Un dibattito animato e interessante è andato crescendo negli ultimi anni intorno all’hate speech e all’uso di linguaggi d’odio nell’infosfera contemporanea. Il discorso d’odio è un fenomeno complesso: all’evidenza, facilmente rintracciabile, dell’impiego di hate words sul piano linguistico e comunicativo (commenti razzisti, insulti sessisti, post omofobici, epiteti denigrativi) soggiacciono armi invisibili, silenziose quanto potenti, che viaggiano sui binari ambigui delle presupposizioni, dei razzismi biologici e culturali, dei pregiudizi duraturi, delle credenze consolidate[1]. Il linguaggio dice e veicola un contenuto denigratorio in contesto. Le parole pesano come pietre, perché si portano dietro il carico di stigmatizzazioni provinciali, disuguaglianze e paure collettive, gerarchie sociali sempre più marcate. I discorsi di incitamento all’odio e le pedagogie popolari implicite hanno banalizzato contenuti, sdoganato l’analfabetismo emotivo e riabilitato termini ed espressioni inclini all’avversione, alla marginalizzazione, alla gogna mediatica. Lo stesso Pasolini ne aveva avvertito i subdoli meccanismi, quando per la rubrica “Il caos” scriveva di temere fatti privati inventati sbattuti in prima pagina[2].
Se uno dei ruoli della letteratura nel corso dei secoli è stato quello di sismografo, inteso qui non come strumento per creare una nuova realtà, ma come strumento utile a registrare la realtà circostante, sembra interessante declinare il tema dei linguaggi dell’odio anche sul piano letterario, andando oltre l’ampiamente indagato Saviano[3], per esaminare come la narrativa abbia assorbito tale fenomeno dentro la propria scrittura.
È il caso di Giosuè Calaciura, scrittore-giornalista siciliano[4] le cui parole posseggono una connotazione di esplosività, non si fermano in superficie, ma riportano lo sguardo sull’analisi del reale. Ciò accade perché la lingua della finzione letteraria, imbevuta del gergo dialettale e di valenza orale, favorisce la massima aderenza alla realtà. La vigorosa lingua parlata si nutre di certe intonazioni dialettali, esprimendo bene il basso livello culturale dei personaggi e la loro condizione di reietti della società, verso i quali appare lecito utilizzare un linguaggio carico di disprezzo. Le opere di Calaciura parlano, quindi, “con” il linguaggio della violenza dei tabù e dei pregiudizi di quartieri periferici e di marginalità umane, ma anche “del” linguaggio necessario per raccontare tutto ciò. Il linguaggio non è un dettaglio e non è politicamente corretto nella narrativa dell’autore palermitano. La lingua è fedele alla realtà, perché è fedele alla durezza intrinseca parlata negli ambienti descritti. L’uso di espressioni volgari, commenti sessisti, offese, imprecazioni, parolacce e turpiloqui è il vocabolario quotidiano delle contrade del malaffare. Calaciura, come già Pasolini in Ragazzi di vita, sposta i confini di ciò che viene considerato legittimo pronunciare: i capitoli dei due romanzi qui proposti, Malacarne e Sgobbo, sembrano racconti autonomi, sceneggiature di episodi di una serie televisiva, dove il collante è appunto la lingua della derisione; ai dialoghi in dialetto palermitano si alternano parti connettive scritte con un italiano ricercato e poetico; a pagine di indiscussa delicatezza sul piano linguistico si uniscono inserti gergali, che riprecipitano il lettore alla realtà dei fatti, all’impossibilità del riscatto dei “vinti” che vivono a cavallo del nuovo millennio:
Signor giudice, quante volte mi sono chiesto in quei momenti di ragionamento gelido, votato solo all’agguato, quale potesse essere la crepa nel meccanismo perfetto oliato automaticamente a ogni ammazzatina ripetuta senza necessità di combutta preparatoria per stabilire il come. Quante volte mi sono chiesto dove cedesse la nostra volontà omicida lasciando uno spiraglio di scampo, una possibilità di salvamento, e non per rendere più sofisticati e insovvertibili i nostri agguati mortali, ma per nascondere nella stanza segreta del mio terrore addormentato con quella virgola dimenticata, il gesto non necessario, quel movimento in più o in meno che mi avrebbe permesso di sopravvivere quando inevitabilmente sarebbe toccato a me, signor giudice[5].
