“Racconto dei racconti” di Paolo Bertolani

Author di Claudio Morandini

Vi è una corrente di poeti-scrittori liguri che disdegna il mare e resta a mezza costa, a raccontare la vita sui pendii, tra gli orti, negli anfratti dell’entroterra. Che si tratti del Ponente inquieto e liminale di Francesco Biamonti e di Nico Orengo, o del Levante sopra Lerici di Paolo Bertolani, il paesaggio resta quello, aspro, vivido, d’estate polveroso e assordante di cicale, ventoso e freddo d’inverno, sempre odoroso, tutto terra sudore e sapori.

Uno dei più recenti eredi di questa corrente è Elio Grasso, poeta anche lui, che con il romanzo Il cibo dei venti1 mostra come si possa narrare un mondo vegetale e minerale che impone una vita di piccoli gesti, di poche parole. Sono taciturni, i personaggi di questa corrente: parlano solo se necessario, e danno risposte brevi, secche, eppure nei loro silenzi domina un senso lirico molto forte, un rispetto per il valore delle parole che impedisce ogni spreco. Contemplativi, assorti, sembrano volersi confondere in quella natura così poco accogliente di cui si ostinano a sentirsi ospiti. Si capta, nella sensibilità del loro sguardo sugli oggetti e nella precisione con cui gli autori definiscono questa sensibilità, il retaggio della poesia ligure, in particolare degli inevitabili Montale e Sbarbaro: e la formula di «romanzo-paesaggio» con cui Calvino ha definito l’opera narrativa di Biamonti, in particolare L’angelo di Avrigue2, vale per tutti loro (forse un po’ meno per Orengo, più attento ai richiami dell’intreccio).

In questo filone Paolo Bertolani (La Serra, Lerici, 1931-2007), oltre a uno spiccato senso del fantastico e del fantasmatico, mette di suo una vis comica decisa, anche brutale, rodomontesca, e un gusto della conversazione impastata di dialetto che rende assai diversi i suoi personaggi da quelli laconici di Biamonti o di Grasso. Sono chiacchieroni inveterati, gli uomini che popolano le sue pagine; non meno orsi, non meno diffidenti o più espansivi, anzi: ma tra loro, invece che sguardi e ammiccamenti e mugugni, corrono parole e parole, alcune vere, altre frutto di ispirazione estemporanea. Bertolani è stato poeta in lingua e in dialetto (il dialetto della Serra di Lerici, che Enzo Siciliano ha definito, riferendosi proprio ai versi di Bertolani, «un grattare di corde tese a suono corto e ispido»3), e molto di quella vocazione alla lirica4, che ha goduto di una certa reputazione critica, è trasmigrato nelle pagine dei suoi libri di racconti, meno considerati.

Vale la pena cercarli e leggerli come un unico corpus, i suoi volumetti di prose, dal Racconto della Contea di Levante5 a Il custode delle voci6, fino a Colpi di grazia, pubblicato postumo7. Sembra fare eccezione, per ambientazione e struttura quasi da romanzo breve, Il vivaio8: ma anche qui, nella storia di Heinrich Kars ispirata a von Kleist, si avverte lo sguardo affilato e, sia pure trattenuto, il gusto umoristico delle pagine liguri, soprattutto nelle parole dei servitori e nelle figure plebee di contorno.

La terra

Il paesaggio reca i segni del lavoro delle generazioni passate. Della fatica, delle schiene spaccate a tirar su muretti, a dissodare terreni poco adatti, che d’estate diventano «un niente di polvere e seccumi», a piantare ulivi – di tutto questo restano tracce, relitti, non ancora crollati o ricoperti dalla vegetazione, segni della precarietà della condizione umana e insieme della necessità di sopravvivere a tutti i costi. I campi non più curati diventano presto boschi; e anche i boschi nel presente sono inaccessibili, «fitti come destrighi»; e i viottoli non più praticati, «mangiati dai macchioni», sono diventati bui come passaggi notturni. C’è poca nostalgia per quel passato che era comunque uno stramazzare tra sforzi cocciuti e pericoli, ingiustizie e insensatezza. D’altra parte, il «patire non è che raccontandolo se ne vada». La vita è per tutti sofferenza e fatica, lotta contadina contro i sassi e la terra troppo secca e ripida. Quella del Bestia9, trascorsa a lavorare negli orti sin dall’adolescenza, è così descritta dal figlio narrante: «Bastava allungare un braccio traverso il vicolo per toccarla e sentirne il fiato grosso, i grumi di sangue cattivo». E proviene, dal confronto con quello che si è stati, o che sono stati i padri e i nonni, un senso di abbandono e spossatezza, che si prova a levar via con il sarcasmo, con il riso alla buona, e di cui non ci si lamenta mai.

