La consapevolezza retorica di un “socialista antiretorico”: un affondo su alcuni scritti di Giacomo Matteotti

Author di Maria Panetta

Di Matteotti si citano spesso gli ultimi, tristemente noti discorsi parlamentari da lui pronunciati, fra il brusìo degli avversari politici, poco prima di essere rapito il 10 giugno e poi assassinato dai fascisti nel 1924 (in particolare, il drammatico discorso del 30 maggio). Con questo contributo desideriamo mettere meglio a fuoco anche alcuni scritti precedenti, sia per ribadire che l’impegno matteottiano contro il sistema capitalista e in favore dei diritti dei più deboli risale a molto tempo prima sia, e soprattutto, per dimostrare che la sua capacità affabulatoria e la sua forza di persuasione retorica lo rendevano, fin dai primissimi del Novecento, un uomo politico molto “pericoloso” per tutti i suoi avversari.

Si potrebbe partire da Parole socialiste. Ai lavoratori!, uno scritto, uscito su «La Lotta» di Rovigo (si ricordi che il futuro deputato era di Fratta Polesine, nella provincia rovigotta) il 20 ottobre e poi il 29 dicembre del 1906, che fin dal titolo mette l’accento sul valore e sul peso delle “parole”[1], dei quali un Matteotti ventunenne, a un’attenta analisi, appare già molto ben padrone e consapevole.

Spesso ci si sofferma giustamente sul carattere profondamente “antiretorico” dell’impegno politico matteottiano[2]: questo incontrovertibile dato, però, acquista, forse, ancora maggior valore se collocato nel contesto della capacità di scrittura efficace del giovane Matteotti e della sua precoce grande padronanza del lessico e delle strategie retoriche utili a catturare l’attenzione dell’uditorio e a persuaderlo. Ad esempio, nel citato discorso che, sin dal titolo, si propone d’indirizzare “parole socialiste a chi lavora” (parole di cui oggi si avvertirebbe la necessità e si registra, invece, la mancanza, salvo sporadici casi), Matteotti fa leva già dall’apertura sulla contrapposizione fra coloro che producono e continuano a vivere di stenti e coloro che «godono di tutti gli agi»[3], con accenti che volutamente mirano a muovere gli affetti e a scatenare una reazione da parte di chi ascolta:

Coloro che soffrono, che nascono e vivono nel pianto, non sono già gli oziosi, i fannulloni, ma sono invece i lavoratori, quelli che danno alla società il sudore della fronte, l’energia delle braccia.

V’è un esercito immenso di uomini, di donne, di fanciulli sparsi nei campi ove il sole brucia le carni, rinchiusi nelle officine ove l’aria malsana condanna a morte i corpi macilenti, sepolti nelle miniere ove uno scoppio di gas uccide migliaia di vite umane.

Questo immenso esercito di prodi che ci procura il pane, che ci dà le vesti, che ci fabbrica le case, questo esercito di forti ha sul banchetto della vita il posto più piccolo, più negletto[4].

Sono parole forti, di peso, che si concentrano sulla concretezza del vivere (“pane”, “vesti”, “case”), su immagini legate alla quotidianità e facilmente comprensibili anche per un uditorio non colto; soprattutto, sono parole che non evocano utopie irraggiungibili, ma che mirano a ottenere, pur nel contesto del sistema di produzione coevo (sebbene prospettando anche differenti scenari futuri), condizioni migliori per i lavoratori.

