Abstract: Questo saggio esplora la posizione di Benedetto Croce durante il Fascismo e nell’Italia post-liberazione, a partire dal suo Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Esso adotta il Risorgimento come paradigma etico e politico alla base della sua idea di libertà. Attraverso gli scritti storici e civici di Croce, il saggio ne sottolinea l’autorità morale e l’impegno critico. Per Croce, la storia è una storia di libertà: il pensiero storico diventa un esercizio di responsabilità e coscienza civica, e la storiografia un mezzo per resistere all’oppressione e rinnovare i valori democratici.
Abstract: This essay explores Benedetto Croce’s stance during Fascism and in post-liberation Italy, beginning with his 1925 Manifesto of the Anti-Fascist Intellectuals. It adopts the Risorgimento as the ethical and political paradigm underpinning his idea of liberty. Through Croce’s historical and civic writings, the essay underscores his moral authority and critical engagement. For Croce, history is a history of freedom: historical thinking becomes an exercise in responsibility and civic conscience, and historiography a means of resisting oppression and renewing democratic values.
Il Manifesto del 1925: la rottura, la misura e l’inizio
Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e pubblicato il 1° maggio 1925, segna una svolta nella coscienza culturale e civile dell’Italia. In quelle poche pagine, misurate nel tono ma recise nei contenuti, il filosofo assunse una posizione inequivocabile di rottura con il fascismo[1]. Non si tratta solo di un atto di opposizione morale, ma anche dell’intervento di chi, erede della tradizione liberale e interprete dello spirito risorgimentale, si pose a difesa della libertà contro ogni pretesa totalizzante del regime.
Tale documento nacque, com’è noto, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, stilato da Giovanni Gentile, pubblicato il 21 aprile e rivolto al mondo della cultura europea, per giustificare il fascismo come espressione dello spirito nazionale[2].
Proprio una siffatta pretesa fondativa, di matrice assieme filosofica, storica e politica, rese necessaria una replica. Giovanni Amendola ne scrisse a Croce, proponendogli la stesura. E Croce accettò subito: «L’idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta […] breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente»[3].
Ma il Manifesto non era una mera risposta contingente. Era la traduzione di una convinzione maturata negli anni precedenti, e rafforzata dagli eventi del 1924, catalizzati dall’assassinio di Giacomo Matteotti. In quello snodo, Croce comprese che il dissidio teorico con Gentile – fin lì vissuto come una differenza tra sistemi filosofici – si era ormai trasformato in un dissidio pratico e politico, come scrisse nella nota lettera del 24 ottobre 1924: «Noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale […]. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica […]; e questo è più aspro»[4]. Il nuovo livello del dissenso, ormai insanabile, segna la fine dell’amicizia e inaugura la stagione crociana della vigilanza etico-politica.
Nel testo del Manifesto Croce rivendicò, con uno stile asciutto e antiretorico, la funzione autonoma e critica della cultura, ancorata a un principio di libertà che nessuno Stato poteva assorbire o dirigere. L’atto culturale, secondo il filosofo abruzzese, era sempre un esercizio di responsabilità individuale, che non poteva essere subordinato ad alcun programma politico. In tal senso, la figura dell’intellettuale fascista, cioè l’intellettuale organico, gli appariva come una contraddizione in termini, perché, mettendosi al servizio del potere, rinunciava alla sua funzione più autentica, dissolvendo il senso stesso della cultura come autonomia critica[5].
Il punto più significativo del Manifesto, tuttavia, risiede nel richiamo al Risorgimento come fondamento della tradizione civile italiana. Tale rievocazione, lungi dall’essere un ornamento o uno strumento, assumeva il valore di un’eredità storica e morale. Per Croce, infatti, il Risorgimento era l’archetipo dell’agire politico libero e responsabile, fondato sulla coscienza nazionale e sul rifiuto del servilismo. Quando scriveva che gli uomini del Risorgimento gli sarebbero parsi «offesi e turbati» dall’identificazione tra fascismo e italianità[6], non svolgeva un’operazione celebrativa, ma richiamava un principio di continuità storica: la libertà, in Italia, aveva radici precise, che il fascismo tradiva[7]. Il Manifesto appare, pertanto, la dichiarazione di fedeltà a una tradizione spirituale, ossia la riaffermazione della storia come criterio etico contro ogni tentazione autoritaria. Nel cuore di un’Italia che si avviava alla dittatura, Croce definiva un punto fermo: la libertà non è un’opinione tra le altre, ma il fondamento stesso della civiltà.
