Terrore, territorio, mare – Note politiche a Machiavelli, Hobbes, Accetto, Agamben

Author di Marco Pacioni

l’umido è ciò che è indelimitabile per limite proprio,
pur essendo altrimenti ben delimitabile,
mentre il secco è ciò che è facilmente delimitabile
per limite proprio, ma è altrimenti mal delimitabile

Aristotele, De generatione et corruptione

Chi è terrorizzato non ha appigli. Sente mancarsi la terra sotto i piedi. Gli è tutto instabile. Egli stesso si agita. Trema come fa la terra scossa dal terremoto.

L’instabilità del terrore evoca una dimensione contraria a quella della stabilità dello stato. Nella sua più classica definizione, lo stato è infatti tale, perché esercita un potere d’imperio su un territorio. Non su una terra, ma su una terra che trema, su una terra affetta dal terrore. Cioè su un territorio che deve essere manutenuto (scrive Machiavelli1), retto, fatto regno.

Per espletare la sua funzione stabilizzatrice lo stato ha, però, bisogno di concepire la terra, anche quando non trema, come territorio. Lo stato può, infatti, istaurare un regime di terrore; può, adottando una strategia della tensione, addirittura fare terrorismo di stato, come sappiamo purtroppo in Italia. Terrorizzare per neutralizzare il terrore del territorio e, viceversa, terrorizzare la terra per farne un territorio. Lo stato è contro il terrore, ma allo stesso tempo ne ha bisogno, come ha bisogno del territorio per essere davvero uno stato. Che territorio e terrore abbiano qualcosa in comune non è soltanto la somiglianza verbale a suggerirlo, ma anche alcuni riti e culti antichi nei quali la dimensione ctonia e quella della superficie del terreno rimandano l’una all’altra attraverso il tremare, lo scuotere, come per i terremoti.

Una terra può essere coltivata da una comunità. Ma è il territorio che viene battuto, “palmo a palmo”, come si dice, in operazioni militari o di polizia. Chi riporta in auge il terrore che lo stato con il suo imperio neutralizza è il primo nemico dello stato; ma è anche chi rivela una delle funzioni che stanno ai primordi dello stato stesso. Ad esempio l’Isis, rivendicando apertamente di essere stato e terrore, svela nuovamente l’antico legame che i due termini hanno con il territorio di cui l’Isis stesso ha fame.

Come attesta Hobbes2, nella tradizione occidentale la forza sovrumana dello stato capace di trasformare la terra in territorio, il popolo in popolazione, di stabilizzare il terrore del territorio e di incutere terrore (anche per combattere il terrorismo) non viene dalla terra, ma dal mare.

Il Leviatano che incarna lo stato è un mostro marino. Un essere abituato ad una dimensione ben più instabile di quella di un territorio che trema. Il Leviatano abita un mondo liquido senza appigli, soggetto a continui cambiamenti. Un mondo che non basta reggere e manutenere – azioni che forse vanno bene per controllare e bilanciare un territorio scosso. Il Leviatano non ha reggenza o regno. Il Leviatano governa, cioè naviga, tiene il timone dell’imbarcazione, ha a che fare con gli abissi e i flutti del mare. Il Leviatano proviene dal mondo altro, ma non iperuranico, più prossimo al mondo dei terrestri: il mare. E nondimeno, paragonato a quanto si trova a terra, il Leviatano appare eccezionale, sovrumano, diabolicamente divino. Ecco, dunque, svelato il paradosso per cui nel Leviatano di Hobbes il sovrano ha a che fare con un mostro marino per governare il territorio di uno stato. Considerando il mare come una sorta di caso estremo del territorio (si consideri anche l’espressione giuridica “acque territoriali”), lo stato non si dichiara soltanto pronto a usare l’extrema ratio della guerra, il mezzo eccezionale del terrore, quando vi è un’emergenza. Scegliendo il governo come modalità politica, scegliendo di compiere l’azione del governare come fa il mostro marino del Leviatano, lo stato dichiara implicitamente di essere sempre in una situazione eccezionale, di essere sempre in emergenza, di essere sempre in guerra.

