Le donne e la Resistenza. “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò fra autobiografismo e rielaborazione letteraria

Autore di Ahmed Soliman

La donna nella letteratura resistenziale

La Resistenza del popolo italiano contro il fascismo cominciò, com’è noto, verso la fine del 1943 e durò per quasi due anni. Gli storici individuano nella data dell’8 settembre del ’43, data dell’Armistizio, l’inizio ufficiale della Resistenza; essa non fu solo, però, una vicenda politica, ma lasciò anche tracce importanti nella letteratura:

L’essere usciti da un’esperienza – guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico […]. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare[1].

La nascita della letteratura legata alla guerra era dovuta alla necessità di mantenere viva questa straordinaria e dura esperienza. La cosiddetta letteratura della Resistenza è, dunque, costituita principalmente da romanzi e racconti scritti dagli stessi partigiani.

Uno dei temi più importanti fra quelli finora discussi dai critici è il ruolo della donna nella lotta partigiana e anche nella narrativa sulla Resistenza. Illuminanti al proposito sono le parole di Anna Bravo, una studiosa assidua della Resistenza e della complicata partecipazione delle donne al movimento: «Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere, non esistono nella resistenza compiti o settori dove non compaiano donne»[2].

La storiografia tuttavia non aveva dato molta importanza al ruolo della donna nella guerra di Liberazione, nell’immediato dopoguerra. Negli anni successivi alla fine della lotta, sia la narrativa sia la storiografia raccontavano e studiavano la lotta armata in termini completamente maschili e il ruolo della donna veniva ignorato. Solo negli anni Settanta la storiografia cominciò a dare importanza all’attività femminile nella Resistenza e a registrare storie, episodi che avevano le donne come protagoniste. Questo cambiamento radicale è dovuto allo sforzo di varie storiche e anche di alcune protagoniste della guerra, come Ada Gobetti[3]:

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, grazie ad una congiuntura particolare tra le giovani storiche femministe e le protagoniste, la storiografia ha cominciato ad occuparsi anche del ruolo femminile durante la lotta di Liberazione[4].

L’inizio della Resistenza diede alle donne «un’occasione importante per partecipare a tutte le attività della Liberazione, rompere il silenzio e l’oppressione subiti per tanti anni durante l’era fascista e «uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa»[5].

I documenti e le ricerche hanno provato che le donne, oltre alla partecipazione diretta ai combattimenti in varie regioni italiane, fecero parte anche di altre attività legate alla Resistenza. Quelle attività comprendono la partecipazione politica, le azioni di fornitura per i combattenti, le manifestazioni e tante altre forme legate in maniera indiretta alle azioni militari. La critica, infatti, ha parlato in tempi più recenti di “resistenza civile” per distinguere le innumerevoli attività svolte dal sesso gentile durante la guerra di Liberazione. I critici sono unanimi nel riconoscere che il termine fu usato per la prima volta dal sociologo francese Jacques Sémelin[6] per definire le attività della donna nelle lotte armate in Francia e in Italia negli ultimi anni del conflitto mondiale che culminò con la sconfitta del Nazifascismo: «Molte delle azioni che svolgono le donne sono tipiche della cosiddetta resistenza civile, un termine coniato da Jacques Sémelin per indicare la lotta fatta dai civili non con le armi, ma con tanti altri mezzi»[7]. La definizione “resistenza civile” è entrata, poi, a far parte del linguaggio usato dai critici e dagli storici della Resistenza in Italia. Grazie all’analisi di due studiose, Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, è stato coniato anche il termine “resistenza taciuta” per indicare il mancato riconoscimento del ruolo delle donne per molti anni:

leggendo le vite delle intervistate, risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, il senso di giustizia, la capacità appassionata di amare e di soffrire, il rispetto della verità dei fatti e dei sentimenti […] la modestia. Quanto quella degli uomini è una resistenza gridata fino al limite della retorica, quella delle donne è sofferta e taciuta[8].

La narrativa della Resistenza risentì di questo mancato riconoscimento del ruolo femminile nell’immediato dopoguerra. Poche, infatti, furono, rispetto agli uomini, le donne che riuscirono a trasmettere la loro diretta esperienza durante la guerra in opere letterarie:

La scrittura delle donne connessa all’esperienza e alla memoria della Resistenza rappresenta, nell’insieme dei testi a cui ha dato forma, lo spaccato di un quadro letterario sommerso, mentre costituisce uno straordinario archivio di fonti storiche[9].

I motivi di quest’emarginazione furono vari. Il primo di questi motivi non è scindibile dalla generale esclusione delle donne dalla storiografia della Resistenza e consiste nel comportamento stesso delle donne partigiane dopo la fine della guerra. Mentre vari uomini cominciarono con molta passione a immortalare la loro partecipazione alla guerra in opere di natura letteraria (diari, memorie, romanzi), la posizione delle donne era diversa. La partecipazione femminile alla Resistenza era dovuta alla volontà di aiutare gli uomini a liberare il paese dall’ingiustizia e dall’occupazione nazifascista. Molte partigiane erano spinte a partecipare alla guerra dalla situazione in cui viveva il paese, ma non volevano tuttavia rinunciare al loro ruolo di madri e curatrici di bambini. Alcuni critici hanno sottolineato anche che i partiti politici nel dopoguerra sostenevano il ritorno della donna al ruolo tradizionale di madre e consigliavano alle partigiane di rinunciare a manifestare la loro partecipazione nei combattimenti[10] e in altre azioni legate alla resistenza armata per riconsolidare «in tal modo la rassicurante immagine plasmata sull’altruismo e sul materno»[11].

Finita la guerra, molte delle protagoniste della Resistenza non sentivano il bisogno di raccontare la loro esperienza resistenziale perché «lasciare traccia di sé e del proprio nome non era evidentemente nel bagaglio identitario della maggioranza delle donne che operarono nella Resistenza, né tantomeno lo era in quello della comunità di cui facevano parte»[12]. Questa tendenza a non mettere in mostra il proprio ruolo e a non celebrare le proprie attività ridusse al minimo il contributo femminile nella narrativa della Resistenza, lasciando agli uomini il compito di trasmettere nella letteratura anche l’esperienza delle donne negli anni della lotta[13].

