Giacomo Matteotti «idealista-pratico». Teoria e prassi del socialismo riformista

Author di Alberto Aghemo

È ben nota e giustamente famosa la definizione di Giacomo Matteotti «eroe tutto prosa» di Carlo Rosselli: quella frase ritraeva con rara efficacia una personalità anomala nella politica del Novecento, che aborriva la retorica e gli ideologismi ed era costantemente rivolta al fare, nella convinzione che si sarebbe riscaldata al Sol dell’avvenire solo un’Italia guidata da una buona politica: fatta non soltanto di assoluta integrità morale, ma anche di sana e responsabile amministrazione.

La sua idea di democrazia partecipativa nasceva dal basso: dai sindacati, dalle leghe, dai corpi intermedi e, soprattutto, dalle amministrazioni locali. Nel manuale per i sindaci e gli assessori che scriverà su incarico del Partito socialista nel 1920 c’è una frase che dice tutto della sua idea di socialismo: «l’amministrazione locale è la fucina della democrazia».

Perennemente attivo, freneticamente impegnato nell’organizzazione sindacale e politica, prima nel suo Polesine poi a Roma, Giacomo Matteotti si riconosce a buon titolo nel ritratto che ne fece, dopo il brutale assassinio, l’amico e compagno Odino Morgari che lo definisce l’«idealista-pratico». Ispirato alla più solida tradizione del socialismo riformista che aveva trovato in Filippo Turati l’espressione più alta e sistematica – oltre che un programma politico nel suo celebre Rifare l’Italia del 1920 –, Matteotti si colloca dunque comunque in un solco ampio, sia pure minoritario, nel quale tuttavia è il campione di una politica moderna, antideologica e antiretorica, che trova nella ragion pratica e nella coerenza etica la radice del socialismo più vero. Il suo destino era scritto, forse, prima ancora dello scontro frontale con Mussolini e con il fascismo, ma vale tuttavia ricordare sempre che il suo riformismo è stato radicale e duro, intransigente, mai moderato. Intransigente fino all’ultimo.

Programma massimo e programma minimo

Non è possibile in questa sede tracciare una storia minimamente esaustiva del socialismo riformista che nasce e si sviluppa, sempre vitale e sempre minoritario, nella grande casa del socialismo sin dalle origini. Lo si può già intuire il 20 febbraio del 1867, quando Marx stila le Istruzioni ai delegati per il I Congresso dell’Internazionale, un agone ideale nel quale da subito si confrontano e si scontrano le diverse anime della sinistra dell’epoca: socialisti, anarchici, repubblicani mazziniani e marxisti. Lo scarto tra idealità e prassi politiche difficilmente conciliabili è sancito a Parigi, nel 1889, con la nascita della Seconda Internazionale che, mentre proclama il 1° maggio festa mondiale del lavoro, estromette definitivamente la fazione anarchica. Il vallo si fa ancora più profondo ed esplicito tre anni più tardi, in occasione del Congresso del Partito Socialdemocratico di Germania, la SPD, tenutosi nel 1891 a Erfurt. È proprio nell’Erfurter Programm che si afferma la distinzione tra «programma massimo», da cui il termine “massimalista”, e «programma minimo»: il primo, che costituisce la base teorica e l’orizzonte politico di riferimento, viene redatto dal filosofo e teorico tedesco del marxismo ortodosso Karl Kautsky; quello «minimo» viene elaborato dal futuro padre del revisionismo Eduard Bernstein ed è costituito da un manifesto rivendicativo in 15 punti, che spaziano dal suffragio universale alla libertà di espressione e di associazione.

L’eterno confronto – a volte dialetticamente proficuo, assai più spesso lacerante e divisivo – tra massimalisti e riformisti nasce da lì e forse, in forma germinale, nell’idea stessa che conduce verso il Sol dell’avvenire.

È in questo clima di fermento ideale, politico e organizzativo – di forte matrice internazionale e internazionalista – che in Italia nascono movimenti e strutture associative che daranno in seguito vita al partito socialista. Nel 1872 si tiene a Roma il Congresso delle Società Operaie Italiane; 10 più anni più tardi – e i 10 anni prima del Congresso di Genova – nasce a Milano, il 17 maggio 1882, il Partito Operaio Italiano su iniziativa del locale Circolo Operaio e della rivista «La Plebe» di Enrico Bignami e di Osvaldo Gnocchi Viani che nel 1892, a Genova appunto, confluirà nel nuovo Partito dei Lavoratori Italiani, che di lì a poco assumerà il nome di Partito Socialista.

