L’enigma delle bambole: “Storia di un’amicizia” di Fanny & Alexander

Autore di Valeria Merola

Con circa un anno di anticipo rispetto alla messa in onda sugli schermi televisivi italiani e americani della prima serie ideata e diretta da Saverio Costanzo, la tetralogia di Elena Ferrante ha debuttato sulla scena del Teatro Astra di Torino nel giugno 2017. Naturale conseguenza del successo planetario dei romanzi dedicati a L’amica geniale e usciti per l’editore romano e/o tra il 2011 e il 2014, la trasposizione filmica e la scrittura teatrale colgono una predisposizione alla dimensione spettacolare, che sembrerebbe essere implicita già nella pagina narrativa. Il ritmo incalzante del racconto e l’individuazione di personaggi di grande presa emotiva sul lettore, insieme con la costruzione di una storia capace di intrecciarsi con un ritratto dell’Italia dal Dopoguerra ai giorni nostri, lasciavano supporre una resa cinematografica fin dall’uscita del primo volume dell’opera. Senza spingerci a immaginare una propensione della stessa autrice alla sceneggiatura – a cui pure avrebbe poi partecipato, in occasione della versione televisiva, con un team formato con il regista, Francesco Piccolo e Laura Paolucci -, si può comunque notare come i romanzi siano stati concepiti in modo da prestarsi agevolmente all’adattamento. A lasciarlo intuire è – tra l’altro – la struttura temporale che si avvale di flashback e organizza il racconto su piste parallele, ma anche lo spessore delle figure di Lila e di Lenù, che agevola il meccanismo di fidelizzazione.

Anche se molte letture critiche hanno contestato la distanza dall’opera letteraria, si può comunque affermare che la serie televisiva girata da Costanzo per RaiFiction e la statunitense HBO sembra ispirarsi in modo diretto ai libri ferrantiani. Della tetralogia le diverse stagioni della fiction riproducono l’articolazione della materia narrativa e scelgono di insistere – almeno nella prima serie che è andata in onda alla fine del 2018 – sugli episodi-chiave del romanzo.

Per lo spettatore che invece abbia avuto modo di assistere alla messinscena della scrittura drammaturgica in tre capitoli realizzata da Chiara Lagani per la compagnia Fanny & Alexander[1], l’effetto è stato sicuramente più straniante. Pur arrivando a momenti di fedeltà letterale all’opera romanzesca, in cui le due attrici sul palco, la stessa Lagani e Fiorenza Menni, parrebbero quasi leggere pagine del libro, il progetto drammaturgico Storia di un’amicizia si contraddistingue per la libertà con cui altri linguaggi, altri codici espressivi e altri scenari entrano in relazione con l’Amica geniale. Il lavoro realizzato da Fanny & Alexander fa leva sul processo di identificazione che è alla base del successo del romanzo, cavalcandone le potenzialità e ampliandone la portata. La scrittura di Lagani costruisce quello che definisce un «millimetrico e speciale riconoscimento» con la tetralogia di Ferrante e sul meccanismo, di rispecchiamento individuale e collettivo, cui l’opera deve probabilmente il suo successo monta un sistema di rimandi intertestuali e transmediali. Stimolando «un terreno fertile di coincidenze», la drammaturgia si allarga a stabilire dei ponti con altri testi e altre esperienze estetiche con cui l’autrice racconta di essere entrata in contatto, in un’«alchimia speciale di elementi scelti»[2]. L’intersecarsi di parole e immagini, di sensazioni visive e sonore, di documenti audiovisivi e movimenti coreutici è del resto la cifra stilistica su cui la compagnia Fanny & Alexander ha costruito il proprio linguaggio teatrale.

Il trittico teatrale scritto da Chiara Lagani si completa come sempre con il progetto sonoro e la «partitura gestuale»[3] di Luigi de Angelis, in un’architettura complessa che risponde al desiderio di superare il disegno puntuale dell’opera ferrantiana e rielaborarla in un linguaggio teatrale. Come rivela l’autrice in un’intervista rilasciata a «Klp Teatro», il lavoro registico di De Angelis consiste in «operazioni molto legate al suono, operazioni ritmiche profonde, a partire da un catalogo di gesti che viene costruito in complicità con gli attori dello spettacolo»[4]. La drammaturgia traccia invece «uno spazio metaforico, anche lineare» che è la condizione stessa di esistenza dell’opera teatrale: «non puoi mica andare avanti… Cosa racconti se non hai delimitato questi confini fondamentali?»[5].