Il Risorgimento come principio attivo
Il richiamo al Risorgimento si configura, dunque, come un principio etico-politico che continua a operare come radice attiva della coscienza civile. Ed è contenuto in uno scritto, il Manifesto, che rappresenta un elemento connettivo del più vasto disegno intellettuale che Croce delinea in quegli anni: l’opposizione al fascismo come decadenza dello spirito e della libertà, e la riaffermazione della storia come coscienza critica.
Proprio in quel torno di tempo, non a caso, egli inaugura la pubblicazione della sua tetralogia storica, a chiara impronta etico-politica: dalla Storia del Regno di Napoli (1925) alla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928), dalla Storia dell’età barocca in Italia (1929) alla Storia d’Europa nel secolo XIX (1932). Nell’esame delle vicende delle province napoletane, l’unificazione italiana viene presentata come una soluzione della crisi del Mezzogiorno, in linea con l’evoluzione storica e con i principi morali, mentre la Storia d’Italia si apre con un chiaro omaggio al Risorgimento come fondamento dell’unità politica e culturale del Paese. In queste opere l’autore non esalta l’Italia come entità statuale o mitica, ma ne celebra la faticosa e concreta costruzione storica come espressione del principio di libertà.
Come ha sottolineato Federico Chabod, la storia, per Croce, è sempre storia della libertà[8]. Non è una libertà astratta o idealistica, ma un elemento vivo che, consapevole del movimento storico, dà senso agli eventi e ne permette la comprensione. Perché non c’è storia vera senza giudizio e non c’è giudizio senza un criterio etico. È per questo che il fascismo non può essere considerato, nell’elaborazione crociana, un semplice fatto storico: è un’involuzione che, prima di essere condannata, va compresa, in quanto «morbo» che affligge lo spirito pubblico contemporaneo[9]. Fare storia, allora, diventa per il filosofo una forma di resistenza.
Anche Giuseppe Galasso ha insistito su questo punto: a partire dal 1924, l’interesse di Croce si sposta progressivamente sul piano etico-politico, ma senza mai rinunciare al rigore della lettura storica[10]. Anzi, proprio la storia diventa per lui la via privilegiata per riaffermare valori universali, quali la giustizia, la responsabilità e l’autonomia della coscienza. Il Risorgimento, in uno schema siffatto, non è un semplice capitolo del passato, ma la manifestazione esemplare di una maturazione collettiva, certo contraddittoria, ma orientata verso una più ampia coscienza della libertà. Ed è con questa chiave che il filosofo legge anche il presente.
È stato mostrato, del resto, come in Croce il patriottismo non sia mai un sentimento chiuso o identitario, ma sempre un atteggiamento etico: il legame alla patria è giustificato solamente nella misura in cui essa realizza la libertà dei suoi cittadini, una concezione figlia del Risorgimento e opposta a ogni nazionalismo[11]. La Storia d’Europa si inserisce appieno in questo quadro: il vecchio continente non è una realtà geografica o politica, ma un processo spirituale, una civiltà fondata sul libero sviluppo della persona e del pensiero[12].
In tale prospettiva, il confronto con Gentile si chiarisce ulteriormente. Se per il filosofo siciliano la storia è un atto puro, cioè l’immediata identificazione tra volontà e realtà, per Croce essa è il pensiero riflessivo, il giudizio critico e il discernimento morale[13]. Dove Gentile può inglobare anche la violenza fascista entro una legittimità storica, il secondo la sottopone, invece, al tribunale della libertà. È questo che lo conduce a rigettare ogni forma di storicismo assoluto, in cui tutto ciò che accade è giustificato, in quanto accade. Per Croce, ciò che accade è sempre giudicabile, perché la storia non assolve, ma distingue.
In tal modo, il Risorgimento diventa la chiave di lettura della storia italiana: l’archetipo di una politica della libertà che continua ad avere valore anche, e soprattutto, nel tempo della crisi. Non si tratta di nostalgia, ma di fedeltà a un principio; e, come ogni principio, vive nel modo in cui viene pensato, ricordato, rinnovato.
Croce di fronte al fascismo: una religione civile della libertà
Dalla metà degli anni Venti, il pensatore abruzzese si collocò sempre più visibilmente nella posizione dell’oppositore morale. Fu proprio attraverso la sua rivista che mantenne viva una forma di resistenza culturale. Così egli stesso descriverà, in seguito, il ruolo assunto dalla «Critica» negli anni bui del regime:
Ebbe nuovo stimolo e nuova ragion di vita nella opposizione che prese ad esercitare contro il fascismo […] cosicché finì ad essere in Italia l’unica superstite forma di opposizione […] che fu fondamentale e radicale, e perciò escludente ogni concessione e transazione, ma procurò tuttavia di serbare costante la calma e la dignità necessarie a imporre rispetto e si guardò dalle intemperanze, sconvenevoli a chi aveva potuto conservare una sua libertà di parola in mezzo a un intero popolo piegato al silenzio[14].
