le basi della prosa d’arte in Firenze e svelò ai fiorentini i segreti dell’Ars dictandi; il suo magistero fu fondante dal punto di vista della crescita “civile” dei fiorentini, soprattutto grazie ai suoi volgarizzamenti del pensiero aristotelico e di quello stoico[35].

In ogni caso, non appare particolarmente rilevante discutere se Brunetto fu realmente maestro[36] di Dante o se invece il suo magistero vada inteso come spirituale, politico o retorico; si potrebbe concludere con Contini che «Brunetto sarà stato suo maestro non per vera attività didattica, ma per libera consuetudine di conversazione con gli ingegni più promettenti della città»[37]: ben più importante – se non comprendere il perché Dante scelga di collocare Brunetto tra i sodomiti – è analizzare come Dante rappresenta il proprio maestro, facendone un personaggio della sua visione poetica.

In primo luogo, ritengo quantomeno ingenuo credere che, nella descrizione iniziale degli argini del fiume infernale Flegetonte[38], Dante alluda solo per pura casualità al «maestro» (nel senso di ‘artefice’[39]; cfr. v. 12) che li fece né alti né grossi quanto quelli innalzati dai Fiamminghi e dai Padovani a difesa delle loro città, delle ville e dei castelli.

All’incontro con la schiera delle anime, Dante viene «adocchiato da cotal famiglia» (cfr. v. 22) e riconosciuto da «un, che mi prese/ per lo lembo e gridò: “Qual maraviglia!”» (vv. 23-24). I peccatori che procedono senza sosta per la landa sabbiosa si trovano più in basso rispetto ai due poeti che percorrono l’argine; per questo motivo il dannato non può che afferrare Dante per un lembo della sua veste. Eppure, la presenza del termine «famiglia» (v. 22), l’esclamazione di gioiosa sorpresa e l’enjambement sottolineano la spontaneità e la naturalezza del gesto di Brunetto.

Da parte sua, Dante «ficca» gli occhi «per lo cotto aspetto» (v. 26; cioè ‘attraverso il volto bruciato dal fuoco e quindi deturpato’) tanto che il «viso abbrusciato non difese/ la conoscenza sua al mio ’ntelletto» (vv. 27-28): pare che venga ivi anticipata la duplice modalità dantesca di relazionarsi a Brunetto. Esteriormente, il viso del maestro è quasi irriconoscibile e deturpato dalla consuetudine col vizio; ma, andando oltre l’apparenza del volto, ossia oltre la figura di Brunetto peccatore, Dante riesce a vedere, con gli occhi della mente, le qualità dell’uomo-Latini che glielo hanno reso caro in vita e che hanno ispirato la sua arte e la sua condotta politica e morale. Da ciò, il gesto altrettanto affettuoso di chinare «la mano a la sua faccia» (v. 29), a mio giudizio solo con una forzatura leggibile come un abbassare «la mano puntando l’indice verso la faccia di chi ha destato la sua meraviglia»[40].

La successiva domanda di Dante («“Siete voi qui, ser Brunetto?”», v. 30) denota insieme stupore, affetto, dolore e turbamento; e il titolo di «ser», che precede il nome, è, sì, allusione all’attività notarile di Brunetto, ma è anche, ancora una volta, dimostrazione di affetto e reverenza; soprattutto dopo l’avverbio «qui», sottolineato dalla pausa ritmica e denso di significato[41].

A tal proposito, commenta[42] il Landino:

Siete voi qui ser Brunetto?: non domanda el poeta quello che vede; ma si maraviglia che vi sia; et certo pare non piccola maraviglia che uno huomo ornato di tanta virtù et doctrina si lasci trascorrere in tanta macula. Preterea dimostra che con difficoltà potessi conoscere queste anime per essere molto arse dallo ’ncendio. Il che allegoricamente dinota che l’ardore di sì bestiale cupidità guasta in forma el volto, che l’huomo non è riconosciuto, cioè leva ogni immagine d’huomo et fagli simili alle fiere. Era molto trasfigurato ser Brunecto; et nientedimeno Danthe lo riconobbe. Né altro vuole per questo denotare se non che gl’huomini ornati d’alchuna excellente virtù chome era costui, benché habbi in sé alchuno vitio, nientedimeno la fama sua rimane, et fallo noto, perché non è come dice Iovenale “Monstrum nulla virtute redemptum A vitiis”[43].

Nonostante ciò, qui si ribadisce l’inefficacia del «ben fare» quando non è sorretto dalla giusta intenzione e non è ispirato a motivazioni di ordine religioso, sebbene certamente permanga l’ammirazione per il «magnanimo» operare di Brunetto in difesa di Firenze e per la sua crescita culturale.

Altrettanto familiare e affettuosa è l’apostrofe di Brunetto a Dante («O figliuol mio, non ti dispiaccia/ se Brunetto Latino un poco teco/ ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia», vv. 31-33): all’affetto paterno si affiancano il tono umile e la trepida attesa di chi è consapevole della propria miseria presente e teme che la sua triste condizione abbia potuto generare nell’animo dell’antico discepolo un certo disprezzo. Da parte sua, Dante si affretta a sciogliere il dubbio di Brunetto sull’eventuale senso di ripugnanza per l’antico e venerato maestro, ribadendo ancora i propri sentimenti di affetto e reverenza, ma avendo solo a cuore di non turbare colui che lo accompagna, il muto Virgilio[44], e delineando, con questa accortezza, una sorta di scala delle priorità nella considerazione dei due “maestri” (vv. 34-36).

Brunetto fa nuovamente precedere la spiegazione del perché non possa fermarsi dall’apostrofe «O figliuol» (v. 37). I tre procedono oltre e Dante spiega: «Io non osava scender de la strada/ per andar par di lui; ma ’l capo chino/ tenea com’uom che reverente vada»[45] (vv. 43-45), ossia per palesare il suo debito di riconoscenza e il suo ossequio all’autorità. Da notare – con Muresu[46] – che solo con Brunetto Dante si mostra «reverente»; e si ricordi che per lo scrittore «la reverenza non è altro che confessione di debita subiezione per manifesto segno» (Conv. IV.VIII.11) ed è perciò dovuta agli angeli, alla Vergine, a Beatrice, al Vicario di Cristo, a Catone, a Roma e alle sue insegne.

