Sciascia classico o dell’ufficio della letteratura come agone conoscitivo

Author di Domenico Calcaterra

È quasi inevitabile chiedersi cosa ancora sia possibile dire intorno a Leonardo Sciascia, lo scrittore del secondo Novecento italiano che forse più di ogni altro sembra essere stato studiato dietro ogni prospettiva critica: l’antropologo e il mafiologo; il saggista; il critico; l’editore talent scout; il giornalista; il rapporto con i suoi padri e il pantheon dei suoi lari (gli scrittori che hanno agito da bussola, in qualche modo, per lo scrittore di Racalmuto) ecc.

Com’è possibile oggi, in occasione del centenario della nascita, tornare a raccontarlo, fornire una “notizia” il più possibile attendibile di questo formidabile autore? Mi sono convinto che non c’è un modo migliore, per rendergli pienamente omaggio, di tornare ai suoi testi; metterli in relazione; sciogliere alcune ossessioni – punti freddi e caldi del suo sistema gnoseologico –; ripercorrere il sentiero della sua personale vicenda intellettuale. Parlare di Sciascia, principiando da uno sguardo “altro”, che lo collochi oltre la limitante lettura in chiave regionalistica o meramente antropologica, per proporre una ricezione più complessa ed europea dello scrittore.

Riflettere sull’attualità di Sciascia significa sempre poterne ravvisare, a ogni rilettura, l’indiscussa statura di classico della letteratura italiana del secondo Novecento. Se classico, per dirla con Calvino (un altro imprescindibile autore che più volte mi capiterà di chiamare in ballo nel corso di questa mia divagazione critica), è un autore (un libro) che non ha mai smesso di dire quel che ha da dire, che ci fa capire chi siamo e da dove veniamo, Sciascia e la sua opera possiedono in massimo grado questa capacità. Illuminista e manzoniano, paladino della libertà di giudizio nell’indagine della realtà attraverso una letteratura vissuta come avventura conoscitiva, di civile e dolorosa cognizione, Sciascia ha saputo raccontare, come pochi, liturgia e metafisica del Potere, trasformando la Sicilia in una scandalosa metafora-mondo, dal bouquet di allegorie poetiche delle Favole della dittatura (1950) alla microstoria e alle cronache delle Parrocchie di Regalpetra (1956); dall’esemplare vicenda dell’arabica impostura (Il consiglio d’Egitto, 1963) al più sconcertante dei polizieschi come Todo modo (1974); dalla svolta con L’affaire Moro (1978) all’autobiografica terminale proiezione di Il cavaliere e la morte (1988). Sciascia fu, insomma, quello che un altro grande siciliano come Vincenzo Consolo definì uno «scrittore di ragione» (quasi una contraddizione in termini, in Sicilia), epperò impegnato nel mettere in luce il costante scacco che la ragione subisce.

Da rivedere e affrontare in maniera ultimativa è la questione del suo indiscusso posto nel canone letterario, magari principiando da una più esatta riconsiderazione tout court del corpus della sua opera. Una ricollocazione – senza ignorarne la peculiare e personale postura –, epperò entro una linea più ampia, proficua e imprescindibile (pur nella varietà e ricchezza di esiti) del canone letterario del secondo Novecento: penso a quella linea di autori che hanno voluto porre l’accento, in maniera precipua, sulla letteratura come corpo a corpo con la pagina, appunto come “agone conoscitivo”. In tal senso, sottrarlo all’esclusivo e distanziante inquadramento categoriale e ideologico cui la sua figura è stata soggetta negli anni (moderno/postmoderno; impegno/disimpegno ecc.).

A convincermi ancor di più circa la necessità di un’operazione di meditata e aggiornata precisazione del ruolo e del posto di Leonardo Sciascia all’interno del canone del secondo Novecento ha non poco contribuito anche la mia esperienza diretta di insegnante, che mi ha portato a toccare con mano l’obiettiva marginalità che Sciascia ha avuto nella scuola[1], al più recepito come sommo antropologo della mentalità mafiosa o santino dell’impegno in letteratura, quando fu lo stesso scrittore, intervistato da uno studente liceale, a liquidare in maniera netta e tranchant la questione, sostenendo che vi sono scrittori «che sono così fuori da ogni impegno e sono impegnati con se stessi, e però sempre con la verità dell’uomo. Non credo necessaria l’ispirazione politico-sociale»[2].

Perciò, non è vacua operazione il riandare al corpus complessivo della sua opera: dalla produzione degli anni Cinquanta e Sessanta alla crisi avvertita dallo scrittore intorno alla metà degli anni Sessanta (A ciascuno il suo, 1966), fino alla produzione degli anni Settanta e Ottanta (che, come vedremo, può leggersi anche come un discorso intorno al metodo).

Di non poco conto, poi, il fatto che il primissimo Sciascia si cimentò con i versi, con la poesia. Ed esemplare riesce, sullo Sciascia poeta, il piccolo epistolario giovanile delle lettere inviate (tra il 1940 e il 1975) al sodale e coetaneo Stefano Vilardo[3], in cui dichiara di non voler prendere troppo sul serio il suo essere poeta, giacché (come ha chiarito Onofri in Altri italiani[4]) in Sciascia la poesia, più che celebrare la gloria della lingua, è scolpita nella dura pietra del dolore, origina dal magma delle tragedie familiari (su tutte il suicidio del fratello Giuseppe e la conseguente instabilità del padre), a un passo dall’irrompere del silenzio; prima che cessi di essere una cosa seria. Esorta il giovane amico e poeta ad essere consapevole della responsabilità e della fatica del poetare: quel lavoro «più faticoso di un qualunque lavoro normale»[5]. E, ad anticipare la guardinga e progressiva presa di distanza dalla pratica poetica cui rimase fedele, invitava Vilardo a non prendere affatto sul serio il suo impegno con la poesia («non credere che con le mie poesie io faccia sul serio»)[6]. Quella presa di distanza che, se per Sciascia fu (almeno in apparenza) netta, rimase utopica (con un senso di colpa mai del tutto placato) per Consolo. E, sia detto di passaggio, ne sono convinto, anche per lo Sciascia poeta vale quanto lo Sciascia critico scrisse a proposito del Tobino poeta: «un discorso sul poeta non può che risolversi in un discorso sull’uomo»[7] (dichiarazione d’implicita autobiografia, che non può non applicarsi anche alla sua precoce e iniziale passione per la poesia, tuttavia presto accantonata in favore della critica).

Una Sicilia, quella di La Sicilia, il suo cuore (1952), per nulla oleografica: arsa sì, ma, tra un aleggiare di corvi e la presenza costante della «Perpetua stagione di morte», ridotta a teatro greve, quasi senza speranza di luce; una memoria privata che lievita, facendosi in certo modo “paradigmatica”; dissanguata e dolorosa, e che lo induce a figurarsi in Hic et nunc come «una statua mutila/ in fondo ad un’acqua chiara// Fermata in un gesto – e spezzato»[8]. Il paese, simile a «un vascello che salpa», nella sua «nitida alberatura» – in una notte insonne –, al giovane poeta, appare impigliarsi entro «una vela di morte»[9]. E salta alla memoria quel passaggio delle Parrocchie in cui Sciascia descrive la preoccupazione degli amministratori locali (quell’amministrazione che, ci ricorda lo scrittore, in quanto «entità metafisica», è «contemplazione della morte»[10]) e dei regalpetresi tutti per la morte, che si traduce nell’ossessione per il progetto per l’ampliamento del cimitero comunale: un cimitero che ha un’ampia zona che «dà acqua», per cui «il pensiero dei morti che stanno a marcire nell’acqua ossessiona i vivi». E chiosa con secco passaggio: «Per quel che mi riguarda, ho ragione di credere che non mi toccherà un posto asciutto: dovrebbero farmi un tabuto a forma di barca»[11]. Il «vascello» – nel quale si vede l’impigliarsi di «una vela di morte» di La Sicilia, il suo cuore, ritorna in questo passo delle Parrocchie, riproponendo appunto l’immagine della barca associata alla morte. Per non dire di quell’incipit felicissimo della poesia che dà il titolo all’intera raccolta e che venne apprezzato anche da Pasolini: «Come Chagall vorrei cogliere questa terra/ dentro l’immobile occhio del bue»[12]. Palese dichiarazione di uno sguardo altro, gettato sulle cose familiari, sul destino privato e collettivo. Ma quella poetica è un’esperienza destinata ad esaurirsi nel giro breve, che non varcherà la metà degli anni Cinquanta. Quei versi che, per Sciascia, fino a un certo punto rappresentano «il grezzo della prosa», quando con questa pensava di avere maggiori difficoltà. E in effetti anche il suo primo libretto, Le favole della dittatura (1950), pubblicato da Bardi, ha, come annota Pasolini, «la chiusura di brevi liriche», con quella «luminosità» e «secchezza» «incantevolmente stereotipe» a dare conto di un peso specifico eminentemente poetico[13]; e a una prosa che tuttavia rimanda a «un timbro nascosto che denuncia l’aspirazione e tensione poetica» fa riferimento Mario dell’Arco recensendo Le favole sul «Ponte» di Calamandrei[14]. Tornando alle poesie di La Sicilia, il suo cuore, è lo stesso Sciascia a ritenerle – già mentre le invia in lettura agli amici – relative a un momento concluso della sua vita e della sua attività; le considera con distacco, «come se appartenessero a un altro» (cfr. lettera a La Cava, Racalmuto, 11 gennaio 1952)[15]; e confessa, ancora nella medesima lettera a La Cava, che l’intenzione di pubblicarle possa dipendere da «un inconscio desiderio» di liberarsene. Ma le poesie di La Sicilia, il suo cuore, al pari delle Favole della dittatura, cadranno nel dimenticatoio per decenni (quasi occultate e rimosse dallo stesso Sciascia).