La riluttanza di molte donne a registrare in opere letterarie la loro esperienza resistenziale porta al secondo motivo della mancata partecipazione femminile a questo genere letterario, cioè il fatto che furono gli uomini a narrare la Resistenza delle donne. Raccontare la Resistenza con tutte le sue vicende, anche quelle che coinvolgevano le donne, fu quasi esclusivamente compito degli uomini dopo la Liberazione. I romanzi più importanti, i diari, le testimonianze sono quasi tutti scritti da partigiani e scrittori uomini: «Sono gli uomini, dunque, a sfruttare la funzione lenitiva del racconto, costruendo una tradizione narrativa resistenziale, da cui le donne sono escluse»[14].

Ne risulta che la narrativa della Resistenza ignorò notevolmente il ruolo delle donne: le maggiori opere letterarie offuscavano la partecipazione femminile o al massimo attribuivano alle donne un ruolo secondario. Alcuni studiosi parlano addirittura di eliminazione premeditata della partecipazione della donna dalla letteratura della Resistenza, negli anni del dopoguerra: «Women have also been erased from “unconventional” histories of the Resistence, that is, Resistence literature»[15].

Un altro motivo che influenzò in maniera negativa la narrativa femminile sulla Resistenza sta nel significato stesso che questa narrativa assunse dopo la fine della guerra. La Resistenza a molti partigiani, soprattutto quelli più giovani, offriva la possibilità di ribellarsi e di raggiungere la piena realizzazione di sé; dunque, fu «una iniziazione alla vita adulta, o ad un’ulteriore maturità, in condizioni uniche ed estreme»[16]. Molti giovani scrittori lo dimostrarono nelle opere scritte sulla loro esperienza resistenziale. Basti pensare a Pin, il protagonista-bambino del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, che con la partecipazione involontaria alle avventure della lotta sogna di entrare nel mondo dei grandi e di sentirsi un uomo adulto: «E a Pin non resta che rifugiarsi nel mondo dei grandi, dei grandi che pure gli voltano la schiena»[17]. Di conseguenza, gli storiografi diedero importanza alle azioni militari, alle battaglie, ai combattimenti. Anche la letteratura resistenziale era attenta a narrare in primo luogo autobiografie, testimonianze, memorie legate direttamente al campo militare e alle battaglie, il che portò a una notevole e immeritata marginalità dell’elemento femminile nelle opere letterarie. In questo modo, la narrativa resistenziale, seguendo il modello della storiografia, narrò principalmente gli atti militari, le storie dello scontro diretto e armato con i fascisti e i tedeschi nelle varie regioni italiane dopo l’8 settembre, trascurando quella che veniva definita come resistenza civile o resistenza quotidiana, fuori dal campo di battaglia. La presenza delle donne nella narrativa resistenziale fu, dunque, marginale e secondaria e la letteratura si limitò a narrare gli anni della lotta «attraverso categorie interpretative imperniate sull’identità maschile e sulla preminenza dell’aspetto militare»[18], escludendo gli atti compiuti dalle donne.

Per confermare quest’esclusione delle donne dalla narrativa resistenziale basterebbe sfogliare i più importanti libri sulla Resistenza. I romanzi più riusciti e i libri di critica che studiano la biografia e le opere degli scrittori protagonisti della guerra partigiana fanno pochi riferimenti alle donne partigiane e attribuiscono loro un ruolo secondario rispetto a quello degli uomini: «Le scritture di donna […] sono state, e rimangono, esterne alla tradizione della nostra letteratura»[19]. Nel caso della narrativa della Resistenza, ne fa fede anche la grande difficoltà che trovarono alcune scrittrici a pubblicare la loro esperienza partigiana negli anni del dopoguerra. Marina Addis Saba ha gettato luce su queste difficoltà e ha spiegato la grande emarginazione che subirono le scrittrici, arrivando addirittura a definire quella femminile sulla Resistenza come una narrativa limitata e secondaria. La critica, appunto, ha affermato che le donne «hanno lasciato memoria pubblicando nei luoghi di residenza, spesso in provincia, presso piccoli editori locali, tutta una “letteratura minore”, poco nota e poco diffusa»[20].

Inoltre, la presenza della donna nelle opere della Resistenza subì una sottovalutazione notevole. Risentendo dei motivi politici e sociali sopra citati, le opere letterarie del dopoguerra non valorizzarono il ruolo della donna e le attribuirono una presenza esigua, rinchiudendola entro schemi tradizionali che non rivelavano la sua attiva partecipazione anche alle azioni militari: «Ci sono – dice Ann S. Gagliardi ˗ figure negative come la donna simbolo del male e simbolo della tendenza umana a farsi sedurre dal male […]. Anche le figure positive corrispondono a stereotipi: dalla madre alla donna assente, il cui ricordo ispira le azioni di un uomo»[21].

Vari critici hanno dato molta importanza all’analisi della figura femminile nei maggiori romanzi della Resistenza, soprattutto quelli di scrittori come Fenoglio e Calvino, che rispecchiano vari modelli della presenza femminile nelle attività resistenziali[22]. Nonostante la presenza in questi romanzi di varie figure femminili, esse sono quasi sempre chiuse negli schemi tradizionali della donna-madre, la donna che aiuta l’uomo ma non ha un ruolo essenziale nel combattimento o nella lotta armata. Interessante in questo senso è il giudizio di Elisabetta Soletti che, a proposito della presenza femminile nel Partigiano Johnny di Bebbe Fenoglio, sottolinea che la dimensione materna è quella dominante nella figura femminile del romanzo. Anche se la figura della donna si manifesta come «personaggio a tutto tondo […], è in realtà inconciliabile con il modello di vita partigiana»[23].