Commenta al riguardo Francesco da Buti:

non osava scendere della fermezza e costanzia a che l’aveva menato la ragione, per essere pari di ser Brunetto in sì fatto vizio; e per questo vuol dimostrare che, benché avesse conversazione con lui in questa vita, sempre la conversazione sua fu onesta.
ma il capo chino tenea; Io Dante, com’uom che reverente vada; facevali reverenzia, come a suo maestro. E qui è notabile che l’uomo vizioso in alcuno peccato puote avere virtù in sé, per la quale merita onore e reverenzia; e così mostra l’autore che facesse a ser Brunetto nella vita presente onorando la virtù ch’era in lui, lasciando il vizio[47].

Brunetto comprende l’eccezionalità della venuta del discepolo e gliene chiede spiegazioni; al racconto dello smarrimento di Dante[48], egli replica invitandolo a seguire la sua buona inclinazione per raggiungere la gloria e si rammarica di esser morto troppo presto (Dante aveva ventinove anni) per poterlo sostenere nell’intento. Poi gli profetizza l’ingratitudine dei suoi concittadini, che ricambieranno il suo «ben far» (v. 64) con l’esilio, trattandosi di «gent’è avara, invidiosa e superba» (v. 68)[49]: probabilmente, il tono non più famigliare ma duro e ironico, accorato e indignato, di Brunetto è qui dovuto anche al ricordo ancora vivo della sua personale esperienza dell’esilio. Segue il monito perentorio a mantenersi immune dai corrotti costumi dei concittadini e a non farsi “divorare” né dai Bianchi né dai Neri.

A questo punto Dante offre a Brunetto un’ennesima prova della sua riconoscenza e della sua affezione, nei notissimi versi:

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

rispuos’io lui, «voi non sareste ancora

de l’umana natura posto in bando;

che ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna[50]:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna» (vv. 79-87).

Dante promette a Brunetto che rammenterà bene le sue profezie, che serberà per la spiegazione che spera gli fornirà Beatrice (infatti, «l’intellecto del docto admonisce che benché astrologi o altri indovini ci predichino alchuna chosa, nientedimeno non dobbiamo credere se non quanto la theologia intesa per Beatrice ci decta»)[51]; si dichiara, comunque, virilmente pronto ad affrontare qualsiasi rovescio di Fortuna. Virgilio[52], allora, commenta, con la soddisfazione di un maestro orgoglioso del suo allievo: «“Bene ascolta chi la nota”»[53] (v. 99).

Brunetto indica, poi, a Dante alcuni personaggi della sua schiera, tutti chierici e letterati[54] (il grammatico Prisciano di Cesarea, il giurista Francesco d’Accorso, il cappellano Andrea de’ Mozzi); e, infine, a malincuore si allontana, raccomandandogli solo, come un padre affida a qualcuno il proprio figlio, il proprio Tresor, «nel qual io vivo ancora, e più non cheggio» (v. 120)[55].

La chiusa, con la similitudine del corridore del «drappo verde»[56] (v. 122), ossia del palio veronese, sottolinea ancora una volta la dignità della figura di Brunetto che si allontana (vv. 123-124), soprattutto se si pensa che a chi arrivava ultimo nella corsa podistica veronese veniva regalato un gallo ed era oggetto del dileggio dei concittadini. Quella di Brunetto, nell’interpretazione di Muresu[57], sarebbe, perciò, la tragedia di un uomo che, favorendone la non effimera vittoria, ha additato ad altri la strada dell’eternità.

L’analisi, pur approssimativa, dell’episodio dantesco ci permette di affermare che la delimitazione delle sopra menzionate tre categorie di relazione maestro-allievo, individuate da Steiner, risulta un po’ troppo rigida. Dall’esame anche di questo solo caso letterario – nella fattispecie di un caso, peraltro, molto noto e paradigmatico, e di una paradigmaticità più volte ribadita –, emerge, infatti, che la relazione Brunetto-Dante attraversa almeno due delle tre categorie proposte da Steiner; e cioè quella del “superamento” e quella del rapporto di mutuo scambio tra Maestro e Allievo.

Dal punto di vista iconografico, l’episodio dell’incontro tra Dante e Brunetto ha stimolato la fantasia di numerosi artisti[58]: oltre ai celebri affreschi di Luca Signorelli nella cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto, da ricordare almeno i disegni di Botticelli, le illustrazioni di Doré (1861) e numerose incisioni (ad esempio, quella di Baccio Baldini, su disegno di Botticelli, per l’edizione della Commedia del Landino: Firenze 1481). All’episodio dantesco si sono ispirati anche Giovanni Stradano (1587), Francesco Scaramuzza (1859), Joseph Anton Koch (fine del XVIII sec.), Alberto Martini (cfr. infra), Aligi Sassu e persino Walt Disney[59].

Per quanto riguarda la fortuna del “personaggio” Brunetto nella letteratura italiana, solo Dante pare alludere all’omosessualità di Brunetto e solo in Dante egli è considerato come un padre e un «maestro» (se si esclude la sua auto-rappresentazione nel Tesoretto).

Il Latini viene nominato, successivamente, soprattutto come auctoritas, retore o erudito, ad esempio da Boccaccio (Esposizioni sopra la Comedia, Accessus 30; canto 15), da Antonio Pucci (Libro di varie storie, 13.19; 38.17), da Bembo (Prose della volgar lingua, II, 2; III, 59; III, 67), da Gravina, (Della ragion poetica, lib. II, cap. 7. 2) e ovviamente da De Sanctis (Storia della letteratura italiana, I Toscani; La Commedia).

Alberto Martini, Dante e Brunetto Latini (ca. 1901). Disegno a matita su carta. Pinacoteca comunale Alberto Martini, Oderzo.

