Gli altri intellettuali: la cultura di destra e il “Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura” di Torino del 1973

Author di Anna Taglietti

I primi anni Settanta in Italia sono teatro, oltreché dei fatti e degli impulsi più noti e discussi, di una parentesi di significativo fermento della multiforme espressione intellettuale che può essere ricondotta genericamente sotto l’etichetta di “cultura di destra”. Tale relativa fortuna, eccentrica rispetto ai sistemi dominanti, e perlopiù trascurata a posteriori, suscitò all’epoca grande interesse nonché il dispiegamento di eccellenti forze critiche impegnate nella sua indagine. «Oltre alle bombe di Piazza Fontana, un secondo “scoppio” ci fu alla fine del ’69: quello della “cultura di destra”»[1], scriveva appunto Pietro Meldini nel 1973.

Nel giro di un quinquennio, attorno al 1969 si registra il fiorire di diverse iniziative editoriali che muovono in opposizione agli organismi canonici di produzione e distribuzione culturale, che si affianca al potenziamento di intraprese già più o meno apertamente schierate[2]. Il versante della satira appare da tempo presidiato dalle attività del settimanale «Il Candido» e dalla produzione letteraria di Giovannino Guareschi. Dal periodico «Il Borghese», fondato nel 1950 da Leo Longanesi e passato nel 1957 sotto la direzione di Mario Tedeschi che ha impresso alla redazione una linea antiprogressista e conservatrice, germoglia in quegli anni la costola delle Edizioni del Borghese, una casa editrice dedicata alla pubblicazione di testi manifestamente anticonformisti. Sotto il segno della reazione agiscono, inoltre, diversi altri editori minori come il Cen, I libri del No, Trevi e l’Istituto editoriale del Mediterraneo. Alla tradizionale postura di opposizione si somma quindi un vivace slancio proattivo, volto a contrastare l’«egemonia culturale» che «raggiungeva il culmine proprio negli anni Settanta, quando si moltiplicavano le file degli intellettuali “organici”, provenienti dalla borghesia colta, che facevano da tramite a una vera e propria occupazione di aree di potere vecchie e nuove nel privato e nel pubblico»[3]. Nel 1969 viene inaugurata la Divisione Libri dalla neonata editrice Rusconi, l’anno successivo nasce il Sindacato Libero Scrittori Italiani e nel 1971 Claudio Quarantotto fonda il mensile «La Destra», licenziato dalle Edizioni del Borghese. Si registra inoltre la pubblicazione a stretto giro di tre testi destinati a divenire classici della teoria politica di destra, volumi emblematici delle differenti anime della stessa tradizione ideologica: la spinta eversiva, incarnata da Julius Evola che nel 1972 rivede e amplia il suo celebre saggio Gli uomini e le rovine (Roma, Volpe, 1972; prima edizione Roma, Edizioni dell’Ascia, 1953); la compagine reazionaria, facente riferimento ad Armando Plebe, autore della Filosofia della reazione (Milano, Rusconi, 1971)[4]; quindi la componente più fermamente conservatrice, che si riconosce sotto l’egida del Manifesto dei conservatori (Milano, Rusconi, 1972) firmato da Giuseppe Prezzolini.

Una serie di fatti non passata inosservata alle voci militanti tra le file della sinistra culturale, che denunciano e investigano il fenomeno dalle colonne dei propri periodici di riferimento. Nel 1971 «L’Espresso» lancia un’inchiesta sul recente stato di grazia della cultura reazionaria, firmata da Lia Quirici, con la partecipazione di Giuseppe Galasso, Umberto Eco e Juan Rodolfo Wilcock. Altre simili operazioni vengono promosse sulle pagine di «Panorama» (n. 270 del 17 giugno 1971) e «L’Avanti!» (27 giugno 1971).

I tempi sono maturi: Almirante annuncia trionfalmente alla televisione che è stato l’MSI ad eleggere il presidente, i neofascisti picchiano, sparano e denunciano Bianchi D’Espinosa perché sostiene i principi della Costituzione, i magistrati più retrivi agitano la promessa dell’ordine; era dunque logico e giusto che la destra italiana, sentendosi forte e protetta, desse pubbliche manifestazioni di vitalità teorica. […] Il pensiero reazionario non ha dunque più vergogna di autodefinirsi tale, e questo è senz’altro un segno da considerare. Ma sarebbe troppo meccanico pensare che la situazione politica abbia generato una nuova creatività intellettuale. C’è indubbiamente un fronte che, sostenuto da buoni capitali, si sta organizzando con battage pubblicitario intenso, ma vi stanno confluendo personalità isolate che erano già a destra da molto tempo e che soffrivano come persecutoria la vitalità di una cultura che consideravano estranea ai loro interessi[5].