E noi, per fame, in agguati notturni di pesca miracolosa ci saziavamo con rutti indimenticabili di abbuffate da acquario e ci fottevamo dal ridere guardandoci ricchi nei nostri simili adolescenti che avevano il tempo assonnato di andare a scuola e li indicavano a dito […] nei loro zaini del sudore sui libri. Ma non riuscivamo a toccarli signor giudice, ci divideva lo spessore di specchio della nostra diversità, consapevoli dell’ingiustizia latente persino nelle bugie evangeliche che ci raccontava il parroco buono […] Persino Dio ci aveva abbandonati e traditi. Avallava la perfidia di quella ingiustizia che non permetteva ripensamenti, senza ritorno, perché aveva deciso, nato povero, di diventare ricco […] eravamo cattivi e fuori dalla giurisdizione di Dio[6].
Le due citazioni sono tratte da Malacarne, termine con il quale si indica, in senso figurato, una persona disonesta e malvagia, un imbroglione, un farabutto[7]. Il romanzo d’esordio di Giosuè Calaciura è una storia sulla mafia, ma non somiglia a nessun altro libro sulla mafia, perché in realtà è il flusso di coscienza ininterrotto di un dialogo mai avvenuto tra un malacarne e un signor giudice imperterrito, che tuttavia è impossibile possa rimanere distante. Malacarne è un’allucinazione, una conversazione feroce e dolente che scoperchia ex post le dinamiche dei malaffari quotidiani ai quali sono predestinati i giovani della Sicilia degli anni Novanta, i quali scoprono i meccanismi di raffinazione e il traffico dell’eroina e non hanno «niente da perdere se non la disgrazia di essere nati»[8]. I padri erano delinquenti che si arrabattavano, mentre Calaciura racconta il passaggio di generazione, quando la nuova malavita ha perso il senso della vergogna («era giunto il momento di passare le consegne»[9]). È in carcere, in uno dei frequenti andirivieni per furti, risse o reati di basso livello, che i malacarne incontrano «tre illustri chimici francesi presi con le mani nel sacco della morfina base mentre tentavano di raffinarla»[10] per conto di una ditta del crimine marsigliese. Da essi imparano, nella tranquillità e nella riservatezza che solo il carcere poteva garantire e con la promessa del cinque per cento sul fatturato, perché è preferibile la morfina turca, cosa significa benzoiltropeina, cos’è la sintesi del toluolo, quanto siano floridi i mercati americani. Ma il genius loci, verrebbe da dire, supera i maestri in un lunedì di Resurrezione, trasformando la captività in una «proficua vacanza carceraria»[11]. Dal carcere allo scantinato di casa, lungo le rotte tossiche dell’Occidente, questa “paranza” ante litteram costruisce la propria fortuna di oblii chimici, venduta al dettaglio ai disperati dei quartieri e all’ingrosso alle navi con i nomi di aristocratici inglesi. Quella descritta da Calaciura è una geenna di desiderati (si pensi all’immagine degli storpi, paralitici, sciancati, ciechi e sordi parcheggiati a elemosinare). In una routine che ogni giorno deve inventare la voglia di vivere, irrompe il benessere aleatorio della modernità con il carico dei suoi vizi[12]:
Noi, signor giudice, tentavamo di mettere in piedi l’affare del nostro secolo memorabile che avrebbe placato per sempre la fame antica di potere. A noi, signor giudice, interessavano i semi del fiore del papavero. E non per velleità d’accademia botanica me per via del tesoro incalcolabile della morfina base, mattone principale di quell’oro in polvere che moltiplicava in maniera esponenziale i guadagni a ogni granello[13].