Sono anni nei quali, in Italia, il giovane partito socialista consolida il suo consenso e conquista le prime rappresentanze nella Camera bassa del Parlamento del Regno d’Italia: una tribuna che contribuirà a dare ampia risonanza alle politiche socialiste che si incroceranno nei decenni successivi con l’età giolittiana, dando vita a una stagione assai importante per il progresso sociale del Paese e per la legislazione del lavoro, in particolare per la tutela di quello femminile e minorile. Nel 1882 entra a Montecitorio Andrea Costa, ma nelle elezioni politiche del maggio 1895 saranno ben 15 i socialisti eletti in Parlamento e a essi si aggiungerà, grazie alle suppletive dell’anno successivo, Filippo Turati.

Il movimento socialista si andava progressivamente diffondendo attraverso circoli e sezioni territoriali, si dotava di sedi stabili, dava vita a una fitta rete di fogli locali e a un quotidiano – «Avanti!» viene fondato nel 1896, mentre il periodico teorico «Critica Sociale» risale a pochi anni prima –, e vede crescere i propri consensi nelle elezioni sia politiche che amministrative. Di conserva con il socialismo si sviluppava un forte movimento cooperativo: la Lega Nazionale nasce nel 1889 e l’azione sindacale si consolida nella rete delle Camere del lavoro e nelle Federazioni di mestiere che nel 1906 danno vita alla Confederazione Generale del Lavoro. All’alba del Novecento una diffusa fede nel progresso sociale – non meno che umano ed economico – alimenta la speranza che il nuovo Secolo apparterrà al mondo socialista.

Il sogno del “regno della libertà” passa attraverso un nuovo umanesimo civile che si salda con la fede nel progresso del Positivismo e si cementa nel campo della cooperazione, che tanto contribuirà alle fortune della sinistra italiana nel primo ventennio del nuovo secolo. Nel 1902 le società cooperative censite erano 2.823, con mezzo milione di soci. Nel 1914 raggiungono il milione: un numero già molto ingente nell’Italia liberale, ma che raddoppierà nell’immediato primo dopoguerra, in quella stagione di delusioni e speranze, di conquiste e di scontri che ricordiamo come il «biennio rosso»: alla fine nel 1920 il capitale azionario delle società aderenti alla Lega si aggirava intorno ai 600 milioni di lire con un movimento di affari intorno al miliardo e mezzo.

Non è soltanto la città, con il suo universo concentrazionario delle fabbriche, a costituire il naturale lievito di tanto fermento: la mobilitazione tocca anche le campagne a partire dal Polesine di Giacomo Matteotti, dove le Leghe contadine vedono una crescita esponenziale nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e nei decenni successivi. Aderiscono alle Leghe in primo luogo i braccianti, ma segue presto la sindacalizzazione anche dei mezzadri, degli “obbligati” e dei piccoli proprietari grazie anche a dirigenti e organizzatori sindacali di assoluto valore come Giacomo Matteotti e Aldo Parini. Ma è soprattutto una donna, Argentina Bonetti Altobelli, a fare di Federterra la più grande rappresentanza sindacale agricola, che giunge a sfiorare il milione di iscritti nel 1920, quando le squadre fasciste armate dall’Agraria iniziano a smembrare il movimento contadino organizzato con il sistematico ricorso alla violenza più brutale. Si sta passando, all’inizio inavvertitamente, poi inesorabilmente, dal «biennio rosso» al «biennio nero».

Ma è significativo che fino a poco prima, in quella stagione incerta e confusa, in quel clima di contrasti e incertezze di un conflittuale dopoguerra per il quale Pietro Nenni conierà il termine “Diciannovismo”, l’avanguardia operaia della Fiom guidata da Bruno Buozzi sia solidamente ancorata al riformismo e che – fedele alla linea riformista – sia, allora e negli anni a venire, la CGdL guidata da Baldesi e D’Aragona. Ancor più significativa l’identificazione con i valori e con la prassi del socialismo riformista espresso dalla Federterra di Argentina Bonetti Altobelli. Sarà proprio lei a sottoscrivere a Roma, nella primavera del 1920, il cosiddetto “Concordato Parini-Matteotti” che segna il punto più alto della battaglia politica e sindacale del riformista Matteotti per i contadini del suo Polesine.

