Letteratura della catastrofe tra le fiabe di Luis Sepúlveda. Su “Storia di una balena bianca raccontata da lei medesima”

Author di Antonio Merola

Molte persone vi prenderanno in giro se, una volta varcata la luminosa soglia dei diciotto anni, leggete ancora libri per ragazzi. Il vostro è un imbarazzo previsto, e anzi anticipato dal mercato: i libri di Harry Potter sono stati ripubblicati con nuove copertine “da adulti”, in modo che la gente seria e attempata non debba arrossire quando li legge in autobus. Ma non lasciatevi prendere in giro […] Fatevi beffe dell’imbarazzo. Ignorate chi vi parlerà di sciocca fuga dalla realtà: non è fuggire, è trovare. I libri per ragazzi non sono un posto in cui nasconderci, sono un posto in cui cercare[1].

Con queste parole di Katherine Rundell, autrice di libri per ragazzi famosa in tutto il mondo, cercheremo di affrontare la lettura anche della Storia di una balena bianca raccontata da lei medesima (Guanda 2018) di Luis Sepúlveda: ultima fiaba scritta dall’autore, è chiaramente stata immaginata tanto per i più piccoli quanto per i più grandi.

Una delle frasi più citate di Roal Dahl recita così: «Scrivere è in un certo senso propaganda. Matilde, per esempio, è una smaccata propaganda per la scrittura»[2]. Parafrasando, potremmo dire che la Storia di una balena bianca è una smaccata propaganda ambientalista. Potremmo aggiungere poi anche: ecologista, animalista e no-global. In generale, potremmo sostenere con facilità che in ogni opera di Luis Sepúlveda, che si tratti di una fiaba o di un romanzo, lo scrittore non ha mai nascosto il proprio impegno per una qualche causa: Luis Sepúlveda è stato, infatti, uno dei migliori esempi di scrittore impegnato dei nostri tempi.

La storia si apre con una balena spiaggiata, attorno a cui si riunisce una piccola folla, per cercare di capire che cosa sia successo:

Una mattina dell’estate australe del 2014, su una spiaggia sassosa vicinissima a Puerto Montt, in Cile, comparve una balena spinta a riva dalla corrente. Era un capodoglio di uno strano color cenere, lungo quindici metri, e non si muoveva. Alcuni pescatori commentarono che doveva trattarsi di un cetaceo disorientato, altri sostennero che molto probabilmente si era intossicato con tutta la spazzatura che viene buttata in mare[3].

Che, negli ultimi anni, una sempre maggiore quantità di cetacei finisca spiaggiata sulle coste di tutto il mondo è purtroppo un fatto conclamato. Greenpeace, per esempio, ha pubblicato un rapporto sulle principali cause di spiaggiamento dei cetacei sulle coste italiane, commissionato ai veterinari del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università di Padova. Dallo studio è emerso che «un quarto dei cetacei spiaggiati lungo le nostre coste negli ultimi anni è morto per cause imputabili all’uomo». Tra le cause, ci sono un gran numero di reti da pesca illegali, come le spadare, ma, in particolare, è la plastica che inquina mari e oceani a destare maggiore preoccupazione: «l’84% dei capodogli spiaggiati tra il 2008 e il 2019, su cui sono state condotte delle analisi, aveva nel proprio stomaco frammenti di plastica». A questo, poi, si aggiunge anche «il morbillo dei cetacei», un virus riemerso a causa soprattutto dello «stress ambientale», per il quale si è potuto registrare, «proprio come per quello della SARS e del Covid-19, l’effetto spillover ovvero il “salto di specie”, arrivando fino a specie anche lontane come lontre di fiume e foche»[4].

Già dalla prima pagina dell’opera il lettore è messo davanti a un contesto molto preciso. Se, però, nel primo capitolo crederà che il narratore sia un uomo, a cui un bambino lafkenche ha regalato una conchiglia, in seguito scoprirà che tutto il libro è raccontato in prima persona dalla Balena Bianca. Basterà avvicinare l’orecchio al guscio della conchiglia per sentirla raccontare la propria storia e quella di tutte le altre balene dei mari: una fiaba orale, dunque, come sono i primi miti dell’umanità. Ma anche una strizzata d’occhio a studi come quelli gender e postcoloniali, che hanno evidenziato l’importanza del racconto in prima persona da parte di una minoranza. Ecco come mai in questa storia sarà la balena a parlare, senza mediazioni.