La vita vi viene dipinta – con immagine allusivamente dantesca – come un “banchetto” nel quale a chi più produce vengono riservate solo le briciole, con implicita contrapposizione dei lavoratori a chi beneficia del loro lavoro, pur “oziando”. Coloro che lavorano – distinti, per far meglio presa sul singolo, in “uomini”, “donne”, “fanciulli” parecchio tempo prima che si avvertisse la necessità di evidenziare, all’interno del plurale maschile inclusivo italiano, la distinzione fra maschile e femminile ‒ vi vengono evocati più volte, con opportune variationes, come «esercito immenso», «immenso esercito di prodi», «esercito di forti», per meglio sottolineare il peso della massa contrapposta al «piccolo numero dei privilegiati»[5] menzionati di seguito (con apostrofe diretta a «questo grande esercito che tutto produce»[6]: «C’è un piccolo numero di privilegiati che lo strappa a voi, o lavoratori»[7]). I “privilegiati”, però, non sono l’unico bersaglio sul quale viene attirata l’attenzione dei lettori, perché Matteotti incalza: «Dicono i preti che iddio ha voluto così», definendo di seguito una «mostruosa ingiustizia»[8] quella per la quale «chi lavora sino ad uccidersi e produce tutte le cose necessarie alla vita, muore lentamente di fame e chi non lavora, chi non compie nessuna utile funzione sociale… ammala d’indigestione»[9]. Tornano, dunque, i termini relativi all’area semantica del cibo e della nutrizione, che mirano studiatamente alla “pancia” di un “uditorio” anche semplice, che si può riconoscere facilmente nella metafora delle «bestie da soma»[10] (e parliamo non a caso di “uditorio”, dato che il testo reca tracce evidenti di caratteristiche proprie dell’oralità, che lo rendono assimilabile a un comizio forse più che a una produzione pubblicistica).

Lo scritto intervalla, infatti, sapientemente affermazioni e osservazioni a una serie di efficaci domande, anche retoriche, spesso precedute da congiunzioni avversative: «Eppure è questo grande esercito che tutto produce. Dove va dunque a finire tutto il frutto del suo lavoro?»[11]; oppure: «Quale la ricompensa? Quale parte è toccata a voi di tutte quelle immense ricchezze che avete prodotto?»[12], «Ma di tutto ciò che cosa è venuto nelle case vostre? Che cosa avete avuto di tanto ben di dio?»[13]. E ancora: «Non è tutta così la vita vostra? La vita di voi produttori e soli legittimi padroni quindi delle ricchezze sociali?»[14], «O non siete voi piuttosto che fate male a non organizzarvi solidamente per porre un argine all’avidità ognor crescente della classe capitalistica?»[15] e «Quand’anche il mondo fosse sempre andato così sarebbe questa una buona ragione per non cercare di cambiarlo? Se per venti anni la nostra casa sarà stata infestata dai topi vorrete forse rinunciare ad un bel gatto che in poco tempo faccia repulisti?»[16]. Dunque, un sapiente percorso argomentativo che parte da premesse, giunge a fatti, invita all’osservazione e alla riflessione tramite l’efficace uso di immagini facilmente comprensibili e tratte dalla quotidianità, per poi pungolare alla «fiera protesta»[17] contro «questo iniquo sistema sociale»[18] e infine ad agire. La “colpa” dello stato di cose vigente viene, infatti, da Matteotti attribuita non solo ai “ricchi”, ma soprattutto alla massa di lavoratori che china la testa e non reagisce, col simulare persino un atteggiamento di comprensione nei riguardi dei più abbienti:

I ricchi per istinto di conservazione, non fosse per altro, non sentono di potere spontaneamente rinunciare alle comodità della vita né ai privilegi che loro consentono le leggi vigenti. […] Essi vivono in una società in cui lo sfruttamento, in cui l’ozio assicurato dal lavoro degli altri sono considerati cosa lecita e morale. Rinuncereste voi, pei quali scrivo, ad un bel pollo per una fetta di polenta, cambiereste una bella pelliccia di castoro colla giacca sdrucita del contadino, un palazzo con una catapecchia? […] I ricchi cercano con tutte le forze di conservare quello che i loro nonni sfruttarono ai vostri nonni e cercano di perpetuare questo sfruttamento a beneficio dei propri figli. Sarà una brutta cosa, ma è umana, perfettamente umana. Potreste giurare che essi fanno male?[19]