L’idea di “fare come in Russia”, che tanto seduce i notabili del socialismo italiano e gli intellettuali ordinovisti, nel mondo del lavoro resta ancora minoritaria: operai e contadini si riconoscono, nella grande maggioranza, nella linea riformista e gradualista che passa attraverso il sindacato, la cooperazione, gli enti intermedi.

Giacomo Matteotti, socialista riformista

Sin dall’inizio della sua militanza giovanile Giacomo Matteotti, sulle orme del fratello maggiore Matteo al quale tanto deve della sua formazione, è e si dichiara socialista riformista. Lo sarà sempre: senza incertezze e senza debolezze; eppure, il suo sarà un riformismo radicale, appuntito, duro. Matteotti è il paradigma socialista che dimostra che riformismo non è sinonimo di moderazione, ma il suo contrario. È riformista come amministratore locale nel suo Polesine, come deputato a Roma, come segretario del Partito socialista unitario e, fino alla morte, come antifascista[1].

La sua solida fede riformista trova un’efficace formulazione già nel 1911, nell’articolo Come intendiamo il riformismo:

Siamo convinti che, se non si voglia rinchiudersi nel puritanesimo infecondo dell’intransigenza negativa, né tornare al sogno dell’urto miracoloso che scrolla il mondo borghese, è d’uopo accettare queste vie ardue e complesse che consentono quella ricostruzione evolutiva della società, che i socialisti si pongono come mezzo e come fine, come meta della loro fede […] Un metodo penetrativo fatto di fermezza e di interesse fondamentale e di pieghevolezze e di duttilità esteriori; fatto di transigenze formali e di intransigenza sostanziale […]. Richiede un lavoro enorme, molteplice, vario; propaganda e organizzazione, revisione teorica e azione pratica, studio ed esperimento, preparazione tecnica per le riforme legislative, preparazione per l’opera amministrativa nei Comuni; facoltà di comprendere l’ideale e il reale, l’immediato e il lontano, di discernere il lecito dall’illecito, di conoscere l’anima popolare, di non titillarla demagogicamente; di accostarla e piegarla, ed educarla a essere astuta ma insieme diritta, pratica e idealistica, socialista insomma[2].

Eppure, si farebbe un torto alla sua stessa storia se si attribuisse a Giacomo Matteotti il ruolo di esponente di punta di quella corrente che pure ha abbracciato con lucida determinazione e coerente impegno sin dall’inizio della sua militanza. Il campione del riformismo in Italia è stato senz’altro il suo maestro, Filippo Turati, e il suo manifesto più alto, la sua più brillante enunciazione resta probabilmente quel Rifare l’Italia che nasce come epico discorso tenuto alla Camera il 26 giugno del 1920 e che diventerà poi un manifesto per gli anni e per i decenni a venire, quasi un Godesberger Programm italiano[3].

Minoritaria nel partito e nelle federazioni, l’ala riformista è maggioritaria in Parlamento e non è cosa da poco: Turati guida un gruppo compatto che ha in Menè Modigliani, Claudio Treves e Giacomo Matteotti le punte più brillanti. Giova ricordare che all’esito delle elezioni nel novembre del 1919 il Partito socialista italiano è il primo partito in Parlamento con 156 deputati seguìto, a quota 100, dai popolari. Il liberalismo storico a guida giolittiana attraversa palesemente una crisi che sarà, poi, confermata dalle elezioni del 15 maggio del 1921: una crisi che è definitivamente certificata dopo il voto del 6 aprile del ’24. Ma giova anche ricordare un altro fatto: Mussolini, dopo aver fondato a Milano i Fasci di combattimento, si presenta in quel collegio alle elezioni del ’19 con la fondata speranza di approdare alla Camera. Sarà un fiasco clamoroso e la lista del futuro Duce raccoglie poco più di 4000 voti. In Parlamento arriverà, con una pattuglia di 35 deputati cui si sommeranno i 10 nazionalisti, solo nelle elezioni di due anni più tardi quando, improvvidamente e sulla base di un calcolo politico che a posteriori si rivelerà radicalmente errato, Giolitti inserisce Mussolini e i suoi nel listone governativo.