Nelle pagine di Bertolani si vive per lo più in salita: solo in rare occasioni si scende verso Lerici, verso il mare: i passi muovono verso l’alto, dove stanno orti, capanni, alberi, lavori da fare, ruderi abbandonati, dimore di morti. Si scenderà anche, da quei luoghi, per ricominciare a salire: ma Bertolani, cantore fedele e salace della fatica, preferisce il racconto delle salite, lungo erte che mozzano il fiato.

Per contrasto, nelle pagine di Il vivaio che raccontano il lungo viaggio verso la città di Uccla, la malinconia di Heinrich Kars è aggravata dalla campagna «orrendamente pianeggiante» e «implacabile», priva di appigli per l’occhio, invasa da lagune dall’«odore di acque morte» – mentre lui, Kars, ha sempre amato rincantucciarsi dietro ai muri, o sui tetti, o nelle penombre dei solai, quasi come fosse anche lui un ligure dell’entroterra10.

Il mare

Si fa in fretta a trattare il mare nei racconti di Bertolani, perché quasi non c’è. Il mare, nelle parole e nei pensieri di questi narratori di suoi mezza costa, è qualcosa di lontano. «Io so che c’è, ma come so che c’è la luna. So che è laggiù in fondo», dice l’io narrante di Il custode delle voci. È il fondale di una fuga impossibile per (quasi) tutti loro, di una fuga nemmeno cercata, ambiente di altri uomini che fanno vite completamente diverse, linea d’orizzonte mai davvero desiderata, anche quando da giovani ci si sarebbe potuti imbarcare.

Il ricordo

La memoria è un atto creativo, nelle conversazioni messe in scena da Bertolani: rievoca, sì, ma soprattutto reinventa e confonde, si inerpica nelle iperboli, insegue effetti di comicità bassa. Non è vagheggiato il passato, ma piuttosto una certa idea del passato, un po’ onirica un po’ alcolica. Se si ha nostalgia di qualcosa, è della grandiosità di certi personaggi, capaci di scatti d’ira colossali e di imprese oggi proibite. Oppure, al massimo, si rimpiange «il silenzio che ora non c’è più».

La fame di un tempo «appannava la vista», insonnoliva la gente «mezzo allocchita»; la si teneva a bada con polenta, con ciò che davano gli orti sempre troppo avari. Quella fame lì sembra finita. Ma l’ignoranza buia di una volta c’è ancora, e ci sono ancora «quelli che campano sull’ignoranza»11. Come nota Anna Maria Carpi, in questo mondo «unitario»12 legato alla terra, il tempo trascolora «magico e ininterrotto»13, dagli anni Trenta in poi, unito da una «memoria che non sgarra di un filo nel disporre una pietra o una siepe o un casale»14.

La guerra

Bertolani non è il primo a indugiare sul lato ridicolo del fascismo. Ma il fascismo nelle sue manifestazioni più pittoresche sta giù a Lerici, solo di rado gli emissari del regime si inerpicano nell’entroterra. Per Bertolani, la guerra ha coinciso con l’infanzia e l’adolescenza, e questo l’ha trasformata in avventura, e forse anche in gioco, per quanto duro e pauroso15 – recupererà, quel ragazzino, il sentimento di ciò che è stata la guerra vera dalle voci degli adulti, una volta diventato adulto anche lui. Così del conflitto si colgono per lo più tracce lontane, passaggi di aerei, bombardamenti e esplosioni dal porto, dal mare. La vita tra gli orti, già dura, con la guerra lo diventa ancora di più. Non mancano i rastrellamenti, le perquisizioni dei nazisti e dei fascisti alla ricerca di armi16, si insinua la paura dei delatori, nascono vocazioni partigiane, senza tanto scalpore ci si dà alla macchia per riunirsi alla Resistenza (ma lo sguardo di Bertolani non insegue l’epica partigiana e preferisce restare addosso agli uomini stanziali, che sopportano e al più mugugnano). Di questa fase storica, l’autore scopre certi lati insoliti: un soldato tedesco confinato in paese per punizione dalla «Vèrmac» chissà per quale debolezza, o forse per spiare17; gli scheletri dei soldati tedeschi ammazzati che lo Zambelli scopre in mezzo agli scheletri molto più antichi dei morti di peste nei sotterranei di una vecchia chiesa in L’assistente18.