Croce, difatti, senza aderire a iniziative eclatanti, ma grazie alla forza del pensiero e alla coerenza intellettuale, diventò un punto di riferimento per un’Italia in cerca di parole di verità.
Proseguì questa azione anche nelle sue principali opere degli anni Trenta, tra cui Storia d’Europa e La storia come pensiero e come azione (1938), nelle quali riaffermava la visione della libertà come principio spirituale e morale, che era destinato a scontrarsi con i nazionalismi emergenti.
Ma è soprattutto tra il 1943 e il 1944, quando il Paese era diviso in due sfere di occupazione, che la sua riflessione sull’opposizione al fascismo, intesa come vera e propria religione civile, si fece più matura, sia pure nell’ambito degli scritti “minori”. Due testi di quel periodo, Il fascismo come pericolo mondiale e La libertà italiana nella libertà del mondo, ne rappresentano il compendio. Nel primo, Croce denuncia il carattere regressivo e barbarico del fascismo, collocandolo all’interno di una crisi più vasta della civiltà europea[15]. Nel secondo, afferma che il fascismo non è frutto di un destino necessario, ma rappresenta un’interruzione, una parentesi, appunto, nella storia d’Italia[16]. Tale metafora non ha valore consolatorio, ma serve a ribadire che la storia ha senso soltanto se rimane legata alla coscienza della libertà. In altri termini, è possibile tornare a essere liberi, perché la libertà non è stata obliterata, ma soltanto sospesa.
Il fascismo è, per il filosofo, la negazione stessa della storia, perché là dove regnano sopraffazione, violenza e dogma il pensiero è soffocato, e con esso la storia. È per questo che ricostruire criticamente il passato, durante la dittatura, equivale per Croce a un atto di libertà e di verità. Non c’è differenza tra il lavoro dello storico e il gesto di chi resiste eticamente al presente: entrambi fondano la propria azione sulla responsabilità del giudizio.
Tale visione della storia come coscienza assume i toni di una dolorosa consapevolezza quando, il 14 ottobre 1943, il filosofo apprese dell’incendio dei depositi dell’Archivio di Stato di Napoli da parte dei tedeschi e tristemente annotò: «Sono con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica»[17]. Quei documenti, su cui aveva fondato la sua Storia del Regno di Napoli, non erano semplici carte d’archivio, ma parte viva del suo lavoro e della memoria collettiva.
In questo orizzonte, lo studio del passato si configura, per Croce, come la forma più alta della libertà: un esercizio morale e civile, capace di contrastare l’oblio e la violenza, di restituire dignità al pensiero e continuità alla coscienza storica. In tale ottica, la Storia d’Europa offre sia una riflessione sul secolo delle libertà sia un intervento polemico contro i nazionalismi e i totalitarismi del presente. Il celebre primo capitolo di essa, La religione della libertà, ne esplicita la funzione: la libertà non è solo una categoria politica, ma una fede, un orizzonte spirituale che dà senso alla vita storica.
La distinzione tra patriottismo e nazionalismo, su cui Croce insiste in più luoghi[18], diventa cruciale. Il patriottismo, per lui, è una virtù morale: è l’amore verso una patria che si identifica con un ordine di valori, non con una razza o un potere. Il nazionalismo, invece, è una degenerazione, è la pretesa che la forza valga più della ragione, che l’appartenenza giustifichi la violenza.
Nel confronto con Gentile, ormai definitivamente chiuso dopo il 1925, emergono due visioni inconciliabili del rapporto tra storia e potere: da un lato, la concezione dello Stato come totalità etica che assorbe ogni libertà individuale; dall’altro, il primato della coscienza morale che valuta, giudica, distingue. Se Gentile poteva ancora giustificare storicamente il fascismo, il pensatore abruzzese lo respingeva alla luce di un’etica della storia[19]. Quella frattura non oppose solo due filosofi, ma due idee radicalmente diverse della modernità. Se il primo tendeva a storicizzare ogni evento, anche la violenza, Croce, invece, difendeva una storicità critica, fondata sul discernimento e sulla responsabilità. La sua non fu una storiografia impegnata in senso ideologico, ma un esercizio di vigilanza etica: ricordare agli italiani che il Risorgimento – e con esso la libertà – non era una reliquia, ma una promessa ancora aperta[20]. La storiografia crociana si prefigura, dunque, come l’antidoto alla barbarie e come il veicolo della fedeltà alla libertà.