Dunque, un’apparente concessione alle ragioni dell’avversario al fine, al contrario, di far percepire il peso soffocante della secolare ingiustizia che opprime gli sfruttati da generazioni: una fine strategia retorica, costruita oculatamente in crescendo, sempre servendosi di immagini concrete e tangibili, e condotta con maestria. A questa altezza cronologica, infatti, Matteotti era quasi al termine degli studi di Giurisprudenza: si sarebbe laureato nel 1907 a Bologna, dopo aver compiuto una serie di viaggi all’estero in Olanda, Belgio, Austria, Germania, Francia, Inghilterra grazie ai quali apprese il francese, l’inglese e il tedesco. Un intellettuale cosmopolita, dunque, e profondamente intriso di cultura di respiro “europeo”, che nel 1910 avrebbe pubblicato la rielaborazione della propria tesi di laurea su La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici presso la storica casa editrice torinese Bocca, affrontando nello stesso anno un viaggio a Oxford per approfondire la conoscenza del sistema penale britannico (se ne trova traccia anche nello scritto Riforme penitenziarie in Inghilterra, uscito nel fascicolo 5 della rivista «Il Progresso del diritto criminale» nel 1910).

Dall’intervento del 1906 emergono anche una sua conoscenza delle Sacre scritture e dei classici nonché la sua agilità nel muoversi fra varie epoche storiche:

C’è stato un tempo, e questo lo sanno anche i nostri avversari che pure ci calunniano, c’è stato un tempo in cui la terra, come il sole, come l’aria, come la luce era proprietà comune. Tutti lavoravano all’infuori dei fanciulli e dei vecchi, e tutti avevano egual diritto a godere i frutti di questo lavoro. Non esistevano padroni, né re, né papi ed il mondo procedeva benissimo[20].

Matteotti vi rievoca il passaggio dalla schiavitù al servaggio, fino all’arrivo dell’«attuale forma di sfruttamento che viene detta: salariato»[21]. Molto lucida, anche se a tratti di un ottimismo che rasenta l’utopia, pure la sua visione del progresso scientifico e tecnologico:

Credete che mentre tutto cammina e migliora, mentre la scienza fa passi da gigante e inventa ogni giorno nuove macchine – queste macchine che oggi vengono a farvi concorrenza, ma che un giorno diventate proprietà comune diminuiranno le ore di lavoro ‒, che mentre […] tutto insomma si evolve, credete che soltanto voi sarete condannati all’immobilità assoluta? […] V’è stato detto, è vero, che i vostri dolori troveranno una ricompensa al mondo di là. Noi non sappiamo dove e se quest’altro mondo ci sia. Ma non crediamo questa una buona ragione per rinunciare ad un po’ di paradiso in questo mondo nel quale viviamo e sulla cui esistenza nessuno può dubitare[22].

Un appello, dunque, sempre alla concretezza, al di là della fede religiosa. E una tenace concezione del lavoro come legittimo motore di ascensione sociale, nell’ambito di una visione animata da un invincibile ottimismo riguardo alla possibilità di un reale miglioramento delle condizioni di vita delle classi non agiate. Del resto, questo stesso afflato lo si ritrova anche nelle lettere alla futura moglie, la poetessa Velia Titta, conosciuta nel 1912 (si sposarono nel gennaio del 1916); si citi, ad esempio, quella a lei inviata da Bologna nel marzo del 1914, che recita: «Perché le aspirazioni sono tali solo se sembrino irraggiungibili – mi pare»[23].

Se nello scritto del 1906 appena analizzato i bersagli polemici erano soprattutto i capitalisti, i conservatori e “i preti”, in I socialisti al comune (uscito il 27 luglio 1907 sempre su «La Lotta», settimanale d’ispirazione socialista cui collaborava fin dal 1901) Matteotti non ha remore a schierarsi anche contro la propria stessa parte politica (si rammenti che aveva aderito alla giovanile del Partito Socialista Italiano nel 1898), evidenziandone le falle e gli errori in relazione alla campagna elettorale per le elezioni amministrative di pochi giorni prima, nella provincia di Rovigo:

i socialisti – a parte le eccezioni ‒ hanno recato finora nelle competizioni amministrative gli stessi angusti criteri dei conservatori, senza lasciarsi penetrare da alcun concetto di rinnovamento e di riforme; […] che tenendo la minoranza invece di spiegare un’azione vigilante e oculata e una critica serena e obbiettiva, fanno sovente dell’opposizione antipatica, materiata unicamente di personalità, di acredine e di piccinerie[24].

