Tra lirica e melodramma: per un’edizione delle rime di Gian Francesco Busenello in rapporto alla sua produzione teatrale

Autore di Maria Panetta

Giovanni Francesco Busenello (Venezia, 1598 – Legnaro, 1659)1 è conosciuto soprattutto come accademico degli Incogniti e librettista, per Gli amori di Apollo e Dafne (1640), la Didone (1641), La prosperità infelice di Giulio Cesare dittatore (1646, perduta), La Statira (1655), musicati da Francesco Cavalli, e poi specialmente per L’incoronazione di Poppea (1643), la cui musica venne composta, com’è noto, da Claudio Monteverdi.

Avvocato di una certa fortuna, egli fu, però, anche un fecondo autore di versi, sia in italiano sia in dialetto veneziano: passò, in generale, dalla tendenza petrarchista della prima maniera a temi più lascivi, specie in seguito alla pubblicazione dell’Adone di Marino (1623), che ne influenzò la produzione più tarda. Del suo apprezzamento per il poeta napoletano si trova traccia nella “lettera aperta” dal titolo Al cavalier Marino: loda l’Adone, contenuta nella miscellanea Il Barocco. Marino e la poesia del Seicento, a cura di Marzio Pieri (pp. 773-776), che è stata edita nel 1995 dall’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato. In essa il poema viene definito «nuovo miracolo della sopraumana virtù di V. S.»2 e «il più bel poema che sia stato composto giamai»3 e Busenello, rivolgendosi a Marino, lo blandisce così:

V. S. con felicissima vena va spiegando alcune delizie del dire che fanno brillare il cuore a chi legge, né vi è stanza in tutto il poema che non tragga a sé con mirabile allettamento l’animo di chi si sia. E come talvolta mirando le stelle non è possibile affissar tanto l’acume degli occhi in una, che l’altre col scintillare non ne divertiscano i raggi nostri visivi, tanta è la frequenza e il numero di quegli oggetti luminosi; cosi non è possibile riflettere tanto con la mente sopra una delle stanze predette, che le altre, disgregando i pensieri, non ne interrompano la specolazione. Egli è ben vero che tale interrompimento non scema il gusto a chi legge e non diminuisce la gloria delle cose lette, e bisognerà far voto alla natura che disponga a’ nostri sensi organi migliori, per non tradire in un tempo istesso il libro e l’intelletto4.

Si può affermare senza tema di smentita che la produzione letteraria di Busenello fu sovrabbondante: oltre ai suddetti melodrammi, egli compose, infatti, idilli di gusto marinistico, poesie civili, encomiastiche e morali; romanzi; prose oratorie e avvocatesche. Sappiamo che si era proposto un’edizione complessiva delle proprie liriche, ma non la realizzò mai, ed esse sono rimaste per lo più inedite oppure incluse in pubblicazioni occasionali. La quantità dei versi prodotti, forse, ne ha, in taluni casi, danneggiato la qualità: a essi mancano, infatti, rifiniture e limature, pur nella generale scioltezza. Inoltre, la franca oscenità di alcuni suoi componimenti ha determinato spesso giudizi negativi, da parte di critici più severamente moralisti. Però, le sue liriche rendono vivace testimonianza della vita pubblica e privata della Venezia del tempo, come ha sottolineato, tra gli altri, Arthur Livingston, uno dei suoi studiosi più attenti, nella propria monografia La vita veneziana nelle opere di Gian Francesco Busenello (Venezia, V. Callegari, 1913), punto di partenza imprescindibile per qualsiasi ricerca sul librettista veneto.

Svariati temi si alternano nella produzione lirica di Busenello: in particolare, le rime d’argomento morale e amoroso sono le sole a essere state raccolte, sempre da Livingston, nell’unica edizione critica disponibile, ovvero quella uscita a Venezia nel 1911, per i tipi dello Stabilimento grafico G. Fabbris di S.

