«Il figlio del farmacista» incontra la psichiatria

Author di Michele Zappella

La Casa Editrice Vallecchi ha avuto la bell’idea di ripubblicare, a quasi ottant’anni dalla prima edizione del 1942, Il figlio del farmacista[1], primo libro, breve e intenso, di un Mario Tobino poco più che ventenne. Scritto in prima e terza persona, propone e anticipa il suo futuro di poeta, scrittore e psichiatra.

In una brillante introduzione Giulio Ferroni descrive questo piccolo libro di un centinaio di pagine come «una piccola e terrestre “vita nuova”’, fervida e passionata, come Dante ebbe a definire il suo libello giovanile». Fa un’attenta analisi sulle radici viareggine del suo esprimersi in letteratura e su un anarchico spirito popolare che si concreta in un «voler bene agli altri uomini, a questa vita: …a questo nostro vivere insieme, uno aiutando l’altro». Conclude sottolineando il legame tra l’esperienza psichiatrica e la scrittura e indicando il senso della sua scelta di lavorare in un manicomio nell’attesa della poesia che «si annunzia nel silenzio della notte e nell’ascolto del dolore dei malati, nella dignità umana che il medico sa riconoscere nella follia». È su quest’ultimo aspetto, sull’incontro di Mario Tobino con i malati di mente nel primo manicomio dove va a lavorare e sul parallelo intreccio con la sua vita viareggina e la farmacia del padre, che si intende continuare in questa sede il discorso aperto dallo stesso Ferroni.

Nella farmacia del padre il giovane Tobino sviluppa il proprio rapporto con gli altri e rielabora le sue capacità di ascolto. Qui sin da bambino impara le durezze della vita, osservando il pesante lavoro di suo padre che prepara, com’era a quell’epoca, varie medicine con le proprie mani, che sono diventate screpolate dai farmaci. È lì che sperimenta la cattiveria di alcune vicine che additano lui, ragazzino innocente, come se fosse d’accordo con un ladro che fugge per strada. Quando è più grande, dà una mano in farmacia, facendo ordine e pulizia e, più avanti nell’età, sostituisce provvisoriamente il padre. Passano gli anni e, dopo la laurea in medicina e il servizio militare, è al primo lavoro come assistente nell’ospedale psichiatrico di Ancona. Ma la farmacia ritorna, e con essa i momenti d’ira, controllata a fatica, nei riguardi di alcuni clienti arroganti; e, a contrasto, i modi affettuosi e pieni di attenzione verso una vecchietta che «entra con la voce di fata “Ho una ricetta, è malata la mia nipotina”». Con lei il figlio del farmacista è dolce, affettuoso, e vede nel suo viso «lineamenti purissimi, come fosse la Madonna invecchiata».

Negli ultimi capitoli racconta la sua prima esperienza di psichiatra e rivela una continuità, un modo di sentire simile tra lui, le persone che incontra in farmacia e i malati di mente. Tra questi c’è un malato che tiene con delicatezza un insetto sul palmo della mano: il suo viso è solcato da rughe sottili che «mi parvero materne, quelle di una vecchia madre senza più figli che carezza un nipotino che da tanto non vedeva». Con altri malati «a tutti parla e tocca con la consolazione quella parte di anima ancora chiara». Quando entra nel reparto, i malati «da ogni parte dell’ampio giardino verso lui si alzano e vanno sorridendo verso di lui» e uno di loro, che da anni «sente urlare voci terribili», si commuove e vorrebbe baciargli la mano.

Un capitolo dopo l’altro, si arriva all’ultimo (col titolo Del perché del manicomio), in cui parla del suo primo lavoro nell’ospedale psichiatrico di Ancona, un’esperienza intensa, nella quale si forma come psichiatra, poeta e scrittore, presto interrotta dalla guerra.