La critica ha espresso un giudizio simile anche sulla figura della donna nel Sentiero dei nidi di ragno di Calvino, visto che tutte le protagoniste femminili sono subordinate al mondo maschile o “servono” a soddisfare il desiderio sessuale dei partigiani. I personaggi femminili principali hanno tra l’altro una forte connotazione negativa: una è Rina detta la Nera, la sorella di Pin che fa la prostituta e aiuta i tedeschi contro i partigiani, e l’altra è Giglia, la bellissima moglie del cuoco di cui si innamora il comandante, causando tanti problemi tra i membri della brigata. Manca, dunque, qualsiasi riferimento a una partecipazione femminile positiva alla lotta. Annalisa Ponti ha commentato il ruolo femminile nel romanzo sottolineandone l’aspetto negativo: «Entrambi i personaggi femminili rappresentano quindi una medesima tipologia femminile. Quella della donna lasciva e disonesta. La loro negatività [..] responsabile di gravi eventi»[24]. Da questi esempi (e da molti altri per ragioni di spazio qui non citati) risulta che la letteratura della Resistenza perlopiù ignorò il ruolo femminile e circoscrisse la partecipazione delle donne entro gli schemi tradizionali della donna che rappresentava un peso per i combattenti o al massimo poteva aiutare gli uomini svolgendo attività secondarie.

L’Agnese va a morire come documento storico

In questo quadro di emarginazione della presenza femminile nella Resistenza che dominò nella storiografia e nella letteratura del dopoguerra, un’eccezione è rappresentata da Renata Viganò. La scrittrice emiliana fu una delle poche donne che riuscirono nell’immediato dopoguerra ad inserirsi negli ambienti letterari italiani, imponendosi come abile scrittrice e autentica testimone della lotta partigiana.

Renata Viganò, nata nel 1900, partecipò attivamente alla Resistenza e documentò quest’esperienza nel suo capolavoro L’Agnese va a morire, romanzo di grande successo pubblicato nel 1949 e che vinse il Premio Viareggio nello stesso anno. L’importanza del romanzo non consisteva solo nel suo valore letterario, ma soprattutto nel valore simbolico, in quanto era una delle poche opere scritte da donne a quell’epoca.

Il merito della Viganò fu, appunto, quello di farsi testimone di un periodo che valorizzava, in genere, solo gli uomini e la loro opera. Molti critici, infatti, riconoscono il ruolo che ebbe la Viganò nella documentazione con una penna femminile delle azioni e della presenza delle donne in quell’atroce lotta politica e militare appena terminata.

Nella sua introduzione ai Racconti della Resistenza, Gabriele Pedullà ha sottolineato l’importanza del contributo della Viganò e ha esaltato la sua opera come un’ineccepibile testimonianza della Resistenza. Renata Viganò e Ada Gobetti sono gli unici nomi femminili a cui il critico fa riferimento, definendole appunto «notevoli eccezioni […] la cui seconda giovinezza letteraria è strettamente connessa all’esperienza partigiana e che, senza la lotta antifascista, con ogni probabilità non sarebbero mai approdate alla narrativa»[25]. In questo modo Renata Viganò occupa una posizione importante e quasi unica nella narrativa resistenziale come una delle poche scrittrici che parteciparono in maniera diretta alla lotta e che ebbero la possibilità di raccontarla. La Viganò, diversamente da varie altre scrittrici e semplici partigiane fuori dal contesto letterario, non dovette aspettare gli anni Sessanta e Settanta per raccontare la propria Resistenza.

Il valore di Renata Viganò non consiste, però, solo nella capacità di pubblicare un romanzo sulla Resistenza in un periodo nel quale solo gli uomini potevano farlo. Un altro aspetto essenziale è appunto il carattere realistico dell’Agnese va a morire. Al di là del valore puramente letterario e artistico del romanzo, molti critici si sono soffermati a studiare la vena realistica che pervade il romanzo, facendone una testimonianza fedele della lotta e della guerra di Liberazione. L’Agnese va a morire è stato indubbiamente classificato come opera neorealista, che rispecchiava con toni reali le vicende del difficile periodo della lotta antifascista:

Il romanzo partigiano popolare a suo modo riuscito nacque abbastanza tardi con L’Agnese va a morire di Renata Viganò (1949) e in un clima di definizione dei temi e degli scopi narrativi, il che contribuirà a fare di questo libro il romanzo ufficiale della Resistenza[26].

L’opera è vista come romanzo simbolo della lotta partigiana perché la racconta in termini reali. Alcuni studiosi dell’opera di Renata Viganò individuano in questo tono realistico il motivo del grande successo della scrittrice emiliana e della vincita del Premio Viareggio. Infatti, il romanzo «riscosse nel dopoguerra un enorme successo in quanto fu considerato la testimonianza più efficace degli eventi accaduti durante la Resistenza»[27].

Un aspetto molto importante sul quale la critica si è soffermata è stato, dunque, il valore documentario dell’Agnese va a morire. Come molti altri romanzi resistenziali pubblicati dal 1945 fino alla metà degli anni Cinquanta, il capolavoro di Renata Viganò veniva visto e studiato come una sincera riflessione sulla Resistenza e vari studiosi hanno cercato di rintracciare gli aspetti che ne facevano un affidabile documento delle vicende e dei personaggi salienti della lotta partigiana in Emilia Romagna.

Il fatto che Renata Viganò partecipò con il marito alla lotta partigiana per vari anni consentì alla scrittrice di documentare vari episodi, vicende e personaggi. In questo modo la sua opera è connotata da un efficace tono documentaristico che si aggiunge alla dimensione letteraria e alla creatività artistica: «L’Agnese si colloca fra il documento e il romanzo. È documento in quanto aderisce quasi sempre, con puntigliosa precisione, a una realtà direttamente sperimentata dalla scrittrice»[28], ha affermato Sozzi. In realtà, Renata Viganò fu la prima a sottolineare la matrice realistica e la natura documentaristica della propria opera:

Mi ritrovai alla fine della guerra con una immensità di cose da dire, e con il dovere e l’amore di dirle: cose nutrite da una esperienza unica e da una avvincente passione, che mentre rendevano difficile un calmo rientrare nell’esistenza normale, mi accendevano lo spirito ad un perenne ricordo che forniva continuo materiale al mio bagaglio letterario e poetico[29].