La prosperità è tuttavia impalpabile, così come la sensazione provata dall’io narrante di essere ingranaggio astratto di un potere effimero. I guadagni di «quell’impero del niente che produceva di tutto» giungono, infatti, solo dai fax con le quotazioni della borsa di Londra. I soldi invisibili vanno trasformati in “piccioli”. I malacarne iniziano a sentire la necessità del fruscio delle banconote, che nel giro arrivano in tale quantità da non saper più dove stiparle. All’industria della droga si aggiungono man mano nuovi giri. Cambiano le dinamiche e le prospettive. «Non eravamo più niente, signor giudice» è la formula reiterata all’inizio della quasi totalità dei paragrafi del romanzo, l’anafora di un grido disperato in cerca di pietas. «Non eravamo più niente, signor giudice» è la confessione sofferta di personaggi straniati, che finiscono per appartenere solamente alla logica del male, a un nichilismo disumano. La ferocia arriva quando si innescano i tradimenti interni all’associazione a delinquere, le invidie fratricide, il desiderio sfrenato del singolo di possedere tutto. I dèmoni vengono a galla quando il tempo rivela il vero volto dell’uomo, a ricordarci che esiste sempre un Caino in agguato in ognuno di noi:
ci continuammo a spogliare da quelle illusioni settecentesche morendo ogni giorno stecchiti per mano ignota di assassini infami signor giudice. Era scoppiata una guerra intestina […] ci ammazzavano con una allegria di lavoro ben fatto signor giudice, e a noi non restava che constatare il decesso terribile dei nostri camerati senza più futuro […] era una tale mattanza […] ogni giorno c’era una tale quantità di morti che bisognava fare l’appello […] imparammo a dormire da svegli con gli occhi aperti come le civette, appollaiati sul nostro ramo di terrore […] a fumare le nostre sigarette di panico […] continuavamo a morire uccisi da mano ignota. C’era una tale ferocia in quegli omicidi a grappoli, c’era un tale accanimento che capimmo troppo tardi che quella vile mano assassina non era di gente straniera estranea, ma era la mano destra traditrice della sinistra. Dovevamo guardarci dentro per fermarci da noi stessi […] E capimmo ancora una volta come sia intessuto di merda l’animo degli uomini[14].
Malacarne è una litania dolorosa, un dies irae dove carnefici e vittime si rincorrono come in un gioco a specchi, un circolo vizioso dove ognuno diventa preda dell’altro. La voce disperante del protagonista inghiotte il lettore in un vortice di progressivo annullamento e di montante autodistruzione che si dilata a macchia d’olio, tanto più si espandono i traffici internazionali di una mafia ormai planetaria. Il malacarne del titolo ricostruisce in un lungo flashback la sua carriera e la verità ultima da dichiarare al magistrato. La narrazione è dal di dentro, a presa diretta. Al di là dei singoli eventi e della cronistoria insanguinata, il refrain martellante «non eravamo più niente, signor giudice» è recitato su un palcoscenico di tradimenti e regolamenti di conti, di esecuzioni e stragi da un killer pentito che confessa e si confessa con un linguaggio crudo e allucinato, con la forza evocatrice e arcaica della terra di morti ammazzati che li ha generati e subito condannati[15].
Ripercorrendo le tappe della storia di “cosa nostra”, attraverso la voce di un mafioso che vede pian piano sgretolarsi il suo impero, dalle «carneficine firmate» per mano di sicari solitari ai massacri «con i funerali di Stato, l’esercito in piazza, il nervo scosso dell’opinione pubblica frastornata»[16], l’autore conclude il racconto a ritroso con «il boato più grande»[17], con la madre di tutte le stragi: «Non eravamo più niente sin da quella mattina di maggio, con tutte le cose al loro posto, prima che la vita e in seconda istanza la morte le confondesse per sempre»[18]. Tutto il racconto è già stato vissuto. L’ora del giudizio giunge alla fine di un percorso di mafia e antimafia, di stragi e pentiti[19], di equilibri e connivenze politiche, di maxiprocessi e collaboratori di giustizia. È la nuova stagione corleonese, dello scontro diretto tra Stato e mafia, delle morti eccellenti di coloro i quali, negli anni Ottanta, iniziarono a combattere apertamente e con coraggio isolato “cosa nostra” (politici, uomini delle forze dell’ordine, magistrati, giudici e, non ultimi, giornalisti). Nella ricostruzione allucinata della voce narrante, è l’ora dell’Apocalisse: «era la fine del mondo, con le trombe degli angeli schierati, la chiamata generale a rapporto delle anime e tutto il resto signor giudice»[20]. A fine lettura, si percepisce l’affanno del rewind; Malacarne è una confessione che delinea la psicologia di un mafioso e una rincorsa all’indietro. Più che la voce, si sente il fiato: euforico ed eccitato di fronte all’ingigantirsi dei traffici illeciti; quello sul collo e adrenalinico degli agguati e degli omicidi; quello ultimo e disperato di chi vuole raccontare tutto per svuotarsi e liberarsi.