La raccolta si apre con un sonetto dedicato all’Otio5, subito seguito dal vero incipit del florilegio, Persuadesi l’autore a scrivere6, nel quale la scrittura viene presentata come frutto dell’«ingegno» (II, v. 1, p. 19) e dell’«intelletto» (II, v. 10, p. 19) e come un nobile mezzo per involarsi «Dal volgo reo, che i veri honori oblia» (II, v. 8, p. 19); la terza lirica, Genio, affronta uno dei temi cari a Busenello, la fama: «Col tempo pugno e con l’oblio guerreggio;/ Picciole al nome mio facelle accendo;/ Fervidi voti al tuo bel nume appendo,/ E d’immortalità col ciel patteggio» (III, vv. 5-8, p. 20).

Delle numerose liriche dedicate alla celebrazione di Venezia vale la pena, forse, di leggere All’inclita città di Venezia, ché, nelle altre, molte immagini ivi presenti si ripetono: «O di Marte e di Apollo orto fecondo,/ Ondoso paradiso, arca essemplare,/ Conca di ampio tesor, reggia del mare,/ Dono del ciel, miracolo del mondo;// Venetia bella, il cui saper profondo/ Versa dolci diluvij all’acque amare,/ E fra molli cristalli, onde si care,/ Sei specchio ai regni e freno al Trace immondo:// Per te l’armi hanno vita, alma gli inchiostri;/ Per te la prisca Atene alta rinacque;/ Da te rubban le leggi i secol nostri.// Dunque, musa, di’ pur che invitta nacque,/ Cinta con pari honor d’allori e d’ostri,/ Una Roma alla terra, un’altra all’acque» (IV, p. 20).

Alcuni sonetti sono anche dedicati a personaggi coevi all’autore e permettono, quindi, di ricostruire almeno parte della fitta rete di relazioni sociali e letterarie di Busenello: ad esempio, quelli indirizzati al Zorzi Contarini (IX, p. 23), a Niccolò Crasso (X), agli artisti Ascanio (XI) e Dario Varotari (XV), agli amici Niccolò Barbarigo e Marco Trevisano (XII, XIII), all’allora noto predicatore Giovanni Maria Pietra (XIV), al duca di Candal e a Giovanni Garzoni (XVII), anch’egli gravitante intorno all’Accademia degli Incogniti.

A partire dal XIX, inizia la sezione dei Sonetti amorosi raccolti da Livingston, che include versi di lode alla sua donna e alla bellezza dell’amata (XX, XXI, XXII, XXXV, XLI, XLIII, XLIV, XLVIII), rime dedicate all’innamoramento per fama (XXIII, XXIV), molti versi di amore infelice o sdegnato contro la donna amata (XXVII, XXXI, XXXIII, LI, LII, LVI, LVIII, LXI, LXII, LXVI, LXVII, LXVIII, LXIX, LXX, LXXI, LXXIV, LXXVIII, LXXIX, LXXX, LXXXI, LXXXII), di gelosia (LXXII, LXXIII) e qualche ritratto, come Sua donna in maschera (LXXXIII) e Bella donna che fila (LXXXIV, p. 63), fino al classico tema della Morte della mia donna (LXXXIX). La caducità dell’esistenza e la fugacità della felicità amorosa sono motivi che attraversano numerosi di tali sonetti. Interessante mi pare quello intitolato La sua donna dice ch’è vecchia (LXXXV, p. 64): «Rompi gli specchi, e i liquefatti argenti/ Turba col fango, e scampa i tuoi ritratti;/ Perché, se gl’occhi alla tua imago addatti,/ I riverberi tuoi diran che menti.// Forse dal crin canuti gl’argomenti/ A pro di tue bugie, perfida, hai tanti,/ Ahi, che di tua pietade i verni attratti/ Fan mie spemi decrepite e cadenti?// Sei bambina e non vecchia, et il tuo cuore,/ Benché oda sempre dir affetti, affanni,/ Vassi scegliendo a gran fatica amore.// Il fanciul, s’inferisce ingiurie o danni,/ Nega i suoi falli e addossa altrui l’errore:/ Tu del mal, che m’arrechi, incolpi gl’anni».