Si prepara così lo scontro frontale fra Matteotti e Mussolini che, iniziato in campo socialista al Congresso socialista di Ancona del 1914, trova il suo sanguinoso epilogo nella strenua opposizione al fascismo.

Sulle ragioni e sulle modalità affatto personali di Giacomo Matteotti nell’essere socialista riformista, lasciamo volentieri la parola a Piero Gobetti che, nel suo celebre – e per molti versi partigiano e non disinteressato – Matteotti, ritratto del martire scritto subito dopo l’assassinio, così descrive Il suo marxismo:

Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo. È soreliana la sua intransigenza. La concezione riformista di un sindacalismo graduale invece non era tanto teorica quanto suggeritagli dall’esperienza di ogni giorno […] accettava da Marx l’imperativo di scuotere il proletariato per aprirgli il sogno di una vita libera e cosciente; e pur con riserve poco ortodosse non ripudiava neppure il collettivismo. Ma la sua attenzione era poi tutta a un momento d’azione intermedio e realistico: formare tra i socialisti i nuclei della nuova società: il comune, la scuola, la cooperativa, la Lega. Così la rivoluzione avviene in quanto i lavoratori imparano a gestire la cosa pubblica, non per un decreto o per rivoluzione quarantottesca…[4].

Questo è il suo riformismo, questo l’uomo. Lo stesso che si staglia nello splendido ritratto che ne traccerà Carlo Rosselli in esilio a Parigi, a dieci anni dal brutale assassinio: Eroe tutto prosa. Rosselli vede in lui «il simbolo dell’antifascismo e dell’eroismo antifascista». È difficile trovare, ancora oggi, parole più efficaci di quelle di Rosselli per restituire agli italiani e alla storia il senso della sua testimonianza:

Matteotti possedeva in grado eminente una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari: il carattere. Era tutto d’un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione, e con ostinazione le applicava […]. Il socialismo di Matteotti fu una cosa estremamente seria. Non l’avventura del giovane borghese eretico che è rivoluzionaria a vent’anni, radicale a trenta (matrimonio + carriera), forcaiolo a quaranta. No. Fu una consapevole e maschia elezione del destino. Nato ricco, dovette superare le difficoltà che ai socialisti ricchi giustamente si oppongono. Non le superò con le sparate demagogiche, con le rinunce mistiche, o profondendo denari in banchetti elettorali o in paternalismi cooperativi e sindacali. Ma partecipando in prima persona al moto di emancipazione proletaria, costituendo libere istituzioni operaie, organizzando i contadini delle sue terre ai quali dirigeva manifesti di una sobrietà che era poco in uso intorno al ’19 […]. Matteotti ha indicato all’antifascismo quali debbano essere le sue preoccupazioni costanti e supreme: il carattere; l’antiretorica; l’azione[5].

C’è, in questa predisposizione al fare, in questo rifuggire gli ideologismi, in questa vocazione organizzativa, in questa sua etica pragmatica che rifiuta ogni retorica il tratto più autentico del suo riformismo, che gli fu riconosciuto anche dai compagni di lotta e di partito. Oddino Morgari definirà Matteotti «idealista-pratico»:

Era l’idealista-pratico. Era un odiatore della demagogia dovunque la incontrasse, tra i fascisti e tra i nostri, cosicché se i fascisti lo odiavano, non pochi tra i sovversivi dell’estrema sinistra che l’onorano, a denti stretti, ora che è morto lo avrebbero, vivo, schiaffeggiato con l’epiteto di ‘vil riformista’[6].

Il tratto è immediatamente colto anche dall’amico Aldo Parini, che così lo ricorda nel profilo biografico che scrive a corredo dell’instant book di Piero Gobetti Matteotti e del coevo Reliquie, pubblicato poco dopo l’assassinio dai compagni di partito: «Amava sfondare il suo dire di ogni fiore retorico, ma era convincente ed eloquentissimo. Era un ragionatore implacabile e si rivolgeva più alla mente che al cuore dell’uditore»[7].