Il tentativo di mappare il territorio dell’Amica geniale inizia nel 2017 quando, in seguito a una lettura originariamente scettica e poi entusiastica dell’opera, la drammaturga scrive e mette in scena il primo capitolo di quella che sarebbe diventata una triade. Con Da parte loro nessuna domanda imbarazzante (titolo iniziale di questa prima parte) Fanny & Alexander pone la base della propria linea interpretativa della tetralogia, individuando il principale motivo di fascinazione nel legame tra le due bambine protagoniste. Notando come Lenù e Lila tendano a alternarsi al centro dell’attenzione romanzesca, contendendosi il ruolo primario, Lagani riconosce nell’amicizia e nel reciproco rispecchiamento dei due personaggi il vero punto di attrazione centripeta dell’opera. Per offrirne una rappresentazione scenica la drammaturga sceglie di affidare alle due interpreti ruoli simmetrici e speculari, privi di elementi che distinguano l’uno dall’altro. L’inscindibilità della coppia amicale e la sua condizione di continua osmosi, per cui anche nella separazione le protagoniste continuano a rapportarsi l’una all’altra, vengono rese unendo le due presenze in un’unica voce. Restituendo la centralità della voce narrante, propria della scrittura romanzesca, i due corpi condividono lo stesso soggetto, che si alterna tra diegesi e mimesi. Pur giocando sull’identificazione reciproca e sulla simmetria dei loro movimenti, Fanny & Alexander pone l’accento sul personaggio di Elena Greco, in quanto narratrice. Recuperando il punto di vista del romanzo e la sua versione della vicenda, la compagnia riconosce all’opera una vistosa matrice di letterarietà.

Se la dimensione comunicativa del linguaggio tende progressivamente nell’opera a perdere consistenza in favore di una crescente importanza della gestualità, del suono e della visione, il prevalere della narrazione sul dialogo e la riduzione del dialogo a piccoli tasselli presi di peso dalle pagine scritte impongono il continuo riferimento alla letteratura. Per dare visibilità a quella che Adriana Cavarero ha chiamato «soggettività relazionale», intendendo la «ragnatela narrativa»[6] in cui i racconti di Lila e Lenù si intersecano per costruire il racconto della loro amicizia, Fanny & Alexander punta sul personaggio di Elena come testimone ed erede dell’esperienza condivisa. Ma il ruolo di narratrice, che le ha conferito Ferrante, raccoglie comunque il testimone delle scritture autobiografiche di Lila, in un «continuo incrocio per cui ciascuna diventa narratrice dell’altra, reale o potenziale», realizzando così le «biografie di una relazione in atto»[7].

La scelta drammaturgica punta a dare visibilità alla polifonia di cui ha parlato Tiziana de Rogatis, quando afferma che «lo sdoppiamento della voce narrante è generato da una focalizzazione sui pensieri di Lila»[8]. All’idea della studiosa per cui, con l’espediente del recupero dei quaderni di Lila, Elena arriva a realizzare «un ventriloquio dell’amica» e il suo discorso diviene «continuamente smarginato»[9], Storia di un’amicizia sembrerebbe aver risposto con la coralità delle due voci, che si sovrappongono ripetutamente. Proprio come suggerisce de Rogatis, quando nota una «focalizzazione molto mobile», Lagani punta su un sistematico scambio di ruoli, che, mentre suggerisce che alla riscrittura si sia preferita la mise en espace, afferma comunque anche la sovrapposizione delle voci e l’impossibilità di distinguere le parole dell’una da quelle dell’altra.

Il titolo con cui il primo capitolo è andato in scena in anticipo rispetto alla trilogia completa rappresenta però un preciso riferimento intertestuale che complica la visione proposta da Fanny & Alexander. Da parte loro nessuna domanda imbarazzante è un verso di una poesia di Wyslawa Szymborska, che nello spettacolo viene evocata più volte. Per la poetessa premio Nobel a non porre domande imbarazzanti sono i morti, con cui pure nei sogni il suo interlocutore, in Intrighi con i morti, si intrattiene. Sulla commistione tra il mondo dei vivi e quello dei morti (al centro della prima parte del romanzo), mediata attraverso il sogno e le fantasie delle bambine, Lagani costruisce il primo tassello del suo lavoro. Il mondo dei morti è quello di don Achille e dello scantinato dove le due ragazzine gettano le loro bambole in una delle scene più significative del libro. Lo spettacolo teatrale ne coglie l’emblematicità al punto da costruirci sopra l’intero blocco drammatico. Diviso in due parti simmetriche, il primo tassello della trilogia si articola in una sezione diurna, in cui si muovono le due protagoniste, e una notturna, che vede l’entrata in scena delle bambole Tina e Nu. Al bianco degli abiti delle bambine si contrappone il nero di quelli delle bambole, mentre alla limpidezza letteraria delle pagine del romanzo si sostituiscono il mistero del nonsense, l’oscurità dei versi, l’enigma delle filastrocche.