In queste pagine rivela il nascere della sua sensibilità e creatività come psichiatra:

nel manicomio, dopo poco si accorse di poter far parlare i deliri dei diversi matti e tali voli poterli fare anche più ampi, e più brucianti di fosforo, tanto che tante volte i matti si fermarono, come per un secondo ravveduti, vedendo nelle parole del figlio del farmacista lo specchio di sé ma un sé ancora più sviluppato e preciso… tanto che il pazzo …alcune volte si ferma, come vinto e sbalordito… riprende il suo cammino, ma nonostante, nonostante, chissà mai?

Conclude con la speranza che quella comunicazione possa essere d’aiuto: «nonostante, nonostante, chissà mai?».

In un’epoca in cui non c’erano farmaci e ben poco altro che potesse dare un aiuto ai malati di mente, Tobino si avvicina al malato, ne condivide la parte più intima e drammatica, il suo delirio, dandogli un taglio «più sviluppato e preciso», e lo sottrae alla solitudine con la speranza, oggi scientificamente provata, di poterlo aiutare a incamminarsi verso una migliore salute mentale.

In questo capitolo e nelle righe di alcuni capitoli precedenti si può capire perché, tanti decenni dopo, Mario Tobino si schiererà fino in fondo, sino a restare solo, in difesa del diritto dei malati di mente a essere protetti in un ambiente psichiatrico adeguato, soprattutto quelli con melanconia endogena in quei periodi in cui rischiano di farsi male e di uccidersi, a volte in maniera tremenda, dandosi fuoco, come leggiamo in altri suoi libri; e talora sui giornali, in certe notizie su persone che escono senza difficoltà dalle case di cura, vanno da un benzinaio e si buttano addosso taniche di benzina per poi incendiarle e così morire nel fuoco.

Va aggiunto, anche se nel suo libro non ne parla, che nell’ospedale di Ancona il giovane Tobino cominciò un lavoro di scienziato, pubblicando dei brillanti articoli su riviste di psichiatria, tra i quali uno, magistrale, sulla sindrome di Cotard, rara sindrome psichiatrica collegata alla melanconia endogena. Era un giovane medico avanti al suo tempo, attento alla scienza psichiatrica e con una passione per il comunicare anche con quanto c’era di più difficile nel malato.

Negli anni successivi vediamo Mario Tobino impegnato in esperienze collettive per migliorare le condizioni dei malati nel suo ospedale, come nella proposta dell’ospedale-paese. Sono gli anni in cui ha ammirazione per le esperienze comunitarie di Franco Basaglia, che ne ricambia reciprocamente la stima. È proprio sul terreno della comunicazione che avviene la contrapposizione fra loro: questa per Basaglia riguardava sopratutto l’organizzazione delle assemblee, dei suoi sostenitori, il rapporto con la politica. A tutto questo Tobino era estraneo: per lui comunicare col malato era tutto; voleva dire comprenderne i pericoli, sostenerlo, ma anche proteggerlo, ed è per questo che proponeva dei piccoli ospedali, vicini all’abitazione del malato, mentre a quel tempo la realtà ancora era in molti casi quella di enormi manicomi che ospitavano persone provenienti anche da regioni molto lontane. Per queste ragioni fu contro la legge 180.

A distanza di decenni dalla scomparsa di questi pilastri della nostra psichiatria, i tempi sono maturi per valutare quali possano essere oggi i contributi, tra loro diversi, dell’uno e dell’altro, per rendere migliore l’assistenza psichiatrica per tutti e far sì che anche chi è povero e malato possa avere interventi e ricoveri adeguati, e al miglior livello possibile.

  1. Cfr. M. Tobino, Il figlio del farmacista, introduzione di Giulio Ferroni, Firenze, Vallecchi, 2020. Pubblichiamo la preziosa testimonianza di Michele Zappella, psichiatra e libero docente di Igiene mentale, Research Coordinator della Foundation for Autism Research NY US di Siena; nonché nipote per parte materna dello scrittore.

(fasc. 42, 31 dicembre 2021)