Allusioni a Brunetto (considerato come uomo, senza specifici riferimenti alla sua attività pubblica o di studioso) sono rinvenibili in altri testi letterari: Poliziano, ad esempio, lo evoca in modo piuttosto irriverente in uno dei Detti piacevoli:

Messer Brunoro Malatesti, uomo dotto e savio, essendo a un desinare che faceva messer Vanni di Mugello, fratello del vescovo Andrea[60], uomo di poca valuta, fu da lui dopo desinare domandato qual uomo di Firenze volessi esser più tosto. Rispondendo egli che qualunque si fussi non potrebbe se non migliorare, pure, stretto, disse che vorrebbe essere Brunetto Latini; e messer Vanni: – Oh cotestui è un cervellino, e rivendemmi[61] a questi dì per dieci lire! –. –Tanto più – disse messer Brunoro – vorrei esser lui, da poi che sa rivendere dieci lire quello che non vale dieci danari –. Dolendosi di questo messer Vanni, disse messer Brunoro: – Non vi dolete voi: lasciate dolersi al comperatore! –[62].

Anche Tasso, nel dialogo Il Forno overo de la Nobiltà, laddove analizza la differenza tra l’onore, che «potrà fornire facilmente con la vita, ma la gloria passa a’ futuri secoli», soffermandosi in seguito sulla fama, nomina, non a caso, Brunetto come «letterato» e, dunque, desideroso di fama, ma lo accomuna a Pier delle Vigne in una valutazione esclusivamente positiva di uomo «di grande estimazione», contrapponendolo, invece, al «parasito» Ciacco:

Ma peraventura si potrebbe provare ch’ogni fama, qualunque ella sia, è miglior del suo opposito, cioè del non esser conosciuto: perciocché non solo desidera la fama Pier da le Vigne, che, perseguitato da l’invidia, morì per disdegnoso gusto,/ Credendo co ’l morir fuggir disdegno, e Brunetto Latini letterato e gli altri simili che nel mondo furono di grande estimazione, ma Ciacco parasito ancora, del quale non si poteva spargere altra fama che di goloso e di bevitore e di cinciglione. […] La fama è quasi un’ombra de l’essere: onde, perché ciascun desidera l’essere, qualunque egli sia, perciò non è sconvenevole che desideri la fama; e s’il desiderio de l’essere è ne’ dannati, è in loro quasi per conseguente questo altro: e questa sarà la prima ragione. […] essendo l’essenza de’ dannati imperfettissima, come quella ch’è spogliata di tutti i doni de la grazia e ha consummati tutti quelli de la natura, non può esser capevole di bene se non imperfettissimo: laonde desidera la fama che può facilmente conseguire, perciòch’essendo ombra de l’essere, è per conseguenza ombra di bene.

Con un salto temporale, si giunge a Massimo D’Azeglio che, nei Miei ricordi, fa riferimento agli «affettuosi versi di Dante mentre s’incontra con Brunetto Latini» («Se fosse tutto… scerna») e ricorda, poi, un amico di gioventù, notando come questi fu sfortunato rispetto al Latini, perché Brunetto, assai inferiore a Dante, era stato da lui eternato in versi immortali, mentre il suo amico, di molto superiore a D’Azeglio stesso, non aveva avuto la stessa benevola sorte.

Concluderei questa breve panoramica con la dannunziana Francesca da Rimini (1901): nell’Atto III, scena V, Paolo e Francesca si ritrovano dopo molto tempo e si raccontano la loro lontananza:

Paolo: «Perché volete voi

ch’io rinnovi nel cuore la miseria

di mia vita? Mi fu a noia e spiacque

tutto ch’altrui piaceva. E solamente

la musica mi diede

qualche ora di dolcezza. Io fui talvolta

nella casa di un sommo cantatore

nominato Casella,

e quivi convenivano taluni

gentili uomini. Guido Cavalcanti

tra gli altri, cavaliere de’ migliori,

che si diletta del dire parole

per rima, e Ser Brunetto

dottissimo rettorico

tornato di Parigi;

e un giovinetto

degli Alighieri nominato Dante.

E questo giovinetto mi divenne

caro, tanto era pieno

di pensieri d’amore e di dolore,

tanto era ardente in ascoltare il canto[63].

Nella finzione tragica dannunziana, dunque, Paolo Malatesta incontra Guido Cavalcanti, Brunetto Latini e Dante, a casa del musico Casella. Da notare che «ser Brunetto» viene definito ancora una volta «dottissimo rettorico».

Per quanto riguarda la letteratura straniera, citerò solo due autorevoli esempi, non a caso di autori-esuli, come Dante e come lo stesso Brunetto.

Al 1936-1942 risalgono i Quattro quartetti di Eliot: l’ultimo, Little Gidding (1942), rievoca proprio l’incontro di Dante col maestro nei celebri versi:

In the uncertain hour before the morning

Near the ending of interminable night

At the recurrent end of the unending

After the dark dove with the flickering tongue

Had passed below the horizon of his homing

While the dead leaves still rattled on like tin

Over the asphalt where no other sound was

Between three districts whence the smoke arose

I met one walking, loitering and hurried

As if blown towards me like the metal leaves

Before the urban dawn wind unresisting.

And as I fixed upon the down-turned face

That pointed scrutiny with which we challenge

The first-met stranger in the waning dusk

I caught the sudden look of some dead master

Whom I had known, forgotten, half recalled

Both one and many; in the brown baked features

The eyes of a familiar compound ghost

Both intimate and unidentifiable.

So I assumed a double part, and cried

And heard another’s voice cry: ‘What! are you here?’

Although we were not. I was still the same,

Knowing myself yet being someone other –

And he a face still forming; yet the words sufficed

To compel the recognition they preceded.

And so, compliant to the common wind,

Too strange to each other for misunderstanding,

In concord at this intersection time

Of meeting nowhere, no before and after,

We trod the pavement in a dead patrol.

I said: ‘The wonder that I feel is easy,

Yet ease in cause of wonder. Therefore speak:

I may not comprehend, may not remember.’

And he: ‘I am not eager to rehearse

My thought and theory which you have forgotten.

These things have served their purpose: let them be.

So with your own, and pray they be forgiven

By others, as I pray you to forgive

Both bad and good. Last season’s fruit is eaten

And the fullfed beast shall kick the empty pail.

For last year’s words belong to last year’s language

And next year’s words await another voice.