Il valore documentario del romanzo è dato dalla registrazione di vari dettagli sulla Resistenza in una regione, l’Emilia-Romagna, che fu teatro di molte battaglie e aspri combattimenti durante la guerra di Liberazione. Fra questi dettagli occupano una posizione importante il paesaggio e i luoghi dell’Emilia-Romagna stessa. In realtà, l’inclinazione a documentare i luoghi e i paesaggi in cui si svolgevano le vicende della lotta rappresenta una tendenza comune a molte opere resistenziali. Non fu, dunque, una peculiarità della scrittrice, ma di molti altri scrittori partigiani che s’impegnarono a introdurre nelle opere letterarie una fotografia fedele dei luoghi della loro lotta in quanto «la memoria del conflitto segna il paesaggio italiano»[30]. Varie parti dell’Emilia videro battaglie e combattimenti tra i gruppi partigiani e le forze fasciste e tedesche. La zona del Comacchio, ad esempio, vide lunghi periodi di lotta tra partigiani e tedeschi:

Nelle vicine Valli del Comacchio e nelle terre vallive allagate dai tedeschi per ostacolare l’avanzata anglo-americana si sviluppava un movimento di liberazione capace di adattare alla diffusa esigenza di ribellione le più diverse conformazioni del territorio e del paesaggio[31].

Il nome di Renata Viganò, come partigiana e come scrittrice, è appunto legato alla lotta armata nelle valli di Comacchio, a conferma dell’attiva partecipazione della scrittrice ma soprattutto della fedeltà con la quale il romanzo tramandò queste azioni: «Nelle Valli di Comacchio e nei territori limitrofi la guerriglia è intensa. L’Agnese va a morire di Renata Viganò è documento particolare di quell’area»[32]. È importante, tuttavia, notare che la Viganò nel romanzo non specificò i nomi dei luoghi dove si svolgevano le vicende. Nessun riferimento preciso, dunque, al paesaggio che, secondo Vassalli, «è quasi sempre sfumato, indeterminato, nebbioso, simbolicamente sospeso tra acqua e cielo»[33]. Nonostante la mancanza di indicazioni sui luoghi, è facilmente riscontrabile che il paesaggio delle vicende è quello della Valle stessa. La valle e il canale d’acqua ricorrono, infatti, nel romanzo, sia come luoghi in cui vive l’Agnese prima di unirsi ai partigiani sia come posti dove si nascondono i ribelli e si svolgono le battaglie e le azioni dei partigiani: «Vedeva già la casa dove stavano […]; dietro la casa s’allungava un canale, con le barche pronte. Ci si poteva allontanare facilmente in mezzo alla valle deserta, immensa, solo acqua, canneti, silenzio, zanzare. Il luogo era adatto, sicuro: per questo vi avevano messo il comando di brigata» (p. 56).

Nel 1950, l’anno successivo alla pubblicazione del romanzo, Claudio Varese indicò che i luoghi del romanzo erano appunto «gli stessi argini, le lagune, le nebbie, le barche e le moto-barche delle Valli di Comacchio»[34]. Ma il tema della rappresentazione del paesaggio in chiave documentaria ha attirato l’attenzione della critica anche di recente. Molti altri critici, infatti, hanno discusso della presenza delle Valli di Comacchio nel romanzo, cercando di analizzarne il valore.

La scrittrice in varie parti dell’opera evidenzia gli ostacoli naturali rappresentati dal paesaggio. In questo senso è particolarmente interessante l’episodio nel quale l’Agnese cerca di sfuggire a un’imboscata dei tedeschi, ma viene arrestata appunto per la sua difficoltà di scappare nel terreno infangato: «L’Agnese […] riprese a pestare nel fango con le sue ciabatte rotte. Il sentiero sull’argine era stretto e viscido, entrava ora in un ciuffo di canne: nel campo visivo del binocolo la piccola grossa donna con le sporte sparì. […] Faticava a tenere la bicicletta in equilibrio: le ruote scivolavano sul fango vischioso come la colla» (p. 214). In questa scena e in molte altre la scrittrice usa il paesaggio e le difficoltà naturali come strumento per giustificare le azioni dei partigiani e per enfatizzarne il sacrificio. La severa natura del luogo si aggiunge alla ferocità del combattimento e del nemico e spiega, secondo i critici, «le ragioni, i conflitti, i contorni delle cose, delle azioni […]. La vita partigiana si svolgeva in un mondo ostile di natura e di uomini»[35].

Anche Andrea Battistini ha esaminato la strumentalizzazione che fece la Viganò del paesaggio e degli elementi naturali tipici del luogo: i partigiani «dovettero combattere, oltre che contro soldati feroci e disumani, contro un altro avversario naturale non meno impegnativo, i luoghi avversi delle valli di Comacchio»[36]. La fedeltà nel registrare luoghi e paesaggi aveva, allora, non solo l’intento di documentare l’ambiente delle vicende, ma anche quello di mettere a fuoco il sacrificio dei partigiani che lottavano contro la natura e le truppe nazifasciste.

Il valore documentaristico del romanzo si manifesta anche nella descrizione dei personaggi. A parte la protagonista, l’Agnese, che mostra evidenti elementi autobiografici ed è facilmente collegabile alla stessa Viganò – e su questo ci soffermeremo più avanti ˗, alcuni altri personaggi del romanzo sono stati individuati come ispirati a personaggi reali frequentati dalla Viganò durante il suo lungo percorso resistenziale.