Il sesso

A smentire, se mai ce ne fosse bisogno, che circola aria di Arcadia nelle pagine di Bertolani, basterebbe soffermarsi sullo spazio che vi ha il sesso, come ossessione anche linguistica e come pratica. Per i bambini di Come era la gora19 è il «mistero dei misteri»: e Tino della Valle, che vuole mostrare di saperla più lunga, ne parla ai coetanei come di «una specie di innesto tra carne e carne, una specie di lotta per arrivare al gusto…». Le masturbazioni di gruppo sono vissute (e raccontate) come riti misterici; si fa uso improprio di pecore e galline (e pure di un gallo); per capirne di più si spiano gli amanti infrattati; e via così.

È sesso condiviso in gruppo, da uomini sempre «smangiati dalle voglie», e bisogna parlarne, vantarsi, lanciarsi in iperboli, perché se non se ne parla è come se non fosse mai accaduto nulla. L’esperienza collettiva dell’atto è sempre vissuta alle spese di qualcuno: della donna, che diviene oggetto di desiderio ed è ridotta per sineddoche all’organo riproduttivo, e dell’ingenuo del gruppo (ve n’è sempre uno, come il Girotto in Aria di neve20 che, timido e gentile, mette a disposizione la casa per le scorribande dei compari con una signora misteriosamente consenziente che crede una signora ed è invece una prostituta). Ma i personaggi di Bertolani non ordiscono beffe, quasi mai: non ce n’è bisogno, la vita è già prodiga di imboscate e imbrogli.

Nonostante tutto questo gran parlare, il sesso ha un suo lessico curiosamente riluttante, tra l’infantile e il metaforico («belino» o «pilino», «essere in canna» o «andare in punteria» o «dare il giusto», «narda», «petéra» o «natura»), come se, dinanzi a tutti quei divoranti fantasmi sessuali che li agitano, agli uomini mancasse la fantasia giusta.

Le donne

Uomini e donne vivono in mondi a parte, come nelle società tradizionali. Le donne sono oggetto di desiderio, alimentato dalle attese, dalle distanze, dai pudori: passano dinanzi, e subito suscitano desideri che i maschi non sanno nemmeno esprimere.

Gli uomini non le capiscono, non vogliono capirle – non sanno capirle, probabilmente. Le temono, perciò, le desiderano in un modo animalesco e impacciato. Le fraintendono, incapaci di penetrare nella loro complessità: e parlano così di donne «vogliose che la darebbero anche a un cane, eppure fingono che le fa senso anche a parlarne».

Una volta sposate, diventano massaie, restano in casa, stanno con altre donne, fanno lavori che i maschi non praticano. Gli uomini di un tempo (lo si favoleggia in Paragoni21), i nonni dei nostri fabulatori, «quelli sì che sapevano condominarle bene»: litigi epici, violenza disperata, prima subita nei campi e poi sfogata sull’ultimo anello della filiera della sopraffazione, le donne di casa. Senza prendersi troppo sul serio, gli uomini de Il custode delle voci rimpiangono quei tempi, in cui almeno i loro avi potevano dominare a pugni e bastonate su qualcun altro e non essere solo più vittime. E raccontano poi di quel tale, Gin del Prete, che per essere rispettato dai compari doveva fingere di rompere le ossa alla moglie, che d’accordo con lui metteva su la scenetta e strillava come se la ammazzassero. Anche il Moo, confidandosi con la moglie del Bestia morente, si lascia andare, senza crederci fino in fondo, al consueto repertorio della misoginia popolare: le donne sono «serpi, veleni»22; «alle donne tagliarci la testa… e farci dei vasi da notte».

Così le fantasie brutali e primitive di certi momenti. Ma vi sono altre circostanze in cui gli uomini si intimidiscono davanti alle donne di casa, parlano sottovoce, scoprono in se stessi un insolito rispetto: sono i momenti delle veglie funebri, davvero frequenti in Bertolani, quando le donne prendono il controllo di tutto, e governano serene e pronte quei momenti che allocchiscono i maschi. In occasioni come quelle, gli uomini scoprono che le donne hanno un mondo loro, ricco di segreti, custodito con gelosia, e sentono che non ne faranno mai parte, se non da morti. Così tra lo stesso Moo e la moglie del Bestia finisce per instaurarsi una confidenza rispettosa, un affetto solidale e paritario che chiameremmo amicizia: dinanzi all’agonia del Bestia lo soccorrono, si soccorrono, cercano di spiegarsi (senza riuscirci, ma pazienza) i misteri della vita e della morte23.

