L’ambigua potenza della vita in Paolo Bonetti

Autore di Renata Viti Cavaliere

Nel gennaio dello scorso anno è scomparso Paolo Bonetti. La morte dello studioso e per molti di noi dell’amico di lunga data muove gli affetti e la ragione; ci suggerisce di ricordare i momenti vissuti e induce a riflettere su questioni filosofiche tante volte affrontate insieme in conversazioni private, in incontri di lavoro, convegni e conferenze d’occasione. Di Paolo ho sempre apprezzato l’intelligenza vivace, l’ironia, la saggezza tipica dell’antico filosofo, pur senza l’ostentata indifferenza per le cose del mondo; in lui ho ammirato la modernità delle idee, la liberalità di pensiero, l’anticonformismo, l’amabilità del discorso che rendeva piacevolissima la sua compagnia quando il discorso andava sui più vari argomenti, e in particolar modo ho amato la sua capacità di scrittura, sempre limpida, sobria, profonda, priva di termini gergali e di vuoti grovigli di concetti.

La reciproca conoscenza si mutò in amicizia nel 1997, quando le nostre vite si toccarono per l’intricata evenienza di alcune circostanze accademiche. Presi per supplenza la docenza di Filosofia morale nell’Università di Cassino mentre egli si congedava da quell’insegnamento, sicché nel successivo triennio (tanto durò l’incarico che mi venne assegnato) cercai di orientare la didattica secondo i suoi stessi ideali ispirati al rigore scientifico, alla garbata trasmissione del sapere, alla formazione di libere coscienze pensanti. Ci univa l’interesse per l’opera di Croce senza che vecchie diatribe di scuola o inveterati pregiudizi “politici” potessero turbare la serena lettura di pagine sempre vive, ogni volta calate nell’oggi della discussione teoretica e morale. Mi convinsi sin d’allora, e ancor più ora ne sono certa, specie rileggendo alcune sue recenti considerazioni su Croce (penso all’Intervista che chiude il volume Presenza di Croce, 2018[1]), che il suo crocianesimo critico non era nato a tavolino, per motivi di studio o di carriera, ma si è caratterizzato sempre per il valore fortemente autobiografico della ricerca che ebbe sin dal principio l’impronta di una sottesa profonda esperienza esistenziale. Nel grande filosofo italiano Paolo Bonetti incontrò per così dire il suo più vero sé stesso. Lo spirito dell’opera di Croce gli divenne intimamente congeniale, in ogni suo aspetto, legato all’estetica, alla storia, alla politica, alla cultura e alla vita morale. In Croce ha saputo scorgere il filosofo della vita che non confonde la vita con la filosofia, né le fonde insieme in un grumo indifferenziato, un’unione che, per esser chiari, non comporta l’indebita pretesa di filosofizzare ogni cosa né, per converso, mira a fare inopinatamente della vita, priva di ordine o regole, una sorta di oggetto culto al quale votare l’esistenza.

Amava anche lui il non filosofo, l’uomo del buon senso e della saggezza, ciò perché la filosofia si misura sempre con la non filosofia, in cerca di equilibrio tra cielo e terra, come nella figura di un celebre aforisma di Kafka, nel quale l’uomo è rappresentato come un acrobata trattenuto da una corda che gli vieta di toccare il cielo e al tempo stesso di precipitare schiacciato sulla terra, collocato com’è significativamente nel mezzo tra il tutto e il nulla.

La vita come opera è il titolo di un saggio di Bonetti dedicato a Croce, uscito nel 2010 in «Nuova Antologia» e poi rifuso nel già ricordato volume Presenza di Croce, con il quale Paolo aveva inaugurato lo scorso anno una sua nuova collana di studi. Scrive nella Premessa di aver voluto raccogliere i frammenti di «una possibile biografia crociana» alla quale tutti noi amici sapevamo che stava lavorando da anni[2]. Sta di fatto che in ogni opera umana traspare sempre il racconto di sé. Non è forse vero che anche di un quadro senza nome si può dire di conoscere l’autore, finanche il suo carattere e la sua personalità? Nei testi di Croce Paolo leggeva l’esperienza vissuta del filosofo, nell’amore e nell’amicizia, entro la storia d’Italia e dell’Europa moderna, attraverso la storia della letteratura e delle idee. Croce ha narrato sé stesso nelle sue opere assai più e assai meglio che in un diario intimo o nelle confessioni personali che non amava. Nei Taccuini di lavoro, come nel Contributo alla critica di me stesso, leggiamo la storia del suo svolgimento intellettuale ch’ebbe la trama di una ricca esperienza esistenziale con inevitabili ripensamenti e svolte, crisi e correzioni, nella maniera che si addice ad ogni esistenza veramente pensata.