Il sonetto XCII, La vanità de titoli (p. 71), inaugura la sezione dei Sonetti morali della raccolta di Livingston, con tono lugubre e pessimistico, ma forse ancora più amaro risulta il seguente, intitolato Vanità degli humani studi (XCIII, p. 72): «Mendicai precipitij; andò l’ingegno/ Tracciando altezze per trovar ruine;/ Le recondite scienze e peregrine/ Cercai sotto ogni fondo, oltre ogni segno.// Senza compasso in man, alto dissegno/ Tentai nel meditabile confine;/ Tra le cime all’Olimpo assai vicine,/ Osai degl’astri misurare il regno.// Ahi, quante consumò calende et idi,/ In vani studi, il giovanil talento,/ E de libri stancò scorte e sussidi.// Alfin chiudo la mano e stringo il vento:/ Credei mirare il sole e il buio vidi;/ E di nulla saper tardi mi pento».

La sfiducia di Busenello nel progresso scientifico (in primis, nei confronti delle scoperte di Galileo) emerge, ad esempio, dai versi del sonetto dedicato a L’huomo (C, vv. 5-6, p. 75), che, sebbene «Indegno di stampar col piè le arene,/ Studia trovar nel sol macchie et horrori;»; e degno di menzione è anche Nostra vita (CXIX, p. 85), che esemplifica bene lo scetticismo e il disincanto tipici del suo atteggiamento intellettuale: «Nostra vita è un adesso; il ciel, l’inferno/ Per tradurla in un sempre io veggo pronti;/ Fortuna, amor, con orgogliose fronti,/ Vi pretendono ogn’hor dominio alterno.// E pur di marmi e di metalli io scerno/ Votar gli abissi e scavernare i monti,/ Sul fiume dell’oblio per erger ponti,/ E alzar alle chimere un tempio eterno.// Polvere ambitiosa in vetro frale,/ Atomo terreo alfin, ombra superba/ È l’huom, che spesso ha tomba anzi al natale.// O veritade amara, o historia acerba!/ Nel fango che ci dà forma mortale,/ Farà casa l’honor, radici l’herba». A simboleggiare la fugacità del tempo della vita mortale, in linea col gusto dell’epoca, una serie di sonetti, inoltre, sono dedicati agli orologi (CXXXV, CXXXVI, CXXXIX).

Non menzionati nel titolo della silloge, in un’Appendice compaiono anche Sonetti vari satirici o triviali, due dei quali dedicati a una bella monaca (II, p. 107; VI, p. 109) e tre alla parodia, nello stile bernesco, di donne brutte o non più giovani (VIII, IX, X, pp. 110-111). Infine, Livingston concede spazio a un unico sonetto in dialetto, l’ultimo, significativamente intitolato Sopra la vita umana paragonata a quela del soldato (XV, p. 114).

Nel suo ampio studio del 1913, egli spiega che le poesie di Busenello furono in voga all’incirca dal 1623 fino al primo quarto del Settecento, anche se continuarono a essere copiate sino alla fine del secolo; dopo gli anni Venti del XVIII secolo, se ne occuparono gli eruditi: il veronese Giulio Cesare Becelli (1686-1750) nel trattato Della novella poesia cioè del vero genere e particolari bellezze della poesia italiana (nel 1732), il Quadrio (1695-1756) a partire dal 1734 (nella prima parte, uscita sotto pseudonimo, della sua opera Della storia e della ragione di ogni poesia volumi quattro, Milano, Francesco Agnelli, 1739-1752), gli scrittori di teatro musicale del Seicento (sino a fine Settecento), il Mazzucchelli (1707-1765) negli Scrittori d’Italia (Brescia, Bossini, 1753-1763), opera nella quale figura l’articolo più significativo su Busenello: ovviamente fino alla comparsa degli studi di Livingston.