Il successo di queste iniziative culturali, nonostante la rivendicata indipendenza, non va considerato separatamente rispetto alle dinamiche elettorali e alla relativa crescita del consenso ai partiti della destra estrema: «il ’68 italiano ebbe anche l’effetto di dare spazio e ossigeno, per una sorta di naturale reazione, a partiti che avevano occupato sino a quel momento uno spazio limitato e modesto della politica nazionale»[6]. Le elezioni amministrative del 1971 e le politiche dell’anno successivo vedono un avanzamento dello schieramento Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale (Msi-Dn) che colleziona l’8,7% alla Camera (56 deputati) e il 9,1% al Senato (26 senatori), quasi raddoppiando i consensi del 1968, senza dimenticare lo stallo nell’ascesa del Partito Comunista Italiano (Pci) che ottiene il 27,2% dei voti, con un incremento dello 0,3% rispetto alle precedenti politiche[7]. Sebbene, quindi, osservato a distanza, entro l’orizzonte dell’eredità degli anni Sessanta, questo exploit della cultura di destra mostri contorni coerenti e origini non oscure, agli occhi dei coevi assunse i tratti della sorpresa:

Chi l’avrebbe mai immaginato che i topi di fogna sarebbero diventati topi di biblioteca? L’effetto fu comunque grandioso: vennero scritti saggi, promosse inchieste, organizzati dibattiti su quella che pareva l’inversione in atto di una trentennale tendenza; per quasi due anni non si fece che parlare di “restaurazione culturale”[8].

Nella promessa di un nuovo corso culturale trovano accoglienza e risposte le esigenze di quella gioventù che va alla ricerca di un’identità forte, non riconoscendosi nell’evoluzione dei movimenti eversivi post-Sessantotto e parte del serbatoio di malcontento formatosi alla fine della Seconda guerra mondiale, covato in seno alla medio-alta borghesia italiana. Prende forma così un progetto culturale che si rivolge sia agli “ex” e ai “neo” fascisti più convinti sia ai moderati di destra – la proverbiale “maggioranza silenziosa” –, ugualmente insoddisfatti:

Il fenomeno della cosiddetta “restaurazione culturale” era un sintomo: un sintomo dell’esistenza di una fetta cospicua di uomini di cultura di vecchio stampo (anche se aggiornatissimi nello strumentario e nelle tematiche) che, caduto il fascismo, non avevano ritenuto necessaria una ridefinizione del loro ruolo nella società e della loro funzione […]; un sintomo soprattutto, della “crisi di identità”, del reale, diffuso disagio degli intellettuali, cioè, ancora una volta, di una parte della classe media[9].

L’insoddisfazione dei ragazzi arrabbiati e degli irriducibili del Ventennio è uno dei fili conduttori delle interviste che l’allora giovane giornalista militante Gianfranco De Turris condusse tra il 1968 e il 1972 per la rivista «Il Conciliatore». Nel numero di luglio-agosto del 1968, interrogato sulla condizione di intellettuale di destra nel dopoguerra, Giovanni Volpe dichiara: «Dalla fine della guerra in poi, io, come tanti uomini e tante donne, mi sono sentito quasi esule nel mio paese e sempre più estraneo al mio tempo; ma non rassegnato»[10]. Dalle interviste emerge inoltre con evidenza il consolidamento graduale che la cultura di destra come entità concreta raggiunge tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. La posizione degli intervistati, tutti intellettuali allineati, posti di fronte al quesito a proposito dell’esistenza, delle condizioni di salute e delle prospettive di una cultura di destra, muta dal netto scetticismo verso una sempre più convinta dichiarazione di appartenenza. «Mi chiede se esiste una cultura “impegnata” di destra. Direi di no»[11], risponde nel luglio del 1968 Giovanni Volpe; del pari Giuseppe Prezzolini nel febbraio del 1970 afferma: «Per ora non vedo la cultura di destra. Ci sono degli uomini colti di destra»[12]. Nel novembre del 1971, Armando Plebe dichiarerà invece:

Proprio le sinistre, le quali credevano con il termine di “destra” di screditare tutta l’ala avversa della politica italiana, con il loro comportamento che diventa sempre più impopolare, hanno finito con il nobilitare tale termine. Al giorno d’oggi dirsi di destra è una cosa che comincia a far piacere[13].