Nello stesso articolo si afferma la necessità di considerare i problemi dell’«istruzione, dell’igiene, della beneficienza pubblica, il problema dei tributi locali e la municipalizzazione dei pubblici servizi»[25], adottando metodi differenti da quelli «in uso presso il feudalismo reazionario dei nostri conservatori che si rappresentano anche il Comune una vigna da sfruttare»[26] (da notare l’utilizzo dell’immagine biblica ma anche tanto concreta della “vigna”, specie in una zona a forte vocazione enologica come quella rovigotta).

Assai significativi e incisivi sono anche gli interventi che Matteotti pubblica contro la guerra, nello spirito antimilitarista che pervade con passione tutte le sue pagine. Ad esempio, in Guerra di difesa?, uscito sempre su «La Lotta» il 10 ottobre 1914, afferma:

La borghesia vuol preparare soltanto il trionfo di questo che è essenzialmente nemico della libertà e della giustizia; vuole soltanto il dominio proprio sostituito a quello di un’altra borghesia. […] Quando la classe borghese parla di invasioni e minacce della patria, noi gridiamo «abbasso la vostra patria», poiché la storia dimostra nulla esservi di più facile che la finzione di assaliti quando si è assalitori, di invasi quando si vuol invadere, e ogni esercito è un organo che richiede necessariamente la funzione di distruggere, attaccare, uccidere[27].

La conclusione dell’articolo, infatti, invita il proletariato a scendere in piazza e a conquistarsi una libertà maggiore, «disarmando il militarismo bellicoso, e preparando col proprio esempio e col proprio sacrificio un più prossimo trionfo dell’Internazionale»[28].

Ugualmente su «Critica sociale» dell’1-15 febbraio 1915 egli sostiene che «il partito socialista di ogni paese ha il dovere di opporsi continuamente alla guerra, e al suo strumento e creatore, il militarismo»[29], votando contro «le spese militari ordinarie del proprio paese»[30]. Inoltre, da ricordare e sottolineare la lucidità di analisi e la capacità di visione di Matteotti anche in relazione allo scacchiere europeo, allorché ribadisce:

Il militarismo, che è essenzialmente violenza, non può limitarsi a funzione di giustizia; il Bene, che se n’è servito, diventa Male, per continuare a servirsene. […] La vittoria della triplice intesa preparerebbe inevitabilmente nuove guerre; il popolo tedesco non potrebbe non preparare la rivincita[31].

Sulla stessa linea il breve intervento su «La Lotta» dell’8 maggio 1915 dal titolo Scrupoli di coscienza, in cui, in relazione al popolo tedesco, con limpida onestà intellettuale Matteotti afferma che

gli altri, italiani compresi, non sono meno barbari, non sono meno violatori di trattati, non sono meno oppressori di nazionalità, ecc., per dedurne che la colpa è del sistema, è di tutti gli uomini, non di una singola razza. Quindi chiamiamo i lavoratori contro tutte le guerre, contro tutti i Governi, per tutte le libertà[32].

Sempre assai efficaci e contraddistinti da una lucidità e da una precisione fuori dal comune i taglienti articoli usciti in anni successivi: in particolare, di certo scomodi e irritanti si sono rivelati per i suoi avversari politici, e specialmente per Mussolini, tutti gli interventi nei quali, giornali alla mano, Matteotti smentisce sistematicamente tutte le affermazioni di Mussolini stesso e dei suoi sodali, servendosi proprio delle pagine dei periodici che li supportano, e mette in imbarazzante evidenza le contraddizioni del loro operato, smascherando la falsità delle loro accuse contro gli avversari. Come esempi al riguardo si citino almeno: Dalle elezioni del ’19 a quelle del ’24. Proprio nel 1919! Documenti, uscito su «La Giustizia» il 10 febbraio 1924, nel quale si ridicolizza («ci invita a nozze»[33], scrive Matteotti) il «Corriere Italiano», giornale fascista, per aver accusato dei “sovversivi” di attività delittuose risalenti al 1919, laddove allora erano proprio i giornali fascisti come il «Popolo d’Italia» di Mussolini ad appoggiare «quasi tutti gli scioperi e le agitazioni operaie, anche contro l’avviso e l’atteggiamento… della Confederazione del lavoro!»[34]; oppure Proprio nel 1919! Mussolini e i moti del caro-viveri, edito il 12 febbraio 1924 dalla medesima testata, che contiene una dettagliata elencazione di eventi e resoconti giornalistici e fa di nuovo emergere chiaramente la strategia fascista del 1919 di appoggiare scioperi in funzione antigovernativa (dei lavoranti in indumenti militari, dei ferrovieri, dei metallurgici, dei fornai veneziani, degli impiegati delle opere pie di Venezia, dei camerieri, dei maestri etc.) per poi fare voltafaccia e schierarsi dalla parte dei “padroni” (del resto, già nel 1922 Matteotti scriveva, in relazione alla mancata attuazione della tassazione dei proprietari conduttori dei propri fondi, che la colpa era attribuibile a «quei ceti agrari, […] quella destra parlamentare, […] quei cosiddetti liberali, dai quali il fascismo ha avuto il massimo sussidio, se non l’origine»[35]).