La potenza della vita come potenza di esistere è stato a mio avviso il tema, di evidente origine spinoziana, che attraversa il pensiero di Paolo Bonetti e si avverte anche nei suoi testi dai più vari interessi: per il liberalismo di sinistra, per Pareto e Gramsci, per il «Mondo» di Pannunzio e infine per la bioetica. Su questa base egli ha colto a pieno nella prospettiva crociana l’incisività di un radicale immanentismo dialettico, così efficacemente espresso dal filosofo nella pagina finale della Filosofia della pratica, dove scriveva che infinita è la Vita stessa, misteriosa è la Realtà, mentre finito è l’individuo che con lo Spirito collabora ogni volta nello sforzo di rispondere a problemi particolari e alle domande del tempo[3]. Senza questo limite non si aprirebbe lo spazio umano dell’infinita potenza dello spirito, così come nella musica si deve a un numero finito di note e alle regole del pentagramma la possibilità di nuovi accordi e armonie. Le categorie logiche in Croce sono infatti «assoluti terreni», di numero finito, una tetrade sacra senza l’abisso dell’infinito matematico. Esse non sono altrove rispetto alla comprensione storica, non sono i concetti primi di deduzioni necessarie: sono ogni volta al primo giorno, sono il principio stesso del mutamento, la sostanza della storicità degli eventi umani. La potenza della Vita, teoretica e pratica, fu così per Croce il perfetto antidoto alle astrattezze dell’Essere puro o del puro pensiero.

Paolo Bonetti apriva il libro laterziano del ’91 dal titolo L’Etica di Croce ricordando che l’antintellettualismo aveva significato per il filosofo anzitutto il rifiuto di ogni astratto rigorismo, della mera contemplazione, e del vitalismo irrazionalistico. Al rischio della “dissipazione” o depressione (l’angoscia giovanile per la tragedia familiare del terremoto di Casamicciola) Croce aveva reagito assumendo uno stile di vita “calvinista” per certi aspetti, mai però ostile al valore dell’esistere come potenza infinita, fiducioso che la verità si possa perseguire attraverso «un processo di giudizi senza fine», pur sempre in lotta perpetua con un principio distruttore interno alla vita stessa. Croce si era misurato assai presto con il negativo, con la morte, con il dolore e l’angoscia. E tuttavia proprio la “potenza della vita” lo trattenne dal cadere in forme di misticismo, alla ricerca dell’Uno in cui si placa il pensiero, quando ci si chiude nell’immobilità dell’Essere senza più alcun respiro (atteggiamento, questo, “neoparmenideo”, più affine all’amico Gentile). La potenza della vita riguardò per Croce l’etica, non precettistica né autoritaria dall’esterno, perché essa attiene all’operosità individuale nel mondo, alla passione per l’apertura nel futuro; senza intimismi di maniera la vita morale rappresenta quel grande esame di coscienza che l’umanità fa di sé stessa nella storiografia che è narrazione pensata dei fatti. Scrive Bonetti:

L’uomo morale non si chiude, perciò, nel vano tormento dell’interiorità, ma, attraverso la riflessione storiografica, cerca la strada verso l’esterno, verso il mondo dell’azione e della storia. Dal tormento psicologico alla lucidità del giudizio storico per creare nuova vita generatrice di nuovi problemi: questa è la strada che Croce sa di aver percorso quando scrive che le sue storie sono sempre state risposte ai suoi odi e ai suoi amori[4].