Particolare importanza ha, ad esempio, il Comandante della brigata dove militava l’Agnese. Il comandante è descritto come un uomo autoritario, un intellettuale sicuro di sé e capace di controllare gli uomini grazie a una grande cultura che lo rende più cosciente dei motivi della guerra e delle sue dinamiche rispetto ai suoi partigiani. La descrizione del primo incontro dell’Agnese con il Comandante trasmette l’autorità che esercita quest’uomo sui suoi: «Sapeva che lo chiamavano «l’avvocato», che era uno istruito, un uomo della città, che aveva sempre odiato i fascisti, e per questo era stato in prigione, e poi in Russia e in Ispagna. E adesso aveva una grande paura di lui, della sua voce quasi dolce, delle parole che avrebbe pronunciate» (p. 57). Nonostante la scrittrice non faccia una dettagliata descrizione fisica del Comandante («Lui era piccolo, scarno, grigio, un avvocato di città», p. 185), il suo modo di parlare e i suoi atteggiamenti confermano quest’idea di “superiorità”: «Aveva la voce fredda e pacifica, e parlava adagio, come un maestro che assegni il compito agli scolari» (p. 57).

La critica letteraria individuò nella figura del Comandante il ritratto dello stesso marito di Renata Viganò, Antonio Meluschi. Lo scrittore, infatti, era stato catturato dai fascisti per poi diventare comandante di alcuni gruppi di partigiani nell’Emilia Romagna. Ad esempio, Roberto Roversi ha delineato un esauriente ritratto di Meluschi definendolo «scrittore di solido nerbo, uomo anche d’azione politica, contro il fascismo prima della guerra (con conseguente galera), poi organizzatore e comandante nella lotta partigiana»[37]. Gli aspetti che accomunano i due personaggi sono, dunque, la cultura e il dominio sui partigiani. Il Comandante, in effetti, è visto dai suoi uomini come un vero e proprio leader: «avevano visto il suo coraggio, sempre in testa nelle azioni e sempre disposto a soffrire con loro, mai un privilegio né una distinzione che non fossero il diritto al comando, il carico delle responsabilità» (p. 185). Questi tratti per alcuni critici bastano a confermare che dietro a quella del Comandante sia «da vedere la figura di Antonio Meluschi, il compagno di vita di Renata Viganò»[38]. La volontà di documentare il ruolo del marito, conosciuto appunto durante la lotta, viene interpretata in modi diversi. Da una parte, c’è chi vede nella rappresentazione del marito mediante la figura del Comandante il desiderio di rendere omaggio a Meluschi, che condusse la scrittrice negli ambienti della Resistenza, e di registrare in un’opera letteraria la sua lotta come eroe antifascista:

un tributo mitizzante, trasfigurato sul piano letterario, al marito Antonio Meluschi, a sua volta scrittore e combattente, figura di comando proprio nelle valli del comacchiese in cui la Viganò ambienta il proprio romanzo[39].

La Viganò voleva, dunque, sottolineare il ruolo del marito e lo fece mediante il Comandante della brigata che accetta, dopo che l’Agnese ha ucciso un soldato tedesco, di inserirla nel gruppo da lui comandato: «Lei aspettava il rimprovero da quando era entrata, e il ritardo aumentava il suo orgasmo. Nella stanza sembrò che non ci fosse più nessuno. Poi il Comandante parlò, ed a lei parve di ascoltarlo in sogno. Disse proprio così: — Clinto, la mamma Agnese viene con noi» (p. 57). A confermare l’implicito riferimento al marito sta anche il fatto che la figura del Comandante appare esaltata al massimo dalla scrittrice. È evidente che la Viganò intenzionalmente cercò di idealizzare la figura del marito: nel Comandante «rifletteva alcuni aspetti dell’attività partigiana del marito della Viganò, Antonio Meluschi, e non riusciva a sfuggire i rischi della mitizzazione»[40].

Proprio questa mitizzazione del personaggio ha spinto alcuni critici ad attribuire al Comandante un ruolo molto più importante di quello di un semplice comandante di brigata. È significativa in questo senso l’analisi che ha fatto Asor Rosa della dimensione di questo personaggio.

Il critico sostiene che la figura del Comandante supera la rappresentazione di un semplice comandante partigiano, ma rispecchia una personalità più complessa e più articolata. Il grande divario culturale e intellettuale che traccia la Viganò tra le figure dei partigiani e la stessa Agnese, da una parte, e quella del Comandante, dall’altra, fa pensare a un uomo appartenente a un gruppo organizzato, a un «intellettuale venuto dall’esterno e incaricato dal partito di organizzare e guidare la lotta»[41]. Asor Rosa arriva poi alla conclusione che nella creazione del personaggio per Renata Viganò sia avvenuto «un processo di consapevole-inconsapevole transfert autobiografico ed ideologico, che finisce per modellare la storia sugli schemi delle speranze e dei programmi di ristretti gruppi di rappresentanti della cultura»[42], il che concede al personaggio una connotazione ideologica che va oltre la rappresentazione del marito della scrittrice.

L’Agnese tra autobiografismo e rielaborazione letteraria

La peculiarità dell’Agnese va a morire, lo si è già illustrato, sta nel fatto che è uno dei pochi romanzi che testimoniano la Resistenza italiana dal punto di vista femminile. La protagonista, donna di campagna che lavora come lavandaia, si trova in un certo senso costretta a unirsi ai partigiani dopo aver ucciso un soldato tedesco. Narrando la vita dell’Agnese tra i partigiani e la sua lotta contro il nemico, la scrittrice documenta la lotta di molte donne italiane, oltre alla propria storia. Il personaggio dell’Agnese ha, dunque, una chiara matrice autobiografica. Il fatto che Renata Viganò partecipava assieme al marito alle azioni della Resistenza non poteva, ovviamente, essere ignorato dai critici che analizzavano il personaggio della protagonista del romanzo e non poteva non condurli a cercare gli aspetti in comune tra la scrittrice e l’Agnese.