Chiara Lagani parla di questo cambiamento di registro e di tonalità come di una smarginatura della narrazione, che lascia spazio «al gonfiarsi repentino e provvisorio di una piccola bolla di mistero, in cui lo spettatore potesse sostare e interrogarsi». A traghettare il pubblico in questo spazio anti-naturalistico sono le due bambole, che si staccano dalle pagine del romanzo e dalla dimensione diurna per richiamare suggestioni oniriche e presenze ancestrali.

Mentre coglie la centralità simbolica della bambola nella tetralogia, ma anche nell’opera di Ferrante, che di bambole parla per esempio anche nella Figlia oscura, Fanny & Alexander richiama implicitamente la propria sensibilità per un archetipo che ha un ruolo fondamentale anche nel suo immaginario. Nel lavoro che la compagnia fa su Tina e Nu è impossibile non vedere un chiaro collegamento con la ricerca di Chiara Lagani intorno alla figura di Oz. Traduttrice per Einaudi dei Libri di Oz[10], che ha portato in scena in una sorta di lettura animata, l’autrice afferma che le illustrazioni realizzate da Mara Cerri per Oz sono state alla base dello studio sulle bambole ferrantiane. Le «bambole-matrioska» della disegnatrice hanno ispirato il ciclo di immagini per Oz, tra cui quella della Ragazza-Patchwork, Pezza, «sfarfallante e stravagante», le cui parole, ricorda Lagani, «si sono mescolate in me a poco a poco alla voce immaginaria delle bambole mute della Ferrante […], ma anche a quelle di Mara Cerri, con i loro occhi fissi, sbigottiti e malinconici»[11].

Le bambole di Fanny & Alexander parlano con i versi di Toti Scialoja e si muovono con una gestualità simmetrica che Renato Palazzi ha definito «insondabili geroglifici di movenze ritmiche»[12], in un progressivo annullamento di senso, che porta all’affermazione dello «spazio enigmatico» in cui ci si domanda dove siano finite la due bambole.

Il secondo blocco drammatico sembrerebbe rispondere che Tina e Nu sono fuggite dal Rione e sono andate a vedere il mare, proprio come avrebbero voluto fare Lila e Lenù. La sezione è introdotta dalla proiezione di una serie di video in bianco e nero che ritraggono famiglie sulla spiaggia, tra cui si riconosce sempre una coppia di amiche, ogni volta diversa. A questa fase documentaria Fanny & Alexander fa seguire una parte olografica, con giochi di ombre proiettate su uno sfondo verde, in cui torna a imporsi la narrazione letteraria. Del romanzo però continuano ad essere prelevati solo dei temi e dei simboli, che nella seconda parte si riassumono intorno al focus del reale.

Il ritorno alla tetralogia è segnato dalla perdita di consistenza scenica delle due figure femminili, con l’affermazione di un personaggio collettivo, che alluda alla comunità. Chiara Lagani dice di aver compreso come questa funzione sia assunta nel romanzo da Napoli, forza «fondativa e vitale», capace di imporre il confronto con la realtà. Sono i materiali documentari, montati dalla regista Sara Fgaier, a proporre il collage familiare attraverso cui storie individuali e storie collettive si intrecciano. Fanny & Alexander recupera il lavoro che la montatrice ha realizzato su Gli anni di Annie Ernaux, in cui ha unito frammenti visivi e testuali. Il cortometraggio che Sara Fgaier realizza per Storia di un’amicizia individua nelle storie familiari delle situazioni archetipiche, che pur nella loro precisa consistenza storica diventano simboliche e assolute, dimostrando come raccontare la vicenda individuale delle protagoniste sia un modo per parlare della storia collettiva di tante famiglie italiane dell’epoca. Fanny & Alexander gioca sul riconoscimento, soprattutto nel senso della memoria particolare di cui la scrittura di Annie Ernaux si è fatta interprete. Attraverso la videoarte di Fgaier, il teatro entra in collegamento con il frammentarismo della storia di Ernaux e con l’idea di storia costruita attraverso gli archivi personali, in una coralità che si fa interprete della polifonia di Ferrante.

È lo stesso racconto ad accogliere questa pluralità di voci, quando le due attrici, oltre a continuare il gioco delle parti iniziato nel primo capitolo, entrano ed escono dal presente della vicenda, recitano quelle che sembrano quasi delle didascalie, assumono su di sé anche altri personaggi della storia. Pur impersonando l’età della giovinezza delle due protagoniste, Chiara Lagani e Fiorenza Menni sperimentano la gestualità del gioco infantile, di cui imitano il gusto trasformistico e la leggerezza con cui abbandonano le maschere.