Non è certo un caso che «la necessità di un supporto culturale adeguato ad affrontare i problemi del mondo moderno»[14] figuri tra le proposizioni del “Primo Congresso per la difesa della cultura”, organizzato tra il 12 e il 14 gennaio del 1973 a Torino dal Centro Italiano di Documentazione Azione e Studi (CIDAS), dedicato al tema della libertà di espressione e intitolato Intellettuali per la libertà. Il simposio torinese rappresenta infatti una valida specola per l’osservazione del fenomeno di espansione della cultura di destra nei primi anni Settanta, non solo per il prestigio di alcuni dei relatori e per il taglio internazionale dell’appuntamento, ma soprattutto perché offre una sintesi tanto delle potenzialità quanto delle criticità della proposta di restaurazione, che la condurranno, dopo l’ascesa, a un rapido declino. Il vario novero dei relatori conta una trentina di ospiti italiani e stranieri: scrittori e artisti (oltre ai più noti Giuseppe Berto, Eugene Ionesco e Vintilă Horia, partecipano Sigfrido Bartolini, Hans Habe, Julius Evola, Armin Mohler, Michel Mourlet, Saint Paulien, Ricardo Paseyro), giornalisti e critici militanti (Carlos Arean, Alain De Benoist, Gabriel Marcel, H. Joachim Maitre, Antonio Manfredi e Primo Siena), accademici (Pierre Debray-Ritzen, Marino Bon Valsassina, Frederic Deloffre, Marino Gentile, Pietro Grasso, Ernesto Massi, Thomas Molnar, Armando Plebe, Sergio Ricossa, Virgilio Titone) e politici (Emilio Garrigues y Diaz Canabate). All’evento aderiscono inoltre, presenziando o inviando messaggi di supporto, vari altri attori della scena culturale del periodo, tra cui Diego Fabbri, Fausto Gianfranceschi, Francesco Grisi, Jaques Laurent, Dominique Jamet, Jean Mabire, Claudio Quarantotto, Gaetano Rasi, Paul Serant, Ernst Topitsch, Vittorio Vettori e Giovanni Volpe.

L’idea alla base della tavola rotonda, accolta non senza aspre polemiche[15], già dalla scelta dello statuto fa causticamente eco al ben più celebre esempio del “Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura” di Parigi del 1935, da cui è ripreso lo scopo di produrre un discorso antagonista contro ogni forma di dominio culturale, a partire però da presupposti ideologici radicalmente divergenti. I principali intendimenti sono: «analizzare le attuali condizioni della cultura e proporne, in libero dibattito, la difesa e il rinnovamento, attraverso il suo riscatto dall’assoggettamento alla politica»[16]. Al di là della volontà di porsi in difesa di un oggetto quale la cultura promuovendone la spoliticizzazione, istanza di per sé sempre problematica[17], fin dal Manifesto l’iniziativa si autoproclama in reazione all’«attuale crisi della cultura [la quale] sorge […] dalla confluenza di un suo decadimento interno e di una sua strumentalizzazione […] da parte del dirigismo marxista»[18].

Presupponendo uno stato di emergenza della cultura internazionale, la cui libertà sarebbe minacciata dalla barbarie del conformismo, il Congresso intende discutere le strategie per muovere verso la sua salvaguardia. L’azione è volta, perciò, a ribaltare l’equazione “cultura=sinistra”, opponendosi al cosiddetto regime culturale e rivendicando un’appartenenza e un nuovo spazio d’azione[19].

Tale scontro diviene perciò tema centrale di vari interventi al Congresso e assume i contorni linguistici violenti di una guerra. Il filologo francese Frederic Deloffre nel suo discorso dal titolo La rivoluzione culturale: condizioni di resistenza ripercorre per punti l’organizzazione e lo svolgimento di quella che definisce una «guerra non convenzionale»[20] per il ribaltamento del sistema. Facendo ricorso a un gergo militaresco propriamente fascista, il nemico, il cui monopolio rappresenterebbe la cessazione di ogni libertà, è descritto come una potenza in vistosa crisi, equipaggiata di armi ideologiche desuete dimostratesi ampiamente fallimentari. Le contestazioni e i movimenti di eversione incarnano un diffuso e distruttivo desiderio di morte, il marxismo è filosofia incompatibile con la realtà e l’egualitarismo una forma di brutalità tanto quanto l’antifascismo, considerato un disvalore. Per qualificarsi a questo proposito, Giuseppe Berto conia infatti la categoria di “afascismo”, «cioè un’avversione al fascismo così intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo»[21].

Ai giovani delle piazze si imputa la contraddizione di protestare in pubblico e consumare le merci del capitale in privato, di essere votati all’ozio, abitudine caratteristica pure del sistema universitario, anch’esso soggetto a un verticale decadimento. Alla religione della comunità è sostituita quella dell’individuo, in una linea marcatamente aristocratico-gerarchica, sotto il vessillo della meritocrazia. Quest’ultimo sarà uno dei temi centrali del “Secondo Congresso in difesa della cultura” tenutosi dal 27 al 29 settembre del 1974 a Nizza, intitolato Conoscenza per la libertà.