Alle donne, oltre ai preti, sempre visti come caratteristi bizzarri, è demandato il sentimento religioso. Gli uomini sono atei o agnostici perché legati alla terra, non nutrono pensieri metafisici se non per effetto dei racconti di paura, non levano mai lo sguardo al cielo (al massimo arrivano alle cime degli alberi), ma riconoscono che in fondo anche bestemmiare (alcuni lo fanno con gusto esorbitante) è forse già un credere.

La lingua

Dice l’amico Francesco all’autore, all’inizio del racconto Aria di neve: «Certe frasi che sentiamo in giro, nei paesi, sono già bell’e pronte per la pagina. Basterebbe solo metterle nei punti giusti». «Intonarle», gli dice l’io narrante di rimando. «Ecco, intonarle»24, risponde l’altro.

Le parole sono antiche, dense, scandite (ad apertura di pagina, da Il custode delle voci: «imbestiare», «groppi», «foresto», «temenza», «caldana»). Quando Bertolani, o uno dei suoi narratori, ricorre a espressioni che l’uso di questi ultimi anni ha trasformato (come «sito», che l’autore impiega nel senso di ‘piccolo appezzamento’), si produce un curioso effetto, di cui si è ben accorto Roberto Benigni, che in un’affettuosa Lettera riportata a mo’ di introduzione a Il custode delle voci scrive con l’entusiasmo che conosciamo «Quelli sì che sono siti! Io clicco www per dirti tre volte evviva!»25.

Il ricorso al lessico del dialetto certo non guarnisce o pennella di pittoresco, piuttosto asciuga, e sembra reinventarsi di volta in volta invece di ripetersi in formulazioni di comodo. Certo, a volte l’oralità intrisa di dialetto dà forma a frasi ostiche: così si dice del padre del Bèlua che in pieno solleone «percorreva i suoi boschi… a smangiarsi di intopparci qualcuno con dei fulminanti in mano»26. Bisogna ascoltarle, più che leggerle, queste frasi. Fortunatamente, alla fine di ogni raccolta compare un Glossarietto che consentirà al lettore di non stranirsi.

Perfino nella lingua di Il vivaio, calibrata verso un’atemporalità letteraria alta, talvolta affiorano, a esprimere insofferenza, certe coloriture ricorrenti negli altri racconti, «caldana», «imbestiato»…

La parola

Non solo le pianure hanno i loro narratori. Anche questi uomini di Bertolani, scontrosi, iracondi, impacciati, sono veri chiacchieroni. Tra loro spiccano alcuni, per esempio il Bestia27, che, dotati di una selvatica fantasia poetica, sanno «favolare su piante e bestie e lavori», e così alleviano a se stessi e agli altri la fatica del vivere con invenzioni di favole, con affabulazioni su memorie antiche. Molti racconti sono questo: un infilarsi nel mezzo di un’arruffata conversazione tra amici che si sono fermati a raccontare o a sentir raccontare appigliati a cose minime, come il frinire indisponente di una cicala, e danno così sfogo alle pene nascoste, ai «veleni» che li accompagnano «sin dalla nascita». E il racconto si scioglie quando in un modo o nell’altro l’aedo di turno riesce ad arrivare, tra commenti e battute, a un finale – e pazienza se questo finale non è proprio come avrebbe voluto, e l’effetto non è davvero quello sperato: gli amici avranno comunque gradito.

Tutti amano comunque conversare, dimenticare il tempo che scorre e rievocare il passato (conta poco il futuro, nelle loro chiacchiere). Ed è un conversare di maschi, nutrito di pulsioni, impazienze e livori tutti maschili, irrorato dal vino. Delle chiacchiere delle donne Bertolani svela poco.

Di alcuni di quegli uomini, come il Bèlua, si dice scherzando che hanno «una lingua che taglia cuce e ricama» e «fa l’orlo a giorno», perché sanno viaggiare e far viaggiare con le parole, non importa se vere o false – parole che inseguono pensieri e a un certo punto divagano in altre avventure tutte sonore. E per seguirle, queste avventure, bisogna ascoltare e pazientare, perché i dialoghi si riempiono di digressioni, dispetti, interruzioni, o si biforcano in versioni alternative, o si sfilacciano per difetto di memoria o calo di voglia.