Nel citato pezzo del 1924, inoltre, viene citato direttamente Mussolini, e si accusa esplicitamente il fascismo di aver contribuito ad alimentare i moti per il caro viveri con affermazioni come:

Le casse sono vuote. Chi deve riempirle? Non noi che non possediamo case, automobili, banche, miniere, terre, fabbriche. Chi può deve pagare. Chi può deve sborsare. Non si liquida la situazione spaventevole del dopo guerra, se non si ricorre a misure radicali… O i beati possidenti si esproprieranno, o noi convoglieremo le masse dei combattenti verso questi ostacoli e li travolgeremo. Noi intraprenderemo una propaganda indiavolata…[36]

Al riguardo è agevole e sconcertante notare che, al di là dell’evidente differenza di toni e di metodi, in quel frangente storico non sembrava sussistere – e sottolineiamo “non sembrava” ‒ troppa distanza fra le rivendicazioni di un Matteotti e quelle di un Mussolini, almeno in termini di difesa dei diritti dei meno abbienti. Ed è proprio questa una delle ragioni che hanno indotto Mimmo Franzinelli a elaborare e costruire un volume che ne ripercorre e studia le biografie in parallelo: quel Matteotti e Mussolini. Vite parallele dal socialismo al delitto politico, edito da Mondadori nel corrente anno, che, nonostante la dichiarazione iniziale («L’accostamento tra vittima e mandante di un assassinio può apparire incongruo o comunque poco rispettoso»[37]), si prefigge l’obiettivo di comprendere meglio il significato storico dell’anno 1924 anche attraverso lo studio dei diversi itinerari politico-esistenziali dei due avversari, partiti entrambi come giornalisti e come militanti socialisti, e inizialmente accomunati dall’antimilitarismo (almeno fino all’ottobre del 1914), ma poi approdati uno al riformismo e l’altro al massimalismo, prima che le loro strade divergessero in maniera netta e irreversibile:

Entrambi cercano il contatto con il popolo, l’uno in una prospettiva di elevazione pedagogica, mentre l’altro non vuole istruirlo bensì demagogicamente renderlo subalterno, indirizzandolo con linguaggio incantatorio verso obiettivi illusori, ma sulla strada del potere trova l’inciampo di quel deputato di provincia, scrupoloso guardiano della libertà statutaria violata, che alla Camera esprime più e più volte la propria indignazione. Prese di posizione percepite dalle camicie nere come intollerabili provocazioni. Lo testimoniano sia i verbali parlamentari sia le aggressioni […][38].

Gli interventi giornalistici che, di certo, avevano irritato Mussolini e i fascisti sono numerosi; si possono ricordare ancora: Proprio nel 1919! I disertori e il giornale di Mussolini (uscito su «La Giustizia il 14 febbraio 1924)[39]; Proprio nel 1919! Un eccidio (edito nello stesso periodico il 17 febbraio 1924), in cui si denuncia che fra i «delitti dei sovversivi»[40] del 1919 i fascisti annoveravano anche l’eccidio di Lainate, in Lombardia, laddove Mussolini in persona, sul «Popolo d’Italia», aveva allora testimoniato direttamente che la «mitragliata a bruciapelo e [che] ha lasciato sul selciato tre morti»[41] era partita da un brigadiere dei carabinieri; Proprio nel millenovecentoventi! Le «rosse» opinioni dei «tricolorati» (pubblicato sempre su «La Giustizia» il 16 marzo 1924), in cui s’individua e si data il momento di passaggio dall’atteggiamento di sostegno dei Fasci agli scioperi, nel 1919, alla loro avversione «perché “la classe lavoratrice si è legata al partito socialista” (17-22 gennaio 1920), cioè per ragioni di bottega»[42], e inoltre si smentiscono meticolosamente e con una punta di sarcasmo, dati alla mano, le affermazioni della propaganda fascista sulle “più di cento vittime”, nel 1920, «della barbarie e della bestialità dei rossi»[43]:

Abbiamo voluto controllare tutti i cento casi, nei quali dovrebbe stare la profonda ragione della reazione fascista con tutte le sue migliaia di morti dal 1921 al 1924. E abbiamo fatto il controllo, non sui giornali socialisti, notoriamente bugiardi e fuori dalla legge, ma sullo stesso «Popolo d’Italia», e sul «Corriere della Sera», citato dai fascisti. […] Ebbene, le povere vittime sono per la massima parte appartenenti proprio a quella stessa massa, e a quelli [sic] stessi bolscevichi, che poi si pretese di punire in ragione del cento per uno[44].

Con relativo dettagliato elenco, caso per caso, a seguire.

E potremmo proseguire con Proprio nel millenovecentoventi! La rovinosa demagogia… fascista (uscito su «La Giustizia» il 18 marzo 1924), in cui Matteotti commenta, riguardo a una serie di provvedimenti proposti nel biennio 1919-1920 da Mussolini, Farinacci, Pasella, Bolzon, Rossi etc. (imposta straordinaria sul capitale, sequestro dei beni delle Congregazioni religiose, revisione dei contratti di guerra, tassazione onerosa delle eredità etc.): «Oggi quei provvedimenti sono chiamati bolscevichi, demagogici, rovinosi, ecc. Allora erano l’appannaggio del Fascismo! Anzi i socialisti erano dipinti dai fascisti come coloro che avversavano queste misure!»[45]. Nel medesimo, incisivo intervento, Matteotti apostrofa direttamente i fascisti stessi: «inutile, o avversari, volere rinchiudere il vostro fascismo mussoliniano nelle rigide linee di un programma. Esso era demagogico nel 1920; reazionario nel 1923. Secondo le opportunità, e il vento. Marinaru sugnu[46].

Matteotti vi sottolinea ancora che, se il 21 settembre 1920 addirittura il «Popolo d’Italia» ammetteva ‒ riguardo al movimento operaio e agli appelli della Fiom affinché gli operai lavorassero e producessero, interrompendo gli scioperi ‒ che «Tutti devono riconoscere che si deve alla Confederazione del Lavoro se si è evitata al paese la guerra civile»[47], invece «nel 1923 o nel 1924 tutta la nuova demagogia fascista e reazionaria e i libercoli di propaganda fascista non hanno parole sufficienti contro l’occupazione delle fabbriche»[48].

Oltre che demagoghi e reazionari, i fascisti sono definiti anche “manipolatori” in Proprio nel millenovecentoventi! Come si manipola la storia, pubblicato il 19 marzo 1924 su «La Giustizia»[49], nell’ennesimo articolo facente parte di un compatto blocco di interventi di denuncia assimilati e contraddistinti anche dalla sapiente riproposizione nel titolo del “Proprio” iniziale con funzione avverbiale, efficace espediente per attirare l’attenzione dei lettori e comunicare loro il senso della continuità di un’argomentazione serrata, dispiegata in più articoli nel tempo.

Da ricordare anche La fine del 1920 e l’inizio della guerra civile, uscito il 5 aprile 1924 sempre sullo stesso periodico, che esordisce riassumendo l’attività pregressa così:

Abbiamo documentato, sulla scorta del giornale di Mussolini, come durante il 1919-1920, se vi sono stati dei demagoghi, eccitatori di moti e di saccheggi, esaltatori di scioperi e di occupazioni, essi si trovassero più nelle file fasciste che non nelle socialiste, e, meno che tutti, tra i dirigenti del Partito Unitario[50].