Così, ancora, lo ricorda il compagno deputato e giornalista Giovanni Zibordi:

Fra una Camera di avvocati volentieri abbondanti a retori, egli recava una oratoria secca, tagliente, materializzata di fatti e documentata di cifre, l’eloquenza prosciugata e strizzata, con eliminazione di tutte le frange e le parole inutili […] Una “novità” che aveva qualcosa di anglosassone, in mezzo a un prevalente elemento di parlatori latini: quell’uomo aveva studiato e studiava[8].

Dopo tanti ritratti (postumi…), un autoritratto. È con queste parole che il giovane deputato polesano si presenta all’Aula il 31 gennaio del 1921 per svolgere la mozione del Psi che costituisce il primo documentato, lucido, puntale atto d’accusa nei confronti della violenza fascista che, nel suo Polesine e in Emilia, sta facendo le prove generali di ciò che ben presto tutta l’Italia sperimenterà. Così esordisce l’oratore:

Se il Gruppo parlamentare socialista ha indicato me per lo svolgimento della sua mozione non può essere a caso. Non sono abituato ai grandi discorsi politici, bensì ai discorsi tecnici; il Gruppo, indicandomi, volle che fosse esposto con la precisione di una cifra, con lo schematismo di un sillogismo il nostro pensiero per trarre da una parte e dall’altra il chiarimento della situazione che è la norma della propria condotta[9].

Ma è ben consapevole, Matteotti, che il suo approccio prosaico, rivolto al fare, sempre orientato all’azione era il miglior servizio che si potesse rendere all’ideale socialista del Sol dell’avvenire. E vola alta la conclusione di quel discorso, forse il suo migliore: «Per conto nostro, mai come in questo momento abbiamo sentito che difendiamo insieme la causa del socialismo, la causa del nostro Paese e quella della civiltà»[10].

Lo sguardo lungo del riformista Matteotti sul fascismo

È dunque questo l’uomo, un riformista e per di più un brillante giurista, un benestante, sostanzialmente “un traditore di classe”, che avverte tra i primi con lucida consapevolezza la novità del fascismo e la minaccia mortale che esso rappresenta per la democrazia. Tra i primi e – bisogna aggiungere – tra i pochi, anche a sinistra.

Due settimane prima della denuncia del fascismo alla Camera da parte di Matteotti si era tenuto, a Livorno, il XVII Congresso del Partito socialista italiano. L’ala riformista guidata da Filippo Turati è nettamente minoritaria e il gruppo degli ordinovisti guidati da Gramsci, Togliatti, Tasca e Bordiga preme perché la maggioranza, massimalista e che si nutre dell’attesa messianica della rivoluzione, li espella e aderisca all’Internazionale comunista; ciò non accadrà e l’ala filosovietica abbandonerà il Teatro Goldoni per fondare il Partito comunista d’Italia – Sezione italiana dell’Internazionale comunista. È una vittoria per il settario Bordiga e, apparentemente, per Turati, ma la tregua all’interno del Psi sarà di breve durata. In un contesto altamente conflittuale Matteotti è iscritto a parlare a sostegno della tesi riformista, ma non prenderà mai la parola: lo raggiunge la notizia che a Ferrara sono stati arrestati il sindaco socialista Bogianckino e il segretario della Camera del lavoro Gaetano Gilardini, sia per i fatti del Castello Estense del dicembre precedente – con numerosi morti lasciati sul terreno dopo l’assalto al Comune da parte delle squadre fasciste – sia per impedire loro di raggiungere Livorno. Ora i fascisti dilagano e assaltano la Camera del lavoro. Matteotti si precipita a Ferrara. Arriva martedì 18 in soccorso dei compagni e per assumere nell’immediato la direzione della Camera del lavoro. Le camicie nere lo aspettano: viene aggredito, sputato, malmenato mentre le forze dell’ordine, evidentemente sulla base di istruzioni ricevute e di una linea di condotta che diventerà abituale, non intervengono.