La potenza della vita riguarda allora anche la logica del giudizio entro situazioni particolari e al cospetto di sempre nuovi problemi. La mente, le categorie, il pensiero come capacità di giudicare costituiscono il soprasensibile in noi, l’extrarazionale che non si spiega, perché la mente nasce adulta e armata come Minerva dal cervello di Zeus[5]; ed anche la volontà è energia propositiva, forza vitale che avanza verso l’incognito futuro, moderando la propria spinta cieca con l’equilibrio del giudizio. Per Croce Dio ha dato all’uomo una mente piena e non vuota, unità di particolare e universale, giudizio, il quale è la cellula-madre del pensare, il logos allo stadio embrionale, la fonte di ogni conoscenza possibile. Con Paolo ho discusso talvolta di quella che ho definito un’“ontologia del giudizio”, se è vero che non si può andare oltre o alle spalle del pensare che giudica (kantianamente) praticando l’arte della distinzione, tutt’uno con l’antica scienza della dialettica da Platone assegnata all’esercizio di uomini liberi. Il giudizio non è la proposizione che dice un fatto, ma è la forma logica dell’esperienza del mondo, un perpetuo dialogare col mondo, in forma di domanda e risposta, di invocazione e preghiera, di attese che generano previsioni e presentimenti[6]. Il giudizio ha una natura narrativa, “storica”: chi giudica “espone sé stesso”, nell’unità di spirito e corpo, forte del sensibile estetico e della passione pratica di cui l’essere umano non può spogliarsi. Se, come scrive Paolo, l’autobiografia ha una genesi morale e non sentimentale, essa è giudizio storico che non cede ai proustiani stimoli sensoriali o alle intuizioni prive di nerbo dialettico nello stile dell’immediato bergsoniano. L’autobiografia come giudizio storico consente di intendere al tempo stesso il giudizio storico come autobiografia: del tempo presente, di una nazione, dell’esistenza personale, dell’individuo singolare[7].

Non poteva sfuggire a un interprete acuto e spregiudicato di Croce come Bonetti il tema della sostanziale “ambiguità” della potenza della vita. Ambiguità non vuol dire imprecisione o confusione di significato. Ambiguità sta a indicare né più né meno che l’altro nome della dialettica. La questione riguarda allora il rapporto di Croce con Hegel, della logica storicistica con la metafisica, della vita con l’Essere che vorrebbe prevaricare ad ogni passo. L’ambiguità della vita, e dunque la vita stessa come potenzialità infinita, trova nella categoria del Vitale dell’ultimo Croce la propria espressione teoreticamente più calzante benché altamente problematica. Ma il Vitale è poi una categoria? L’Utile già si era presentato a dir poco anomalo in quanto categoria, per quel nocciolo fin troppo ingombrante di negatività che portava dentro. Molto si è discusso in proposito. Ora Croce, filosofo della vita, che ha inneggiato alla Vita, alla sanità di contro alla malattia morale, che ha visto nella storia la nascita del nuovo, non poteva accettare le conseguenze della dialettica in chiave hegeliana, vale a dire la definitività dello spirito assoluto, oppure la metafisica storica che domina gli eventi. Ne volle esaltare piuttosto il richiamo alla contraddizione perenne, alla lotta dei contrari, agli antagonismi. Straordinariamente illuminante diviene allora il nesso di vitalità e dialettica, se questa può essere giustificata solo a patto di immergerne la fonte nella sfera vitale dello spirito. La Vita in ogni sua forma è all’origine della logica degli opposti. L’ultimo Croce dirà che Hegel ha redento il mondo dal male, non perché lo abbia abolito ma perché ne comprese la funzione necessaria nella concreta vita storica dell’umanità: una scoperta dunque di alta Etica[8]. In definitiva, la Vitalità non è l’irrazionale che vuole assurgere a categoria dello spirito, semmai è l’irrazionale che appartiene intrinsecamente, in quanto principio dis-creativo, alla potenza produttiva della vita. La vitalità è il “corpo del mondo”, in sé amorale: così scrive Bonetti riprendendo una bella immagine di Bergson. La vitalità è il “peccato originale” senza il quale la vita umana nella sua insopprimibile ambiguità sarebbe impensabile e persino priva di valore[9]. E tuttavia l’etica di Croce resta un’etica umanistico-goethiana, che non ebbe mai basi di tipo naturalistico-biologico. Al grande Goethe diceva Croce di ispirarsi ogni volta per rinnovare in sé l’idea che non si può fare l’errata corrige al mondo, eliminando il male, il dolore, la morte.