Antonio Catalfamo, ad esempio, sostiene che «L’Agnese rappresenta la stessa Viganò»[43]. Vari sono, infatti, gli elementi di somiglianza tra i due personaggi, quello reale della scrittrice e quello inventato dell’Agnese. Il primo fra questi è senza dubbio la partecipazione alla lotta partigiana. Questa partecipazione dà al romanzo molta credibilità e fa sì che sia annoverato fra i maggiori libri sulla Resistenza. Le attività che compie l’Agnese per aiutare i partigiani sono in realtà le stesse che svolgeva Renata Viganò assieme al marito. Nel romanzo l’Agnese si occupa di rifornimenti e lavora come staffetta: «Tu ti incaricherai di tutti i rifornimenti, organizzerai le staffette, una è questa, le altre te le indicherò, e porterete alla “caserma” quello di cui gli uomini hanno bisogno» (p. 114). Molte fonti storiche confermano che la scrittrice bolognese militava come staffetta durante la lotta partigiana: «Renata Viganò prende parte col marito Antonio Meluschi alla lotta partigiana nelle valli di Comacchio facendo la staffetta, l’infermiera e la collaboratrice clandestina»[44]. Ma la somiglianza tra alcuni elementi del romanzo e quelli della vita reale di Renata Viganò non comporta che la scrittrice abbia tracciato un personaggio perfettamente autobiografico.

Con il personaggio dell’Agnese Renata Viganò non voleva, infatti, presentare al lettore la propria storia durante la guerra di Liberazione. Nonostante gli elementi autobiografici sopra citati, molteplici differenze tra la Viganò e l’Agnese escludono che il personaggio della protagonista sia pienamente autobiografico. Innanzitutto la scrittrice attribuisce alla protagonista un profilo culturale e ideologico molto diverso dalla propria formazione politica e culturale. La Viganò è una donna colta, amante della letteratura e attiva anche a livello politico, essendosi iscritta al Partito comunista nel 1935, ma non conferisce al personaggio del suo capolavoro nessun connotato culturale né politico. La protagonista è una lavandaia attempata e grassa. L’Agnese è una donna semplice e inizialmente estranea a qualsiasi fede politica o attività culturale: «Agnese è una popolana analfabeta che non si è mai interessata alla politica e alle questioni sociali; aderisce alla Resistenza spinta dall’onda emozionale per la perdita del compagno di una vita»[45]. L’uccisione del marito, Palita, è il motivo diretto e spontaneo dell’adesione dell’Agnese al mondo dei partigiani.

Mentre, dunque, il personaggio del Comandante ha forti somiglianze con la figura del marito della scrittrice, quello dell’Agnese è meno ricollegabile a quello dell’autrice: «Viganò […] represents her experiences during the war with a character who outwardly seems quite different from herself. She uses the story of Agnese, a childless, semi-illiterate, elderly peasant washerwoman to portray her wartime life»[46]. Altri critici parlano addirittura dell’Agnese come di un personaggio completamente diverso da Renata Viganò perché la rielaborazione letteraria e il desiderio di raccontare la lotta delle donne, tutte le donne della Resistenza, produsse un personaggio a sé: «Agnese non è Renata perché non ha nessun connotato riconducibile all’autrice»[47]. Il personaggio, che sembra, dunque, apparentemente autobiografico, è invece una rielaborazione letteraria dei profili di varie donne che parteciparono alla guerra e che in qualche modo la scrittrice aveva conosciuto:

Il personaggio dell’Agnese non è uno solo. Non ho conosciuto una donna che si chiamasse Agnese e che abbia compiuto quello che ho raccontato di lei. Ma tante «Agnese» sono state insieme a me nei fatti e negli eventi, e gli eventi e i fatti o accadevano veramente tanto vicini da averne diretta sicurezza di verità […]. L’Agnese è la sintesi, la rappresentante di tutte le donne che sono partite da una loro semplice chiusa vita di lavoro duro e di famiglia povera per aprirsi un varco dopo l’altro nel pensiero ristretto a piccole cose, per trovarsi nella folla che ha costruito la strada della libertà[48].

L’Agnese va a morire in questo senso è, dunque, la documentazione del contributo e della lotta di varie donne, conosciute e non, che grazie alla penna di Renata Viganò trovarono spazio nella narrativa prima che la storiografia cominciasse a interessarsi alla loro partecipazione. Una sorta di mosaico delle biografie di tante protagoniste, semplici donne del popolo, che lavoravano come staffette, infermiere, collaboratrici e svolgevano varie altre attività contro le truppe fasciste. La figura dell’Agnese rappresenta una generazione di contadine popolane, una generazione di partigiane sconosciute, che lasciarono un’impronta incancellabile nella lotta partigiana. La scelta di una donna analfabeta e costretta spontaneamente a unirsi ai partigiani dopo aver ucciso un soldato tedesco giustifica, infatti, la mancanza di una fede politica del personaggio. L’Agnese si unisce ai partigiani, li aiuta e sacrifica la propria vita solo perché è convinta di fare la cosa giusta. La scrittrice bolognese voleva presentare un modello delle donne italiane che, insieme a lei, fecero parte della lotta, indipendentemente da qualsiasi aspirazione politica o credo ideologico: «Viganò has filtered Life experiences and characteristics of real women she knew and has gives us a synthetic archetype»[49]. Vari critici hanno messo l’accento sul valore simbolico della figura dell’Agnese, sottolineando come la protagonista del romanzo di Renata Viganò oltrepassi i limiti di una rappresentazione autobiografica dell’esperienza resistenziale e diventi una rielaborazione letteraria del ruolo femminile. Anche se l’elemento autobiografico resta essenziale nella costruzione del personaggio, l’Agnese, infatti, diventa un archetipo femminile e una fotografia della donna italiana in generale come la vede Renata Viganò. La protagonista in questo modo «è divenuta, meritatamente, il simbolo della donna italiana, staffetta e contadina, nella Resistenza»[50].