Croce, il Risorgimento, la coscienza morale della nazione
Durante il ventennio fascista, l’opposizione silenziosa ma costante del filosofo abruzzese, fondata sulla forza del pensiero e sulla coerenza civile, lo aveva reso un punto di riferimento morale.
Nel dicembre 1952 Piero Calamandrei lo commemorò con parole emblematiche: «Nella coscienza di ogni italiano Benedetto Croce era diventato, anche per chi non se ne rendeva conto, una misura, un termine di giudizio, una riprova. […] E fu lui che nell’ultimo ventennio, anche quando pareva che parlasse d’altro, da ogni pagina ci consigliò serenamente di resistere: per molti di noi la Resistenza ebbe inizio da lui»[21].
Negli anni successivi alla caduta del regime, il filosofo rimase un interlocutore privilegiato per chi guidava la ricostruzione politica e istituzionale. Simbolo vivente della cultura liberale italiana, fu persino indicato come primo Presidente della Repubblica, carica che rifiutò con umiltà, ribadendo il proprio ruolo di uomo di pensiero[22]. Il suo prestigio non derivava da incarichi: risiedeva nella coscienza che rappresentava.
Tuttavia, accanto alla figura pubblica del Croce venerato come guida morale, sopravviveva in lui un dubbio antico, mai del tutto sopito: quello di non essere un uomo politico. Così si sfogava il 13 novembre 1943, dopo aver constatato la scarsa efficacia dei suoi tentativi di mediazione tra gli alleati e le forze della nuova Italia:
Mi pare dunque di essere fallito finora in ogni mia azione politica, e mi torna il dubbio, che ha sempre regnato in me, circa le mie attitudini politiche: dubbio che, giovane e adulto, mi tenne lontano da quella forma di attività e tutto dedito agli studî. […] io ero un semplice uomo di pensiero che aveva procurato di adempiere il suo dovere nelle condizioni dolorose in cui l’Italia si era trovata e che avrei continuato ad adempierlo secondo le mie forze, ma che non bisognava contare su di me per una grande e creatrice azione politica […][23].
Quella voce, pur così lucida e presente nella vita della nazione, si sapeva lontana dalla prassi del comando. Era, e rimase, una coscienza. E, come tale, proseguiva a operare là dove poteva: nel pensiero, nella scrittura, nella difesa della storia e della libertà.
Il Risorgimento, evocato nel Manifesto del 1925 come fondamento dell’identità nazionale, non abbandonò mai la sua visione. Al contrario, si consolidò come archetipo etico-politico: l’unità d’Italia, nella sua lettura, non era un evento concluso, ma un principio da rinnovare. Lo stesso vale per tutto ciò che il Risorgimento aveva rappresentato: la libertà, la laicità dello Stato, l’autonomia della cultura.
Nella raccolta Per la nuova vita dell’Italia il pensatore abruzzese insiste su questa dimensione morale della rinascita[24]. La nuova Italia non può essere solo una Repubblica fondata su istituzioni democratiche; deve essere anche un Paese educato alla libertà, alla responsabilità civile, alla dignità della cultura. L’esperienza del fascismo ha reso evidente che non basta proclamare dei valori, giacché essi devono essere vissuti, trasmessi, praticati. La libertà è una conquista, non uno stato di fatto.
Per questo, anche dopo la fine del regime, Croce continuò a pensare la storia non come una semplice sequenza di eventi, ma come un processo spirituale, in cui ogni generazione è chiamata a rispondere delle proprie scelte. Assunse così il ruolo di educatore della nazione, non in senso paternalistico, ma come interprete di un’etica civile che non tollera indifferenza né rassegnazione. La storiografia, in un orizzonte siffatto, ha un compito che trascende la pura erudizione, perché serve a comprendere il passato, per costruire un futuro consapevole.
Nel suo modo di pensare la libertà, il filosofo resta fedele al Risorgimento, ma lo supera in profondità. Non idealizza i suoi protagonisti né ne fa un pantheon di eroi. Ne coglie la tensione civile, la capacità di far nascere un’etica pubblica in un Paese diviso, segnato dall’arretratezza e dalla dominazione straniera. In quel movimento colse un’energia storica ancora attiva, che era suscettibile di orientare l’Italia verso una modernità non tecnica o burocratica, ma spirituale. Ciò spiega perché, a distanza di un secolo, il Manifesto del 1925 conserva la sua forza. Non è tanto il documento di un’epoca quanto il simbolo di una scelta: optare per la libertà quando è più difficile farlo. Per Croce, la libertà non è assicurata. È, insieme, un’esigenza, una responsabilità e un rischio. È la forma storica della coscienza, la voce di una tradizione viva, quella del giudizio, della fedeltà, della dignità. E, soprattutto, della libertà come principio.