Il rapporto da un lato con la storia, dall’altro con la poesia. Che poi è sintetizzabile nella partita decisiva ingaggiata intorno alle “possibilità dello scrivere”. Il problema della scrittura come impostura e della pagina come luogo di potere (si pensi a due libri sottilmente connessi come Il consiglio d’Egitto e Il Sorriso dell’ignoto marinaio): «il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura»; «c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte»; «La storia non esiste»; «La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita»[16] – questo il tenore delle convinzioni dell’abate Giuseppe Vella, protagonista del romanzo di Sciascia. Tematiche che, intrecciate con l’infittirsi del dibattito intorno al nostro Risorgimento tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, verranno poi riprese mirabilmente nel Sorriso di Consolo, in cui la scrittura è prerogativa dei privilegiati (la filiazione, in tal senso, con l’autore del Consiglio d’Egitto è scoperta)[17]. L’arabica impostura del Vella da semplice imbroglio si tramuta in parodia di un crimine che in Sicilia si perpetua da secoli, assurge a vicenda immediatamente paradigmatica circa il rapporto del potere con la storia, del problema di chi si fa carico di raccontarla. Con il Consiglio d’Egitto, Sciascia insomma mette in scena la perversione della finzione – quando essa è asservita al crimine, offerta sull’altare della menzogna con crisma di legge e verità su cui fondare il racconto, la narrazione, la storia: a dire della miriade di verità assolute che precedono i fatti. Ché la finzione, in Sciascia, è un prisma dal duplice crinale: da una parte mefitico contrabbando dell’impostura di un potere pervasivo e onnicomprensivo che mistifica, credendo nella verità del privilegio e del più forte; dall’altra, essa può ergersi a formidabile grimaldello gnoseologico, ad anticipare la verità: la scoperta di una drammatica verità che spiazza (si pensi a libri scandalosi come Todo modo o L’affaire Moro). L’impostura dell’abate Vella è pertanto un sogno, un compiaciuto azzardo: entro un mondo, una vita che è perlopiù carcere, tortura e impostura l’abate – stanco, arreso e desideroso soltanto di «vedere dove si va a finire»[18] – compie la sua personale eversione nella contro-impostura di falsificare il mondo, la realtà storica; e dalla storia pervenendo alla «favola». E talvolta sfugge la carica ribelle di questo personaggio, dapprima viscido, poi libero; come libero è l’amico Di Blasi, per il quale prova stima, affetto, amicizia e, infine, sapendo della sorte che gli toccherà, solidarietà e somma compassione. Quel Di Blasi che di fronte alla notizia (anch’essa falsa!) del suo pentimento gli manda a dire in risposta che, essendo la vita disseminata d’imposture, almeno la sua ha avuto il merito di essere «allegra» e, in certo senso, «utile»[19]. Il Di Blasi, prima di essere condotto al patibolo, di fronte a chi avrebbe dovuto confortarlo e consolarlo, preferisce, e non per raccontare «le cose vere e profonde che gli si agitavano dentro»[20], mettersi a scrivere dei versi: quella poesia che consente di mentire, come insegna il Di Blasi prossimo ad essere condotto al patibolo; che può, nell’occultare le «cose vere e profonde», esorcizzare mediante la menzogna la realtà che ci offende.

C’è poi lo Sciascia che svuota, dall’interno, e ribalta la vecchia macchina del romanzo giallo[21]. Dunque, lo Sciascia interprete della forma mentis e dell’antropologia mafiosa – che ha avuto la più immediata codificazione nel suo libro di certo a tutti più noto, Il giorno della civetta (1961); espressione, insieme, di quell’Italia tutta «che va diventando Sicilia»[22], nel risalire verso Nord della «linea della palma»[23], in cui la famiglia si sostituisce allo Stato («la famiglia è l’unico istituto veramente vivo dei siciliani»[24]). Libro che, a proposito di Stato, funziona benissimo come «un per esempio» del «sistema» di connivenza, collusione e omertà del “pensare” mafioso. Piccolo grande romanzo della Nazione del secondo Novecento, Il giorno della civetta, primo tassello di un mosaico al nero del radicarsi della mafia dentro lo Stato a cui seguirà A ciascuno il suo (1966), con uno dei personaggi più riusciti e noti come il professor Laurana, in cui lo scrittore è ancora impegnato a raccontare taluni retaggi cristallizzati entro una precisa mentalità, una storia fosca sullo sfondo di un tessuto dominato da una mafia «vernacola»[25] che trova i suoi interpreti maggiori nei più grandi scrittori della letteratura siciliana come Pirandello, Brancati e Tomasi di Lampedusa: tra gattopardismo delle classi dirigenti e sofisma pirandelliano; affresco della provincia siciliana (che con il Circolo di paese rimanda alle atmosfere già descritte nelle Parrocchie di Regalpetra) ed erotismo di marca brancatiana. Laurana, professore di liceo e critico letterario, scapolo e spettatore dalle poltrone del Circolo locale di ciò che accade nel paese, e che comincia quasi per gioco ad indagare per pura curiosità, per puntiglio intellettuale, è un personaggio-investigatore interno e partecipe del contesto e del mondo sul quale indaga, tant’è che avverte un disagio, una «complicità involontaria», una «specie di solidarietà»[26] inconscia con i colpevoli. La sua curiosità si accende per il fortuito accorgersi di un dettaglio (unicuique suum nel rovescio della carta con cui è redatta la lettera minatoria inviata al farmacista). Ma se ancora Sciascia indugia sull’ambiente provinciale e paesano, tuttavia il meccanismo poliziesco tradizionale è qui messo in crisi dall’esplicita constatazione che l’autore inserisce all’interno del romanzo per cui la realtà è cosa ben diversa dal quadro ricostruito ad arte: «sempre più ricca e imprevedibile delle nostre deduzioni»[27]. Ché nella ricostruzione del puzzle della verità, dinanzi a un numero di elementi insufficienti, intervengono variabili determinanti come l’“impunità”, l’“errore”, il “caso”. L’istinto, le coincidenze, l’attenzione appuntata sul dettaglio: sono questi i moventi attorno ai quali si addensa la ricostruzione dei fatti del professor Laurana, che però paga con la vita il suo innato moto alla curiosità e l’essere sensibile al fascino femminile. Pirandellianamente, in A ciascuno il suo, per Sciascia, il problema col “delitto” finisce per coincidere con il problema della “vita”. Libro della delusione politica di Sciascia e primo libro della crisi avvertita dallo scrittore che, stuzzicato dall’«amaro boccone» (per cui la Sicilia sembra essere ormai la società meno misteriosa del mondo: «la soddisfazione che danno le storie siciliane è come quella d’una bella partita di scacchi, il piacere delle infinite combinazioni di un numero finito di pezzi a ognuno dei quali si presenta un numero finito di possibilità»[28]) di un Calvino peraltro entusiasta del romanzo, confessa di sentire ormai di scrivere «dalla Sicilia, della Sicilia e per la Sicilia» nel pieno deserto. E, in questo deserto restando, non rimane altro che il piacere e l’amarezza di «combinare all’infinito un finito numero di pezzi». Di qui, dall’avvertimento di questa crisi, verrà il suo gioco di pezzi ricercati negli archivi; di qui le sue inquisizioni e future detections[29].