Croce visse una fase drammatica del proprio pensiero nell’Europa delle due guerre mondiali, per la fine della libertà con i totalitarismi e per il fascismo in Italia. L’ethos storicistico gli impedì di cadere vittima degli eventi, ripristinando dualismi e mistiche della trascendenza, o dell’immanente avvento di perfezioni sociali. Alle fosche previsioni per lo smarrimento morale dell’Europa reagì in nome dell’umanità storica, del progresso e della libertà da difendere contro pericolosi nemici. Comprese l’avvento di una guerra di religione (non di religioni) nella Storia d’Europa del 1932, dello scontro allora in atto tra l’ethos liberale e il vitalismo razzista. La libertà ha per sé l’eterno, ribadiva, ma nella lotta contro forze che l’avversano non avrà mai una vittoria definitiva. Eterno è piuttosto il potenziale creativo dello spirito. Sono questi i temi che Bonetti rivede in più occasioni, nella riflessione sul tema etico-politico del liberalismo come concezione della vita, e nel rapporto critico con il cristianesimo, che pure aveva lasciato un’impronta importante nell’animo del giovane Croce. La fenomenologia della religione, in particolar modo cristiana, è parte non secondaria del pensiero di Croce. Innegabile una certa simpateticità con l’etica cristiana, storicamente rivoluzionaria, ma è altrettanto certo che in Croce mancano i fondamenti della tradizione teologica, dalla credenza nell’anima immortale all’attesa escatologica della fine della storia. Il suo “cristianesimo” porta il segno di una profonda demitizzazione, al punto che Croce si servì spesso dei termini e delle figure teologiche per curvarli laicamente in postulati della propria filosofia: si pensi ai due pilastri della Provvidenza e della Grazia[10].

Nel 1943, nei tempi più bui dell’Europa, Croce stampa in volumetto il testo di J. B. Erhard, da lui tradotto dal tedesco e ampiamente commentato, dal titolo Apologia del diavolo (Apologie des Teufels)[11]. Il diavolo, da tempo immemorabile all’ordine del giorno della storia, è da sempre un tema teologico di primaria importanza, ed è stato peraltro uno straordinario motivo ispiratore della grande letteratura novecentesca non solo tedesca. Metafora del male radicale, il demoniaco rappresenta per esempio, in uno scritto del 1926 del teologo Paul Tillich, un principio distruttivo e al tempo stesso dinamico-energetico. Il demoniaco è l’assenza della luce che deve tutto alla luce. Finanche l’umanesimo apparirebbe disumano se radicalizzasse l’assolutezza del Bene metafisico.

Il Male è nell’iconografia magico-religiosa quel cattivo soggetto al quale attribuiamo danni imprevisti od ostacoli insuperabili, ma non è pensabile come un’Entità che si oppone dualisticamente al Bene. Diceva Droysen: ci pensa la storia a confutare il dualismo di Dio e del Diavolo. Nella sua ampia Nota di commento al testo di Erhard Croce sostiene che il male si oppone semmai ogni volta a un bene, incarnandosi in stati di inedia o nell’incapacità di andare oltre. In quegli anni Croce si appellava alla fede nella civiltà e nell’umanità nel difficile contesto storico-politico, quando era evidente la vittoria di abiti belluini e della selvaggia animalità. Alla metafisica vitalistica (nietzschiano-bergsoniana) opponeva la dinamica della vita morale in nome di un bene ogni volta da riconoscere e conquistare. Rimedio al male è in ogni modo il pensiero, il lavoro quotidiano, la grazia che nasce a supporto della morale come forza interiore, quasi un’ispirazione che attiva le vie concrete dello spirito. Il demoniaco si era palesato nella poesia di Baudelaire, nell’opera di Carducci, e torna nella saggistica di Giovanni Papini; resta pur sempre il tema goethiano per definizione, magistralmente evocato nel Doctor Faustus di Thomas Mann del 1947.

In quegli anni Croce veniva attratto dalle ricerche dell’etnologo De Martino, suo “eretico discepolo” (così lo definisce Bonetti), intendendo in un primo tempo il fenomeno “primitivo” della perdita della presenza come l’eterno dramma della vitalità in ogni epoca storica. Esprimerà tuttavia di lì a poco (Il mondo magico di De Martino esce nel 1948), in una seconda recensione fortemente critica, la preoccupazione che la civiltà faticosamente conquistata possa trovare nuovamente ostacoli nella ricaduta nell’irrazionale, nella dispersione mitologica, nel legame con radici naturalistiche. Tutto il mondo del magismo evocato in epoca moderna appariva a Croce conferma del fatto che l’umanità conserva “primitive” regressioni stregonesche, insieme con l’ambigua speranza in una sorta di liberazione dall’onere pur vanamente eludibile della responsabilità individuale. Da parte sua De Martino, etnologo storicista, rivolgerà negli appunti su La fine del mondo una serrata critica alla vitalità “cruda e verde”, selvatica e innocente, del tutto priva di educazione ulteriore. Inquieto anch’egli per la sospetta rottura del nesso di spirito e natura nell’ultimo Croce, De Martino si mostra infine più fedele al significato valoriale dell’economico, nel quale sentiva palpitare ancora l’ethos del trascendimento[12].