But, as the passage now presents no hindrance

To the spirit unappeased and peregrine

Between two worlds become much like each other,

So I find words I never thought I should revisit

When I left my body on a distant shore.

Since our concern was speech, and speech impelled us

To purify the dialect of the tribe

And urge the mind to aftersight and foresight,

Let me disclose the gifts reserved for age

To set a crown upon your lifetime’s effort.

First, the cold friction of expiring sense

Without enchantment, offering no promise

But bitter tastelessness of shadow fruit

As body and soul begin to fall asunder.

Second, the conscious impotence of rage

At human folly, and the laceration

Of laughter at what ceases to amuse.

And last, the rending pain of re-enactment

Of all the you have done, and been; the shame

Of motives late revealed, and the awareness

Of things ill done and done to others’ harm

Which once you took for exercise of virtue.

Then fools’ approval stings, and honour stains.

From wrong to wrong the exasperated spirit

Proceeds, unless restored by that refining fire

Where you must move in measure, like a dancer.’

The day was breaking. In the disfigured street

He left me, with a kind of valediction,

And faded on the blowing of the horn[64] (II, vv. 78-149).

Pare che «Ser Brunetto» fosse originariamente menzionato al verso 98 dell’autografo dell’ultimo quartetto, ma in seguito, nell’edizione a stampa, esso venne modificato in un «morto maestro», che alludeva sia al maestro di Dante sia a quello di Eliot[65]. Episodio dantesco, deliberatamente ispirato a quello dell’Inferno, questo incontro è dedicato ai temi della poesia e della vecchiaia e rappresenta anche l’unico esempio di uso della terza rima in Eliot.

Nel capitolo nono dell’Ulysses di Joyce (1961) si parla, invece, dell’Amleto[66]: John Eglinton sostiene con insistenza che Shakespeare sia Amleto. Joyce descrive la reazione di Dedalus: «Stephen resistette al tosco di occhi increduli, balenanti crudelmente sotto ciglia aggrondate. Un basilisco[67]. E quando vede l’uomo l’attosca. Messer Brunetto, grazie del suggerimento». Qui Joyce fa riferimento a un passo del primo libro del Tresor, e in particolare alla sezione occupata da un esteso Bestiario in cui figurano anche animali favolosi come il basilisco (I, 140), già presente nei Proverbia quae dicuntur super natura feminarum (vv. 469-76), il primo testo misogino in volgare italiano, compilato da un autore veneto tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo[68]. La traduzione dal francese così recita:

Basilischio si è una generazione di serpenti e sì pieno di veleno, che ne riluce tutto di fuori, eziandio non che solo il veleno, ma il puzzo avvelena da presso e da lungi, perché egli corrumpe l’aria e guasta gli arbori, e ’l suo vedere uccide gli uccelli per l’aria volando, e col suo vedere attosca l’uomo quando lo vede.

È, dunque, il Latini retore ed erudito che ancora sopravvive, prevalendo in genere sul “maestro”, come personaggio (in verità molto poco actor) letterario. E forse Dante aveva visto giusto se, almeno fino alla metà del secolo scorso, proprio grazie al Tresor Brunetto «viveva ancora»[69].