Non è casuale il fitto dialogo epistolare intrattenuto negli anni tra Calvino e Sciascia, tra quelli che possiamo considerare «gli ultimi scrittori di verità» (e di pensiero), così Onofri[30], per quel cruciale e strettissimo rapporto innescato, attraverso le loro opere, e con percorsi pure assai diversi, tra letteratura e conoscenza. Tanto che potremmo parlare di due differenti paradigmi gnoseologici: l’antiantropocentrismo del ligure che a un certo punto, grazie alla pace fatta col mondo della scienza, si riallaccia a un’antica tradizione (che rimonta a Leonardo e Galilei) e che contempla l’idea di una letteratura come “filosofia naturale”, per cui l’uomo null’altro è che un «occhio sulle cose»; il siciliano, al contrario, «antropocentrico e iperumanistico», potendo così ravvisare, alla grossa (ventriloquo ancora Onofri), la differenza che corre tra un neoplatonico e un neoaristotelico.

Sciascia, insieme a Calvino, è da collocare nel novero di quella linea, assai prolifica e straordinaria sul piano degli esiti, che nel secondo Novecento italiano ha puntato tutto su un’idea forte di letteratura a trazione gnoseologica[31]: tra gli altri, si pensi a Vittorini, Primo Levi, Sinisgalli, Volponi (per citare i primi nomi che mi vengono alla mente). E se Calvino usa la scienza come grimaldello per svecchiare l’immaginario letterario e quindi produrre una nuova letteratura in accordo con le nuove prospettive aperte dalla filosofia della scienza, Sciascia si voca a una letteratura di ininterrotta perorazione, dalla radice filosofica (sull’esempio della grande lezione degli amati Pascal, Montaigne, Voltaire). Di qui, da questa prospettiva discende la sua lezione di stile (superata la banalizzante lettura della sua opzione linguistica come meramente connessa a un’urgenza comunicativa), per cui riesce «saggista nel racconto e narratore nel saggio» (come ebbe a scrivere in Nero su nero). E «scrittore barocco», nel senso dell’architettura della frase, del calibratissimo gorgo di parole (Belpoliti), lo definì lo stesso Calvino[32]: una scrittura che sgorga e si approssima, asindeticamente, verso quel quid di senso che non si può del tutto afferrare nel linguaggio. Illuminista e barocco insieme (Belpoliti parla in tal senso di «doppio centro»); il nitore classico della prosa e il “darsi”, nell’inseguimento della realtà delle cose, dell’essenza barocca (imprevedibile, perennemente ambigua) della verità (quando non opaca, al massimo aperta)[33].

L’idea di una realtà che, proprio quando viene descritta e analizzata, quando viene scritta – quando le cose da «atti relativi» diventano, per così dire, «atti assoluti» –, nel racconto lascia inevitabilmente dietro di sé dei «punti oscuri» (non del tutto esplicabili), di cui Sciascia parla in Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), fa capire come, per lo scrittore siciliano, l’impulso a conoscere sia inchiodato a una soglia, a un limite, a una possibilità aperta, ma non del tutto districabile, per l’aggallare di quei «lapsus», di quei «disguidi» che «attingono al mistero, all’imperscrutabile»[34]. Ancora: nell’inchiesta degli Atti Sciascia non a caso insiste sulla contiguità delle camere in cui soggiornano lo scrittore e la sua accompagnatrice, comunicanti tramite una porta interna (aperta/chiusa). Ecco, senza scomodare Barthes, mi pare si tratti di un’efficace metafora dell’enigmaticità dell’attività interpretativa tout court (e, perché no?, dell’opera d’arte in sé).

Si pensi a un libro come Todo modo (1974) che Sciascia scrive, interrompendo la preparazione del libro dedicato alla scomparsa di Majorana, quando a Siena, in visita all’amico Fabrizio Clerici[35], nell’eremo di Barattoli, s’imbatte nel dipinto di Rutilio Manetti Sant’Antonio tentato dal diavolo, impressionato dal demone occhialuto, in cui la tentazione è rappresentata proprio dall’oggetto che dovrebbe facilitare l’accesso al sapere. E complicazione, gioco a nascondere (svelando), è quell’arte della divagazione, del diabolico sillogizzare, del parlare con la lingua dei poeti e dei paradossi (a mischiare le carte), in cui riesce maestro sommo il don Gaetano di Todo modo, l’artefice dell’Eremo di Zafer, cui si contrappone la «maestosa illusione» del pittore di risolvere il mistero, scorgere gli «squallidi tralicci»[36] della realtà. Da questo punto di vista la produzione letteraria di Sciascia, da un certo punto in poi, sembra possa leggersi come una ricerca di metodo, o meglio una critica di modelli, messi in scena sulla pagina e di volta in volta falsificati dall’esperienza[37]. Il metodo, quella che potremmo tranquillamente definire la tecnica del giallo – stando ancora a un romanzo come Todo modo –, lo schema del giallo[38], come punto di avvio della detection, gli serve sempre e solo per segnare una distanza, certificare la crisi, la stasi del pensiero logico; falsificare un paradigma di approccio alla realtà che non è idoneo ad esaurirne la complessità: ecco che intervengono l’assurdo, la parodia, lo scherzo (da intendere qui come «categoria morale ed estetica»), il paradosso, gli strumenti “altri” per provare ad accerchiare una realtà altrimenti del tutto sfuggente; per una riduzione di orizzonti, eppure in nome di un’intravista altra, formidabile e dolorosa, possibilità di decrittazione del mondo.

Del resto, Sciascia, con radicale baldanza, già con Il contesto (1971) sfonda il limite dell’attenersi ai fatti, e del dover prestare attenzione ad altri elementi non meno decisivi, come la fantasia, l’immaginazione e financo l’errore. Quella fantasia – come si legge in questo sofferto romanzo – «segno astratto che sta per diventare nome, corpo», «elemento da cui muovere, non del tutto campito in aria, l’indagine»[39]. A dire di una tecnica altra, volta a sfondare il paradigma inquisitorio tradizionale che abbia al centro non il fatto in sé, ma gli uomini, i personaggi, che attorno a quei fatti ruotano. Una sorta di “logica avversativa” che definisce una modalità non convenzionale nell’indagare («Ma Rogas con la mente lavorava»[40]). Linea investigativa che trova il suo compito ultimo, come alla fine di ogni inquisizione, nel distinguere la verità dalla menzogna. Alla luce di un siffatto alternativo paradigma indiziario che il Rogas del Contesto sembra incarnare in pieno, accanto al determinante apporto della fantasia e dell’immaginazione (e che pare strizzi l’occhio ai nuovi orientamenti della filosofia della scienza tra gli anni Sessanta e Settanta)[41], trova cittadinanza anche il diritto sacrosanto di contraddirsi rispetto a ciò che i fatti sembrano a prima vista rivelare (le «coincidenze», le «apparenti connessioni», che si presentano in un’inchiesta[42]); ché i fatti in sé sono privi di valore, non dicono nulla: «un fatto è un sacco vuoto». «Bisogna metterci dentro l’uomo, la persona, il personaggio perché stia su»[43]. Anche in un romanzo sofferto come Il contesto (e come pure in Todo modo) si tratta di avversare o meglio di opporre al paradigma corrente e occulto (quello del potere), che alimenta da parte dei suoi alfieri una sua sovrastorica metafisica, un paradigma che giochi a spiazzare, che non lasci spazio alle falsità e mistificazioni, agli abbagli colossali. Scontro efficacemente tratteggiato da Sciascia, per esempio, nelle dense pagine dell’incontro decisivo che l’ispettore Rogas ha con il Presidente Riches incentrato sul problema della colpa e del giudicare (dal politico accostato al mistero cristiano della transustanziazione). Per il Presidente, infatti, è profondamente insensato parlare di “errore giudiziario”: nel suo assoluto antivoltairismo, giunge alla paradossale conclusione che amministrare la giustizia equivalga a un democratico dare la morte («Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde al singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia»)[44]. La colpa (prosegue il Presidente) va perseguita come fatto assoluto e a prescindere dai casi particolari («la colpa è stata ed è perseguita nel disprezzo più assoluto delle discolpe dei singoli imputati»[45]). A legittimare una sorta di religione della colpa, per cui l’uomo inquisito è da ridurre «a uno stato di colpa: nel corpo e nella mente»[46]. Religione della colpa che in qualche modo ci riporta a un libro riuscito male, ma resistente al tempo (non a caso riproposto qualche anno fa da Bompiani), come L’uomo è forte (1938) di Corrado Alvaro, a quell’inquietante figura dell’Inquisitore (personaggio di palese derivazione dostoevskiana) che segue i suoi uomini, sulla strada dell’immancabile e ineluttabile appuntamento col delitto: senso di colpa che, riguardando di fatto ciascun individuo, sembra annullarsi entro un destino comune. Una morale rovesciata dove il male, ciò che nuoce, è la testarda volontà di svelare e capire: così è per il Dale («È il male di tutto il mondo di oggi: voler capire. Non è vero?»)[47] protagonista di L’uomo è forte di Alvaro; così per l’ispettore Rogas del Contesto di Sciascia. Parodia che via via monta fino a imporsi quale impietoso apologo sulle ragioni del “Potere per il potere” (un apologo del “compromesso storico” prima della nascita di quella formula politica), il volteriano incallito Sciascia lasciò a macerare nel cassetto per due anni questo suo “difficile” libro, cominciato a scrivere con divertimento e portato a termine con l’amaro in bocca[48].