Nel suo ultimo libro, Stasis3, Agamben vede nel terrorismo l’emergere di un problema di cui lo stato e la politica occidentale non sono mai venuti a capo. Tale problema è quello della guerra civile.

Per Agamben il terrorismo non è altro che l’espansione planetaria della guerra civile, cioè dell’elemento che riporta la stabilizzazione dello stato al terrore del territorio, alla liquidità della quale il governo del Leviatano cerca di avere ragione. E non è significativo che Stasis sia l’estremo dinamismo della guerra fratricida qual è la guerra civile e, al contempo, la radice della stabilità che ritroviamo nello stato? Forse la parola che indica la posizione dello stallo, quella per cui ogni movimento è impedito dal fatto che si va sotto scacco, nel suo misto di potenziale mutamento e potenziale arresto, può fornire aiuto per comprendere come il dinamismo della guerra civile e la staticità della pace civile siano più vicini di quanto si possa credere.

A Machiavelli non si deve soltanto la risemantizzazione del latino status in ciò che ancora oggi definiamo stato, ma anche gli elementi per capire il contesto nel quale questo nuovo concetto di politica va inteso. Tali elementi contestuali sono per la maggior parte quelli che rimandano alla capacità di saper seguire e controllare il dinamismo, il cambiamento: di trasformare lo status cinetico della natura e del tempo nella stabilità dello stato territoriale e politico. Il concetto di stato forgiato da Machiavelli sembra immerso in una dimensione liquida in tutte le sue fasi: dalla fondazione, al suo decorso vitale, alla sua fine, alla sua eventuale rinascita. Per Machiavelli il contesto dello stato è la stabilità che si è in grado di fondare, mantenere, conquistare in una dimensione che rimane, però, essenzialmente pur sempre mutevole e dinamica. L’azione che costituisce l’anima dello stato è, anche in Machiavelli, il governo, cioè la modalità politica dell’extrema ratio del mare sulla terra.

T. Hobbes, Leviathan, Printed for Andrew Crooke, at the Green Dragon in St. Paul’s Churchyard, 1651, frontespizio.
T. Hobbes, Leviathan, Printed for Andrew Crooke, at the Green Dragon in St. Paul’s Churchyard, 1651, frontespizio.

Nel frontespizio del libro di Hobbes (cfr. Fig. 1), il Leviatano appare due volte, parafrasando l’interpretazione che dell’immagine fa Agamben in Stasis. Appare in scena come nome, dando il titolo al libro e in o-sceno, coperto sotto il sipario come figura diabolica, in corrispondenza di dove poggiano i piedi del sovrano.

Il Leviatano come figura diabolica è attestato sia nella tradizione ebraica sia in quella cristiana. A proposito di quest’ultima, Agamben cita la fonte iconografica dell’illustrazione del Liber Floridus di Lamberto di Saint-Omer (1120 ca, Biblioteca Nazionale di Francia) dove si trova l’Anticristo seduto sopra il Leviatano sul mare. Similmente all’illustrazione del Liber Floridus, secondo Agamben, i piedi del sovrano dell’illustrazione del frontespizio del libro di Hobbes non poggerebbero a terra e neanche su un territorio, ma sul più instabile e terrifico corpo del Leviatano che fluttua sulle acque del mare.