A inquadrarle tutte, queste voci, interviene la voce del poeta. Ha un che di lirico, certo, il suo ostinato ritornare alla terra dell’infanzia, a riascoltare chi ancora è vivo e a ripercorrere le tracce sempre più opache di ciò che è stato: ma è il lirismo di chi tiene lo sguardo basso sulla terra, sui sassi e sulla vegetazione. Anche il suo dialetto è diverso, quando si concede delle incursioni nella lingua dei padri: più voluto, più cercato e assaporato di quello dei suoi personaggi, nasce da un desiderio di classificazione, di perpetuazione. È il dialetto di chi torna alla terra dopo aver letto molti libri28.

La morte

La morte è ovunque: nei ricordi delle persone andate all’altro mondo, certo, nei segni ancora visibili del loro passaggio sulla terra (case diroccate, stradelli, campi abbandonati, alberi che ora vanno in malora); ma anche, e in modo più intenso, e addirittura più concreto, nell’ostinazione con cui quei morti continuano ad abitare gli stessi posti, un po’ discosti e ancora più musoni di quand’erano vivi, d’accordo, ma sempre lì, pronti ad apparire a una finestra, dal folto di un bosco, e anche a dire qualcosa, che un po’ lascia straniti un po’ spaventa.

A volte un personaggio decide che è venuto il suo momento. Così, Manè, in La fisica, confida al narrante: «Cosa dici, menìn, non sarebbe l’ora di andarmene? Uno di questi giorni mi decido e muoio», e dopo una settimana «si mette a letto e si toglie il pensiero»29. E nel racconto Livio30, l’eponimo protagonista, dopo una banale litigata con il figlio, si cala in una cisterna e resta lì ad annegare in poca acqua, dopo essersi «salmonato» (‘zavorrato’) piedi e collo. «Di fatti compagni si sa sempre appena quello che si vede», chiosa Rolà. E, a enfatizzare il mistero che governa il profondo degli uomini: «È come il fiore della patata. Ma la patata è sotto».

La paura

Si fanno gare a chi la racconta più grossa, a chi mette più paura. La paura è sempre quella dei bambini, e resta intatta anche nei grandi, che i racconti sui morti fanno tornare bambini. In Una bella stagione31 la paura assume i toni di un’epica all’incontrario: quando Giusé il Nerchia incontra Pin caduto nella calce e tutto imbiancato, il suo terrore di trovarsi dinanzi a un morto è pura gag da film muto: «si butta giù per Carbognano… si tira dietro muretti interi, e arriva alla marina, a Lerici». E il Nerchia non è l’unico a scapicollarsi per effetto dello spavento fino al mare, a Lerici, nei racconti di questi picari a parole.

Nei racconti di paure altrui, si alimenta la paura di ognuno: si comincia per scherzo, poi si finisce per crederci senza ammetterlo e si ride ma con un fondo di inquietudine. Anche alle veglie funebri gli uomini-bambini finiscono per concedersi queste storie, con il defunto di là, circondato dalle donne che sgranano i rosari. Giocare alla paura è sollievo, preparazione alla morte, gara di resistenza e coraggio per chi racconta e chi ascolta (e poi torna a casa, al buio, lungo stradelli che sembrano sconosciuti).

A volte sono uomini che si fingono o sono creduti spettri, a volte gli spettri capitano tra i vivi, e, parlando del più e del meno, ingannano per un po’, e intanto preparano l’effetto. Appaiono su in alto, in luoghi precisi, vestiti di bianco, in processione (così in La fisica32 e I mótri33), che siano evocati da qualcuno che possiede appunto «la fisica», il potere dell’ipnosi, o che misteriosamente abbiano voglia di mostrarsi. Sempre in I mótri, la loro bianchezza è descritta proprio come infarinatura di facce e di vestiti, e il senso di morte diventa pioggia di farina che nevica sui vestiti dei vivi e non si leva più.

Come per gli antichi, le sedi da cui vanno e vengono i morti sono sparse sulla Terra, hanno varchi geograficamente definiti. Milio è tra i più bravi a raccontare queste storie, nelle veglie o quando capita, «storie di spiriti, di morti che ritornano in vita, che ti vengono a cercare»: e sono suggestioni collose, che impauriscono chi poi deve rincasare di notte. Rangòn, dopo aver ascoltato Milio, scappa inseguito per tutta la notte da un «fii» che non è il fischio di uno spettro, ma un rumorino del suo naso: si ride, e intanto si rabbrividisce, perché quel «fii» del naso non esclude che una volta o l’altra uno spettro come si deve non ci fischi dietro davvero.