  1. Cfr. G. Steiner, Lessons of the Masters, Charles Eliot Norton Lectures 2001-2002, Harvard, Harvard University Press, 2003; trad. it. La lezione dei maestri di F. Santovetti e S. Velotti, Milano, Garzanti Libri, 2004.
  2. Ivi, pp. 9-10.
  3. Ivi, p. 10.
  4. Cfr. J. Verger, J. Jolivet, Bernardo e Abelardo. Il chiostro e la scuola, Milano, Jaka Book, 1989.
  5. G. Steiner, La lezione dei maestri, op. cit., p. 10.
  6. Ivi, p. 12.
  7. Cfr. J. Bolton Holloway, Brunetto Latini: an analytic bibliography, Valencia, Grant & Cutler Ltd, 1986. La monografia più esaustiva su Latini resta quella di T. Sundby, Della vita e delle opere di Brunetto Latini, a cura di R. Renier, con appendici di I. Del Lungo e A. Mussafia, Firenze, Le Monnier, 1884 (ed. originale Brunetto Latinos levnet og skrifter, Copenhagen, Jacob Lund, 1869). Cfr. anche B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1963, passim; A scuola con Ser Brunetto: indagini sulla ricezione di Brunetto Latini dal Medioevo al Rinascimento, Atti del Convegno internazionale di studi, Università di Basilea, 8-10 giugno 2006, a cura di I. Maffia Scariati, Firenze, Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, 2008; Dal Tresor al Tesoretto: saggi su Brunetto Latini e i suoi fiancheggiatori, a cura di I. Maffia Scariati, Roma, Aracne, 2010; P. Divizia, Integrazioni al censimento dei codici italiani di Brunetto Latini, Roma, Salerno Editrice, 2013; Per Dante 1321-2021, a cura di R. Giglio, Napoli, Paolo Loffredo, 2021 (specie il contributo di Anna Cerbo sul canto XV della Commedia).
  8. Cfr. M. Dardano, La prosa del Duecento, in Storia generale della letteratura italiana, a cura di N. Borsellino e W. Pedullà, vol. I, Il Medioevo, le origini e il Duecento, Milano, F. Motta Editore, 2004, pp. 271-324, in particolare le pp. 310-15.
  9. Cfr. V. Imbriani, Che Brunetto Latini non fu maestro di Dante, in Id., Studi danteschi, Firenze, Sansoni, 1891, pp. 335-80. Cfr. A. Pagliaro, Commento incompiuto all’Inferno di Dante, Canti I-XXVI, a cura di G. Lombardo, Presentazione di A. Vallone, Roma, Herder Editrice e Libreria, 1999, p. 291: «Qui, anzi, il tono si intimizza, poiché vi è figura centrale, Brunetto Latini che, come letterato autorevole e maestro sollecito (per quanto Brunetto non sia stato mai professore, D. conferisce a lui gli attributi di un ‘maestro’) ha un posto, così negli affetti come nella vita intellettuale di D.».
  10. Cfr. B. Latini, Prologo alla Retorica (testo tratto da G. Contini, Letteratura italiana delle origini, Milano, R.C.S. Libri, 1996 (I ed. Firenze, Sansoni, 1976), pp. 243-44). Anche in questo Prologo, come nel Tesoretto, Brunetto-auctor rappresenta se stesso come actor.
  11. Risulta presente a Firenze già il 16 marzo 1266.
  12. Circa 1280-1348. Cfr. i seguenti passi della sua Nuova Cronica: libro VII, capp. 73.2, 79.3; libro IX, cap. 10.2.
  13. Cfr. anche D. Compagni, Cronica, libro III, 40.3.
  14. Il poemetto si arresta, infatti, al verso 2944.
  15. Cfr. B. Latini, Tesoretto, 70, 1133, 1183, 2240, 2431.
  16. Quella ghibellina, cacciata nell’estate del 1258 e rifugiatasi a Siena.
  17. Cfr. B. Latini, Tesoretto (testo tratto da G. Contini, Letteratura italiana delle origini, op. cit., pp. 244-46): Brunetto si auto-rappresenta nei passi 70; 1183; 2240; 2431; 1133 come «mastro», cioè ‘maestro’. Cfr. anche i seguenti passi della Rettorica, nei quali Brunetto si rappresenta: Argom. 1.7; 1.10.
  18. Cfr. B. Latini, Rettorica (testo tratto da G. Contini, Letteratura italiana delle origini, op. cit., pp. 243-44).
  19. Cfr. M. Marti, Brunetto Latini, in Storia della letteratura italiana, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, vol. I, Milano, Garzanti, 1965, p. 608.
  20. La canzone di Bondie si può leggere in Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, t. I, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, pp. 385-87. Sul rapporto che lega le due composizioni cfr. D’A. S. Avalle, Ai luoghi di delizia pieni. Saggio sulla lirica italiana del XIII secolo, Milano, Napoli, 1977, pp. 87-106.
  21. Cfr. D. Alighieri, Rime, 42: «Messer Brunetto, questa pulzelletta/ con esso voi si ven la pasqua a fare:/ non intendete pasqua di mangiare,/ ch’ella non mangia, anzi vuol esser letta./ La sua sentenzia non richiede fretta/ né luogo di romor né da giullare;/ anzi si vuol più volte lusingare/ prima che ’n intelletto altrui si metta./ Se voi non la intendete in questa guisa,/ in vostra gente ha molti frati Alberti/ da intender ciò che è posto loro in mano./ Con lor vi restringete sanza risa;/ e se li altri de’ dubbi non son certi,/ ricorrete a la fine a messer Giano».
  22. L’indicazione non varrà, forse, anche per l’oitanico?
  23. Dei quali il primo tratta di storia (con un breve excursus teologico) e di storia naturale (astronomia, geografia, zoologia); il II di filosofia pratica; il III di retorica e politica (in esso confluiscono la traduzione del De inventione di Cicerone, spunti tratti dal De rhetorice cognitione di Boezio e da Li Fét des Romains (retorica) e l’Oculus pastoralis, il De redimine civitatis di Giovanni da Viterbo e documenti della vita comunale italiana (politica). Il Tesoro fu ben presto volgarizzato, forse da Bono Giamboni (II metà del Duecento; ma Cesare Segre non è d’accordo a tal riguardo). Cfr. Marti, Brunetto Latini, op. cit., pp. 605-609.
  24. Cfr. Contini, Brunetto Latini, in Id., Letteratura italiana delle origini, op. cit., p. 240.
  25. Cfr. P. Ercole, Guido Cavalcanti e le sue rime, Livorno, Vigo, 1885: parla di Brunetto come Maestro di Dante e di Cavalcanti.
  26. Cfr. F. Mazzoni, Brunetto Latini, in Enciclopedia dantesca, vol. III, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1971, ad vocem.