Coprendo l’immagine diabolica del Leviatano rivelata solo in parola per il titolo, il sipario del frontespizio del libro di Hobbes copre anche il fatto che i piedi del sovrano sono privi di fondamenta e che essi fluttuano nella terrifica forza del governare, cioè del restare a galla, del sopravvivere alla situazione estrema. Il sipario copre il fatto che il fondamento della legittimità del sovrano che si erge sul territorio e che ha nel corpo il popolo non è altro che il governare, cioè l’aver ragione in ogni momento del territorio e della popolazione attraverso il terrore diabolico del mostro marino che sa trovare appigli anche nell’universo liquido del mare. Agamben, inoltre, nota che lo spazio sottostante il sovrano è una terra senza popolo – popolo che invece si trova nel corpo del sovrano. Al fatto, dunque, che il popolo trova già rappresentazione nelle membra del corpo del sovrano, e che per questo esso è già anche considerabile foucaultianamente popolazione, occorre aggiungere che nell’immagine del frontespizio si trova altresì una rappresentazione del territorio e non soltanto della terra. La città deserta che compare sotto il sovrano è natura dove compaiono, come se fossero naturali, anche gli elementi urbani e politici realizzati dagli umani senza che, però, gli umani siano presenti. Tale dimensione di una natura civilizzata e di una civiltà naturalizzata è il territorio. All’assenza umana del territorio fanno eccezione significativa due coppie di figure identificate rispettivamente in soldati e medici che rafforzano, come Agamben non manca di sottolineare, il connotato biopolitico foucaultiano di tutta la rappresentazione.

Sul frontespizio del libro di Hobbes dunque si legge, ma non si vede, il Leviatano. Il sovrano che vi compare non è, propriamente parlando, un alter ego del Leviatano. Sono i suoi piedi, i fondamenti sui quali (non) poggia il sovrano e lo stato, a essere il Leviatano. Il sovrano che compare sul frontespizio del libro di Hobbes è, nel suo fondamento invisibile o meglio osceno (fuori scena) ed è nella sua manifestazione terrestre, un corpo fatto di popolo con una testa che, sopra il corpo politico del popolo, si stacca da terra e si staglia in cielo.

Dall’analisi persuasiva che fa Agamben del sipario che si trova sul frontespizio di Hobbes – sipario sul quale compare il titolo dell’opera e sotto il quale sarebbe celata l’immagine del titolo – scaturiscono delle domande. Perché nascondere l’immagine del Leviatano per scriverne il nome sul sipario che nasconde quell’immagine? Che senso ha nominare l’immagine che si vuole tenere celata? Che differenza c’è tra nominare e mostrare? Questa differenza ha rilevanza politica? Ancora più specificamente, tale differenza fra nominare e mostrare è essa stessa ciò che differenzia la sovranità? Dato che il sipario che compare sul frontespizio del libro di Hobbes rimanda al teatro, non si può fare a meno di rispondere alle domande poste rievocando l’antica convenzione teatrale per cui l’osceno non può entrare in scena e essere mostrato, ma può essere nominato, descritto a parole. L’arcano del potere sovrano che si trova sotto il sipario del frontespizio del libro di Hobbes, dunque, non è completamente segreto, come rivela il nome Leviatano scritto su di esso, ma è più specificamente dissimulato. La dissimulazione è proprio quella dimensione che traduce il “tutti sanno quello che c’è sotto, ma finché non si svela è come se nessuno lo sapesse”.

Forse non è casuale che proprio negli anni in cui Hobbes lavora e dà alle stampe il Leviatano in Italia compare un trattato che elabora il rapporto politico tra nominare e mostrare all’insegna Della dissimulazione onesta. Il libro di Torquato Accetto4 proviene dalla cultura degli emblemi e della letteratura delle immagini. È un libro che ha alle spalle probabilmente la repressione politica subita anche dall’autore, seguita alla rivolta di Masaniello a Napoli. Le immagini che pure la Dissimulazione onesta elabora verbalmente non compaiono a illustrare il testo, ma sono evocate in modo dissimulato soltanto attraverso «poche parole» che avrebbero voluto essere addirittura – scrive Accetto –, se fosse stato possibile, «semplici cenni» (p. 5).

