“Cultura, informazione, fake news. Il compito del giornalismo e delle riviste di cultura”: qualche riflessione a margine di una recente Tavola rotonda

Autore di Maria Panetta

Il 3 giugno scorso si è svolta una Tavola rotonda online sul tema Cultura, informazione, fake news. Il compito del giornalismo e delle riviste di cultura, coordinata da Claudio Paravati, Segretario generale del CRIC (Coordinamento Italiano delle Riviste di Cultura) e direttore di «Confronti». Oltre alla sottoscritta, hanno partecipato al dibattito Giacomo Bottos («Pandora»), Simona Maggiorelli («Left»), Severino Saccardi («Testimonianze») e Valdo Spini («Quaderni del Circolo Rosselli»). Tutto l’incontro è fruibile al link https://www.facebook.com/CRICRivisteCultura/videos/619891462209995/, ma, date l’attualità e l’importanza del tema, ritengo possa essere utile proporre alcune riflessioni sull’argomento che, per quanto mi concerne, in parte integrano quanto emerso nel corso dell’incontro.

Volendo delineare un quadro generale e facendo riferimento ad alcuni dati statistici (in particolare, tratti dal Rapporto sul consumo d’informazione 2018 dell’AGCOM), è importante ricordare preliminarmente che già nel 2018 più del 54% degli italiani si è informato attraverso strumenti gestiti da algoritmi (come social network, motori di ricerca, piattaforme digitali), laddove meno del 40% ha utilizzato allo stesso scopo siti web e l’editoria di tipo tradizionale (ad esempio, la stampa quotidiana e periodica, la radio, la televisione, alcune testate native digitali). Ovviamente, nel valutare il peso specifico di queste percentuali, bisogna considerare anche che le fonti algoritmiche comportano uno spacchettamento del prodotto informativo e favoriscono, dunque, una fruizione frammentata dei contenuti, nel veicolare i quali le piattaforme vengono, quindi, ad assumere un fondamentale (e delicatissimo) ruolo di intermediazione.

I nuovi sistemi di “prioritizzazione” dei contenuti, inoltre, oggi tendono a trascurare la credibilità della fonte stessa, la qualità giornalistica del prodotto e la rilevanza della notizia in termini di pubblico interesse e, invece, si basano soprattutto sui criteri della prossimità degli eventi, della valorizzazione in post di amici, della condivisione e dei commenti rilasciati da altre utenze etc. Non stupisce, quindi, che, per quanto concerne, in particolare, l’affidabilità, le statistiche attestino che gli utenti sono portati a fidarsi meno di Internet che di altri media e che, nell’ambito della Rete, solo il 24% di chi li consulta ritiene i social network attendibili, e questo a causa della personalizzazione delle notizie (del resto, si sa che Facebook, ad esempio, non vigila sull’autenticità e sulla correttezza dei contenuti pubblicati dagli utenti).

Oggigiorno, la cosiddetta “viralità” delle notizie si ottiene calcando i toni emotivi e facendo ricorso alla diffusa strategia della call to action (CTA) e all’abuso del clickbait, o ‘acchiappaclic’. La nuova misura del valore di una notizia non è data dalla sua verità o dalla sua qualità, ma proprio dalla viralità. Inoltre, mentre prima nel giornalismo vigeva la norma di tenere separata la pubblicità dalle notizie, ora anche in quest’ambito si assiste a una confusione che disorienta e infastidisce gli stessi addetti ai lavori.

Tutta questa situazione di certo favorisce la circolazione di voci, dicerie, bugie, delle cosiddette “bufale” o fake news. Ciò accade anche perché gli editori di notizie hanno perso il controllo sulla distribuzione del loro giornalismo, filtrato attraverso i citati algoritmi e piattaforme opache e imprevedibili. Spesso, inoltre, su queste stesse piattaforme è presente anche una variegata offerta di servizi di intrattenimento, acquisti online, transazioni finanziarie: ad esempio, su Facebook la pubblicità risulta mirata ed efficace proprio grazie all’elevatissima capacità di profilazione del social. Ovviamente, ne consegue che viene incrementata sempre più la vendita di spazi pubblicitari sulle suddette piattaforme. E, dato che, ormai, PC, smartphone e tablet sono strumenti sempre più diffusi, ciò implica anche un grande spostamento di investimenti a favore di campagne online supportate sui dispositivi mobili.

Bisogna, inoltre, ricordare che dal maggio del 2015 su Facebook è attivo il servizio Instant Articles, per cui interi articoli possono essere pubblicati dagli editori sul social, il che ne ha alimentato l’ambiguità e ha generato confusione tra notizie verificate e notizie false che circolano contemporaneamente in quel particolare tipo di ambiente digitale.