Complice il movimento coreutico che molto deve al Tanztheater di Pina Bausch e a Trisha Brown, per cui nelle Note di regia Luigi de Angelis parla di «una grammatica gestuale ossessiva», i corpi delle attrici continuano ad alludere alle bambole, così anticipandone il ritorno sulla scena nel terzo capitolo. È sempre il regista a suggerire che la danza geometrica delle mani e dei piedi sia una rappresentazione del «morso della taranta» che ha segnato Lila e Lenù. Come se fossero state morse dal ragno, anche le due donne, colpite da un legame di amicizia quasi velenoso, non riescono a trovare pace, in un movimento continuo e danzato, da tarantolate.

Rinunciando a qualsiasi proposito illustrativo che possa seguire il filo temporale della narrazione del romanzo e riprodurne la totalità dell’intreccio, nel terzo capitolo della trilogia Fanny & Alexander continua a scegliere un simbolo su cui condensare la propria interpretazione. L’ultimo tassello è dedicato alla figura della maternità, che diviene emblematica dell’età matura delle due amiche. Nella visione proposta il corpo della madre diviene un’ulteriore lettura del tema della bambola e un’evoluzione della riflessione sull’infanzia, che è un motivo su cui la compagnia ha sempre ragionato ampiamente. I corpi gravidi delle protagoniste entrano presto in corto circuito con quelli delle bambine iniziali e la maternità si rivela un doppio del giocare a mamma e figlia che aveva esposto Lila e Lenù alla perdita delle bambole. Il trauma delle bambole perse, per cui le bambine si erano spinte nello scantinato e poi fino a casa dell’orco, don Achille, nella speranza di recuperarle, è destinato a ripetersi nella Storia della bambina perduta con cui si chiude la tetralogia di Elena Ferrante. Fanny & Alexander insiste sul nome della figlia di Lila, che si chiama Tina, come la bambola di Lenù, così dimostrando come nell’episodio delle bambole smarrite Elena Ferrante abbia voluto inserire molti elementi simbolici. Enfatizzando il finale dell’Amica geniale, in cui le bambole rientrano a sottolineare le domande a cui Elena non aveva mai potuto rispondere, la drammaturgia di Lagani insiste sul legame con le protagoniste. Dopo essersi sostituite alle bambine nel primo episodio, le bambole vanno al mare al posto di Lila e Lenù, con cui si scambiano anche nelle immagini di archivio, che ritraggono volti di ragazze qualsiasi, di diversa consistenza ma con la stessa funzione della bambola.

Alle bambole alludono i corpi delle madri, che possono liberarsi del ventre, come di un travestimento. E così il trauma della bambina perduta, che ripete e sottolinea quello archetipico da cui inizia la storia dell’amicizia. Il tema della bambola è il filo conduttore su cui Fanny & Alexander costruisce un’opera che si deve leggere nella sua complessità, non come specchio o traduzione del romanzo, ma come un attraversamento, che tenga conto di tutte le «smarginature della storia». Per quanto Elena abbia cercato di trovare una forma capace di contenere la polifonia della vicenda, il finale teatrale lascia la parola alla bambola Tina, che parla in versi, si muove con gesti spezzati e chiude lo spettacolo sul nonsense.

  1. Su Fanny & Alexander si veda il sito della compagnia https://fannyalexander.e-production.org e il focus di approfondimento di «Sciami», su https://nuovoteatromadeinitaly.sciami.com/fanny-alexander, entrambi consultati il 21/06/2019.
  2. C. Lagani, Rileggere l’Amica geniale a teatro: cito da un testo inedito che accompagna il copione Storia di un’amicizia di Fanny & Alexander che la compagnia mi ha gentilmente fornito. Approfitto per ringraziare Fanny & Alexander e Chiara Lagani in particolare, per la disponibilità e l’interessamento.
  3. Uso un’espressione di Chiara Lagani, nell’intervista rilasciata a Rita Borga su «Klp Teatro» il 4 dicembre 2017; cfr. http://www.klpteatro.it/25-anni-fanny-alexander-intervista-ferrante, consultato il 21/06/2019.
  4. Ibidem.
  5. Ibidem.
  6. «Testo e senso», 17, 2016. Intervista leggibile al seguente link: http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:G0k6s-eqamsJ:testoesenso.it/article/download/414/pdf_210+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=safari, consultato il 21/06/2019.
  7. Ibidem.
  8. T. de Rogatis, Elena Ferrante. Parole chiave, Roma, Edizioni e/o, 2018, p. 42.
  9. Ivi, p. 43.
  10. L. Frank Baum, I libri di Oz, traduzione di C. Lagani, Torino, Einaudi, 2017.
  11. Cfr. C. Lagani, Rileggere l’Amica geniale, op. cit.
  12. R. Palazzi, Una partitura di parole, di gesti, di suoni, «Il Domenicale», «Il Sole 24 ore», 30 luglio 2017.

(fasc. 27, 25 giugno 2019)