La stessa logica dissimulatoria del sipario che compare sul frontespizio del Leviatano di Hobbes è difesa come «onesta» e tematizzata da Accetto come segue: «La dissimulazione è un’industria di non far vedere le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello che è» (p. 27). Si mostra in volto la speranza – continua Accetto citando la raccomandazione dell’Enea virgiliano ai compagni che vogliono raggiungere le coste del Lazio – e si cela nel cuore il dolore. Il sorridente viso di Enea che mostra la speranza in volto e rende invisibile il dolore nel petto può essere paragonato all’espressione ferma e radiosa del volto del sovrano che compare sul frontespizio del libro di Hobbes.

Quando parla di potere politico, Accetto parla di «mostri» dai quali occorre proteggersi. La dissimulazione, però, non è soltanto una tecnica di protezione dell’incolumità personale, ma anche il proteggere «quello che è» da «quello che non è», perché «al momento opportuno» – Accetto evoca una prospettiva di attesa messianica escatologica, come farebbe anche Hobbes secondo Agamben – «quello che è» manifesterà la propria autorità nella verità. Fino a che quel momento non verrà, per Accetto – ma anche per la prospettiva escatologica di Hobbes – occorre proteggersi dalla sovranità infondata degli «orrendi mostri […], que’ potenti, che divorano la sostanza di chi lor soggiace» (p. 53). Nel male e per il futuro bene occorre dissimulare stoicamente ed escatologicamente, prender parte come «spettator» nelle scene tragiche e comiche di quello che Accetto chiama «gran teatro del mondo».

In Accetto le tragedie e le commedie del «gran teatro del mondo» sono metafore oscene nominate e non mostrate, come in parte avviene anche sul frontespizio del libro di Hobbes. Nella parte inferiore dell’illustrazione del frontespizio del proprio libro, Hobbes sistema dieci riquadri in due colonne parallele e simmetriche delle quali le cinque della colonna di destra sono riferibili al Commonwealth Ecclesiasticall e le cinque della colonna di sinistra sono riferibili al Commonwealth Civil. Questa divisione, a destra l’Ecclesiasticall e a sinistra il Civil, spiega anche l’innovazione iconografica della rappresentazione del sovrano con il pastorale a destra e la spada a sinistra. Tutti e dieci i riquadri dell’immagine del frontespizio del libro di Hobbes sono a sipario aperto. Sono scene dal «gran teatro del mondo» che ci è permesso vedere, a differenza della scena centrale più grande e divisoria che, invece, rimane celata dal sipario.

Per la posizione centrale, la funzione divisoria (da tenere presente il motto divide et impera), la grandezza, e per il fatto di essere lo spazio dove si nomina il titolo di cui si nasconde l’immagine, il riquadro centrale è da considerare la o-scena madre che permette ai riquadri laterali di andare in scena e mostrarsi. Come dagli «orrendi mostri» di Accetto, così dal Leviatano di Hobbes occorre proteggersi. Ma al contempo occorre anche proteggere il mostro dissimulando il fatto che esso è il (non-)fondamento del sovrano, e giocando fra ciò che non si può mostrare, ma si può nominare, e ciò che è unitariamente osceno, ma può andare in scena diviso e ordinato, come avviene nei dieci riquadri dell’immagine del frontespizio del libro di Hobbes.

Nel libro di Giobbe il Leviatano è presentato come un mostro che esce dall’oscenità (in senso letterale) degli abissi marini incutendo terrore alla terra. Anche l’altro essere dotato di forza sovrannaturale nel libro di Giobbe, e cioè Behemot, pur non provenendo dal mare, ha però dimestichezza con il mondo liquido. Si sente a suo agio nella palude e non teme il fiume che esonda.

Behemot, tuttavia, appartiene anche alla terra. E forse anche per la sua terrestrità non è un mostro, come invece è il Leviatano che viene dal mare. È raffigurabile come un ippopotamo, un bufalo d’acqua, forse un elefante. Più specificamente, esso indica la bestia o, meglio ancora, il bestiame. Come per il Leviatano la sua forza sovrumana, concentrata in specifiche parti del corpo, sembra gli derivi dalla sua capacità di stare nel mondo liquido. Come il mostro del leviatano, anche la bestia di Behemot si impone sulla terra perché stabilisce la propria sovranità sulla base della capacità di autogovernarsi e governare nelle acque. Entrambi, Leviatano e Behemot, sono figure che rappresentano il (non-)fondamento governativo della sostanza liquida della sovranità politica.