Poi ci sono i già citati «mótri», che strisciano tra mille altre cose nelle pagine del Racconto della Contea di Levante. Il Glossarietto che chiude il volume li definisce «animali della mitologia popolare, simili a un tozzo rettile mozzato». Nel racconto che prende titolo da essi, sono presentati come «specie di bisce mozzate, grosse come una bella coscia d’uomo, e corte», e secondo uno dei personaggi, il Pressìo, sanno anche parlare, e hanno voglia di raccontare la loro storia, perché anch’essi, secondo una specie di contrappasso dantesco, imprigionano anime di morti, più esattamente di anarchici. Ma forse sono frutto solo della «fame nera», sono «capogiri dentro gli occhi».

Ne La finestrella34, al narrante appaiono tutte, come in una passerella finale, le facce dei morti rievocati nelle pagine, «tutte piccole come pezzetti di carbone, come figurine di tarrargilla messe lì a essiccare» attorno al fuoco di un camino. Evocate prima dai conversari a ruota libera, poi finalmente dalla scrittura, non più infarinate come per una rappresentazione o parodia dantesca di paese, non più scherzo o allucinazione alcolica o da fame: figlie della parola, circondano chi le ha riportate in vita, e gliene sono grate, anche se non lo ammetterebbero mai.

  1. Milano, Effigie, 2014.
  2. Torino, Einaudi, 1983.
  3. Cfr. E. Siciliano, Diario, in «Nuovi Argomenti», n. 6, aprile-giugno 1999.
  4. Segnaliamo almeno Incertezza dei bersagli (Parma, Guanda, 1976-2002), Séinà (Torino, Einaudi, 1985), E góse, l’aia (Parma, Guanda, 1988).
  5. Premio Comisso nel 1979 e allora pubblicato da Il Formichiere (Milano), poi ristampato da Il Nuovo Melangolo (Genova) nel 2001.
  6. Sempre Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003.
  7. Genova, Il Nuovo Melangolo, 2007.
  8. Genova, Il Nuovo Melangolo, 2001.
  9. Il padre del narrante in I mótri, dal Racconto della Contea di Levante.
  10. Potremmo riconoscervi quella «china leopardiana» di cui parla Enzo Siciliano a proposito della lirica di Bertolani nel già citato Diario su «Nuovi Argomenti».
  11. Cfr. Olinto, che chiude Il custode delle voci, pp. 109 e sgg.
  12. Nella Prefazione a Il vivaio, a proposito del Racconto della Contea di Levante, pp. 9 e sgg.
  13. Ibidem.
  14. Ibidem.
  15. A questo proposito a qualcuno verrà in mente, non a torto, il Pin del Sentiero dei nidi di ragno.
  16. La spiata, in Colpi di grazia, pp. 9 e sgg.
  17. L’amico Fritz, in Colpi di grazia, pp. 31 e sgg.
  18. Ibidem.
  19. Nel Racconto della Contea di Levante, pp. 11 e sgg.
  20. In Il custode delle voci, pp. 96 e sgg.
  21. Ivi, pp. 60 e sgg.
  22. I mótri, in Racconto della Contea di Levante, pp. 27 e sgg.
  23. Ibidem.
  24. Da Il custode delle voci, pp. 96 e sgg.
  25. Ivi, pp. 7 e sgg.
  26. Cfr. Il Mato Grosso, in Il custode delle voci, pp. 31 e sgg.
  27. In Il custode delle voci e nel Racconto della Contea di Levante, cit.
  28. Anche Heinrich Kars, in Il vivaio, è accompagnato da fantasmi, di altra natura però, vaghi, indeterminati, volatili – e insegue, romanticamente, fantasmi più che persone (si «nutre di fantasmi», come gli rimprovera, con affetto disperato, l’amata Renate), e si aggira infine anch’egli come un fantasma in un mondo non suo.
  29. In Il custode delle voci, pp. 81 e sgg.
  30. In Colpi di grazia, pp. 49 e sgg.
  31. In Il custode delle voci, pp. 90 e sgg.
  32. Sempre in Il custode delle voci, cit.
  33. Nel Racconto della Contea di Levante, cit.
  34. Conclude il Racconto della Contea di Levante, pp. 119 e sgg.

(fasc. 2, 25 aprile 2015)