Più rilevante per numero di partecipanti (53 solo i relatori e altrettanti coloro che inviarono messaggi pur non partecipando fisicamente) e maggiormente articolato (strutturato in cinque differenti sessioni tematiche), il secondo appuntamento vede al centro del dibattito il rapporto tra progresso dei saperi e libertà. Si legge infatti nel Manifeste che «le deuxième Congrès International pour la Défense de la Culture se propose de mettre l’accent sur l’importance fondamentale d’une connaissance rationnelle, objective et sans préjugés, comme garantie essentielle et indispensable de la liberté» [22].

Tra i temi affrontati a Torino torna poi, come un Leitmotiv, la questione dell’opposizione nostalgica del glorioso passato al presente disfatto. Ai giovani parricidi si propone perciò di reinterpretare altrimenti il conflitto generazionale:

Paternità vuol dire, sì, avere alle proprie spalle qualche cosa che continua, ma averlo soprattutto come l’indicazione di un compito; poiché, per la stretta affinità che vi è tra il padre e il figlio, il figlio non ha da riprodurre e ripetere l’azione del padre, bensì da vivere, sull’esempio paterno, il proprio tempo con la maggiore intensità possibile: non nella maniera parassitaria della cultura di sinistra, per cui la tradizione è il fantoccio che si adopera per rimediare alle proprie deficienze, ma invece come la assunzione integrale di una responsabilità nuova e totale[23].

Adottando un linguaggio autoreferenziale, gli intellettuali al Convegno si destreggiano tra critica dello status quo – attitudine di gran lunga preponderante – e avanzamento di istanze che si pongano, però, in continuità con un certo passato perduto, eletto a modello e rimasticato per rinnovarne l’appeal nel presente. Il diplomatico spagnolo Emilio Garrigues parla di «distruzione del tradizionale concetto del tempo come articolazione del Passato-Presente-Futuro al fine di instaurare un presente onnipresente e totale»[24].

Oltre alle posizioni finora passate in rassegna, non nuove e anzi radicate in una tradizione ideologica ben consolidata[25], gli Atti del Congresso si fanno anche latori di altre istanze, più o meno consapevolmente evocate, che risultano paradigmatiche del contesto storico proprio dei primi anni Settanta:

Il secolo passato, gli uomini potevano credere di essere in grado di sapere dove l’umanità si sarebbe diretta, perché pensavano che si potesse prevedere il futuro storico. Da allora, tutto vacilla. […] Tutto è messo a nudo. Nei libri, come negli sguardi dei nostri vicini, è il nostro smarrimento che si riflette. […] Se ci sono dei maestri che ci possono illuminare, dove sono e perché non si fanno intendere? Gli alimenti terrestri mancano in tre quarti del mondo, gli alimenti spirituali mancano in tutto il mondo. E se il problema del cibo, e se il problema economico potesse essere risolto, la ricchezza od il pane assicurati non sarebbero sufficienti, non placherebbero la nostra fame[26].

Depurato dagli eccessi retorici, l’intervento risulta comunque pervaso da un cupo catastrofismo e tradisce il senso di crisi che ammanta quel torno d’anni. Ionesco coglie sia l’instabilità e il sentimento della fine sia l’atomizzazione della società, che si sta avviando irrimediabilmente verso un processo di progressiva polverizzazione. Si pensi alle diffuse tendenze da cui il conio delle locuzioni “decennio dell’io” e “democrazia del narcisismo”, e per cui si è parlato di “individuo in fuga dal sociale”[27]. Lo stesso individualismo, qui tratteggiato negativamente quale fonte di una lacerante lotta omnium contra omnes, verrà riabilitato nel corso della seconda edizione del Congresso da altri relatori, in opposizione virtuosa alla concezione sociale dell’uomo-massa[28]:

La rivolta contro la dialettica è anzitutto la rivolta dell’individuo che, dopo tanto imperversare di ideologie collettivistiche, si accorge finalmente che, se non si rispetta e si valorizza la singolarità di ogni uomo, non vi può essere né felicità né autentico sviluppo dell’intelligenza individuale, che è il tipo d’intelligenza che distingue l’uomo dagli animali[29].