  27. Sul XV canto cfr.: L. Arezio, L’onore di Dante nella predizione di Brunetto Latini, Palermo, Reber, 1899; U. Bosco, ‘Il Canto di Brunetto’, in Id., Dante vicino: contributi e letture, Roma, Sciascia, 1966 e 1972, pp. 92-121; F. Biondolillo, Il canto di Brunetto Latini, in Studi critici in onore di G. A. Cesareo, Palermo, G. Priulla, 1924, pp. 216-39; M. Casella, Il canto di Brunetto Latini, in Studi letterari: miscellanea in onore di Emilio Santini, Palermo, U. Manfredi, 1956, pp. 125-28; A. Cippico, Il canto di Brunetto Latini, in «Giornale Dantesco», 23, (1915), pp. 45-52; F. Colagrosso, La predizione di Brunetto Latini, in «Nuova Antologia», 66, (1896), pp. 56-82; C. T. Davis, Brunetto Latini and Dante, in «Studi Medievali», s. III, 8, (1967), pp. 421-50; S. Debenedetti, Gli ultimi versi del canto di Brunetto Latini (Inf. XV.121-4), in «Studi Danteschi», 7, (1923), pp. 83-96; D. Della Terza, Il canto di Brunetto Latini, in Orbis Mediaevalis, a cura di G. Guntert, M.-R. Jung, K. Ringger, Bern, Francke, 1978, pp. 69-88; W. Goetz, Dante und Brunetto Latini, in «Deutsches Dante-Jahrbuch», 15, (1938), pp. 78-99; N. Iliescu, Inferno XV: “se tu segui tua stella”, in Essays in Honor of Louis Francis Solano, Chapel Hill, University of North Carolina Studies in Romance Languages and Literature, 1970, 92, pp. 101-15; U. Marchesini, La posizione del Latini nel canto XV dell’Inferno dantesco, in Id., Due studi biografici su Brunetto Latini, in «Atti del Regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», s. VI, 6, (1887), pp. 1618-59; T. Nevin, Ser Brunetto’s Immortality: Inferno XV, in «Dante Studies», 96, (1978), pp. 21-37; V. Rossi, Il canto XV dell’Inferno, letto nella ‘Casa di Dante’ in Roma, Firenze, Sansoni, 1915; M. Pastore Stocchi, Delusione e giustizia nel Canto XV dell’Inferno, in «Lettere Italiane», 20, (1968), pp. 221-54; F. Torraca, Il Canto XV dell’Inferno, in Id., Studi danteschi, Napoli, Perrella, 1912, pp. 383-442; N. Zingarelli, Il Canto XV dell’‘Inferno’, letto nella Sala di Dante in Orsanmichele, Firenze, Sansoni, 1900; E. Ciafardini, La colpa di Brunetto, in «Rivista Critica della Letteratura Italiana», 27, (1922), pp. 157-75; P. Fornari, Dante e Brunetto con nuova interpretazione dei canti XV e XVI dell’‘Inferno’, Varese, Cooperativa Varesina, 1911; R. Kay, The Sin of Brunetto Latini, in «Mediaeval Studies», 31, (1969), pp. 262-86; F. Montanari, Brunetto Latini, in «Cultura e Scuola», 4, 13-14, (1965), pp. 471-75; F. Salsano, La coda di Minosse e altri saggi danteschi, Milano, Marzorati, 1969, pp. 21-84; Id., Il Canto XV dell’‘Inferno’, Torino, S.E.I., 1967.
  28. Cfr. i vv. 46-93, i quali, assieme all’avvio di If. VI 60-75, con la condanna delle lotte intestine e delle Parti, e con la virile accettazione, da parte di Dante, di un amaro avvenire, preparano la tematica dell’incontro con Cacciaguida.
  29. Cfr. G. Muresu, Tra gli adepti di Sodoma (Inferno XV), in Id., Tra gli adepti di Sodoma. Saggi di semantica dantesca (terza serie), Roma, Bulzoni, 2002, p. 17: «Nessuna incertezza l’attento lettore può quindi mantenere riguardo alla qualità inconfondibilmente sessuale della colpa di cui il poeta nell’occasione sta trattando». Cfr. anche: M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Torino, Einaudi, 1977 (ultima ed. Milano, Feltrinelli, 2002); F. Gnerre, L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano, Milano, Baldini & Castoldi, 2000; e soprattutto il capitolo settimo del volume T. Giartosio, Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, Milano, Feltrinelli, 2004; M. A. Bazzocchi, Il codice del corpo. Genere e sessualità nella letteratura italiana del Novecento, Bologna, Pendragon, 2016.
  30. Cfr. M. Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di Dante, Torino, Loescher, 1896, pp. 116-221; F. D’Ovidio, Nuovi studii danteschi: Ugolino, Pier Della Vigna, i simoniaci e discussioni varie, Milano, Hoepli, 1907.
  31. Ad esempio, Tasso, Bulgarini, Corniani, Rossetti, G. M. Mazzucchelli, D. Strocchi, E. Littré.
  32. L’interpretazione tradizionale del canto vuole, con Ernesto Giacomo Parodi (cfr. E. G. Parodi, Il canto di B. L., in Id., Poesia e storia nella D. C., II ed., Napoli, Perrella, 1921, p. 268), che Dante, punendo in Brunetto il peccato di sodomia, «nel tempo stesso volle, colla tenerezza del suo affetto e lo splendore della poesia, premiare ed esaltare l’utile cittadino e il dotto operoso e l’efficace banditore delle nuove parole di saggezza e di scienza, attinte alla saggezza e alla scienza antica»; sulla stessa linea, F. Montanari ha posto l’accento sul «contrasto, sopra tutto, tra lo splendore delle virtù naturali e della naturale sapienza dell’uomo, in confronto con la fragilità umana quando essa non sia confortata dalla Grazia», sicché Brunetto sarebbe «testimone di come neppure la più fulgida gloria umana è sufficiente alla salvezza pur restando fulgida gloria» (p. 473).
  33. Cfr. i seguenti passi della Rettorica, nei quali Brunetto si auto-rappresenta: Argom. 1.7; 1.10. Sul rapporto fra Dante e la retorica cfr. anche Dante e la retorica, a cura di L. Marcozzi, Ravenna, Longo, 2017.
  34. Pro Ligario, Pro Marcello e Pro rege Deiotaro.