Sa dunque bene di cosa parla, l’onorevole Giacomo Matteotti, quando prende nuovamente la parola alla Camera dei deputati il successivo 10 marzo 1921. È il secondo, lucido e documentato atto d’accusa nei confronti nelle squadre di Mussolini e del terrore che vanno diffondendo in Emilia e nel Polesine sulla scia di un piano sistematico ed, evidentemente, prestabilito. Matteotti denuncia, puntuale e implacabile; cita fatti e circostanze. Ma molti, anche nel suo partito, sembrano ancora non rendersi conto di cosa sta succedendo. Appena due giorni più tardi, Matteotti a Castelguglielmo, nel cuore del suo Polesine, sperimenterà su di sé quella stessa violenza nelle forme più odiose.

Quell’ottobre del 1922

Se si evoca l’ottobre del 1922 immediatamente la memoria va alla marcia su Roma. Ma quel mese decisivo nella storia d’Italia si apre, proprio nella Capitale, con un altro evento di grande portata politica. Dal 1° al 4 ottobre si tiene, infatti, il XIX Congresso del Partito socialista che segna una nuova dolorosa lacerazione: l’ala riformista di Turati e Matteotti viene espulsa dalla maggioranza massimalista di Serrati che ha deciso, con questo atto, di adempiere alle condizioni poste da Mosca per l’adesione all’Internazionale comunista. Lo strappo è profondo e riguarda non solo la scelta tra comunismo e socialismo, ma anche la strategia nei confronti del fascismo. I riformisti di Turati, infatti, sono tacciati di “collaborazionismo”, ovvero di essere favorevoli a una politica di coalizione – collaborazione, appunto – con i popolari e i liberali democratici per creare un fronte comune contro il fascismo; i massimalisti ritengono tale soluzione un tradimento della classe operaia e un impedimento a «fare come in Russia». Ci vorranno 21 anni e il disastro della Seconda guerra mondiale perché Togliatti, con la “svolta di Salerno” del marzo del 1944, sposi la tesi che era stata di Turati e Matteotti; per il momento la parola d’ordine è «i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti».

La mattina del 4 ottobre i riformisti espulsi si riuniscono nella sede dell’Università Proletaria e danno vita al Partito socialista unitario (Psu), denominazione che vuole sottolineare che in esso sarebbero stati accolti non soltanto gli appartenenti alla frazione riformista ma tutti i socialisti che non volevano assoggettarsi alla «dittatura della cosiddetta internazionale di Mosca». Alla nuova formazione aderiscono il vecchio nucleo storico del riformismo – guidato da Turati, Kuliscioff, Treves e Modigliani – e 63 deputati su 122; la segreteria è affidata al “giovane” Giacomo Matteotti, apprezzato per la preparazione unita alla lucidità e alla tenacia dell’azione politica. Giacomo, già preso da un’attività organizzativa frenetica, accetta in spirito di servizio, ma giorni più tardi confida in una lettera alla moglie Velia: «Intanto per annegare del tutto ho accettato anche il segretario del Partito. Ma per poco spero». Sarà invece segretario fino alla morte.

Gli eventi incalzano. Il 28 ottobre marciano su Roma 25.000 camicie nere, che diventeranno 300.000 nel celebre discorso di insediamento che Mussolini pronuncerà alla Camera. Il re rifiuta di firmare lo stato d’assedio della Capitale proposto dal debole governo Facta e il 30 ottobre, dopo ore di convulse trattative riservate tra la piazza e la corona, convoca Mussolini e gli conferisce il mandato per la formazione del governo. Il 16 novembre il nuovo capo del governo esordisce in Parlamento con un discorso durissimo che ha il sapore di una minaccia non eseguita, ma appena rinviata, che incombe cupa sulla Camera: «Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…». È appena l’inizio della svolta autoritaria che cambierà l’Italia per un ventennio: molti iniziano a parlare di “regime fascista”. Giacomo Matteotti, che ha lo sguardo lungo del grande politico, non è d’accordo: quella di Mussolini è per lui, da subito, una «dittatura».

Forte della piazza e del sostegno della corona, Mussolini chiede subito “i pieni poteri” e Matteotti, da riformista e da convinto parlamentarista, sostiene la prima delle grandi battaglie che lo opporranno a Mussolini, ma invano. Il 3 dicembre il Parlamento approva la legge che delega i «Pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione». Il segretario del Psu è il relatore per la minoranza e osteggia strenuamente il provvedimento: sa già che sarà quello l’uovo di serpente dal quale nasceranno i decreti per la progressiva fascistizzazione dello Stato. I primi saranno i cinque regi decreti che costituiranno quella che Mussolini stesso definirà «la più fascista delle riforme»: la riforma Gentile dell’istruzione, con la quale il regime mette le mani sulla formazione e inizia a forgiare i fascisti del prossimo futuro, quegli «otto milioni di baionette» che costituiranno il delirante vanto del Duce.