Il linguaggio dell’odio si accusa maggiormente nel secondo romanzo di Calaciura. Fiona, la protagonista del romanzo, è una prostituta venuta dal mare, partita dall’Africa nera e sottoposta, come gli altri, a torture lungo il tragitto. Il racconto è in prima persona, quasi fosse una nenia antica; indossando i succinti vestiti d’Occidente, Fiona, o Dalia, od Ofelia, o Felicità, a seconda del piacimento dei clienti, è costretta a svolgere l’unico lavoro, lo “sgobbo” in dialetto palermitano, che pare le sia permesso. L’autore tratteggia con delicatezza e rispetto la pena, l’avvilimento, il bisogno di fuga e di ritorno alla madre rimasta in Africa e all’infanzia perduta, mentre incontra clienti che la umiliano o la picchiano, o si imbatte in volti anonimi del desiderio e della solitudine: sono loro a stabilire le rotte del buio, «un buio tangibile come un muro»[21]. Oppure scruta la carne, la sua e quella degli emarginati, avvezzi all’alcool, che tentano di sopravvivere il giorno al degrado urbano, a quei luoghi di malessere e di abiezione. Tutto accade tra i vicoli del porto, in mezzo alle gru di cantieri abbandonati, ai margini del lungomare di rifiuti, in una Palermo mai nominata eppure così presente, che accoglie ma non riscatta i diseredati, per i quali vige soltanto la matematica dei traffici illegali e la grammatica della disperazione[22].
In Sgobbo, Fiona è la rappresentante della categoria-bersaglio dei discorsi d’odio. Il silenzio, l’indifferenza o la superficialità con cui chi le sta attorno accetta gli usi offensivi fanno sì che il linguaggio dell’odio si trasformi in consenso, approvazione, legittimazione, mutando i presenti in complici e conniventi. La violenza “nel” linguaggio, la violenza “del” linguaggio, dimora sulle bocche degli altri che osservano, commentano, giudicano; a volte condannano anche solo con uno sguardo. In questa giungla quotidiana, dove ognuno combatte per affermare il proprio territorio, la necessità di uno spazio e l’urgenza di sopravvivere modulano geografie evanescenti e «regioni inesistenti di pastorizia»[23]. Sbirri corrotti, preti non propriamente devoti, truffatori, rapinatori, trafficanti di immigrati e clandestini indesiderati: Calaciura dipinge una società senza appello e senza redenzione, attraverso una narrativa che rifiuta le coordinate della cronaca e del documento e una lingua forte, realista, dura, ma non dimentica della sua vena poetica:
nella claustrofobia delle stanze che avevano una sola finestra affacciata sull’eternità del muro di fronte. E dentro quella cornice ho viaggiato tutte le mie giornate, in ogni crepa e in tutte le muffe, in ogni cristallo di salsedine e nelle croste di ducotone[24].
perché sono nato in un paese dove ogni mattina m’interrogo ma che cos’è questo odore che non lascia spazi nemmeno al profumo del caffè […] e cambia il sapore del dentifricio sullo spazzolino, all’improvviso come svegliandomi mi rendo conto che è l’odore immutabile del mare, e non ci sono parole per raccontarlo[25].
Scendevamo compatte verso la Marina lasciando uno spazio libero nella formazione perché anche la sciancata non avvertisse la solitudine nello sgobbo da trapassata […] Mi è sembrato di averla vista quando il buio è così profondo e insopportabile che mi costringe a riempirlo della luce strappata alla memoria dei giorni più luminosi, era in forma di fantasma nel pallore finalmente raggiunto senza ciprie e artifici di cerone[26].
La contrada del malaffare sembra un bassofondo balzacchiano. I due romanzi sono costruiti a partire da questi luoghi. Ci sono milieux precisi e c’è una lingua esplicita. L’alienazione costante corre lungo due binari: la visione apocalittica e il linguaggio. In Sgobbo, in particolare, la fame, la disperazione e il sesso sono raccontati in modo esplicito da una donna, che parla poco ma assorbe e ripete lungo il filo narrativo ciò che gli altri esattamente dicono di lei. Calaciura fotografa la semiotica della malavita. La narrazione non procede in dialetto, ma restano in dialetto gli insulti etnici, i termini denigratori, le espressioni offensive; in poche parole, il linguaggio del disprezzo nel suo complesso, che si nutre di ingiurie sessuali e parolacce spinte, di un lessico pornografico, di allusioni triviali e oscene, dove le parti del corpo vengono umiliate o schernite (non mancano i riferimenti ai liquidi corporei).