Paolo Bonetti sottolinea in più occasioni una profonda coerenza nell’opera di Croce, nonostante la crisi degli anni Trenta/Quaranta. Croce mai rinunciò all’immanenza, alla speranza nell’immortalità dell’opera individuale, alla concezione dell’individuo in collaborazione con il tutto, all’idea di un prometeo senza hybris nella sfida agli dei, che lotta semmai per la libertà contro ogni autoritarismo anche solo per un attimo di assoluto nel tempo che tutto perde e trasforma. Così Bonetti chiudeva l’Introduzione al suo volume crociano sull’Etica:

La potenza ambigua della vita, il suo perpetuo oscillare tra energia benefica ed energia distruttrice, fra Eros e Thanatos, il suo essere al tempo stesso al servizio della civiltà e sua irriducibile nemica, sconvolge ogni tentativo crociano di ricondurre l’attività spirituale nella pace del circolo […]. Forse il significato vero della sua inquietante, drammatica “serenità” sta nel fatto che anche Croce, come tutti i più radicali filosofi della modernità, conobbe l’esperienza della caduta e del rischio morale, ma di questa esperienza e di questo rischio seppe fare, come il suo maestro Goethe, una “ragione di maturità, di tenace saper stare al mondo, di autentico e superiore equilibrio”[13].

Non mancò all’amico Paolo, che ora voglio qui ricordare con affetto, il gusto della vita, pur nel suo difficile equilibrio tra estremi che mai si toccheranno. La vita “ambigua”, fertile e generosa, è stata da lui vissuta come un gioco serissimo, non privo di tragiche illusioni, ma sempre con la verve e l’ironia di chi ne ha saputo sperimentare la forza creativa.

  1. P. Bonetti, Presenza di Croce, nella Collana «Le noci, Idee e società», da lui fondata e diretta, Fano, Aras edizioni, 2018, in particolare l’Intervista su Croce a cura di V. De Luca, alle pp. 223-236.
  2. P. Bonetti, Premessa, in Id., Presenza di Croce, op. cit., p. 5.
  3. B. Croce, Filosofia della pratica. Economica ed Etica [1908], Edizione Nazionale a cura di M. Tarantino, con una nota di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 1996, pp. 397-98.
  4. P. Bonetti, L’etica di Croce, Bari-Roma, Laterza, 1991, pp. 9-10. Nel 1984 era uscita l’Introduzione a Croce, presso Laterza, e nel 1998 il volume di autori vari Per conoscere Croce, a cura di P. Bonetti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.
  5. G. Galasso, Nient’altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 37.
  6. Il giudizio storico è al tempo stesso prospettico: R. Franchini, Teoria della previsione, Napoli, Giannini, 1972.
  7. Mi riferisco alla voce Autobiografia nel Lessico crociano, a cura di R. Peluso, Napoli, La scuola di Pitagora, 2016, ristampata con il titolo L’autobiografia come giudizio storico in P. Bonetti, Presenza di Croce, op. cit., pp. 31-51.
  8. Il riferimento va a B. Croce, Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici [1951], Edizione Nazionale a cura di A. Savorelli, Napoli, Bibliopolis, 1998.
  9. P. Bonetti, Potenza e ambiguità della vita, in Id., L’Etica di Croce, op. cit., pp. 137-72.
  10. Su Croce e il cristianesimo si veda il già citato Presenza di Croce, pp. 179-202.
  11. Una recente edizione del testo è uscita presso Rubbettino nel 2001 a cura di Vanna Gessa Kurotschka e della sottoscritta, autrici rispettivamente dell’Introduzione e della Postfazione.
  12. E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, nuova edizione a cura di G. Chauty, D. Fabre, M. Massenzio, Torino, Einaudi, 2019.
  13. P. Bonetti, L’etica di Croce, op. cit., p. 10.

(fasc. 31, 25 febbraio 2020)