1923: dalle Direttive del Psu a Un anno di dominazione fascista

Il 1923 è il primo «anno di dominazione fascista»: Mussolini consolida il suo potere e gli spazi della vita politica si vanno drasticamente restringendo sia per i partiti di opposizione sia per le organizzazioni sindacali sia, più in generale, per la società.

La responsabilità della segreteria del partito assorbe molto Matteotti, che deve fronteggiare un contesto politico assai critico soprattutto dopo che, nonostante l’ostruzionismo socialista, il 21 luglio la Camera approva la legge elettorale Acerbo, che assegna un premio di maggioranza del 65% al partito o alla coalizione che ottenga appena il 25% dei consensi. I Popolari, in primo momento a fianco dei socialisti, cedono alle pressioni del governo e del Vaticano e votano la legge.

Intanto, da segretario del Psu Matteotti si segnala come uno dei leader più competenti del socialismo europeo. Partecipa attivamente alle assise dell’IOS, la nuova Internazionale Socialista che federa i partiti di sinistra che non hanno aderito al Comintern, e riprende a viaggiare per l’Europa, forte di una sempre apprezzata competenza, di una lucida comprensione del contesto internazionale e di una buona conoscenza delle lingue. È tra i primi a denunciare i limiti del trattato di Versailles e dell’imposizione di pesantissime riparazioni di guerra alla Germania democratica, con i rischi conseguenti di un risorgente nazionalismo che avrebbe portato – Matteotti già lo vede – a un nuovo e più rovinoso conflitto mondiale. Conosce e condivide le tesi espresse da Keynes in The Economic Consequences of the Peace e denuncia sia la «pace cartaginese» sia l’occupazione francese della Ruhr del 1923.

Il tema del contrasto al fascismo e della difesa dei presidi di libertà, in Parlamento ma soprattutto nelle campagne e nelle fabbriche, è al centro della linea politica che Matteotti tratteggia nelle Direttive del Psu che sono diffuse all’inizio dell’anno. Le Direttive rappresentano il manifesto programmatico per un socialismo rinnovato, la nuova frontiera del riformismo chiamato a fronteggiare la minaccia mortale del fascismo. Matteotti, che le stila personalmente, si rivolge non più soltanto ai proletari, ma anche «ai più colti e moderni della borghesia» sulla base dell’irrinunciabilità del metodo democratico imperniato sulle libertà politiche e sul sistema rappresentativo, che considera migliore di ogni dittatura, anche proletaria, e di qualsiasi oligarchia, godendo del vantaggio della «libera critica».

In quelle pagine esemplari il suo nuovo riformismo resta fedele al principio della lotta di classe, ma che distingue dalla «guerra» di classe perché la prima, che abbraccia, implica un quadro di regole condivise che realizzano la comune ispirazione «a elevarsi nella coordinata armonia di tutti per la comune ascensione». C’è, in quelle linee programmatiche, anche un respiro internazionalista che anticipa gli Stati Uniti d’Europa in una prospettiva continentale, che è condivisa «realtà geografica e vivente entro cui tutti viviamo e cresciamo», condizione prima ed essenziale per la costruzione di un «domani socialista», concepito a beneficio di tutti e non di una classe esclusiva.

Le Direttive costituiscono anche il programma per le ormai imminenti elezioni che si terranno il 6 aprile del 1924. Ma dare la linea non basta. Bisogna testimoniare, documentare, raccogliere fatti, dati, luoghi, circostanze e denunciare: denunciare come Mussolini stia asservendo il Paese con l’uso sistematico della violenza e con il soffocamento delle libertà individuali e collettive. Bisogna inchiodare il fascismo alle sue responsabilità criminali con i fatti ovvero, secondo il costume di Matteotti, «con la precisione di una cifra e con lo schematismo di un sillogismo». È così che nasce Un anno di dominazione fascista, il libro-denuncia che documenta come Mussolini abbia fascistizzato l’Italia, nel corso del 1923, al prezzo di 3.000 morti e di innumerevoli violenze e devastazioni. In esergo la frase che così si chiude:

[…] alla dominazione fascista una sola cosa è certamente dovuta: che i profitti della speculazione del capitalismo sono aumentati di tanto, di quanto sono diminuiti i compensi e le più piccole risorse della classe lavoratrice e dei ceti intermedi, che hanno perduto insieme ogni libertà e ogni dignità di cittadini.