Il pezzo si chiude con una potente domanda accusatoria, lasciata drammaticamente aperta, laddove lo stesso «Popolo d’Italia» nell’ottobre del 1920 riteneva che, ormai, i “comunisti” stessero per sparire dalla scena politica:

Come si spiega? Se la massa aveva ritrovato sé stessa, se le organizzazioni abbandonavano «il massimalismo di guerra, per ritornare al vecchio socialismo in buona fede», come dichiarava di desiderare Mussolini (17 ottobre 1920), se dunque l’Italia si stava salvando da sé stessa, come mai, per salvarla di più o per rovinarla, i fascisti la lanciarono nella guerra civile, distruggendo, incendiando, assassinando, per tre anni, con freddo proposito? Come si spiega?[51]

Anche Mussolini era un giornalista, una mente scaltra che avrebbe fatto della comunicazione e degli slogan uno dei punti di forza del proprio regime per consolidare il potere e ottenere il sostegno delle masse, alimentando il sogno dell’Impero e il mito dell’uomo forte al comando: conosceva bene il valore e il peso delle parole e, di certo, non poteva tollerare che qualcun altro – nella fattispecie un temibile avversario politico, sebbene inviso a tanti, come si è tentato di illustrare, perché intellettualmente onesto ‒ sapesse “maneggiarle” con la sua stessa abilità e le usasse per ritorcergli contro le sue stesse argomentazioni. La sfida che si giocò fra i due era, infatti, a tutti gli effetti, prima di tutto un duello di parole e, a un tratto, dopo gli ultimi discorsi parlamentari di Matteotti, Mussolini si rese conto che l’unico modo per vincerlo era ridurlo al silenzio.

Come si è cercato di dimostrare, l’abilità di scrittura e la meticolosità con cui Matteotti elaborava i propri articoli, dotandoli sempre di “titoli parlanti”, erano armi troppo taglienti e troppo affilate perché il futuro duce potesse tollerarle: negli ultimi mesi di vita di Matteotti, infatti, la sua penna era diventata sempre più asciutta, il suo lessico sempre più preciso, la sua capacità argomentativa sempre più documentata; il suo coraggio nell’adoperare parole “esatte”, senza sconti e senza addomesticamenti, troppo sfrontato, nella percezione dei fascisti.

Eppure, la decisione di eliminarlo dall’agone politico e dalla vita nazionale fu, forse, il primo fattore scatenante del risveglio delle coscienze e della comprensione dell’abbaglio che in tanti avevano preso riguardo al ruolo del fascismo nel cotesto politico-sociale di allora. Molti, troppi anni sarebbero, ancora, passati prima che l’Italia potesse uscir fuori dalla “parentesi” del Ventennio, ma per Mussolini l’assassinio di Matteotti fu, forse, il vero inizio della fine[52].