L’opposizione fra due diversi modi di accostarsi alla vita e alla realtà è poi, in maniera fortemente emblematica, rappresentata dal prezioso e luminosissimo tarocco che è La scomparsa di Majorana (1975), segnato dalla siderale distanza colta da Sciascia tra Fermi (e gli altri ragazzi di via Panisperna) e il genio precoce, solitario e schivo Majorana. Anzi, è proprio nell’antagonismo tra questi due approcci che Sciascia sembra voler suggerire che si giochi la partita della verità e della vita: se per Fermi e gli altri la “scienza” era, scrive Sciascia, «un fatto di volontà», per Majorana «di natura»; se per Fermi e il suo gruppo è, prosegue lo scrittore, «un segreto fuori di loro», per Majorana era «un segreto dentro di sé, al centro del suo essere», un segreto che, non appena compiuto, rivelato come mistero – «nella scienza, nella letteratura o nell’arte»[49] –, si consuma come fuga dalla vita, corsa verso la morte. La distanza, il rinvio, il naturale svicolare rispetto al destino che deve compiersi è il “metodo” che induce Majorana (ci lascia comprendere Sciascia) ad assimilare la speculazione teorica, la scienza a un atto creativo, a un ironico scherzo, al colpo di teatro e, infine, forse, alla poesia. Disposizione che sfocia nella nevrosi conclamata[50]. Metodo come paralizzante ossessione: che non salva, ma consuma.

Mi sorprende l’insospettata tangenza con la disposizione, certo di tutt’altra specie, esibita più o meno alla stessa altezza cronologica da Italo Calvino nella Taverna dei destini incrociati (1973), nelle storie dei tre personaggi shakespeariani e nella figura di Amleto (Il Matto) nel distruttivo progetto di ricostituire un ordine: «Se la sua è nevrosi, in ogni nevrosi c’è del metodo e in ogni metodo nevrosi»[51]. Novello Amleto, nella sua preveggente nevrosi, Majorana è inchiodato a un simile gioco di tarocchi tra la morte e la vita. Il riferimento alla figura di destino di Amleto, per il Majorana di Sciascia, non è per nulla peregrino se si legge una nota raccolta dallo scrittore in Nero su nero (1979), in cui proprio a proposito della tragedia di Amleto così si scriveva: «È la tragedia di un rifiuto; che non può fermarsi al rifiuto del regno, ma deve andare oltre, per la legittimità che nol consente: al rifiuto della vita»[52]. E a cos’altro assomiglia se non a questo la vicenda della scomparsa del fisico siciliano? Come per l’esemplare vicenda del principe di Danimarca, allo stesso modo Sciascia, indugiando sul misterioso trarsi fuori dalla vita dello scienziato, lo erge a rinnovata figura mitica del rifiuto. Tanti gli indizi che rendono mitica, seguendo il ragionamento svolto da Sciascia nella detection, la scomparsa di Majorana: la giovinezza, il genio, la scienza, la scelta della «morte per acqua» (come per l’Ulisse dantesco). Ma il “mito” complessivo che Majorana volle, attraverso la sua misteriosa sparizione, tradurre in realtà (avendone coscienza, ne era pienamente convinto Sciascia) fu il «mito del rifiuto della scienza»[53]. Di quella scienza portata in sé, prevedendo sviluppi che sarebbero stati mortiferi per l’intera umanità. Al di là dell’arida pianura della ragione, Sciascia dà ascolto a quell’esperienza di rivelazione («una esperienza metafisica, una esperienza mistica»[54]) offerta da quelli che lo scrittore definisce «fantasmi di fatti» che non possono non condurre a una «razionale certezza»[55] (quanto di più prossimo, noi pensiamo, al fantasma stesso della verità). Ecco così che Ettore Majorana, il geniale fisico siciliano, nel prevedere ciò verso cui la scienza ciecamente stava indirizzandosi, progetta la sua uscita dalla storia privata e collettiva, e ancor più la liberatoria uscita dall’ossessione e dall’angoscia che la scienza fa irrompere nella sua stessa esistenza: inscenando la sua scomparsa si tramuta in maschera pirandelliana, la cui vicenda, più che a quella di Mattia Pascal, appare assimilabile, per maturità e cognizione delle cose, a quella del Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila. La “letteratura”, dunque, e la “scienza”: le due culture e il loro dialettico fronteggiarsi. E come punto medio la “filosofia” (prospettiva suggerita da Sciascia, che nel libro tratteggia il differente rapporto di Majorana con due protagonisti della fisica del Novecento: conflittuale con il «papa» di Via Panisperna, Enrico Fermi; sodale e aperto nei confronti di Heisenberg, il quale, al contrario, «viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo»)[56]. Il potere, la rivendicazione dello specifico della letteratura come soggettivo spazio di cognizione e agnizione per lo scrittore (e per il lettore) è indubbio. Né sorprende che nel tentativo di definirne l’essenza, ancora in una pagina di Nero su nero, non esiti a paragonarla (peraltro prendendo in prestito il lessico da un altro singolare scienziato che non ha mai ignorato le implicazioni della scienza sull’esistenza come Whitehead) a un «sistema solare», un sistema di «oggetti eterni» che «variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi», «alla luce della verità»[57]. E volendo noi oggi, da lettori, impossessarci del complesso e ambiguo sistema dell’opera sciasciana, facendo dei suoi libri, criticamente, materia nostra, non possiamo che trarne una formidabile lezione, oltre che sulla funzione liberatrice della letteratura (per dirla con Camus), anche sull’essenza stessa del soggettivissimo ufficio della critica letteraria, come luogo non di aridi fatti obiettivi, ma di «fantasmi di fatti» che possono condurci a «razionali certezze», da invenire attraverso il nostro serrato desiderio di argomentarli e innalzarsi a sistema.

Un’insufficienza di metodo che verrà denunciata, ancora una volta, sulla scia della corrosiva leggerezza della lezione volterriana, anche in Candido (in Todo modo considerato l’unico libro che non sarebbe più stato possibile scrivere). Divertissement liberatorio, scritto cercando d’imitare la «formula» volterriana, Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia (1977), è infatti, in nome di quella ricercata «velocità» e «leggerezza» di dettato, il libro della definitiva rottura. E oggi può tranquillamente leggersi come definitiva certificazione dell’entrata in crisi di un metodo di approccio alla realtà arzigogolato, incongruente, falsamente complesso. La critica, insomma, che non si arresta al dato dell’attualità politica, al mal di pancia per il consumato “compromesso storico”, ma si estende al modello marxista tout court. Esigenza poi avvertita, qualche anno più tardi, anche dall’amico Italo Calvino, che aveva consegnato a un raccontino palomariano, Il modello dei modelli[58], l’implicita verifica della mancata tenuta del marxismo – metodo affatto sconfessato dalla storia (ventriloquo, per l’occasione, il Popper critico delle «società chiuse»[59] e del marxismo più ideologico). Se le cose stanno così, concluderà Palomar-Calvino, il solo modello auspicabile e plausibile è quello di tenere un approccio alla realtà che dissolva ogni cristallizzato schema di lettura del mondo. Nel Candido di Sciascia, senza le complicazioni offerte dalla scienza, la dialettica dei modelli è ancora una volta incarnata in due personaggi protagonisti: il prete spretato don Antonio e il giovane Candido Munafò. Se per Candido «l’essere comunista era un fatto semplice come l’aver sete e voler bere; e non gli importava poi molto dei testi»; per don Antonio era «una faccenda molto complicata, molto sottile, tutta puntualizzata in un apparato di richiami ai testi, di chiose»[60]. Candido, nonostante le sventure da cui sembra essere costellata ogni fase della sua esistenza, mette a frutto (istintivamente) un’idea della bellezza come fuga dalla morte: la convinzione che tutto, in fondo, sia semplice lo porta, con apparente ingenuità, a cogliere l’insufficienza, quale chiave di lettura privilegiata della realtà, del marxismo; sensibile com’è al prevalere delle ragioni della vita sulla politica. Meglio degli ideologi, meglio di Marx, Lenin e Stalin, sono gli scrittori, sono Hugo, Zola e anche Gor’kij, giacché (spiega a don Antonio) «parlavano di cose che ci sono ancora, mentre Marx e Lenin era come se parlassero di cose che non ci sono più». E prosegue: «Quelli parlano delle cose che c’erano, ed è come se parlassero delle cose che sono venute dopo. Marx e Lenin parlano delle cose che sarebbero venute, ed è come se parlassero delle cose che non ci sono più»[61].