Da rilevare un’importante traduzione inglese, la prima, condotta da Thomas Higgons nel 1658, della Prospettiva del navale trionfo, una poesia encomiastica scritta nel 1656 per celebrare la vittoria dei veneziani in Oriente contro i turchi (come il sonetto Alla serenissima repubblica di Venetia per la sua valorosa difesa contro all’armi ottomane, in A. L. 1911, VI, p. 21). Lodata dal celebre poeta Edmund Waller (1606-1687), divenne un modello per le satire di Sir John Denham (1614 o 1615-1669), avversario anche politico di Waller, cui si ispirò (tenendo conto anche della maniera di Higgons, traduttore di Busenello) un altro noto poeta inglese, Andrew Marvell (1621-1678), per la propria satira politica Instructions to a Painter about the Duch Wars (1667) e per i versi di Advice to a Painter (1679).

Nel 1677, inoltre, Sebastiano Rossi (autore della raccolta La Sferza. Satire piaceuoli alla Vinitiana, Venetia, Pietro Ant. Zamboni, 1664, il cui titolo probabilmente scimmiotta Marino, La Sferza. Invettiva del Cavalier Marino a quattro ministri della Iniquità. Con una lettera faceta del medesimo. Aggiuntovi un discorso in difesa dell’Adone, Venetia, presso Giacomo Sarzina, 1625) tentò di stampare poesie di Busenello assieme alle proprie (nelle Satire di Basnadio Sorsi), ritenendo che, dato che giravano ancora manoscritte, potessero non essere molto note: però, le accuse di plagio dalle quali si dovette difendere e le polemiche che si scatenarono all’apparire del volume testimoniano ancora della fortuna delle rime del Nostro7.

A parte le osservazioni talora molto superficiali annotate nel 1807 da Petronio Maria Canali sulle rime raccolte nel Codice marciano It. IX. 385 e il poco apprezzamento del bibliografo, bibliofilo, traduttore e socio della Crusca Bartolommeo Gamba (1766-1841) sulle satire dialettali (delle quali disse: «senza alcun danno delle buone lettere rimasero quasi tutte inedite»8), da rilevare che il primo che si dedicò a uno studio approfondito dell’opera di Busenello fu Emmanuele Antonio Cicogna (1789-1868), l’erudito veneziano autore dei sei volumi Delle inscrizioni veneziane. Raccolte e illustrate (Venezia 1824-1853) e del Saggio di bibliografia veneziana (Venezia, Tip. di G. B. Merlo, 1847), entrambi utilissimi, tra gli strumenti da cui partire nella ricerca.

Numerosi sono i manoscritti relativi alla produzione di Busenello (si tratta di almeno 66 codici), conservati soprattutto a Venezia nella Biblioteca Nazionale Marciana, alla Biblioteca del Museo Correr (sia nel fondo Cicogna sia in quello Correr), nella Biblioteca della Fondazione Querini Stampalia, al Seminario Patriarcale; alla Biblioteca civica Bertoliana di Vicenza; nella Biblioteca civica, al Museo civico, in quella del Seminario vescovile e nell’Universitaria di Padova; nel Museo civico e nella Biblioteca comunale di Treviso; a Verona e a Rovigo), manoscritti che sono stati registrati con cura da Livingston (1913, pp. 411-461), che distingue: a) melodrammi, b) opere in prosa, c) poesie italiane, d) sonetti, e) poesie dialettali, f) poesie apocrife. Il medesimo studioso sottolinea che

chi si occupa dell’indagine di un autore inedito della Venezia del secolo decimo settimo incontra problemi cui la critica non ha portato finora lumi sufficienti, tanto per l’illustrazione delle particolarità della vita di quell’epoca, quanto per l’ordinamento bibliografico dei monumenti letterari che di quel tempo ci sono pervenuti. Per poter scrivere uno studio definitivo su qualunque autore dei meno noti fra i veneziani del Seicento, secolo per eccellenza della letteratura anonima e inedita, si richiede un lavoro complessivo su i codici miscellanei che fin nel più tardo Settecento tramandavano di mano in mano alla posterità le scritture dei secentisti9.