Da quest’inclinazione a rispecchiare nella figura dell’Agnese vari modelli di donne italiane attive nella Resistenza deriva quella che possiamo definire la molteplicità degli aspetti che connotano la protagonista. Renata Viganò riesce a inserire nella primitiva e apparentemente semplice figura dell’Agnese una varietà di modelli di donne italiane, a conferma del valore simbolico che ha questa figura. Innanzitutto l’Agnese è, come migliaia di donne italiane che militavano contro i fascisti, una casalinga, una semplice donna di campagna che cura il marito e la casa. Nonostante non abbia figli, l’Agnese rappresenta la figura della madre tradizionale. Lo si nota innanzitutto nella sua descrizione fisica, in quanto è «una donna grassa, ansante, sola, quasi vecchia» (p. 154). A confermare poi il ruolo della classica donna di famiglia sta l’etichetta che alcuni partigiani le danno, anche dopo la morte del marito: “Agnese di Palita”. Quando poi l’Agnese s’unisce alla brigata di partigiani, assume pienamente il ruolo della madre. L’Agnese, infatti, compie per i partigiani tutte le attività che fa una madre per i propri figli: «Era stata con loro come la mamma, ma senza retorica, senza dire: io sono la vostra mamma. Questo doveva venir fuori coi fatti, col lavoro. Preparargli da mangiare, che non mancasse niente, lavare la roba, muoversi sempre perché stessero bene» (p. 92).

Ma l’Agnese non è solo madre e casalinga che si occupa delle faccende domestiche per i partigiani. La scrittrice bolognese mette a fuoco anche la partecipazione femminile alle azioni militari. È vero che l’ingresso dell’Agnese nel mondo dei partigiani è casuale e quasi involontario, perché uccide in un momento di rabbia il soldato tedesco che a sua volta ha ucciso la sua gatta nera, ma quando lei scappa e si unisce a una brigata di partigiani comincia anche a svolgere un ruolo diverso da quello al quale è abituata. Oltre ad avere un ruolo quasi materno con i partigiani, l’Agnese svolgerà parecchie volte il ruolo di staffetta. Nonostante la vecchia donna sembri fisicamente inadatta a farlo, la scrittrice le assegna anche questo compito. È un ruolo che ebbero molte donne durante la lotta e nel romanzo assume dunque un valore simbolico, diventando riferimento al contributo di tutte le donne italiane che rischiavano la vita per aiutare i partigiani. Attribuendo all’Agnese l’attività di staffetta, dunque, Renata Viganò «mostra quella che fu la realtà storica della Resistenza: […] una guerra in cui troviamo anche le donne che danno il loro contributo come staffette»[51].

La tragica fine della protagonista, uccisa brutalmente da un soldato tedesco («Il maresciallo rimise la pistola nella fondina, e tremava, certo di rabbia. Allora il tenente gli disse qualche cosa in tedesco, e sorrise. L’Agnese restò sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve»: p. 239), sottolinea ulteriormente che la Viganò concede alla sua protagonista una connotazione nazionale. Il sacrificio dell’Agnese, vissuta e morta coraggiosamente come tanti partigiani, rappresenta un riferimento a «queste donne combattenti, secondo il più antico stereotipo di una femminilità materna rassicurante e accogliente»[52], rendendo giustizia non solo alla scrittrice ma a migliaia di altre donne morte da eroine nella lotta.