Il culmine di questo incredibile ufficio conoscitivo riconosciuto alla letteratura è, poi, quanto drammaticamente gli accade di sperimentare in sommo grado con la scrittura dell’Affaire Moro (1978), laddove la verità, lasciata alla letteratura (e rivelatasi in tutta la sua tragicità), «sembrò generata dalla letteratura»[62]. Nella vicenda del sequestro Moro, l’uomo, «il meno implicato di tutti» (Pasolini), la vittima sacrificale, si trova schiacciato dal fronteggiarsi, scrive Sciascia, di «due stalinismi»: quello consapevole, violento e spietato delle Brigate Rosse; e quello, senz’altro più subdolo, che «sulle persone e sui fatti» opera come sui «palinsesti», «raschiando quel che prima vi si leggeva e riscrivendolo per come al momento serve»[63]. Siamo ancora una volta nel regno della mistificazione, dell’impostura, del potere che ne abusa strumentalmente per preservare se stesso.

Al potere della menzogna si ribella lo stesso Moro, una volta compreso il perfido meccanismo sposato dalla sua famiglia politica, in quelle lettere inviate dal covo dei brigatisti (dal «carcere del popolo») in cui adatta alla funzione del “dire” il suo eloquio del “non dire”. Sciascia agisce da filologo e psicologo insieme, cercando di ricostruire l’implicita cifra dei messaggi che lo statista democristiano consegna ai destinatari delle sue missive. In ciò che di velato e contorto esse sembrano recare, in realtà, lo scrittore ravvisa un Moro che, «pirandellianamente», comincia «a sciogliersi dalla forma, poiché tragicamente è entrato nella vita. Da personaggio ad “uomo solo”, da “uomo solo” a creatura: i passaggi che Pirandello assegna all’unica possibile salvezza»[64]. In maniera se possibile mai così esplicita, con l’Affaire Moro Sciascia ragiona sul “metodo”. Riletto a distanza di più di quarant’anni, L’affaire Moro si presenta come un apologo sulla questione del metodo (che poi equivale a dire sulla ricerca della verità sceverata dall’impostura): il metodo folle degli uomini delle B.R.; il metodo dei partiti politici che scoprono la ragione di stato («l’invenzione dello Stato»); il metodo di Moro, dell’uomo pirandellianamente solo, tornato «creatura», che, servendosi del linguaggio del potere, risemantizza, con non minore ambiguità, oltre che, verosimilmente, per fornire elementi ai suoi interlocutori perché potesse essere localizzato e liberato, ma soprattutto per lanciare un lucidissimo j’accuse contro l’atteggiamento tenuto da quegli alfieri del potere di cui egli stesso è diventato scarto da sacrificare. L’affaire Moro da fatto relativo si traduce in fatto assoluto, diventa un congegno che rappresenta la dialettica dei linguaggi, prismatica visione che ne evidenzia l’ambiguità: dagli slogan e dalle idées reçues delle Brigate Rosse alla falsa coscienza e alle mistificazioni del linguaggio politico; all’uso – epperò come antidoto, disvelamento dell’impostura – di quella stessa “ambiguità” di linguaggio, messa al servizio di un’ineludibile e scandalosa chiarezza nelle lettere vergate da Moro durante i 55 giorni di prigionia. Mai quanto con L’affaire Moro Leonardo Sciascia ci dimostra che per lui la letteratura è faccenda conoscitiva, detection e, appunto questione di metodo. La letteratura, insomma, è la letteratura, tautologicamente non si spiega, ma “è”; al pari della “verità”, nell’eterna domanda che nel Vangelo di Giovanni Pilato rivolge a Gesù: domanda alla quale Sciascia, in una nota di Nero su nero, conclude di essere tentato a rispondere che essa, la verità, coincida appunto con la letteratura[65]. A informare la partita dello scrivere, per Sciascia, anche quando sovente si risolve in inquietudine o sfocia nell’ossessione, il movente è sempre «la lata eresia della ragionevolezza, della ragione, del vaglio critico, ironico e beffardo, da cui sentimenti, passioni e idee vengono filtrati» (come ebbe a scrivere nella Notizia che prelude al sillabario siciliano di Occhio di capra[66]).

In questo discorso intorno al metodo, condotto gettando uno sguardo cursorio sulle opere principali di Leonardo Sciascia, si nota come l’impostura, la “menzogna” sia la regola: se si eccettua il caso del Consiglio d’Egitto, in cui il falso creato ad arte dall’abbate Vella acquista almeno la funzione di mettere alla berlina, in qualche modo evidenziare, le storture di una macchina del potere basata sulla giustificazione del privilegio, la menzogna concepita ad arte e contrabbandata per verità verosimile è la norma: così accade, tragicamente, come abbiamo visto con L’Affaire Moro; così è, e in maniera ancor più scoperta, nella Strega e il capitano (1986), la ricostruzione del processo per stregoneria contro Caterina Medici, in cui addirittura viene messo in rilievo l’aspetto più brutale e diabolico della mistificazione, ossia come all’edificazione della menzogna promossa a inconfutabile verità, ad alimentare credenze e superstizioni, concorra il cooperare di carnefici e vittima: i primi nel tentativo di estorcere, per mezzo della tortura, la sola verità che attendono di sentire; la vittima, sfinita dalle vessazioni e nella speranza che esse cessino, perché è disposta ad ammettere qualsiasi verità gli inquisitori vogliano sentirsi dire perché il teorema si realizzi, il cerchio inquisitorio, forzosamente, si chiuda[67]. Caterina Medici costruisce, con dovizia di dettagli, quella menzognera «verosimile» verità – frutto «della paura, del terrore e del dolore»[68] –, attingendo a tutto il suo sapere in materia di malefici e stregonerie. Così, nell’esemplare vicenda di La strega e il capitano rievocata da Sciascia, Senato e Curia, nell’intento di perseguire la loro “conveniente” verità, «creano un mostro» – vera quintessenza del diabolico. Dunque, anche la mistificazione ad arte della verità pretende per paradosso un metodo non meno rigoroso, che si attenga all’imperativo delle credenze e della legge del «verosimile»[69]: legge alla quale si piega anche Caterina Medici, nell’illusione di così sottrarsi alla tortura e alla morte, finendo al contrario per obbedire alla logica (cieca e perversa) di un governare che nutre lo scopo precipuo di fornire «un’idea della giustizia terrificante»[70], volta a scoraggiare gli adepti della stregoneria. La sola cosa, conclude Sciascia, che possa scardinare questo diabolico «sistema» è la follia della ragione umana. Non è per un accidente che l’impulso a scrivere questo denso libro sulla singolare vicenda del processo a Caterina Medici sia venuto dalla lettura del capitolo XXXI dei Promessi sposi, in cui l’«atroce caso»[71] viene ricordato e stigmatizzato da Alessandro Manzoni.

Con Il cavaliere e la morte (1988), accanto al tema della malattia che si estende a onnicomprensiva metafora, la perorazione sulla realtà diventa totale: la realtà è oramai letta come un palinsesto privo di ordine, viziato, corrotto, drogato dall’impostura al punto da essere ridotto al caos, in cui a imperare sono l’errore e i rifiuti. Lo scenario ancora una volta è la metafisica del potere, le compromissioni di una classe dirigente sempre più perduta; l’omicidio è il pretesto, così come l’apparire di un fantomatico gruppo dei cosiddetti «figli dell’ottantanove» che il protagonista, il Vice, comprende da subito essere «schermo e spettro di tutt’altre intenzioni»[72]. E così si spiega meglio il fenomeno: «occorre che ci sia il diavolo perché l’acqua santa sia santa»[73]. L’inquisizione del Vice, fiaccato da una malattia terminale, percepito, anche dal suo Capo, come chiuso nel bozzolo di un delirio ossessivo, persevera con fulminante lucidità a costruire il suo romanzo, mettendo insieme le pietre di un amaro mosaico: operazione che, se pregiudica il ritratto complessivo, «ne guadagna il racconto». Come a dire che la verità sta nell’agire stesso, nel processo di detection – qui fattosi più urgente, quasi immediato: il Vice è infatti concentrato, più che sull’estrarre risposte, sulla preoccupazione di porsi e porre ai suoi interlocutori le domanda giuste. Diventato funzionario di polizia, «forse, poiché il delitto ci appartiene, per saperne un po’ di più»[74], nel suo parlare «svagatamente, per allusioni, per parabole e metafore», il Vice (come l’amico Rieti, con il quale condivide la pessimistica lettura della realtà), animato da un amaro e definitivo scetticismo, conviene sulla «filosofia spicciola» del potere illustrata con disincanto da Rieti, per cui a quello “visibile” ne corrisponde uno “invisibile”, nel paradossale alveo tra buona salute e schizofrenia: «C’è un potere visibile, nominabile, enumerabile; e ce n’è un altro, non enumerabile, senza nome, senza nomi, che nuota sott’acqua»[75]. Sciascia qui rincorre ancora una volta un’immagine di “reciprocità” – e ancora una tangenza, rispetto alla rappresentazione e descrizione della realtà mediante un’icona di senso complessa e di estrema complementarità –, come accade nelle Città invisibili (1972) del già chiamato in causa Italo Calvino.