Nell’annoverare le difficoltà intrinseche al lavoro di edizione delle rime sparse di Busenello, Livingston precisa ancora che «tra i più operosi cittadini del Parnaso veneziano, prolifici cultori della lingua letteraria, si trovano molti che sapevano servirsi di un dialetto schiettamente veneto, stranamente sfigurato dalla tradizione ortografica toscana, ma che si può, mediante la ricchezza dei monumenti rimasti, restituire nell’integrità pristina»10. Facendo tesoro di tali preziosi suggerimenti, proprio questo è l’ambizioso obiettivo che, a circa cento anni dalla comparsa del suo studio, ci proponiamo di raggiungere11, sperando di riuscire ad allestire presto quell’edizione critica di tutte le rime di Busenello che manca.

  1. Sul quale si vedano almeno: B. Bonifacio, Musarum libri, Venezia, apud Ioannem Iacobum Hertium, 1646, liber X, 39 e 134, pp. 437 e 469; G. Brusoni, Le glorie de gli Incogniti o vero gli huomini illustri dell’Accademia de’ signori Incogniti di Venetia, in Venetia, appresso Francesco Valuasense stampator dell’Accademia, 1647; L. Allacci, Drammaturgia, Roma, per il Mascardi, 1666, pp. 23 e sgg., 96, 181, 263 e sgg., 302; A. Aprosio, La Biblioteca Aprosiana, Bologna, per il Manolessi, 1673, pp. 83 e sgg., 113; G. D. Petricelli, Oratio in funere ill. atque excell. D. D. Petri Busenelli, Venetiis, apud Antonium Bortoli, 1713, p. 8; G. C. Becelli, Della novella poesia, Verona, per Dionigi Ramanzini, 1732, p. 255; A. Groppo, Catalogo di tutti i drammi per musica recitati nei teatri di Venezia dall’anno 1637 sin all’anno presente 1745, Venezia, appresso Antonio Groppo, (1745), pp. 16 e sgg., 19, 23; G. M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 4, Brescia, presso a Giambatista Bossini, 1763, pp. 2454-2457; S. Arteaga, Le rivoluzioni del teatro musicale italiano, Venezia, nella stamperia di Carlo Palese, 1785, I, p. 331; E. A. Cicogna, Delle Inscrizioni veneziane, IV, Venezia, presso Giuseppe Picotti editore autore, 1834, pp. 167, 170, 230, 693; VI, Venezia, presso la tipografia Andreola, 1853, pp. 34, 537; G. A. Michiel, Notizie ed osservazioni intorno al progresso dei teatri e delle rappresentazioni teatrali in Venezia e nelle città principali dei paesi veneti, Venezia, co’ tipi del Gondoliere, 1840, p. 25; L. N. Galvani (G. Salvioli), I teatri musicali di Venezia nel secolo XVII, Milano, Regio Stabilimento Ricordi, 1878, pp. 19, 31 e sgg., 35, 69; T. Wiel, I codici musicali contariniani del secolo XVII nella R. Biblioteca di S. Marco, Venezia, F. Ongania, 1888, pp. 5, 21, 51, 81; A. Borzelli, Il cavalier G. B. Marino, Napoli, Priore, 1898, pp. 168-172; A. Livingston, Una poesia di G. F. B. in Inghilterra, in «Ateneo veneto», XXXI (1908), pp. 49-68; Id., G. F. B. e la polemica Stigliani Marino, in «Ateneo veneto», XXXIII (1910), pp. 123-56; Id., Una scappatella di Polo Vendramin e un sonetto di G. F. Busenello, in «Fanfulla della Domenica», n. 29, 24 settembre 1911, p. 15; Id., Sebastiano Rossi plagiario e imitatore di Gian Francesco Busenello, in «N. Archivio