Tutto questo insieme di fattori, sommati fra loro, di fatto rappresenta un delicato contesto nell’ambito del quale, specie in particolari situazioni quali, ad esempio, i periodi elettorali, possono presentarsi varie tipologie di problemi. Al riguardo, le ultime ricerche hanno pure evidenziato una proporzionalità fra il grado di partecipazione politica degli utenti e le loro azioni informative, il che alimenta il fenomeno della “polarizzazione” dell’informazione e delle cosiddette “bolle filtro”, termine coniato nel 2011 da Eli Pariser: ad esempio, gli algoritmi di Facebook sono programmati per reperire online informazioni il più possibile vicine a ciò che gli utenti desiderano leggere e in cui già credono, e pertanto non fanno altro che rafforzare le convinzioni dei lettori, non suscitando affatto dubbi e non ampliando la loro visione del mondo. In sostanza, gli utenti selezionano e condividono perlopiù contenuti relativi a uno specifico genere di notizia, secondo un meccanismo psicologico detto “pregiudizio della conferma”, il che contribuisce al crearsi di gruppi solidali che raramente si mettono in discussione (echo chambers) e in cui la verifica dei fatti, o fact-checking, incontra grossi limiti. Tutti gli elementi fin qui menzionati conducono, in genere, a una pericolosa estremizzazione delle opinioni degli utenti.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che oggi i cosiddetti “Over The Top” (OTT) come Google, Facebook, Amazon hanno accentrato enormi quantità di dati personali che vengono dal Web: la vera sfida, pertanto, consisterebbe nel ri-decentralizzare il Web stesso e, in tal senso, sono stati promossi dei progetti come SOLID, che faranno sì che l’utente possa memorizzare i dati personali sul proprio PODS (Personal Online Data Store) per controllarli più facilmente. Un modello virtuoso, in tal senso, è proprio la nota Wikipedia, per la quale dei volontari verificano la correttezza delle informazioni immesse dagli utenti.

È importante, in definitiva, promuovere la partecipazione attiva dei cittadini su un Web libero e aperto: e a questo scopo è necessario che Internet rimanga uno strumento accessibile da parte di tutti, ma al contempo garantisca la privacy degli utenti.

Tratteggiato questo quadro, veniamo alla situazione delle riviste e del ruolo che esse possono rivestire in tale contesto.

Innanzitutto, bisogna ricordare che una rivista di cultura non ha come fine l’informazione ma l’approfondimento. In secondo luogo, nella fattispecie, si deve distinguere, all’interno del macroinsieme delle riviste di cultura, il sottoinsieme delle riviste scientifiche: una rivista scientifica come «Diacritica», ad esempio, dispone di vari organismi di controllo interno. Oltre alla redazione, infatti, può contare sul lavoro di un Comitato Scientifico, di un Comitato Editoriale e di revisori anonimi che si occupano della cosiddetta “revisione fra pari” o peer review.

Una rivista scientifica è dotata, in genere, anche di un Codice etico, che garantisce quella deontologia professionale che dovrebbe essere scontata anche quando si parla di semplice giornalismo: la nota regola del buon giornalista è, infatti, quella di pubblicare solo notizie verificate, anche per evitare che venga meno la fidelizzazione del lettore e che il professionista dell’informazione perda in credibilità. Anche se su questo punto mi pare che oggi sia necessario mettere in atto delle penalizzazioni più severe per chi trasgredisce a tale principio fondamentale, dal richiamo orale a quello scritto fino ad arrivare, magari, a un’ammenda pecuniaria e, da ultimo, all’espulsione dall’Ordine dei giornalisti.

Per quanto concerne le riviste scientifiche, ovviamente parliamo di contributi firmati da studiosi, il che dovrebbe garantire maggiormente la loro affidabilità, senza dimenticare la già ricordata azione di controllo esercitata dagli organismi prima menzionati, fra i quali, in particolar modo, i revisori anonimi. A tal riguardo, però, mi preme sottolineare che è importante che venga attuata anche una supervisione intelligente da parte della Redazione, per non cadere nel paradosso per cui venga affidata a un non esperto la peer review relativa a un saggio su un argomento di cui l’autore è il più competente studioso vivente. L’intelligenza dei redattori consiste anche, ad esempio, nell’evitare di trasmettere all’autore di un contributo una richiesta di un valutatore “ingenuo” che, a titolo di esempio, consigli di aggiungere notizie biografiche relative a un personaggio piuttosto noto in un periodico che si rivolge a una platea di specialisti. Il pubblico di una rivista scientifica, infatti, è mediamente colto, spesso esperto o quantomeno appassionato degli argomenti trattati, per cui in genere si accorge facilmente di star leggendo una notizia non veritiera, essendo aduso all’esercizio del proprio spirito critico.