Sullo stato che agitava gli anni Settanta, Giovanni Moro ha scritto che ciò che dava consistenza problematica a quella crisi era «la circostanza che il Paese non poteva andare né indietro né avanti: la crisi, cioè, consisteva nel fatto che un profondo cambiamento era nello stesso tempo necessario e impossibile»[30]. Questa natura dicotomica tra “creazione” e “distruzione” emerge tra le righe delle relazioni torinesi, caratterizzate da un certo quale presentimento di cambiamento e dall’affannarsi nell’immaginazione di un imminente rivoluzionario futuro tutto da scrivere, che si assommi al disfacimento del presente. Il filosofo Thomas Molnar prefigura con fiducia una «grande trasformazione» che dovrà permettere «all’umanità di lanciarsi alla pacifica conquista dell’universo»[31].

Ciò malgrado, il versante progettuale rappresenta senz’altro un profilo di debolezza dell’impresa. Pur prefiggendosi l’obiettivo di isolare i principi costitutivi positivi della cultura di destra al fine di descriverne l’essenza, anche il contributo di chiusura firmato da Armando Plebe non riesce a superare il polo tipico dell’antagonismo. La fase attiva non trova soluzioni concrete e l’argomentazione svela i suoi limiti, in special modo quando Plebe indugia nella definizione dei cardini della svolta culturale intorno ai generici concetti di «semplicità», «chiarezza» e «ordine»[32]. Come già altrove – «la cultura di destra si propone di produrre libri trasparenti nelle proprie idee e palesi nei propri sentimenti»[33], dichiara sempre Plebe –, il discorso collassa verso quel genere di retorica che Furio Jesi descriverà con la felice formula «idee senza parole»[34], mutuata da Spengler:

Questo linguaggio per luoghi comuni di provenienza aulica è dichiarato modello di chiarezza, si dice che tutti lo capiscono […]. Non ha rapporto con la ragione, né con la storia: nasce da roba di valore che viene chiamata il passato, ma che è così storicamente indifferenziata da poter circolare nel presente. […] È l’elemento più caratteristico e diffuso della cultura di destra: possiede tutta la sua oscurità che è dichiarata chiarezza, tutta la ripugnanza per la storia che è camuffata da venerazione del passato glorioso, tutto il suo immobilismo veramente cadaverico che si finge forza perenne[35].

Se l’iniziativa inaugurata a Torino con questo Congresso vive ancora per una sola ulteriore edizione, in breve tempo anche il fenomeno espansivo della cultura di destra in Italia perde vigore, significativamente in parallelo alle sorti elettorali dei partiti della destra estrema. Lo schieramento Msi-Dn alle amministrative del 1975 subisce una prima battuta di arresto, poi riconfermata nelle successive politiche, che conducono definitivamente alla scissione della componente più moderata.

Alcune delle ragioni interne del rapido declino di simili attività, quale in particolare il difetto di ricadute pragmatiche, sono osservabili nel Congresso di Torino, dove affiorano in prevalenza argomentazioni di maniera evocate a titolo personale come manifesti identitari e/o a uso propagandistico come formule a effetto.

Si guardi, ad esempio, al trattamento del tema delle politiche letterarie: un ragionamento che, da solide fondamenta elitarie, si orienta nella sola direzione della denuncia. Una certa pratica letteraria è, in questa chiave, armamentario indispensabile per operare il ripensamento culturale e perseguire «la svolta»[36] che ponga l’intellettuale al centro del discorso quale ideale di uomo, universale e metastorico, garante di un’educazione selezionata e di una «buona coscienza»[37] della società, in opposizione netta agli autori engagés agitatori di movimenti giovanili di massa. Un concorde isolamento rispetto ai rivolgimenti coevi – è bene sottolineare che si tratta per la maggior parte di uomini nati nelle prime due decadi del Novecento – costituisce uno dei comuni denominatori tra le relazioni. «Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni circa faccio lo scrittore. Sono un isolato»[38]: così l’autore veneto sceglie di avviare il proprio contributo, usando parole indicative di una postura ammiccante verso posizioni non integrate. Dopo una premessa dedicata alla definizione di sé come individuo «afascista», l’intervento di Berto si avvia verso l’attacco aperto contro i «gruppi di potere intellettuale»:

Ce ne sono parecchi […] per lo più alimentati dai partiti o dalle diverse correnti dei partiti. […] È un potere enorme. […] Se per esempio un intellettuale non entra in un dato gruppo o peggio ancora se osa denunciarne le manovre […] viene messo al bando, proscritto. Allora del suo lavoro si parlerà il meno possibile, e solo in termini spregiativi. […]. Ora se si pensa che in mano a questi gruppi ci sono tutte, o quasi, le case editrici, ci stanno tutti, o quasi, i premi letterari, ci sono gli emolumenti e le facili prebende elargite dalla televisione italiana, allora si capisce che in questo nostro paese uno scrittore che voglia mantenersi libero ha la vita più dura di quanto la gente non sappia. Sono venuto per dire questo. L’ho detto, e vi ringrazio di avermi ascoltato[39].