  35. «Dal modo con cui è rappresentato – osservava Francesco Filippini nel 1929 – non possiamo pensare che il dirozzatore dei Fiorentini sia stato maestro a Dante coi suoi libri o la sua conversazione, ma sì vediamo in lui il vero precettore amorevole e paziente, che, ad ora ad ora, cioè continuatamene e di grado in grado, istruiva il giovinetto nei principî della grammatica latina e poi sui testi sacri e profani, mentre, sorpreso dalla vivida intelligenza del discepolo, traeva dalle stelle la profezia della sua gloriosa salute»: cfr. F. Filippini, Dante, scolaro e maestro: Bologna, Parigi, Ravenna, Genève, L. S. Olschki, 1929, p. 2. Parodi ritiene, invece, che «il giovane poeta […] aveva senza dubbio partecipato alla rispettosa ammirazione de’ suoi concittadini per il dotto studioso, per l’ornato dicitore, per il saggio teorico dell’arte politica; ed essendosi stretto in reverente amicizia con lui, molto ne aveva appreso, e forse aveva appreso soprattutto ad amare il sapere, presentandone l’austera dolcezza, e a non disgiungere mai l’attività intellettuale da precisi e austeri intendimenti di utilità morale e civile»: cfr. E. G. Parodi, Il canto di B. L., in Poesia e storia nella D. C., op. cit., pp. 253-311. Cfr. anche G. Muresu, Tra gli adepti di Sodoma (Inferno XV), cit., p. 36: «Si è ampiamente discusso se l’ammaestramento per cui il pellegrino si mostra tanto riconoscente sia stato di tipo retorico-letterario o se abbia invece essenzialmente riguardato le questioni dell’etica e dell’impegno civile; ma tale disputa perde gran parte della sua rilevanza se si considera che per il Dante della Commedia è inconcepibile una letteratura destituita di finalità educative e una retorica intesa come strumento non operativo».
  36. Alcuni documenti (cfr. L. Frati, Brunetto Latini speziale, in «Giornale Dantesco», 22, (1914), pp. 207-209), hanno rivelato che Ser Brunetto teneva aperta a Bologna una bottega di spezieria, cioè di generi medicinali e cartoleria, e ciò dimostra che egli aveva bisogno di integrare i guadagni ottenuti tramite i suoi incarichi pubblici. Non dovrebbe destare meraviglia, quindi, il fatto che egli abbia tenuto anche lezioni private, «come non disdegnavano di fare in Bologna e in qualsiasi città d’Italia uomini dotti ed illustri ingegni, grammatici, notari e giuri- sti, che spesso, oltre all’insegnamento, offrivano agli scolari anche l’ospizio e la dozzena». Cfr. anche G. Zaccagnini, La vita dei maestri e scolari nello Studio di Bologna nei secoli XIII e XIV (Biblioteca dell’Archivum Romanicum, vol. V), Genève, Olschki, 1926, p. 73.
  37. Cfr. G. Contini, Brunetto Latini, in Id., Letteratura italiana delle origini, op. cit., p. 239.
  38. Ecco il commento di Cristoforo Landino al riguardo: «chome nell’acque surge vapore freddo et humido, el quale genera nuvoli che ci fanno ombra contro al caldo del sole, et fanno piova che spegne el fuoco, chosì dell’appetito dello speculatore del vitio, perché seguita la ragione, nascie ostacolo contro a gl’ardori della concupiscentia in forma che el fiume, cioè epso appetito, et gl’argini duri, cioè el fermo proposito, non sono offesi da tali fiamme»: cfr. C. Landino, Comento sopra la Commedia, a cura di P. Procaccioli, t. II, Roma, Salerno, 2001, pp. 684-85, commento ai vv. 1-12 del canto.
  39. Cfr. Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Alighieri, pubblicato per cura di C. Giannini, t. I, Pisa, F.lli Nistri, 1858, p. 404: «Qual che si fosse lo maestro; cioè qualunque fosse colui che li fe, che fu Idio, come appare nella scrittura, che finge essere al sommo della porta. Cap. III ove dice: Fecemi la Divina Potestate».
  40. Come nell’interpretazione di Scartazzini-Vandelli: cfr. D. Alighieri, La Divina commedia, testo critico della Società dantesca italiana, riv. col commento scartazziniano, rifatto da G. Vandelli, aggiuntovi il rimario perfezionato di L. Polacco e l’indice de’ nomi proprii e di cose notabili, X ed. completa, Milano, U. Hoepli, 1969.
  41. Cfr. Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Alighieri, op. cit., p. 405: «Qui tratta l’autor de’ soddomiti, del qual vizio, per la sua bruttura non n’è da parlare; ma per satisfare alla materia, dironne più che nettamente che potrò. Questo peccato è una delle spezie della lussuria; ma perché non si cade in sì fatto peccato se non per propia malizia o bestialità, però à trattato d’esso d’entro alla città di Dite e non ne fece menzione di fuori, ove trattò della lussuria in quanto viene per incontinenzia. E perché un sì fatto peccato si fa contra la natura, però l’à posto sotto la violenzia, et à finte sì fatte pene, come sono state dette di sopra: con ciò sia cosa che si truovino essere in sì fatti peccatori nel mondo. E verisimilmente finge che per convenienzia rispondono tutti abbruciati e che per l’arsione non sono conosciuti, e veramente tali peccatori nel mondo non si possono conoscere essere uomini; ma, peggio che bestie quando ardono di tale peccato, e però finge che si chinasse per riconoscer ser Brunetto, e però dice: E chinando la mia alla sua faccia; per vederlo meglio, Risposi; domandandolo, e dissi: Siete voi qui, ser Brunetto? Quasi dica: Io non conobbi mai che voi fossi macchiato di tal vizio, che voi doveste essere in questo luogo, e per tanto vuole scusare sé l’autore, che ben ch’avesse conversazion con lui, non lo conobbe mai vizioso di tal vizio: ma poi mostra che l’avesse per fama, che fosse di tal vizio maculato».
  42. Questi i commenti alla Commedia più significativi in relazione al canto XV: Commento alla Divina Commedia d’anonimo fiorentino del secolo XIV, Ed. P. Fanfani, Bologna, Romagnoli, 1886, pp. 352-62; Benvenuto De Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, Ed. J. P. Laicata & Lord Vernon, Firenze, Barbera, 1887, pp. 497-528; Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia di un contemporaneo del Poeta, Torino, Stamperia Reale, 1865; Commedia di Dante Alighieri poeta divino, col’espositione di Christophoro la[n]dino, nouame[n]te impressa e con somma dilige[n]tia revista & eme[n]data & de nuovissime postille adornata, Firenze 1529; G. Boccaccio, Il comento alla ‘Divina commedia’ e gli altri scritti intorno a Dante, a cura di D. Guerri, Bari, Laterza, 1918; Guido da Pisa, Expositiones et glose super Comedia Dantis or Commentary on Dante’s Comedy, a cura di V. Cioffari, Albany, State University of New York Press, 1974, pp. 285-93; Jacopo della Lana bolognese primo commentatore della ‘Divina Commedia’, Bologna, Fava e Garagnani, 1865; J. Alighieri, Chiose alla cantica dell’‘Inferno’ di Dante Alighieri scritte da Jacopo Alighieri, Firenze, Bemporad, 1916; L’ottimo commento della ‘Divina commedia’, testo inedito d’un contemporaneo di Dante citato dagli accademici della Crusca, Pisa, Capurro, 1827, pp. 285-95; Petri Allegherii super Dantis ipsius genitoris comoediam commentarium, a cura di V. Nannucci e Lord Vernon, Firenze, Garinei, 1846, pp. 173-77.