Il racconto di Sepúlveda, seppur breve, è intessuto di riferimenti a ogni genere di testo, spaziando dalle fiabe all’antropologia. Prima di tutto, non si può ignorare quello che è forse il libro più famoso di Sepúlveda, Storia di una gabianella e del gatto che le insegnò a volare (1996). Della gabbiana Kengah si racconta:

Spesso, dall’alto, aveva visto come grandi petroliere approfittavano delle giornate di nebbia costiera per andare a largo a lavare le loro cisterne. Rovesciavano in mare migliaia di litri di una sostanza densa e pestilenziale che veniva trascinata via dalle onde. Ma a volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche ornate dai colori dell’arcobaleno non sempre arrivavano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari[5].

Più di vent’anni dopo, il destino di questi animali non è affatto cambiato: gabbiani e balene continuano a morire a causa del comportamento degli esseri umani. E non è cambiato nemmeno l’impegno dello scrittore, che torna a usare la fiaba come strumento di denuncia.

Un altro riferimento, che appartiene sempre al mondo della letteratura per ragazzi, è quello all’Occhio del lupo (1984) di Daniel Pennac. In questa fiaba, un bambino e un lupo chiuso in uno zoo riescono a comunicare semplicemente guardandosi negli occhi. Di più: negli occhi del lupo, il bambino legge tutta la sua storia. Le balene di Sepúlveda comunicano allo stesso modo. Leggiamo, infatti, che, quando la Balena Bianca ne incontra un’altra,

cercai uno dei suoi occhi perché si riflettesse nel mio. Noi balene di ogni specie abbiamo occhi piccoli in confronto alla grandezza del corpo, eppure comunichiamo soprattutto con quelli, oltre che con schiocchi e canti. Nelle nostre pupille si riflette tutto ciò che vediamo, e anche tutto ciò che abbiamo visto[6].

Con estrema sensibilità Sepúlveda introduce i lafkenche, il popolo dei mari che abita la piccola isola di Mocha, in Cile. I lafkenche hanno con le balene un rapporto di profondo rispetto, considerandole animali sacri: «Tra le balene e i lafkenche c’è un patto che risale ai tempi antichi del mare»[7]. Una leggenda racconta, infatti, che le balene trasportano i morti dei lafkenche sull’isola e che, quando anche l’ultimo di loro non ci sarà più, allora balene e lafkenche si avvieranno insieme nel mondo dell’aldilà. Anche le balene lasceranno per sempre il mondo dei vivi, per sfuggire agli invasori, i balenieri. E di invasori si tratta, perché questa «Gente del mare» di cui racconta Sepúlveda fu deportata dal governatore José de Garro da Mocha lungo le rive del fiume Bío Bío durante il 1685. Interessante il fatto che a raccontare la storia dei lafkenche sia sempre la Balena Bianca. In questo caso, quindi, la Balena (e con lei Sepúlveda) ricostruisce la storia di un popolo, come fosse un antropologo sul campo. Viene da pensare, in particolare, a Clifford Geertz e alla sua Interpretazione di culture, perché, a differenza degli invasori bianchi, le balene hanno con i lafkenche un rapporto alla pari. E, anzi, Sepúlveda evidenzia proprio questo capovolgimento di valori: i lafkenche non distruggono il mare e dovremmo prendere esempio da loro, entrando in un’«“antropologia dialogica” – che cerca di annullare il presupposto indirettamente gerarchico secondo cui “noi” studiamo “loro” perché noi, diversamente da loro, siamo emancipati dalle “stranezze” della cultura»[8].

Ovviamente, il modello più importante per questo libro è, fin dal titolo, con l’esplicito rimando alla Balena Bianca, il capolavoro di Hermann Melville, Moby Dick. Fra i critici, c’è stato chi, come Davide Brullo, ha istituito fra le due opere un confronto del tutto sfavorevole per Sepúlveda, che non reggerebbe davanti alla maestosità dell’opera di Melville:

Sepúlveda divulga la propria ideologia attraverso il più smaliziato e vile dei ‘generi’: la fiaba. O meglio, il mito. Solo che la sua fiaba, il suo mito, è viziato: manca l’autentica tragedia – non esistono uomini più puri di altri, siamo tutti macchiati; anche le balene, che il bel Luis descrive come immacolate, vivono uccidendo, non sono più ‘buone’ di altre creature – manca la spericolatezza del miracolo. Con tutto il rispetto per i lafkenche, infatti – e chi non parteggia per loro, la “Gente del Mare” che sguazza con le balene? – c’è un sano eroismo anche nei balenieri dell’Ottocento (a cui ipoteticamente si riferisce la storia), una rude, frugale lotta contro la natura, a rischio di morte (mai letto Joseph Conrad?), dove il più debole (l’uomo) cerca di far fronte al forte (la balena) per rubargli la luce (lo spermaceti utile a fabbricare le candele e a gasare le lampade ad olio), in un contesto naturale (l’oceano) ostile[9].