Ma torniamo al Vice, quest’uomo solo, che si avvia alla morte, che rifiuta il ricorso alla morfina come sconfitta di un’etica sulla quale ha basato l’intera sua esistenza, nel quale la volontà e la dignità sono in gara col dolore; quest’uomo che ha scelto come emblema della sua condizione la celebre incisione di Dürer Il cavaliere, la morte e il diavolo (1505), in cui – intravedendo la fine – realizza adesso, nel rimirarla, che il Diavolo è «talmente stanco da lasciare tutto agli uomini, che sapevano far meglio di lui»[76]; che la vita, in definitiva, si è tramutata in «vera morte» e «vero diavolo»; e la morte è percepita come «inflazione», per il perdere potere d’acquisto della stessa «moneta del vivere»[77]. Perciò, nel «disordine delle cose»[78] – nel vedere che le cose vanno come devono andare e non altrimenti –, il Vice approda, mutato ogni sentimento in pietà, a una colma indifferenza, preso atto dell’«indegnità» della vita e del mondo: dell’unica realtà evidente dell’uomo ingegnoso nemico di se stesso. È questo, e per ovvie ragioni, il libro in cui il virile disincanto lascia campo a un oltremodo disilluso e finale abbandono; in cui si avverte, a tutto tondo, la voce disarmata di Sciascia (a un passo dalla dissolvenza, dall’afasia). È c’è un’immagine, nella pagina finale, prima che il Vice venga ucciso, in cui il suo “ricercare”, il meditare sui possibili “errori” commessi nella detection, viene assimilato al giocare un «solitario interminabile», epperò in cui qualcosa non cessa mai di non tornare – una «carta che non trova posto»[79]. Analoga difficoltà e rovello che, nella Taverna dei destini incrociati, Italo Calvino ravvisava: una mancanza di incastro.

E, anche quando i conti sembrano tornare, come in Una storia semplice (1989), l’ultimo romanzo a lungo pensato da uno Sciascia fiaccato dalla malattia e poi scritto con la consueta rapidità nel giro di poche settimane, stralciandone gran parte e trasformandolo in definitiva nell’ultimativo suo apologo sul problema della giustizia (che poi è tutt’uno con il problema della verità), circa le possibilità che rimangono ancora di poterla ricercare (si legga il Dürrenmatt citato in esergo[80]), una storia in apparenza semplice, lineare, si complica in un gran proliferare di fatti: come sostiene l’autore in una conversazione con Domenico Porzio, il libro è davvero «dilatabile all’infinito», se si approfondiscono le tracce disseminate nel racconto, le allusioni, se si presta attenzione al non detto[81]. Di qui, da questa potenzialità in nuce, ancora una volta il disegno di una realtà rizomatica, complessa. Alla quale reagire con la rapidità di osservazione che contraddistingue il brigadiere Antonio Lagandara, il protagonista dell’ultima investigazione sciasciana. Qui la detection è strettamente connessa alla preoccupazione (e all’angoscia) di riuscire a «scrivere delle cose che vedeva», di stare all’«essenzialità»[82], di trovare la lingua più aderente al racconto dei fatti. Le difficoltà con l’italiano, il problema del linguaggio coincidono poi con il modo di decrittare la realtà stessa. Come sostiene l’alter ego dello scrittore, il professor Franzò, nella sottile battuta che rivolge al magistrato suo ex-alunno che, nonostante non brillasse particolarmente a scuola, ha fatto carriera: «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare»[83]. Al professore Sciascia affida tutto il suo scetticismo e il sentimento della fine, quasi uno scrivere da postumo in vita: «ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza»[84]. Il sospetto che quella storia in apparenza semplice sia molto più complessa e celi dietro ben altre implicazioni viene proprio dal biglietto ritrovato accanto al cadavere del diplomatico siciliano Giorgio Roccella, sul quale sta scritto la laconica frase d’avvio, «Ho trovato», seguita da un punto fermo. Frase che può preludere alla significazione di qualsiasi cosa («il tutto e il niente»[85]), ma che convince da subito il brigadiere, per la brusca chiusura di quel segno d’interpunzione, che non ci si trova davanti a un banale caso di suicidio. Nonostante la paralizzante e «irriducibile disparità dei punti di vista»[86] tra le due istituzioni (polizia e carabinieri) e il costante richiamo, da parte del commissario di polizia, a non fare romanzi, il brigadiere non può fare a meno di mettere insieme – «aritmeticamente» – gli elementi del suo «romanzo» investigativo, col correttivo, suggerito dal professor Franzò (con il quale si confronta sulla sua ricostruzione del caso), di sciogliervi sempre «qualche dubbio»[87]. Quel dubbio che – quando il commissario (sapendosi scoperto) prova a fare fuori il brigadiere e questo, più rapido di lui, lo uccide, raccontato e ricostruito davanti agli inquirenti e al magistrato il corso dei fatti –, insinuato, interviene a ribaltare il senso della storia, nel dar eguale credito alla considerazione che il brigadiere stia mentendo e che sia lui il protagonista dei fatti di cui accusa il commissario. Ancora l’insorgere di un’insidiosa “reciprocità” – qui intervenuta come diabolico ribaltamento dell’aritmetica dei fatti. I fatti, la giustizia, la verità: e Sciascia non poteva immaginare di dover chiudere la sua ultima opera nel segno di una così amarissima constatazione – nella rinuncia a parlare, a ritornare sul caso giudiziario da parte dell’uomo della Volvo, quando realizza che il don Cricco, il prete, era proprio colui che aveva creduto fosse il capostazione –, ché la verità è (e rimane) un grosso guaio.

L’Avventura della letteratura – avendo luogo in Sciascia sempre e comunque come detection – finisce per coincidere con l’avventura della critica: in un certo senso, fonda la letteratura come esperienza eminentemente critica.

Un’arretrata e limitante percezione dell’autore, nonostante lo sforzo critico compiuto negli ultimi vent’anni da numerosi interpreti, rimane lacuna non ancora colmata nella scuola. Il futuro della lezione sciasciana, potremmo concludere, è ostaggio del paradosso per cui questo classico della letteratura contemporanea non ha ancora incontrato il suo vero pubblico: quello dei giovani d’oggi, degli studenti di domani. Rimane da chiedersi quale sia il lascito più grande di uno scrittore che più di tutti forse è riuscito nell’impresa di rischiarare il nesso tra inventio e realtà, finzione e verità. Senza dubbio, la più grande verità di cui sentirsi debitori a Leonardo Sciascia è che la letteratura si consuma sempre come avventura conoscitiva, detection; frutto di un’agnizione, una presa di coscienza (sia per l’autore, sia per il lettore). Niente di diverso da ciò che accade poi con la critica.