In concreto, dunque, cosa fare per evitare il proliferare di notizie false o inesatte sul Web? In primo luogo, la redazione di una rivista di cultura online pone particolare attenzione alle note a piè di pagina, richiede sempre agli autori dei saggi delucidazioni sulle citazioni di cui non si indica la fonte, raccomanda di evitare l’uso di fonti di seconda mano o richiede che vengano dichiarate. Però, su alcuni contenuti deve anche fidarsi della serietà dello studioso: se, ad esempio, un filologo scrive che una citazione riportata nel suo saggio è tratta dalla carta 3 recto del manoscritto da lui consultato, il redattore non ha modo di verificare direttamente e deve fidarsi dell’autorevolezza di chi scrive. Anche perché, pure in un’epoca come questa in cui sembra che ogni scrittura debba essere vagliata e autorizzata, ritengo che si dimentichi troppo spesso che firmare un saggio significa implicitamente assumersi ufficialmente la responsabilità di ciò che si afferma.

La Redazione e il Comitato Scientifico della rivista possono, inoltre, riservarsi di operare una selezione fra i saggi che arrivano, e devono farlo in base a criteri trasparenti: l’autorevolezza dell’autrice/autore, la precisione delle informazioni da lei/lui trasmesse, la limpidezza della sua prosa (trovo che una prosa contorta e “fumosa” sia spesso indice di idee poco chiare e anche di poca trasparenza nei riguardi del lettore), la presenza di valide argomentazioni e l’efficacia del suo comprovare la tesi che sostiene etc. Anche perché ˗  non si dimentichi ˗   il saggio è un testo critico-argomentativo.

Nell’ambito di quest’ultima tipologia testuale, «Diacritica», nella fattispecie, ha sempre tenuto molto anche alle recensioni, valorizzate già nel Programma firmato dai due fondatori (Matteo Maria Quintiliani e la sottoscritta) nel dicembre del 2014. Come sappiamo, la recensione rientra, appunto, fra i testi critico-argomentativi: comprende, perciò, una parte descrittiva e informativa, e una valutativa. Oggigiorno, invece, perlopiù si passa dall’estremo delle recensioni solo descrittive ed elogiative, spesso firmate dalla cerchia dei critici amici, a quello delle violente stroncature (sovente neanche argomentate).

Premesso che, personalmente, sono contraria alla stroncatura nel contesto attuale, in cui molti sono a caccia solo di riflettori e sono ben contenti di ricevere anche una stroncatura perché attira comunque l’attenzione del pubblico e, magari, incuriosendolo, lo induce ad acquistare il volume (meglio il silenzio su ciò che non vale), è affidata alla serietà del recensore la “verità” del messaggio che veicola. Ritengo, dunque, sia una vera e propria responsabilità firmare delle recensioni, proprio perché esse in qualche modo indirizzano il mercato e, per molti lettori, diventano punti di riferimento per orientarsi nel marasma di nuove proposte che affollano le librerie, specie se parliamo di narrativa.

Per quanto riguarda i social network, invece, mi sento di lanciare una provocazione perché troppo spesso ultimamente riscontro, specie su Facebook, un accanimento (a mio avviso) eccessivo contro chi posta, fra le altre, notizie non verificate o notizie vere ma non del giorno, che ormai vengono considerate, da alcuni “crociati della verità”, quasi alla stregua di notizie false. Non ritengo corretto questo modo di procedere perché, per loro natura, i social network sono contenitori ibridi di informazioni, racconti, confessioni, diari, pensieri in libertà, testi di finzione etc. Pertanto, è importante tenere sempre presente il contesto che fa da sfondo ai testi letti: non bisogna mai perdere di vista il fatto che su Facebook sono ammessi anche utenti con nomi falsi o false identità, che potrebbero impunemente presentarsi come la regina di Saba o dichiarare di abitare in una città che non esiste. E sono autorizzati a farlo proprio perché esiste una sorta di “patto di finzione” fra gli utenti.

Per queste ragioni, dovrebbe essere chiaro che non ci si può mai fidare dei contenuti che circolano su un social e prenderli per verità verificate: e bisognerebbe istruire anche i giovani a non cadere nel tranello di aspettarsi di trovare su Facebook solo notizie comprovate. D’altro canto, la vita stessa è fatta di menzogna e verità: è, dunque, opportuno insegnare agli utenti del Web a mettere sempre tutto in discussione, a verificare le fonti, a esercitare continuamente il proprio senso critico.

In tal senso, ritengo che la scuola, in primis, e l’università, in seconda battuta, restino luoghi della conoscenza fondamentali per arginare il fenomeno delle fake news: la scuola oggi deve, sempre di più, educare all’esercizio del dubbio, potenziare il senso critico dei discenti e insegnare loro a diffidare di qualsiasi notizia che non venga da fonti ritenute sicure.

Il principio della filologia che tutto deve poter essere verificato si deve, quindi, applicare sistematicamente anche alla lettura; d’altro canto, però, almeno i professionisti dell’informazione dovrebbero tornare a essere pienamente consapevoli del fondamentale ruolo che svolgono all’interno della società democratica e regolarsi di conseguenza nel loro agire.

(fasc. 33, 25 giugno 2020)

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