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Registrato con titoli diversi, a seconda del periodico in cui fu pubblicato – Da La replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile («Il Popolo») a Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degl’intellettuali fascisti («Il Mondo») –, il filosofo lo raccolse, successivamente, sotto La protesta contro il «Manifesto degli intellettuali fascistici», in B. Croce, Propositi e speranze (1925-1942). Scritti varî, Bari, Laterza, 1943, pp. 7-12. Qui si segue il testo pubblicato in G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, prefazione di A. Cazzullo, Firenze, Passigli, 2024, pp. 51-58. ↑
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G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 23-35. ↑
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Carteggio Croce-Amendola, a cura di R. Pertici, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982, p. 83. Sulla genesi del documento si veda anche B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67. ↑
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B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile (1896-1924), a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, pp. 670-71. ↑
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G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 52-53. Ma si veda anche B. Croce, Gl’«intellettuali» e il fascismo [1925], in Id., Propositi e speranze…, op. cit., pp. 17-22. ↑
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G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., p. 56. ↑
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B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, in Id., Nuove pagine sparse…, op. cit., p. 6. ↑
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F. Chabod, Croce storico, in Id., Lezioni di metodo storico con saggi su Egidi, Croce, Meinecke, a cura di L. Firpo, Bari, Laterza, 1969, pp. 179-253. Il concetto, compulsato nel 1938, com’è noto, nella Storia come pensiero e come azione, venne reso più immediato nel titolo della corrispondente traduzione inglese: B. Croce, History as the story of liberty, translated from the Italian by S. Sprigge, New York, Norton, 1941. ↑
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B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, in Id., Per la nuova vita dell’Italia. Scritti e discorsi, 1943-1944, Napoli, Ricciardi, 1944, pp. 13-20. ↑
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G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, Il Saggiatore, 1990, pp. 339-66. ↑
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M. Rosati, Benedetto Croce e il patriottismo liberal-risorgimentale, in Id., Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 57-69. Sul punto anche G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 342. ↑
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Il riferimento è, ovviamente, al cap. I, La religione della libertà, di B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono (a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991). ↑
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Per questi aspetti si rinvia a G. Sasso, Ripensando la Storia d’Europa [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/ripensando-la-storia-d-europa_%28Croce-e-Gentile%29/ (ultima consultazione: 17/01/2025). ↑
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B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, art. cit., p. 6. ↑
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B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, art. cit., pp. 13-20. ↑
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Un brano estratto da B. Croce, La libertà italiana nella libertà del mondo (ivi, pp. 50-57) è stato riprodotto con il titolo Il fascismo come parentesi, in Il Fascismo. Antologia di scritti critici, a cura di C. Casucci, Bologna, Il Mulino, 1961, p. 174. ↑
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B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. IV (1937-1943), Napoli, Arte tipografica, 1987, pp. 459-60. ↑
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B. Croce, Una parola desueta: l’amor di patria [1943], in Id., L’idea liberale contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti varî, Bari, Laterza 1944, pp. 21-23; Id., L’amore verso la patria e i doveri verso lo Stato [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, pp. 240-45. Su questi aspetti si veda anche G. Sartori, Stato e politica nel pensiero di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966, pp. 105-11. ↑
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M. Rosati, Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, op. cit., pp. 87-95. ↑
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F. Chabod, Croce storico, op. cit., pp. 179-253; G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., pp. 339-66. ↑
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P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi scritti ed epigrafi, Bari, Laterza, 1965, II ed., p. 121. ↑
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La vicenda è documentata in B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. VI (1946-1949), op. cit., pp. 473-74. ↑
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Ivi, vol. IV (1937-1943), pp. 46-48. ↑
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Si vedano specialmente, in B. Croce, Per la nuova vita dell’Italia, op. cit., i seguenti scritti: Manifesto per la chiamata dei volontari affisso in Napoli il 10 ottobre 1943 (pp. 9-12); La gioventù italiana (pp. 40-43); L’Italia e l’avversione suscitata contro di lei in Europa dal fascismo (pp. 77-80); Saluto a Roma liberata (pp. 81-83); Movimento liberale e partiti politici (pp. 87-89); Nota sui partiti e la libertà (pp. 90-92); La libertà innanzi tutto e sopra tutto (pp. 109-12); Liberalismo e democrazia (pp. 115-18). ↑
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)