  1. Cfr. S. Marsi, La fortuna di Leonardo Sciascia nei manuali scolastici, in Leonardo Sciascia (1921-1989). Letteratura, critica, militanza civile, Atti del Convegno internazionale, Palermo 18-19 novembre 2019, a cura di M. Castiglione-E. Riccio, Palermo, Centro studi filologici e linguistici siciliani, 2020, pp. 333-43. Passando in rassegna i principali e più fortunati manuali scolastici per la scuola secondaria di secondo grado degli ultimi vent’anni (Armellini-Colombo, Baldi, Benvenuti-Ceserani, Bertoni, Bruscagli-Tellini, Carnero-Iannacone, Ferroni, Giunta, Guglielmino, Luperini-Cataldi, Marchese, Martignoni-Segre, Raimondi, Santagata, Severina-Siveravalle), Marsi ricava un interessante ritratto di Sciascia, autore, sì, d’indubbia grandezza ma caratterizzato dall’obiettiva difficoltà a fornire, da parte degli estensori dei manuali scolastici, una coerente rubricazione, in quanto il siciliano non risulterebbe ancora pienamente ascritto «al novero dei grandi del canone». Gettando un occhio anche alle generiche indicazioni ministeriali per il triennio dei licei, Marsi ravvisa una lacuna (ulteriore testimonianza di una simile difficoltà), giacché Sciascia non è espressamente citato tra gli «autori significativi» del secondo dopoguerra e la sua trattazione è di fatto demandata alla capacità di «integrazione» (così ancora Marsi) del docente. Per quanto sia autore di moltissime opere, emerge come nelle antologizzazioni fornite dai manuali presi in esame, accanto alla celebre pagina dell’incontro tra Bellodi e don Mariano tratta da Il giorno della civetta, la scelta di un secondo brano è assai variabile, a seconda dei percorsi tematici e/o didattici privilegiati dagli autori. In conclusione, Marsi fornisce almeno tre risposte condivisibili sul perché leggere, oggi, l’opera di Sciascia: 1. come formidabile strumento di comprensione di quelle dinamiche di «sviluppo e proliferazione» di fenomeni ravvisabili nei più diversi contesti socio-economici; 2. per l’esemplarità della sua opera come possibile approccio (e io direi “metodo”) di «interpretazione del mondo»; 3. per la «duttilità» offerta dalle sue opere, di mole non considerevole e perlopiù di agevole e piacevole lettura, riconducibili a un ampio ventaglio tematico. Personalmente, delle tre possibili motivazioni addotte da Marsi, trovo che sia auspicabile prioritariamente perseguire quella che più di tutte (a mio avviso) riesce a mettere in evidenza l’attitudine prima dello scrittore siciliano: ossia la possibilità di favorire lo sviluppo negli studenti, attraverso la lettura delle sue opere, di un «habitus critico», un occhio affilato e problematico da “scagliare” sulla realtà.
  2. A. Motta, Leonardo Sciascia. La memoria, la nostalgia e il mistero, Bari, Progedit, 2018, p. 107. Si tratta della conversazione dello scrittore con gli studenti del Liceo scientifico di San Marco in Lamis introdotta dallo stesso Motta.
  3. L. Sciascia, Nessuno è felice tranne i prosperosi imbecilli. Lettere a Stefano Vilardo (1940-1957), Milano, De Piante Editore, 2018.
  4. M. Onofri, Appunti su Sciascia poeta, in Altri italiani. Saggi sul Novecento, Roma, Gaffi, 2012, pp. 211-26. Così Onofri: «se nelle Parrocchie la biografia personale tende a sublimarsi ed oggettivarsi nell’autobiografia collettiva d’un paese, è soltanto nella Sicilia, il suo cuore che trovano espressione, anche in forza della sua iperletterarietà distanziante ed esorcizzante, della sua lingua rarefatta e come incielata, i momenti privatissimi e atrocemente dolorosi della propria vita, in via del tutto eccezionale, prima di essere drasticamente espulsi, e per sempre» (p. 220). E così conclude: «La Sicilia, il suo cuore mostra che il feroce razionalismo di Sciascia, la sua prosa tersa e dura come il diamante, nascono da una violenta rimozione» (ivi, p. 221). Scarsa attenzione allo Sciascia poeta viene riservata, anche nelle monografie oramai ritenute classiche dedicate allo scrittore; si vedano tra gli altri: C. Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Milano, Mursia, 1974; A. Di Grado, Leonardo Sciascia. La figura e l’opera, Marina di Patti, Il Pungitopo, 1992; G. Traina, Leonardo Sciascia, Milano, Mondadori, 1999. Fa eccezione la monografia di M. Onofri, Storia di Sciascia, Roma-Bari, Laterza, 1994 (poi in Economica Laterza, 2004, II ed.), in cui il critico si concede una più distesa disamina delle poesie confluite in La Sicilia, il suo cuore, sia dal punto di vista tematico sia dal punto di vista degli incontestabili influssi subiti dal giovane scrittore (Cfr. la II ed. del 2004, pp. 29-34).
  5. L. Sciascia, Nessuno è felice tranne i prosperosi imbecilli…, lettera del 2 maggio del 1940, p. 7.
  6. Ibidem.
  7. L. Sciascia, Appunti sulla poesia di Tobino, in «L’esperienza poetica» n. 3-4, luglio-dicembre 1954, pp. 73-76, cit. a p. 74. Sul rapporto tra i due scrittori si veda pure P. Italia, Sciascia e Tobino: un’amicizia «a bacchiagghiu», in «Il Giannone». Semestrale di cultura e letteratura, anni XIV-XVII, numero 29-34, gennaio-dicembre 2019, pp. 163-75.
  8. L. Sciascia, La Sicilia, il suo cuore, in Id., Opere, vol. I (Narrativa-Teatro-Poesia), Milano, Adelphi, 2012, pp. 1635-60: cit. a p. 1643.
  9. Ivi, p. 1644.
  10. L. Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Milano, Adelphi, 1991, p. 95.
  11. Ivi, p. 96.
  12. L. Sciascia, La Sicilia, il suo cuore, in Id., Opere, vol. I, p. 1637.
  13. P. P. Pasolini, Dittatura in fiaba, in «La libertà d’Italia», 9 marzo 1951; poi in L. Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Milano, Adelphi, 1997, pp. 65-71: 69.
  14. Per questi riferimenti cfr. la Nota ai testi, in L. Sciascia, Opere, vol. I, pp. 1994-99.
  15. M. La Cava-L. Sciascia, Lettere dal centro del mondo (1951-1988), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, p. 17.
  16. L. Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in Id., Opere, vol. I, pp. 345-499, cit. a p. 393.
  17. Si rammenti la rivisitazione storica del nostro Risorgimento ad opera di storici, tra gli altri, come Romeo, Giarrizzo, Della Peruta, Renzo del Carria, Mack Smith. Al principio degli anni Settanta, poi, l’uscita di un film di rottura come Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972) di Florestano Vancini contribuì ad infuocare il dibattito (si legga l’articolo, significativamente intitolato I peccati del Risorgimento, uscito su «Tempo Illustrato» nel luglio del ’72, scritto da un entusiasta Consolo che salutava con approvazione la lettura antiretorica proposta nel film dal cineasta ferrarese). Attenzione a un “altro” Risorgimento che precocemente aveva manifestato Leonardo Sciascia, facendo ripubblicare presso Sciascia Editore di Caltanissetta il Nino Bixio a Bronte (1963) di Benedetto Radice.
  18. L. Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, op. cit., p. 481.
  19. Ivi, p. 479.
  20. Ivi, p. 496.
  21. Tra la sterminata letteratura sull’argomento, si rimanda qui almeno ai seguenti contributi: A. Pietropaoli, Il giallo contestuale di Leonardo Sciascia, in «Strumenti critici», XII, 2 maggio 1997, pp. 221-59; G. Traina, Il poliziesco e la coscienza, in Id., In un destino di verità. Ipotesi su Sciascia, Milano, La Vita Felice, 1999, pp. 87-121; M. Villoresi, Lezioni sul giallo di Sciascia, in «Filologia antica e moderna», 22, 2002, pp. 151-96; A. Scuderi, Lo stile dell’ironia: Leonardo Sciascia e la tradizione del romanzo, Lecce, Milella, 2003; Nero su giallo. Leonardo Sciascia eretico del genere poliziesco, in «Quaderni Leonardo Sciascia» n. 10, a cura di M. D’Alessandra e S. Salis, Milano, La Vita Felice, 2005.
  22. L. Sciascia, Il giorno della civetta, in Id., Opere, vol. I, pp. 251-344: cit. a p. 339.
  23. Ibidem.
  24. Ivi, p. 322.
  25. L. Sciascia, A ciascuno il suo, in Id., Opere, vol. I, pp. 511-613: 576.
  26. Ivi, p. 586.
  27. Ivi, p. 605.