Coerentemente con lo stile prosaico e fattuale dell’autore, il libro si apre descrivendo gli esiti deficitari della politica di millantato risanamento economico e finanziario del Paese che versa tuttora, nonostante il vantato (e falso) pareggio di bilancio, in una situazione catastrofica; segue una puntuale denuncia della politica fascista a partire dall’abuso dei decreti legge, sino alla mutilazione del Parlamento e delle autonomie locali; si chiude con un’ultima sezione, dall’eloquente titolo Le parole dei capi, nella quale la violenta protervia dell’assalto allo Stato è affidata alla citazioni dello stesso Mussolini, riportate dalla stampa a lui asservita.

È in questo clima che si arriva alla seduta della Camera del 30 maggio nel 1924 nella quale Matteotti, opponendosi alla proposta di convalida in blocco degli esiti del voto del precedente 6 aprile, ne chiede l’invalidazione, denunciando con la fermezza e la lucidità che gli sono proprie il clima di violenza, di intimidazione, di broglio nel quale l’Italia è andata al voto. Viene ripetutamente interrotto, offeso, minacciato. Mussolini guarda dallo scranno del governo e le parole che sussurra ai suoi collaboratori suonano già come una condanna. Matteotti ne è pienamente consapevole. Al compagno Giovanni Cosattini, deputato di Udine, che si congratula, affida il compito di preparare la sua commemorazione funebre. I sicari della Ceka fascista guidata da Amerigo Dumini saranno presto a Roma, all’Hotel Dragoni, pronti a colpire.

Il resto è noto. Il 10 giugno si consuma un delitto che cambia la storia d’Italia: nulla dopo quel brutale assassinio sarà più come prima. Matteotti è pienamente consapevole che la posta politica in gioco in quelle ore è enorme: era costata molte vite e ne esigeva forse un’altra ancora, la sua. Mussolini, come noterà acutamente Carlo Rosselli, ha «il fiuto dell’oppositore». Quelli che non può dominare, li sopprime. Di riformismo si può anche morire.

  1. Sul punto si rimanda al recente e fondamentale studio di Maurizio Degl’Innocenti, Giacomo Matteotti e il socialismo riformista, Milano, Franco Angeli, 2022; si veda anche il classico A. G. Casanova, Il riformismo e Giacomo Matteotti, ora in Omaggio a Matteotti, a cura di Matteo Monaco, Roma, Ulisse, 2005.
  2. G. Matteotti, Come intendiamo il riformismo, in «La Lotta», 26 agosto 1911, ora in Sul riformismo, a cura di Stefano Caretti, Pisa, Nistri-Lischi, 1992.
  3. Cfr. M. Degl’Innocenti, Rileggendo il Rifare l’Italia di Filippo Turati, in «Tempo Presente», n. 484-86, aprile-giugno 2021.
  4. P. Gobetti, Matteotti, Torino, P. Gobetti editore, 1924.
  5. C. Rosselli, Eroe tutto prosa, in «Almanacco Socialista» del 1934, poi in Id., Scritti politici e autobiografici, con prefazione di Gaetano Salvemini, Napoli, Polis Editrice, 1944.
  6. O. Morgari in «Rinascita socialista», 1-15 maggio 1930.
  7. A. Parini, La vita di Giacomo Matteotti, in «La Rivoluzione Liberale», 14 giugno 1925, e poi nell’edizione Minelliana del 1998 a cura di Marco Scavino e Valentino Zaghi.
  8. G. Zibordi, Un uomo di eccezione, in «Critica Sociale», 1-15 luglio 1924.
  9. G. Matteotti, Discorsi parlamentari, Vol. I, Roma, Stabilimenti tip. G. Colombo, 1970; il corsivo è nostro.
  10. Ibidem.

(fasc. 54, 25 novembre 2024)