veneto», 1912, fasc. 1, I sem., pp. 163-88; Id., La vita veneziana nelle opere di G. F. B., Venezia, Officine grafiche V. Callegari, 1913; G. Spini, Ricerca dei libertini, Roma, Universale di Roma, 1950, pp. 212, 244; C. Sartori, B. G. F., in Enciclopedia dello Spettacolo, II, Roma, Casa editrice Le Maschere, 1954, coll. 1394 e sgg.; G. Pesenti, Libri censurati a Venezia nei secc. XVI-XVII, in «La Bibliofilia», LVIII (1956), pp. 20 e sgg.; M. Dazzi, Il fiore della lirica veneziana, II, Venezia, N. Pozza, 1956, pp. 12, 43-54; G. Getto, Letteratura e poesia, in La civiltà veneziana nell’età barocca, a cura del Centro di cultura e civiltà della Fondazione Giorgio Cini, Firenze, Sansoni, 1959, pp. 155 e sgg.; E. Zanette, Suor Arcangela, monaca del Seicento veneziano, Venezia-Roma, Istituto per la collaborazione culturale, 1960, pp. 296, 334-38 e passim; C. Jannaco, Il Seicento, Milano, F. Vallardi, 1963, pp. 200, 216 e sgg., 242, 289, 292, 299, 420; F. Degrada, G. F. Busenello e il libretto della Incoronazione di Poppea, in Claudio Monteverdi e il suo tempo: relazioni e comunicazioni al Congresso internazionale, Venezia-Mantova-Cremona, 3-7 maggio 1968, s.l., s.e., 1968, pp. 82-102; E. Musatti, Storia di Venezia, Venezia, Filippi editore, 1968, tomi 2; G. Tassini, Il libertinaggio in Venezia dal secolo XIV alla caduta della Repubblica, Venezia, Filippi ed., 1968; M. Capucci, G. F. Busenello, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XV, 1972, ad vocem; Venezia e il melodramma nel Seicento, a cura di M. T. Muraro, premessa di G. Folena, Firenze, L. S. Olschki editore, 1978; P. Mioli, G. F. Busenello: La Didone per F. Cavalli, in «Subsidia musica veneta», III, 1982, pp. 53-74; P. Getrevi, Labbra barocche: il libretto d’opera da Busenello a Goldoni, Verona, Essedue, 1987; T. R. Deacon, The comic intrusion: an analysis of the origins and function of the comedic elements in G. F. Busenello and Claudio Monteverdi’s “L’incoronazione di Poppea”, Ann Arbor, UMI, 1990; Il Barocco. Marino e la poesia del Seicento, scelta e introduzione di M. Pieri, Roma, Ist. Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995; J.-F. Lattarico, Busenello drammaturgo. Primi appunti per una edizione critica dei melodrammi, in «Chroniques italiennes», XI (2006), 77/78, 2/3 (http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/77-78/Lattarico.pdf); G. Marino, La Sampogna, con le Egloghe boscarecce e una scelta di idillii di Capponi, Argoli, Preti, Busenello, a cura di M. Pieri, A. Ruffino e L. Salvarani, Trento, La Finestra, 2006; R. Gigliucci, Recensione a G. F. Busenello, Il viaggio di Enea all’Inferno, a cura di J.-F. Lattarico, pref. di P. Fabbri, Bari, Ed. Palomar, 2009, in «Filologia e critica», 2011, n. 1, gennaio-aprile, pp. 159-63; I. Bonomi, Il codice innovativo dei libretti di Busenello, in I. Bonomi, E. Buroni, Il magnifico parassita. Librettisti libretti e lingua poetica nella storia dell’opera italiana, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 13-46; Gli Incogniti e l’Europa, a cura di D. Conrieri, Bologna, I libri di Emil, 2011; Libertini italiani. Lettura e idee tra XVII e XVIII secolo, a cura di A. Beniscelli, Milano, Rizzoli, 2011; A. Langiano, Il «mondo alla roversa» di G. F. Busenello e il relativismo incognito, in «Sinestesieonline», a. 1, n. 2, settembre 2012 (http://www.rivistasinestesie.it/PDF/2012/SETTEMBRE/4.pdf); J.