  28. Cfr. la Lettera di Calvino a Sciascia del 10 novembre 1965, in I. Calvino, Lettere, Milano, A. Mondadori, 2000, p. 897.
  29. Cfr. Nota ai testi, in L. Sciascia, Opere, vol. I, p. 1824.
  30. M. Onofri, Sciascia e Calvino. Ultimi Scrittori di verità, in «Sole24ore», «Domenica» n. 176, 29 giugno 2014, p. 24.
  31. Diversi gli studi in cui il nesso tra letteratura, filosofia e scienza (ma sarebbe più giusto dire conoscenza) è stato ampiamente approfondito; tra gli altri qui si rammentano: M. Petrucciani, Scienza e letteratura nel secondo Novecento. La ricerca letteraria in Italia tra algebra e metafora, Milano, Mursia, 1978; E. Raimondi, Scienza e letteratura, Torino, Einaudi, 1978; Letteratura e scienza nella storia della cultura italiana, Atti del IX Congresso A.I.S.L.L.I., Palermo-Messina-Catania 21-25 aprile 1976 (a cura di V. Branca et al.), Palermo, Manfredi, 1978; P. Antonello, Introduzione. Letteratura come filosofia naturale, in Il ménage a quattro. Scienza, filosofia, tecnica nella letteratura italiana del Novecento, Firenze, Le Monnier, 2005. Mi sia concesso inoltre di rimandare alle pagine introduttive di un mio studio in cui viene analizzata questa linea importante del canone del Novecento italiano: D. Calcaterra, Una ritrovata vocazione: Sinisgalli, Calvino, Levi. Letteratura come “filosofia naturale” e ordine sintropico ricostruito sulla pagina, in «Sincronie», Anno XIII, fascicoli 25-26, gennaio-dicembre 2009; Manziana, Vecchiarelli, 2011, pp. 169-87: 169-72.
  32. Cfr. anche la Lettera di Calvino a Sciascia (Torino, 26 ottobre 1964), in I. Calvino, Lettere (1940-1985), Milano, Mondadori, 2001, pp. 827-30. Così il ligure si rivolge a Sciascia: «Tu sei ben più rigorosamente “illuminista” di me, le tue opere hanno un carattere di battaglia civile che le mie non hanno mai avuto, hanno una loro univocità sul piano del pamphlet, anche se sul piano della favola come ogni opera di poesia non possono essere ridotte a un solo tipo di lettura. Ma tu hai, subito dietro di te, il relativismo di Pirandello, e il Gogol via Brancati, e continuamente tenuta presente la continuità Spagna-Sicilia: una serie di cariche esplosive sotto i pilastri del povero illuminismo in confronto alle quali le mie sono poveri fuochi d’artificio. Io mi aspetto sempre che tu dia fuoco alle polveri, le polveri tragico-barocche-grottesche che hai accumulato» (ivi, p. 829).
  33. Cfr. M. Belpoliti, Sciascia nel gorgo a chiocciola, in «Il Giannone». Semestrale di cultura e letteratura, anni XIV-XVII, numero 29-34, gennaio-dicembre 2019, pp. 133-34. Già in «Il Manifesto», «Alias», 22 aprile 2000, p. 6; poi confluito in Id., Diario dell’occhio, Firenze, Le Lettere, 2008, pp. 84-85.
  34. L. Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Russell, Palermo, Sellerio, 2009, p. 13.
  35. Cfr. F. Clerici, L’eremo, l’abate e il diavolo, in Id., Di profilo. Scritti d’arte 1941-1990, Palermo, Edizioni Novecento, 1992, pp. 267-71.
  36. L. Sciascia, Todo modo, in Id., Opere, vol. I, pp. 835-935: 857.
  37. Con questo saggio il sottoscritto ha voluto offrire una ricognizione sui principali testi dello scrittore siciliano, in essi volendo rintracciare una prospettiva (umilmente ritenuta interessante) che si potrebbe sintetizzare in una ricerca di metodo (peraltro continuamente messo in crisi) nella descrizione-decrittazione della realtà (e dei fatti); una critica di modelli, da praticare sulla pagina e da declinare come sostanza quintessenziale del fatto letterario. Prospettiva, peraltro, già proficuamente seguita nel mio saggio su Calvino, al quale mi permetto di rimandare per alcuni presupposti teorici: D. Calcaterra, Il secondo Calvino. Un discorso sul metodo, Milano, Mimesis, 2014.
  38. Per una panoramica complessiva circa le idee maturate nel tempo dallo scrittore sull’amato genere del giallo e del poliziesco, non si può non rimandare all’esaustiva raccolta di scritti dedicati dal nostro al genere giallo e curata dal sempre ottimo P. Squillacioti: L. Sciascia, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, Milano, Adelphi, 2018.
  39. L. Sciascia, Il contesto. Una parodia, in Id., Opere, vol. I, op. cit., pp. 615-708: 623.
  40. Ivi, p. 622.
  41. Al riguardo, tra gli altri, si rimanda almeno ai seguenti fondamentali contributi: T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1969; J. Monod, Il caso e la necessità. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Milano, Mondadori, 1970; K. R. Popper, Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, Bologna, Il Mulino, 1972; P. K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Milano, Feltrinelli, 1979; I. Prigogine-I. Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Torino, Einaudi, 1981; L. von Bertalanffy, Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni, Milano, Mondadori, 1983.
  42. L. Sciascia, Il contesto. Una parodia…, op. cit., p. 642.
  43. Ivi, p. 641.
  44. Ivi, p. 683.
  45. Ivi, p. 685.
  46. Ivi, p. 686.
  47. C. Alvaro, L’uomo è forte, Milano, Bompiani, 1938, p. 293. Sul romanzo si veda anche l’Introduzione di Massimo Onofri contenuta nella più recente edizione nei Tascabili Bompiani pubblicata nel 2018. Inoltre, mi sia concesso di rimandare a un mio personale contributo sul romanzo: D. Calcaterra, «L’uomo è forte» di Corrado Alvaro: «un libro sbagliato bene» che resiste al tempo, in Paura sul mondo. Per «L’uomo è forte» di Corrado Alvaro: seminario di studi, Reggio Calabria (a cura di A. M. Morace e A. R. Pupino), 13-14 febbraio 2009, Pisa, Edizioni ETS, 2013, pp. 17-32.
  48. Cfr. Nota ai testi, in L. Sciascia, Opere, vol. I cit., pp. 1828-56.
  49. L. Sciascia, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 2004, p. 31.
  50. Ivi, p. 36.
  51. I. Calvino, La taverna dei destini incrociati, in Id., Romanzi e racconti, vol. II, Milano, A. Mondadori, 1995, pp. 499-610: 605.
  52. L. Sciascia, Nero su nero, Milano, Adelphi, 1991, p. 166.
  53. L. Sciascia, La scomparsa di Majorana…, op. cit., p. 78. A proposito della polemica che seguì alla pubblicazione del libro tra Amaldi e Sciascia, si rimanda a P. Squillacioti, Nota ai testi, in L. Sciascia, Opere. Inquisizioni, memorie, saggi, vol. II, Tomo I, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi, 2014, pp. 1295-1307: 1303-307.
  54. L. Sciascia, La scomparsa di Majorana…, op. cit., p. 88.
  55. Ibidem.
  56. Ivi, p. 49.
  57. L. Sciascia, Nero su nero…, op. cit., p. 254.
  58. I. Calvino, Palomar, in Id., Romanzi e racconti, vol. II, Milano, A. Mondadori, 1995, pp. 871-979: 964-67.
  59. Cfr. K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Roma, Armando, 1977.
  60. L. Sciascia, Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia, in Id., Opere, vol. I cit., pp. 937-1049: 997.
  61. Ibidem.
  62. L. Sciascia, L’affaire Moro, Milano, Adelphi, 1994, p. 29.
  63. Ivi, p. 67.
  64. Ivi, p. 76.
  65. L. Sciascia, Nero su nero…, op. cit., p. 238.
  66. L. Sciascia, Notizia, in Id., Occhio di capra, Milano, Adelphi, 1990, p. 15.
  67. L. Sciascia, La strega e il capitano, Milano, Adelphi (Collana «Gli Adelphi»), 2019, p. 29.
  68. Ivi, p. 58.
  69. Ivi, p. 65.
  70. Ivi, p. 67.
  71. Cfr. L. Sciascia, La strega e il capitano, op. cit., Nota, pp. 73-76: 76.
  72. L. Sciascia, Il cavaliere e la morte. Sotie, in Id., Opere, vol. I, op. cit., pp. 1127-88: 1146.
  73. Ivi, p. 1180.
  74. Ivi, p. 1156.
  75. Ivi, p. 1165.
  76. Ivi, p. 1172.
  77. Ivi, p. 1177.
  78. Ivi, p. 1182.
  79. Ivi, p. 1187.
  80. L. Sciascia, Una storia semplice, in Id., Opere, vol. I, op. cit., pp. 1189-1231. Questa la citazione, tratta da Giustizia di Dürrenmatt, posta in esergo da Sciascia: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia».
  81. Cfr. L. Sciascia, Una storia semplice, Nota ai testi, pp. 1930-36: 1930.
  82. Ivi, p. 1197.
  83. Ivi, p. 1216.
  84. Ivi, p. 1221.
  85. Ivi, p. 1198.
  86. Ivi, p. 1202.
  87. Ivi, p. 1224.

(fasc. 39, 31 luglio 2021)