  1. Al riguardo si veda anche Morte annunciata di un antifascista. Matteotti, Mussolini, Turati, Kuliscioff, Gobetti. Le parole che hanno deciso un’epoca, introduzione di P. L. Vercesi, Roma, Il Pellegrino edizioni, 2024.
  2. Lo fa, ad esempio, Alberto Aghemo nella Prefazione a G. Matteotti, Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, a cura di M. Grasso, Roma, Donzelli editore, 2020, pp. IX-XXI, specie a p. XIV.
  3. Le citazioni prossime sono tratte dalla raccolta G. Matteotti, Manifesto socialista. Gli scritti e i discorsi di un riformista rivoluzionario, a cura di J. Perazzoli, Milano, RCS MediaGroup S.P.A., 2024; in questo caso l’intervento si trova alle pp. 45-51 e la citazione è tratta dalla p. 45.
  4. Ivi, pp. 45-46: corsivi nostri.
  5. Ivi, p. 46.
  6. Ibidem.
  7. Ibidem.
  8. Ivi, p. 47.
  9. Ibidem.
  10. Ivi, p. 46 (corsivo nostro).
  11. Ivi, p. 47.
  12. Ibidem (corsivo nostro).
  13. Ivi, p. 48.
  14. Ivi, p. 49.
  15. Ibidem.
  16. Ivi, p. 48.
  17. Ibidem.
  18. Ibidem.
  19. Ivi, p. 49.
  20. Ivi, p. 51.
  21. Ibidem.
  22. Le lettere si leggono in G. Matteotti, Quando si porta una speranza nel cuore. Lettere alla moglie, Milano, Garzanti, 2024, cit. a p. 17.
  23. Si legge in G. Matteotti, Manifesto socialista. Gli scritti e i discorsi di un riformista rivoluzionario, op. cit., alle pp. 52-55: cit. tratta dalla p. 53.
  24. Ivi, p. 54.
  25. Ivi, p. 55.
  26. L’articolo si legge in G. Matteotti, Manifesto socialista. Gli scritti e i discorsi di un riformista rivoluzionario, op. cit., alle pp. 67-71: cit. tratta dalle pp. 69-70.
  27. Ivi, p. 71.
  28. Lo scritto si legge sempre in G. Matteotti, Manifesto socialista. Gli scritti e i discorsi di un riformista rivoluzionario, op. cit., alle pp. 73-80, cit. a p. 74.
  29. Ibidem.
  30. Ivi, p. 80. Al riguardo si vedano almeno anche G. Matteotti, La preparazione di un’altra «ultima» guerra. Contro la nuova violenza (in «La Giustizia», 11 gennaio 1923) e L’Italia nel contrasto per le Riparazioni (in «Critica Sociale», 16-31 marzo 1923), rist. rispettivamente alle pagine 153-57 e 157-64 di G. Matteotti, Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, op. cit.
  31. Si legge in G. Matteotti, Manifesto socialista. Gli scritti e i discorsi di un riformista rivoluzionario, op. cit., alle pp. 81-82, cit. a p. 81.
  32. Si legge in G. Matteotti, Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, op. cit., pp. 37-39: 37.
  33. Ivi, p. 38.
  34. G. Matteotti, C’era bisogno dei pieni poteri tributari? A proposito dei proprietari agricoltori, in «La Giustizia», 22 dicembre 1922; rist. in Id., Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, op. cit., pp. 72-74: 73.
  35. Citato in G. Matteotti, Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, op. cit., pp. 39-42: 41.
  36. M. Franzinelli, Prefazione a Id., Matteotti e Mussolini. Vite parallele dal socialismo al delitto politico, Milano, Mondadori, 2024, pp. 3-10: 3.
  37. Ivi, p. 5.
  38. Cfr. G. Matteotti, Il fascismo tra demagogia e consenso. Scritti 1922-1924, op. cit., pp. 42-44.
  39. Ivi, pp. 44-45: 44.
  40. Ibidem.
  41. Ivi, pp. 45-52: 46.
  42. Ivi, p. 50.
  43. Ibidem.
  44. Ivi, pp. 52-60: 53.
  45. Ivi, p. 55.
  46. Ivi, p. 59.
  47. Ivi, p. 60.
  48. Ivi, pp. 60-62.
  49. Ivi, pp. 62-64: 62-63.
  50. Ivi, p. 64.
  51. Fra le varie iniziative per ricordare e onorare la memoria di Matteotti, da rammentare almeno: F. Tramonti, L’idea dentro di me. Giacomo Matteotti per le giovani generazioni. Una proposta di didattica orientativa, con la collaborazione dei docenti C. Ciari, L. Noccioli, C. Ortenzi e degli studenti D. Binetti, L. Luconi, M. Meoli, G. Rasi, Pisa, Pacini editore, 2023; Matteotti. 100 anni fa il delitto fascista a Roma, a cura di O. Ragone, in collaborazione con C. Sannino, Roma, la Repubblica ‒ GEDI News Network S.p.A., 2024; Il centenario matteottiano, La città metropolitana di Roma Capitale, n. monografico dei «Quaderni del Circolo Rosselli», N. S., n. 3-4, 2004, fasc. 155-56; Matteotti e noi. Una lezione di libertà lunga un secolo, n. monografico di «Tempo presente», a. 45, N. S., n. 520-22, aprile-giugno 2024. Da non trascurare, inoltre, i vari articoli su Matteotti usciti, specie durante il 2024, su «Left» (https://left.it/category/rivista/=).

(fasc. 54, 25 novembre 2024)