-F. Lattarico, Venise incognita. Essai sur l’académie libertine du XVIIe siècleParis, Champion, 2012; Id., Busenello: un théâtre de la rhétorique, Paris, Classiques Garnier, 2013; E. Rosand, L’opera a Venezia nel XVII secolo. La nascita di un genere, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2013; A. Langiano, Dal romanzo alla scena: G. F. Busenello e l’Accademia degli Incogniti, in La letteratura degli italiani 4. I letterati e la scena, Atti del XVI Congresso Nazionale ADI di Sassari-Alghero, 19-22 settembre 2012, a cura di G. Baldassarri, V. Di Iasio, P. Pecci, E. Pietrobon, F. Tomasi, Roma, Adi editore, 2014 (http://www.italianisti.it/Atti-di-Congresso?pg=cms&ext=p&cms_codsec=14&cms_codcms=397).
  2. Cfr. http://www.archive.org/stream/epistolariosegui02mariuoft/epistolariosegui02mariuoft_djvu.txt
  3. Ibidem.
  4. Cfr. G. B. Marino, Epistolario seguito da lèttere di altri scrittori del Seicento, a cura di A. Borzelli e F. Nicolini, vol. II, Bari, Laterza, 1912, Lettere e dedicatorie, 100.
  5. I sonetti morali ed amorosi di Gian Francesco Busenello (1598-1659), testo critico per cura di A. Livingston, Venezia, Tip. G. Fabbris di S., 1911, p. 19.
  6. Ibidem.
  7. A. Livingston, Sebastiano Rossi plagiario e imitatore di Gian Francesco Busenello, in «N. Archivio veneto», 1912, I sem.
  8. A. Livingston, La vita veneziana, cit., p. 13. Cfr. B. Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano, Venezia, Tip. Degli Alvisopoli, 1832.
  9. Cfr. A. Livingston, La vita veneziana, Venezia, Callegari, 1913, p. 15.
  10. Ivi, p. 4.
  11. L’intervento ripropone, opportunamente aggiornata, la relazione presentata al Congresso ADI di Roma del 2013; lo studio delle rime di Busenello rientra in un Progetto di ricerca d’Ateneo dal titolo Per l’edizione di poesia lirica e scenico-musicale tra Rinascimento e Barocco: storia della tradizione e filologia digitale (Prot. C26A119ZTX, 2011), diretto dal prof. Italo Pantani (Sapienza Univ. di Roma – Dip. di Studi Greco-latini, Italiani, Scenico-musicali), la partecipazione al quale ha già permesso a chi scrive di recarsi a Venezia, nel febbraio 2014, a studiare i codici della Biblioteca Marciana nei quali sono contenute rime di Busenello: il resoconto di questo lavoro in fieri verrà progressivamente pubblicato su «Diacritica» e altre riviste di settore. Sempre nel 2014 un ulteriore progetto di ricerca su Busenello è stato, inoltre, sottoposto dalla sottoscritta, con esito positivo, alla Fondazione Cini di Venezia: Giovan Francesco Busenello, librettista e rimatore, nei suoi rapporti con l’Accademia degli Incogniti e con il coevo panorama operistico veneziano.

(fasc. 3, 25 giugno 2015)