Pur tenendo conto delle peculiarità del discorso e della vicenda bertiani[40], che si fanno notare nei temi e nello stile, non si può fare a meno di rilevare che la posa isolazionista è cifra comune alle partecipazioni degli scrittori al Congresso nonché fattore tipico del frammentato panorama intellettuale a cui rinvia, composto da un insieme poco omogeneo di figure eccentriche, spesso in disaccordo sul concetto stesso di destra culturale e sui suoi fondamenti.

Va detto che il corale inno all’autonomia del singolo può aver avuto anche qualche ragione di convenienza. Fin da subito il Congresso torinese era stato presidiato dalle forze politiche della destra estrema e l’esposizione entro tale cornice rappresentava certamente anche il rischio di una macchia per la reputazione pubblica dei partecipanti. Discorso che vale anche per gli editori: si pensi alla disputa consumata sulle colonne del quotidiano «Il Messaggero», dove il giornalista Costanzo Costantini, data la notizia di un finanziamento massiccio da parte della Rusconi alle casse del CIDAS per l’organizzazione del Convegno, fu presto invitato dalla casa editrice a una pubblica smentita[41]. E, tuttavia, queste concrete cagioni non inibirono alcuni nell’esibizione di posture radicali: il pittore Sigfrido Bartolini, ad esempio, arriva a dichiarare, con esibito orgoglio, di presentarsi agli sconosciuti con la formula «Fascista, piacere»[42].

Anche il bilancio complessivo delle interviste condotte da De Turris, esito di una struttura domanda-risposta più stringente del libero spazio congressuale, è fotografia dello stesso panorama frammentato e difficilmente riconducibile all’unità ideologica:

Gli intervistati […] hanno espresso posizioni sovente antitetiche […]. Si può coglier tuttavia un tono di fondo abbastanza comune, che lega tra loro le differenti impostazioni e riesce così a rendere il clima ideale di un ambiente. Si noteranno molte asprezze polemiche, un’intransigenza refrattaria alla flessibilità dell’operare politico, un radicale rifiuto dell’attuale “sistema”[43].

Sarà dunque lecito ritenere che i segnali endogeni di una fase crepuscolare della proposta di restaurazione culturale fossero presenti, fin da principio, in nuce, nell’essenza stessa della cultura di destra? Un oggetto che, al di là delle iniziative pratiche più o meno indipendenti ricordate in apertura, all’atto di una formulazione teorica e programmatica organica non supera lo statuto per sottrazione. La lettura degli Atti del Convegno sembrerebbe, in definitiva, suffragare questa ipotesi:

Al fondo, dunque, si hanno due proposizioni […]. La prima affermazione è che quella cultura per la cui difesa siamo riuniti, è una cultura la quale per sé non ha aggettivi: nel senso che rivendica la qualità e la natura di essere cultura veramente, nel senso più intrinseco della parola. Ma c’è un’altra proposizione […], di polemica decisa ed aperta contro una forma di cultura che è chiamata, che si è chiamata, e che si deve chiamare di sinistra, e il solo modo per esprimere questa differenza è quello di indicare l’opposto della sinistra, cioè la destra[44].

Parole-chiave: Anni Settanta, CIDAS, cultura di destra, egemonia culturale, intellettuali conservatori europei.

Keywords: The Seventies, CIDAS, right-wing culture, cultural hegemony, European conservative intellectuals.