In realtà, però, la strategia di Sepúlveda non è certo quella di competere con lo scrittore americano. Come spiega nella nota finale del libro, Sepúlveda si confronta, in realtà, con la leggenda di «Mocha Dick», la balena bianca che affondò la baleniera Essex, proprio come aveva già fatto Melville, che lesse il resoconto dettagliato del secondo della nave, pubblicato nel 1821. Sepúlveda risale, quindi, al mito di origine, per raccontarlo sotto un altro aspetto. Come ha osservato Katherine Rundell, «Le fiabe sono anche un indicatore della nostra evoluzione culturale. Più di qualunque altro genere di storia, vivono, respirano e cambiano»[10]. Ecco come mai le fiabe vengono continuamente ri-scritte. Ed è da questa prospettiva che bisogna considerare l’operazione di Sepúlveda, che ci dimostra come una stessa storia può essere riscritta e interpretata diversamente più volte.

C’è un ultimo aspetto da considerare. Scrivere una fiaba oggi è quanto mai coraggioso. Una fiaba cerca di consegnare ai più piccoli un mondo futuro che saranno loro a dover costruire davvero. I danni che gli esseri umani hanno apportato all’ecosistema sono, ormai, incalcolabili e sono divenuti insostenibili. Secondo gli scienziati, per salvarci bisognerà cambiare rotta entro il 2040. Per questa ragione, Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa parla anche, e soprattutto, agli adulti. C’è troppo poco tempo per aspettare che i bambini crescano.

Altrove[11] ho adoperato la categoria critica di «letteratura della catastrofe» per parlare di opere come quella di Sepúlveda. La catastrofe ha indubbiamente a che fare con il campo semantico del disastro e della fine. La letteratura della catastrofe, però, non è una letteratura distopica. Se la distopia, infatti, riguarda qualcosa che potrebbe accadere, ma che ancora non è accaduto e non è detto che accada per forza, la catastrofe è invece, almeno per ora, qualcosa di certo. Ci sono, ormai, vari autori che affrontano apertamente l’argomento e che fanno del tema il focus della propria opera, come Luis Sepúlveda. C’è poi, però, un altro gruppo di autori che, anche se non fa della propria opera uno strumento di aperta denuncia della crisi ambientale, tuttavia non può fare a meno di “sentire” la crisi, e perciò di risentirne. Come che stiano le cose, gli scrittori del presente potrebbero essere gli ultimi ad avere qualcosa da dire; oppure, proprio come accade nelle fiabe, spingerci a cambiare, anche se abbiamo poco tempo.

  1. K. Rundell, Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 54-56.
  2. La citazione è ripresa dalla quarta di copertina di R. Dahl, Matilde, Milano, Adriano Salani Editore, 2019.
  3. L. Sepúlveda, Storia di una balena bianca raccontata da lei medesima, trad. I. Carmignani, ill. S. Mulazzani, Milano, Ugo Guanda Editore, 2018, p. 11.
  4. Tutte le citazioni sono riprese da Balene in pericolo: nei nostri mari è strage di cetacei, pubblicato sul sito di Greenpeace il 28 luglio 2020; è possibile scaricare l’intero rapporto all’URL: https://www.greenpeace.org/italy/storia/12234/balene-in-pericolo-nei-nostri-mari-e-strage-di-cetacei/ (ultima consultazione: 10/02/2021).
  5. L. Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, op. cit., p. 23.
  6. Ivi, p. 35.
  7. Ivi, p. 50.
  8. A. Dal Lago, Introduzione, in C. Geertz, Interpretazione di culture, Bologna, Società editrice il Mulino, 1998, p. XVIII.
  9. D. Brullo, Che pena il perbenismo di Sepúlveda, se parliamo di balene meglio rispolverare l’intramontabile Moby Dick, in «Linkiesta», 11 gennaio 2019 (https://www.linkiesta.it/2019/01/letteratura-ragazzi-sepulveda-balena-bianca-moby-dick/; ultima consultazione: 10/02/2021).
  10. K. Rundell, Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio, op. cit., p. 26.
  11. A. Merola, «Letteratura della catastrofe», in «Yawp», 12 gennaio 2020 (https://www.barbaricoyawp.com/post/poesia-letteratura-della-catastrofe-sulla-poesia-di-gianluca-d-andrea; ultima consultazione: 10/02/2021).

(fasc. 38, 28 maggio 2021)