  43. Cfr. Landino, Comento cit., pp. 687-88 (sui vv. 28-30 del canto).
  44. Cfr. Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Alighieri, op. cit., p. 406: «l’uomo non dee deliberare, se non quel che detta la ragione, e così dimostra l’autor, moralmente, rimettendo la volontà sua in Virgilio, lo quale significa, come dimostrato è in più luoghi, la ragione».
  45. Ivi, pp. 401-19; nella fattispecie, cfr. p. 402: «E soggiunge Dante che perch’elli non osava scender della strada, per non abbruciarsi i piedi andava col capo chinato come persona che va reverente a suo maggiore».
  46. Cfr. Muresu, Tra gli adepti di Sodoma (Inferno XV), op. cit., p. 32.
  47. Ivi, p. 407.
  48. Cfr. vv. 49-54: «“Là su di sopra, in la vita serena”,/ rispuos’io lui, “mi smarri’ in una valle,/ avanti che l’età mia fosse piena./ Pur ier mattina le volsi le spalle:/ questi m’apparve, tornand’ïo in quella,/ e reducemi a ca per questo calle”».
  49. Si ricordi che sono le stesse accuse rivolte ai Fiorentini da Ciacco nel canto VI, v. 74.
  50. Cfr. H. D. Sedgewick, Dante, New Haven, Yale University Press, 1918, pp. 23-24: riconduce questo verso a Matteo, 29.16-21. Cfr. Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di Dante Alighieri, op. cit., p. 415: «l’uomo si fa eterno con le buone e virtuose opere, per le quali dura la fama nel mondo, o vero dell’uomo nel mondo eterna».
  51. Cfr. Landino, Comento sopra la Commedia, t. II, op. cit., p. 696.
  52. Cfr. D. Mattalia, Brunetto Latini, in Letteratura italiana. I Minori, Milano, Marzorati, 1961, vol. I, pp. 27-45: Mattalia nota una certa somiglianza tra le due figure di Brunetto e Virgilio, nell’Inferno. Cfr. anche D. Comparetti, Virgilio nel medio evo, vol. I, Firenze, Seeber, 1896, pp. 292-93.
  53. Ossia, secondo Bosco: «è buono ascoltatore chi sa notare (ciò che ascolta)». Cfr. D. Alighieri, La Divina Commedia, con pagine critiche a cura di U. Bosco e G. Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988, p. 229, n. 99. Ma cfr. Landino, Comento sopra la Commedia, t. II cit., p. 697: secondo Landino, qui Virgilio ammonisce che «la philosophia morale consiste nell’opera, et non nella doctrina».
  54. Ivi, p. 698: «Et pone queste due generationi d’huomini, e quali perché vivono con reputatione, et non si posson facilmente mescolare con le femine, caggiono più che gl’altri in tale vitio».
  55. Ivi, p. 700: «e docti lodando alchuno libro gli danno riputatione, et e libri riputati sono scripti da molti, et in tal modo vivono».
  56. Cfr. S. Pasquazi, Canto XV dell’Inferno, Firenze, Le Monnier, 1968; M. Shapiro, Brunetto’s Race (Inf. XV), in «Dante Studies», 95, (1977), pp. 153-55; G. Todeschini, Altre chiose ed illustrazioni della Divina Commedia, in Id., Scritti su Dante, a cura di B. Bressan, vol. II,Vicenza, Burato, 1872, pp. 362-68.
  57. Cfr. G. Muresu, Tra gli adepti di Sodoma (Inferno XV), op. cit., p. 67; cfr. anche Id., Tra violenza e lussuria: la questione «sodomia», in Id., Tra gli adepti di Sodoma cit., pp. 69-82.
  58. Per un’utile panoramica si rimanda a F. Rosetti, Dante dalla figurazione alla nuova cultura audiovisiva, in Dante 700. Approcci interdisciplinari all’opera dantesca, a cura di M. Panetta, Fano, Aras Edizioni, 2021, pp. 159-207.
  59. Cfr. L’Inferno di Topolino, Milano, The Walt Disney Company Italia, 1992 (I ed. Milano, A. Mondadori Ed., 1971).
  60. Andrea de’ Mozzi, di ricca famiglia guelfa, ebbe solo un fratello, Tommaso; Vanni, perciò, indica il fratello-cugino Vanni detto “Lecca”, se non è errore.
  61. ‘mi stimò’. Lo scambio di battute riguardanti il rivendere persone è un topos della letteratura faceta; si trova nel Liber facetiarum di Poggio Bracciolini. Cfr. F. Sacchetti, Trecentonovelle, n. 37: «venderti». Per la diffusione del motto, cfr. Angelo Polizianos Tagebuch (1477-1479), mit vierhundert Schwänken und Schnurren aus den Tagen Lorenzos des Großmächtigen und seiner Vorfahren, Jena, Verlegt bei Eugen Diederichs, 1929, pp. 142-43.
  62. A. Poliziano, Detti piacevoli, a cura di T. Zanato, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da G. Treccani, 1983, Detto 284, p. 91.
  63. Cfr. G. d’Annunzio, Francesca da Rimini, Roma, Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, 1942, pp. 193-94.
  64. Per la traduzione si veda, ad esempio, T. S. Eliot, La terra desolata. Quattro quartetti, trad. e cura di A. Tonelli, Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 151, 153, 155.
  65. Cfr. H. Gardner, The Composition of ‘Four Quartets’, Boston, Faber & Faber, 1978, pp. 63-69, 174-81.
  66. Cfr. J. Joyce (Ulysses, New York, Random House, 1961, p. 194), Ulisse, trad. it. di G. De Angelis, Milano, Mondadori, 1988, p. 266, cap. 9, «Scilla e Cariddi» La biblioteca.
  67. Cfr. C. D. Lobner, The metaphysics of Brunetto’s basilisk in “Scylla and Charybdis”, in «James Joyce Quarterly», XV, (1978), pp. 134-37.
  68. «Lo basalisco en li ogli sì porta lo veneno:/ col vardar alcì li omini, de questo non è meno./ E l’oclo de la femena è de luxuria pleno:/ vardando l’om, confondelo e ’l secca como feno» etc.
  69. Una prima versione di questo saggio è uscita, con il titolo Il maestro di Dante. Rappresentazioni e allusioni letterarie a Brunetto Latini, in Auctor/Actor. Lo scrittore personaggio nella letteratura italiana, n. 17 di «Studi (e testi) italiani», a cura di G. Corabi e B. Gizzi, 2006, pp. 19-40. Si presenta qui una versione di quel contributo lievemente modificata nonché aggiornata nella bibliografia.

(fasc. 41, 5 dicembre 2021)