Malacarne e Sgobbo sono due romanzi potenti che non rimangono marginali: il linguaggio di Calaciura, realistico e accurato allo stesso tempo, presenta al lettore immediatamente la situazione com’è, senza usare riferimenti indiretti o mezzi termini. In entrambi i romanzi, la città è una Palermo palude o, per dirla con Vincenzo Consolo, una «città mattatoio»[27]. Lo scenario evocato dall’io narrante è quello di un luogo cupo, deformato, da girone dantesco, straripante di violenza, di perdizione, di infelicità e di odio, gli unici sentimenti rimasti a muovere le fila di destini irredimibili e senza anima[28]. Ma Malacarne e Sgobbo sono anche il risultato di un lavoro sul tono, sull’elaborazione stilistica, sui sensi figurati, sugli attributi affettivi delle parole, sul vasto e sul multiforme riverberare dei significati, tutti i significati di un intimo, ma corale, disperato racconto-testimonianza. Nei primi romanzi di Calaciura non esiste separazione fra il piano del narratore e il piano dei personaggi, tra il come e il cosa, perché senza questa precisa tipologia di linguaggio (la forma) non capiremmo nemmeno il racconto (la sostanza). La lingua, per uno scrittore di testimonianza quale è Calaciura, è il motore stesso del racconto: è un atto di fedeltà alla verità e alle radici di ciò che si narra; è elemento fondante dello showing più che del telling. E poco resta della lezione heideggeriana, qui valida semmai à l’envers: il linguaggio (dell’odio) non è la casa dell’essere e l’uomo non abita più nella sua dimora. Le discriminazioni sociali sono sostanzialmente create e sostenute da parole e atti comunicativi che rinforzano le posizioni di subordinazione e contribuiscono a diffondere pregiudizi e stereotipi. Si tenga presente che, segnatamente in Malacarne, pur essendoci numerosi riferimenti a fatti realmente accaduti, non sono indicati nomi, luoghi o episodi. Non è necessario conoscere l’identità del mafioso o quella del giudice. Basta la lingua di Calaciura a dare forza alla narrazione. Ne viene fuori una tessitura linguistica originale e raffinata, ma a tratti straniante per l’insolito mélange di lingua alta e lessico gergale. I capitoli di Malacarne e Sgobbo si accumulano come istantanee capaci di illuminare il nostro passato prossimo, attraverso mémoires di personaggi messi a nudo nel loro linguaggio senza sconti e nel loro destino senza resurrezione.
- Sull’argomento si rimanda a C. Bianchi, Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio, Bari-Roma, Laterza, 2012; S. Pasta, Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online, Brescia, Morcelliana, 2018; D. Pacelli, Hate speech e hate words. Rappresentazioni, effetti, interventi, Milano, Franco Angeli, 2021. ↑
- Nell’agosto del 1968, Pasolini inaugura una rubrica sul settimanale «Tempo» e la intitola “Il caos”. Fino al gennaio del 1970, vi interviene con forza polemica e “corsara” sui temi dominanti di quegli anni, affrontando l’attualità politica e le novità culturali: la polemica contro la televisione, l’emergente questione giovanile, la posizione della Chiesa, le accuse al capitalismo. Cfr. P. P. Pasolini, Il caos, prefazione di R. Saviano, Milano, Garzanti, 2015. ↑
- Dell’autore di Gomorra e La paranza dei bambini, vale la pena accennare a «Munizioni», la collana che Saviano dirige per Bompiani e che ospita autori che hanno più che mai bisogno di lettori per amplificare il proprio valore di testimonianza. Le parole come fatto e responsabilità sono munizioni, immagine violenta ma efficace utilizzata per ribaltare ogni metafora violenta conservando intatta la loro potenza di strumento; sono proiettili, perché nascono dal piombo dei caratteri di stampa, contro l’ignoranza, il silenzio e l’indifferenza. ↑