  1. P. Meldini, Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia 1900/1973, Rimini, Guaraldi, 1973, p. 11.
  2. Si potrebbero retrodatare i primi segnali di espansione della cultura di destra al 1964, anno in cui fu organizzato l’“Incontro romano della cultura” (11-14 maggio 1964) promosso dal Centro di vita italiana. L’evento, che si ripeté l’anno successivo, e a cui parteciparono intellettuali conservatori da tutto il mondo, fu l’occasione in cui si ristabilirono i contatti tra la cultura di destra italiana e quelle degli altri paesi, avviando una fervente stagione di traduzione saggistica che caratterizzò gli esordi editoriali di Alfredo Cattabiani e Giovanni Volpe (cfr. G. Accame, La cultura di destra e il caso Plebe, in Il parlamento italiano 1861-1988, vol. XXI, 1973-1976. Gli anni difficili della Repubblica: la crisi politica e il terrorismo, Milano, Nuova CEI, 1992, pp. 59-60).
  3. S. Colarizi, Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta, Roma-Bari, Laterza, 2019, p. 88.
  4. La vicenda politico-ideologica di Armando Plebe è esemplare della relativa prosperità della “cultura di destra” in quel periodo. Formatosi tra le fila del marxismo accademico, nei primi anni Settanta se ne allontana bruscamente, per divenire un teorico della reazione. Nel febbraio del 1972 partecipa a due comitati romani contro la «violenza rossa» nelle scuole e per la libertà agli arrestati a causa del golpe Borghese e accetta da Almirante la candidatura a senatore indipendente del collegio di Torino. Nel giugno dello stesso anno richiede di essere ufficialmente iscritto al Movimento Sociale Italiano (Msi) per ricoprire l’incarico di gestore delle attività culturali. Nel 1973 si fa promotore, collaborando con il torinese CIDAS (Centro Italiano Documentazione Azione Studi), del “Primo Congresso in difesa della cultura”. Dopo il 1976, a seguito della scissione e della fondazione della Democrazia Nazionale ‒ Costituente di Destra (Dn-Cn), si separa anch’egli dal Msi di cui non condivide la patente nostalgia fascista. Per approfondimenti si rinvia nuovamente a G. Accame, La cultura di destra e il caso Plebe, op. cit.
  5. U. Eco, L’industria della cultura di destra, in Id., Il costume di casa. Evidenze e misteri dell’ideologia italiana, Milano, Bompiani, 1973, pp. 175-81, cit. alle pp. 175-76.
  6. S. Romano, Un personaggio in cerca di autori, in G. De Turris, I non-conformisti degli anni Settanta. La cultura di destra di fronte alla «contestazione», Milano, Ares, 2003, pp. 5-13, cit. a p. 7.
  7. Le fonti per i dati elettorali e le rispettive analisi sono il sito Istat (www.istat.it) e P. Corbetta, M. S. Piretti, Atlante storico-elettorale d’Italia (1861-2006), Torino, Zanichelli, 2008.
  8. P. Meldini, Reazionaria, op. cit., p. 12.
  9. Ivi, p. 13.
  10. G. De Turris, I non-conformisti degli anni Settanta. La cultura di destra di fronte alla «contestazione», op. cit., p. 33.
  11. Ivi, p. 30.
  12. Ivi, p. 132.
  13. Ivi, p. 289.
  14. Presentazione, in Intellettuali per la libertà, Atti del Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura, Torino 12-14 gennaio 1973, Torino, CIDAS, 1973, pp. 9-10, cit. a p. 9.
  15. Un acceso dibattito a favore e contro la riunione degli intellettuali di destra agita i periodici locali e nazionali già dall’estate del 1972 e si protrae fino all’aprile dell’anno successivo. A Torino, a Convegno in atto, viene organizzata una manifestazione di protesta che riunisce migliaia di giovani sotto la bandiera dell’antifascismo e che si chiude con un epilogo violento: 19 ordini di cattura per tentato omicidio e uso di esplosivi ai danni delle forze dell’ordine (cfr. Diciannove ordini di cattura per gli incidenti di Torino, in «Corriere della sera», 30 gennaio 1973, p. 2).
  16. Manifesto, in Intellettuali per la libertà, op. cit., p. 11.
  17. Sui pericoli del concetto di “difesa della cultura”, già dal dopoguerra parecchio in voga in Europa, aveva ragionato Jean Paul Sartre nel discorso al Congresso mondiale per il disarmo e la pace di Mosca del 9-14 luglio 1962: «Voi conoscete questo gioco di bussolotti: si pretende di difendere la cultura mentre, in verità, la si mobilita; si dichiara ai quattro venti che si fa la guerra per salvarla mentre, in verità, essa è completamente sottomessa agli interessi guerrieri» (J.-P. Sartre, Coesistenza pacifica e cultura, in Id. Il filosofo e la politica, Roma, Editori Riuniti, 1964, pp. 239-48, cit. a p. 243).
  18. Manifesto, art. cit., p. 11.