Bibliografia

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  1. I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi, 1967, pp. 7-8.
  2. A. Bravo, Resistenza civile; cfr. la URL: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/2008/01/msg00047.html. Ultima consultazione: 31/05/2020, 11:58.
  3. Fondamentale nel far rivivere il ruolo femminile nella lotta partigiana fu lo sforzo di Ada Gobetti che negli anni Sessanta invitò a rintracciare le protagoniste delle vicende della guerra e a dar loro la possibilità di documentare la loro esperienza e denunciò il ritardo nel mettere per iscritto le loro testimonianze: «Bisognerebbe ricercare queste donne, stimolarle a scrivere e […] farle parlare e registrare quello che dicono. […] Le protagoniste di questa storia ancora da scrivere si allontano, si disperdono, scompaiono» (A. M. Gobetti, Perché erano tante nella Resistenza, in «Rinascita», a. XVIII, n. 3, marzo 1961, p. 251).
  4. E. Salvini, Ada e le altre. Donne cattoliche tra Fascismo e democrazia, Milano, FrancAngelo, 2013, p. 131.
  5. M. Mafai, Pane nero, Milano, Mondadori, 1987, p. 4.
  6. Cfr. J. Sémelin, Senz’armi di fronte a Hitler. La resistenza civile in Europa (1939-1943), Casale Monferrato, Sonda, 1993.
  7. L. Antonelli, Voci dalla storia. Le donne della Resistenza in Toscana tra storie di vita e percorsi di emancipazione, Prato, Pentalinea, 2006, p. 77.
  8. A. M. Bruzzone, R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Milano, La Pietra, 1976, p. 290.
  9. M. Zancan, L’esperienza, la memoria, la scrittura delle donne, in Letteratura e Resistenza, a cura di A. Bianchini, F. Lolli, Bologna, Clueb, 1997, p. 223.
  10. Cfr. M. A. Saba, Partigiane: le donne della Resistenza, Milano, Mursia, 2007.
  11. P. Gabrielli, La pace e la mimosa. L’Unione Donne Italiane e la costruzione politica della memoria (1944-1955), Roma, Donzelli editore, 2005, p. 132.
  12. T. Noce, Nella città degli uomini. Donne e pratica della politica a Livorno fra guerra e ricostruzione, Catanzaro, Rubbettino, 2004, p. 91.
  13. Cfr. M. Casini, La montagna in guerra. Ai margini della repubblica partigiana di Montefiorino, in Donne guerra politica, a cura di D. Gagliani, Bologna, Clueb 2000, p. 102.
  14. M. E. Landini, Sessualità e violenza nelle memorie delle resistenti, in Guerra Resistenza Politica. Storie di donne, a cura di D. Gagliani, Reggio Emilia, Aliberti Editore, 2006, p. 131.
  15. L. Ruberto, La contadina si ribella: Gendered Resistence in L’Agnese va a morire, in «Romance Languages Annual», vol. 9, 1998, p. 328.
  16. D. Demetrio, L’arte povera della scrittura di sé, in Arti e Resistenza, a cura di C. Bragaglia, Milano, M&P publishing, 2005, p. 15.
  17. I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, op. cit., p. 36.
  18. T. Noce, Nella città degli uomini, art. cit., p. 92.
  19. M. Zancan, Il doppio itinerario della scrittura: la donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998, p. X.
  20. M. A. Saba, Partigiane: le donne della Resistenza, op. cit., p. 23.
  21. A. S. Gagliardi, Come raccontare la Resistenza?, in Donne guerra politica, a cura di D. Gagliani, op. cit., p. 131.
  22. «Fenoglio ha fermato nelle sue pagine di pace e di guerra, contadine tenaci […]. Magre spose che raccolgono le briciole […]. Fenoglio è un potente disegnatore di immagini femminili». Cfr. G. Lagorio, Penelope senza tela: argomenti e testi, Ravenna, Longo, 1984, p. 115.
  23. E. Soletti, Le figure femminili ne Il partigiano Johnny, in Le donne nella narrativa di Bebbe Fenoglio, a cura di Paola Gramaglia, Torino, Angolo Manzoni, 2005, p. 60.
  24. A. Ponti, Come leggere Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, Milano, Mursia, 1991, p. 60.
  25. G. Pedullà, Una lieve colomba. Saggio introduttivo a Racconti della Resistenza, Torino, Einaudi, 2005, p. X.
  26. G. Falaschi, La Resistenza armata nella narrativa italiana, Torino, Einaudi, 1976, p. 76. Il corsivo è mio.
  27. A. Sanna, Partigiane e scrittrici, in «Carte Italiane», 2, 2017, p. 149.
  28. A. C. Sozzi, Neorealismo e neorealisti, Milano, Cooperativa Libraria, 1980, p. 89.
  29. R. Viganò, Come nacque L’Agnese, in «L’Unità», 4/9/1949, ora in F. A. Damiano, Poetesse e scrittrici dal XIII al XIX secolo, in Donne a Bologna, a cura di M. L. Bramante Tinarelli, Bologna, F.i.L.d.i.S., 1987, p. 48.
  30. G. Durbiano, M. Robiglio, Paesaggio e architettura nell’Italia contemporanea, Roma, Donzelli, 2003, p. 10.
  31. Storia dell’Emilia Romagna. Dal Seicento a oggi, a cura di M. Montanari et altri, Bari, Editori Laterza, 2014.
  32. P. Albonetti, La Resistenza: schema per una storia, in Ravenna e provincia tra fascismo e antifascismo 1919-1945, a cura di A. Luparini , Ravenna, Longo, 2006, p. 103.
  33. S. Vassalli, Introduzione, in R. Viganò, L’Agnese va a morire, Torino, Einaudi, 1994, p. 1. Tutte le citazioni dal romanzo saranno tratte da quest’edizione.
  34. C. Varese, Scrittori d’oggi, in «Nuova Antologia», giugno 1950, voll. 448-449, p. 211.
  35. D. Maestri, Il Sapore aspro della vita: la Resistenza nella narrativa italiana, in I filari del mondo. Davide Lajolo: politica, giornalismo, a cura di L. Lajolo, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005, p. 148.
  36. A. Battistini, Sondaggi sul Novecento, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2003, p. 211.
  37. R. Roversi, Lo scrittore Antonio Meluschi, in «L’Unità», n. 166, 24 maggio 1991.
  38. A. Battistini, Dal teatro itinerante al romanzo picaresco. Lo stile di Luciano Leonesi narratore, in Luciano Leonesi: un maestro di teatro a Bologna, a cura di C. Melodesi, P. Ferrarini, Roma, Bulzoni, 2008, p. 96.
  39. N. Bonazzi, “Noi non finiamo”. Letteratura e Resistenza, in «Griseldaonline», n. 16 (2016-2017), p. 8.
  40. C. Bragaglia, Cinema italiano anni Settanta: figure di donna, in Gli anni Settanta: tra crisi mondiale e movimenti collettivi, a cura di A. de Bernardi, Bologna, Archetipolibri, 2009, p. 178.
  41. A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Torino, Einaudi, 1988, p. 167.
  42. Ibidem.
  43. A. Catalfamo, Letteratura e Resistenza: riflessioni critiche, in «Ediciones Universidad de Salamanca», 11, 2015-2017, p. 56.
  44. P. Guida, La scrittura femminile negli anni del Neorealismo, in In un concerto di voci amiche: studi di letteratura italiana dell’Otto e Novecento in onore di Donato Valli, a cura di M. Cantelmo, A. L. Giannone, Lecce, Congedo, 2008, p. 866.
  45. S. Cortellazzo, M. Quaglia, Cinema e Resistenza, Torino, Celid, 2005, p. 72.
  46. L. Ruberto, La contadina si ribella, art. cit., p. 329.
  47. G. Codrignani, Quando ignoravamo la questione di genere, in Matrimonio in brigata. Le opere e i giorni di Renata Viganò e Antonio Meluschi, a cura di E. Colombo, A. Battistini, Bologna, Grafis, 1995, p. 55.
  48. R. Viganò, Matrimonio in brigata, Milano, Vangelista, 1955, p. 144.
  49. S. Branciforte, Introduction, in R. Viganò, Partisan wedding. Stories by Renata Vigano, Columbia, University of Missouri Press, 1999, p. 17.
  50. M. Alloisio, G. Beltrami, Volontarie delle Libertà, Milano, Mazzotta, 1981, p. 138.
  51. G. Agnoletto, Guerra e Resistenza: riflessi nella letteratura italiana del secondo dopoguerra, in Palabras, poetas e imàgnes de Italia, a cura di F. Bizzoni, M. Lamberti, Città del Messico, Facultad de Filosofia ya Letras, 1995, p. 104.
  52. M. Ponzani, Figli del nemico. Le relazioni d’amore in tempo di guerra 1943-1948, Bari, Laterza, 2015, p. 2. L’autore di questo saggio, Ahmed Soliman, è nato in Egitto, a Giza, ed è professore associato presso l’Ain Shams University. 

(fasc. 33, 25 giugno 2020)