- Giosuè Calaciura (Palermo, 1960) vive e lavora a Roma; collabora con Rai Radio3 e scrive per quotidiani e riviste. Dopo aver attirato l’attenzione critica con diversi racconti, esordisce con Malacarne (Milano, Baldini&Castoldi, 1998) e a seguire Sgobbo (Milano, Baldini&Castoldi, 2002), Premio Selezione Campiello. Ha pubblicato i seguenti romanzi: La figlia perduta: la favola dello slum (Milano, Bompiani, 2005); Urbi et Orbi (Milano, Baldini&Castoldi, 2006); Bambini e altri animali (Palermo, Sellerio, 2013); La penitenza (Roma, Mincione, 2016); Borgo Vecchio (Palermo, Sellerio, 2017); Il tram di Natale (Palermo, Sellerio, 2018); Io sono Gesù (Palermo, Sellerio, 2021). Le sue opere sono state tradotte all’estero. ↑
- G. Calaciura, Malacarne, op. cit., pp. 6-7. ↑
- Ivi, p. 14. ↑
- Si noti come i motivi della fame e della sete, e più in generale tutto il campo semantico legato ad esse, siano ricorrenti fin dalle primissime pagine: «vivevamo nell’angoscia degli assetati di non avere altre possibilità» (ivi, p. 9); «in quell’ansia di annegamento senz’acqua» (ivi, p. 10); «nei nostri raggruppamenti di branco affamato» (ivi, p. 19); «non c’era una goccia d’acqua neanche a piangere sangue» (ivi, p. 25); «era la sete signor giudice, come lei non ha mai provato, saziato dai polmoni delle autoclavi della città nuova […] le madri lavavano i figli leccandoli con la loro stessa saliva […] e noi glieli riempivamo gratis signor giudice, perché un goccio d’acqua non si nega a nessuno» (ivi, p. 26). ↑
- Ivi, p. 19. ↑
- Ivi, p. 23. ↑
- Ivi, p. 29. ↑
- Ivi, p. 31. ↑
- Prima di allora, prima che arrivasse l’oro di polvere bianca degli oblii chimici, le giornate trascorrevano all’avventura, tra le riffe dei mercati e le estrazioni del lotto clandestino, e «con tutti i contrabbandi dell’antichità arrotondavamo lo sgobbo faticoso di tirare a campare signor giudice, ma ci mancava sempre un soldo per fare una lira e tentavamo la sorte di ogni mercato e di ogni mercanzia per placare quella fame che non siamo mai riusciti a saziare e che ci divorava a partire dallo stomaco e saliva sino agli occhi per confonderci la vista con miraggi di abbuffate matrimoniali» (ivi, p. 11). ↑
- Ivi, p. 28. ↑
- Ivi, pp. 43-45. ↑
- Si legga il seguente passaggio: «Com’era triste la tristezza di riconoscerci uno per uno in quei ritratti impietosi di segnaletica […] ed eravamo proprio noi, malati della malattia incurabile di essere disperatamente nati qui e in nessun altro posto del mondo» (ivi, p. 53). ↑
- Ivi, p. 99. ↑
- Ivi, p. 136. ↑
- Ivi, p. 148. ↑
- La stagione dei pentiti e dei collaboratori di giustizia è descritta attraverso l’immagine delle «cataratte delle confessioni» che venivano aperte: «uccidevamo per scancellare metà della nostra anima malata, nell’annullamento totale di quelle cellule cancerogene che eliminavano estirpando l’intero organo intaccato nell’amputazione di noi stessi signor giudice. E per quella chirurgia dell’accetta sperimentavamo nuove armi che avrebbero dovuto scassare chi parlava e chi ascoltava, per spezzarne la complicità del dialogo, per spegnere le parole nel loro significato» (ivi, p. 135). ↑
- Ivi, p. 137. ↑
- G. Calaciura, Sgobbo, op. cit., p. 56. ↑
- Palermo è «una città claudicante di cerotti tenuta insieme con il filo di ferro degli imprevisti, con gli elastici della provvisorietà» (ivi, p. 20). ↑
- Ivi, p. 18. ↑
- Ivi, p. 10. ↑
- Ivi, p. 23. ↑
- Ivi, p. 59. ↑
- Cfr. V. Consolo, Le pietre di Pantalica, Milano, Mondadori, 1988. Sulla letteratura siciliana di Calaciura e altri scrittori, si rimanda a V. Santoro, Scrivere di cose dialogando con l’Europa e l’America. La giovane narrativa siciliana di Calaciura, Piazzese e Savatteri, in «Letteratura e Società», IX, 3, 2007, pp. 77-101. ↑
- «L’anima si era persa liquefatta nell’acido e gettata con tutto il resto nel buco del cesso. E per quanto Dio s’affannasse a cercarla non riusciva a trovarla, tanto che dovette istituire d’imperio divino un nuovo girone dell’inferno per i traditori morti liquefatti nell’acido. Ma lo fece solo per accontentare la burocrazia di Satana, perché anime in quel girone non se ne videro mai» (G. Calaciura, Malacarne, op. cit., p. 49). ↑
(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)