  19. Sollecitato a proposito del fatto che dopo la Seconda guerra mondiale l’establishment dei maîtres-à-penser europei sia apparso dominato da temi e valori tipici di un orientamento di sinistra, Galli della Loggia commenta: «Quale intellettuale di rilievo pubblico poteva o voleva essere definito di destra? E non già perché a destra non ci fossero che analfabeti, ma perché anche cose culturalmente interessanti o addirittura pregevoli, solo che avessero un sentore di destra, venivano ostracizzate e circondate dal silenzio dei media, della radio, della televisione. […] Il fatto è che in Italia la cultura di destra era delegittimata, perché veniva immediatamente schiacciata su posizioni di tipo reazionario e fascista» (E. Galli della Loggia, in Intervista sulla destra, a cura di L. Caracciolo, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 134-35).
  20. F. Deloffre, La rivoluzione culturale: condizioni di resistenza, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 41-50, cit. a p. 46.
  21. G. Berto, Fascismo, antifascismo, afascismo, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 89-91, cit. a p. 89.
  22. Conoscenza per la libertà, Atti del Secondo Congresso internazionale per la difesa della cultura, Nice 27-29 settembre 1974, Torino, CIDAS, 1975, p. 15.
  23. M. Gentile, L’origine e il significato del concetto di sinistra, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 61-65, cit. a p. 65.
  24. E. Garrigues, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 27-32, cit. a p. 28.
  25. Per una ricostruzione della tradizione di pensiero della destra culturale, a cui gli interventi al Convegno torinese si rifanno, si veda M. Cangiano, Cultura di destra e società di massa. Europa 1870-1939, Milano, nottetempo, 2022.
  26. E. Ionesco, La cultura minacciata, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 79-84, cit. alle pp. 79-81.
  27. T. Wolfe, The ‘Me’ Decade and the Third Great Awakening, in «New York», 23 agosto 1976.
  28. Sull’individualismo come tratto essenziale della prospettiva antimaterialista si rinvia ancora a M. Cangiano, Cultura di destra e società di massa, op. cit.
  29. Il brano citato è uno stralcio dell’intervento di Plebe, dal titolo La rivolta attuale contro la dialettica, tenuto al “Secondo Congresso in difesa della cultura” di Nizza (in Conoscenza per la libertà, op. cit., pp. 197-200, cit. a p. 200).
  30. G. Moro, Anni Settanta, Torino, Einaudi, 2007, p. 50.
  31. T. Molnar, La cultura sta cambiando natura?, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 15-20, cit. a p. 16.
  32. A. Plebe, Che cos’è la cultura di destra, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 162-65, cit. a p. 163.
  33. Ibidem.
  34. F. Jesi, Cultura di destra. Il linguaggio delle «idee senza parole», Milano, Garzanti, 1979, p. 6.
  35. Ivi, pp. 109-10.
  36. La svolta culturale degli anni 70 è non a caso il titolo di un’orazione pubblica tenuta da Armando Plebe a Torino il 25 maggio del 1971, poi stampata e distribuita in forma di pamphlet dal CIDAS, in cui si legge: «Se lo si deve raffigurare con un’immagine, l’intellettuale d’oggi sarà piuttosto da paragonarsi a un pungolo, a uno stimolo che impedisce che oggi ci si addormenti nel conformismo generale di Santa Madre Contestazione. Questa è appunto la funzione della nuova cultura: quella di ridestare ogni uomo intelligente e sensibile dal sonno contestatario in cui si sta facendo di tutto per addormentarlo e lasciarlo dormire» (A. Plebe, La svolta culturale degli anni 70, Torino, CIDAS, 25 maggio 1971, p. 8).
  37. H. Habe, Umanità, intellettualità e libertà, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 73-77, cit. a p. 77).
  38. G. Berto, Fascismo, antifascismo, afascismo, art. cit., p. 89.
  39. Ivi, p. 90.
  40. L’avversione di Berto nei confronti dei cosiddetti «radicali» (come li chiama nel Male oscuro) del «clan Moravia» (cfr. G. Berto, Alberto, Dacia e gli altri, in «Panorama», 21 febbraio 1978, pp. 76-77) è una nota costante della sua attività pubblica, almeno dal 1955. A quell’anno risale la denuncia da parte di Berto dei brogli al concorso letterario indetto dalla rivista dell’Aci «L’Automobile», che vedeva lo scrittore veneto tra i candidati e Alberto Moravia in giuria. Da quel momento in poi, l’insofferenza è esibita ripetutamente e mediante varie azioni: inscenando proteste fisiche, disseminando riferimenti diretti e mascherati d’ironia nei propri testi, proponendo stoccate a mezzo stampa e organizzando intraprese legali. Risale al gennaio 1978, anno della morte di Berto, la causa per diffamazione intentata a Dacia Maraini che in un’intervista a Lietta Tornabuoni sul «Corriere della Sera» lo aveva definito «uno stronzo». Come utile strumento d’approfondimento si rinvia a D. Biagi, Vita scandalosa di Giuseppe Berto, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
  41. Cfr. Il Cidas e l’editore Rusconi, «Il Messaggero», 19 gennaio 1973, p. 15.
  42. S. Bartolini, Arte e libertà, in Intellettuali per la libertà, op. cit., pp. 93-98, cit. a p. 93.
  43. G. De Turris, I non-conformisti degli anni Settanta, op. cit., p. 391.
  44. M. Gentile, L’origine e il significato del concetto di sinistra, art. cit., p. 61.

(fasc. 52, 31 luglio 2024)