Alla fine del libro di Giobbe, solo quando Dio sprona apertamente Giobbe a far proprio il potere sovrumano descritto nelle figure governative e liquide della bestia Behemot e del mostro Leviatano, Giobbe personaggio comprende veramente la potenza di Dio che ha creato, al pari di Giobbe, anche la bestia Behemot e il mostro Leviatano. È in questa parte finale, quando vengono introdotte le figure di Behemot e del Leviatano, che il libro di Giobbe rivela il proprio vero oggetto, che è politico: un libro sul fondamento supremo della sovranità identificata nell’agire terrifico sul territorio delle figure che vengono da mondi liquidi.

È alla fine del libro, dopo che Dio ha parlato a Giobbe di Behemot e del Leviatano, che si comprende come le precedenti parole di Giobbe non siano soltanto una metafora che descrive la sua condizione esistenziale e individuale, bensì un preciso riferimento all’idea liquida e governativa della sovranità politica: «Son io forse il mare oppure un mostro marino, / perché tu mi metta accanto una guardia? / Quando io dico: “Il mio giaciglio mi darà sollievo, / il mio letto allevierà la mia sofferenza”, / tu allora mi spaventi con sogni / e con fantasmi tu mi atterrisci» (Giobbe, 7, 12-14)5. Giobbe comprende che il nomos politico raffigurato dalle figure liquide di Behemot e, soprattutto, del Leviatano, «il re su tutte le fiere più superbe» (41, 26) – motto che compare in cima al frontespizio del libro di Hobbes –, è superiore e sovrano al logos della comprensione razionale, morale, normale della terra. Superiore nel senso che la normalità del logos terrestreè compresa e dominata dall’eccezionalità del nomos marino. Dopo che Dio ha finito di descrivere il Leviatano, Giobbe afferma: «Ho esposto dunque senza discernimento / cose troppo superiori a me, che io non comprendo. / “Ascoltami e io parlerò, / io t’interrogherò e tu istruiscimi”. / Io ti conoscevo per sentito dire, / ma ora i miei occhi ti vedono» (Giobbe, 42, 3-5).

L’attuale prevalere di quella che molti chiamano anomìa governamentale o più semplicemente governance non è la fine del potere inteso come sovrano ma è, da un lato, l’estremo inveramento di quel paradigma liquido e terrifico e, dall’altro, anche l’inizio dell’allentamento dell’aderenza del sipario che copre il non-fondamento di quello stesso paradigma che è presente o-scenamente sul frontespizio del Leviatano di Hobbes, dove si nasconde l’essenza liquida della sovranità.

Lo sgocciolamento prodottosi dall’allentamento del sipario, come ad esempio è avvenuto nella vicenda significativamente chiamata WikiLeaks,non è soltanto importante per i fatti specifici che ha svelato – del resto immaginati o immaginabili da tutti –, ma soprattutto per il fatto di aver rivelato l’essenza liquida del potere sovrano, prima solo monopolio politico dello stato nazionale e ora sempre più di una governance economica che fatica a contenere la propria liquefazione.

  1. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe e altre opere politiche, introduzione di D. Cantimori e note di S. Andreatta, Milano, Garzanti, 1981.
  2. Cfr. T. Hobbes, Leviatano, saggio introduttivo di C. Galli e traduzione di G. Micheli, Milano, Garzanti, 2011.
  3. Cfr. G. Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico. Homo sacer, II, 2, Torino, Bollati Boringhieri, 2015.
  4. Cfr. T. Accetto, Della dissimulazione onesta, a cura di S. S. Nigro, Torino, Einaudi, 1997.
  5. Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1999.

(fasc. 1, 25 febbraio 2015)