Le varianti della “Velia” di Bruno Cicognani: edizioni a confronto

Autore di Maria Panetta

Jole Soldateschi1 ha datato agli anni 1920-1923 la prima stesura della Velia di Bruno Cicognani (1879-1971), romanzo assai noto dell’autore fiorentino premiato nel 1955 col Premio Marzotto e nel 1962 col Feltrinelli: l’autografo reca, nel frontespizio, il titolo La Velia e il sottotitolo, poi cassato, Miserie umane (ma nella prima pagina il titolo originale, Il Borini). Come precisato dalla studiosa, si tratta di un «abbozzo sottoposto a continui e consistenti ripensamenti; la narrazione è spesso interrotta, senza soluzione di continuità, da pagine recanti minute di lettere di carattere professionale e privato, note di diario, appunti per progetti letterari in fieri»2.

Nell’Archivio Cicognani, conservato e ordinato dal figlio Dante nella casa di Via Laura, oltre al suddetto autografo del Borini, erano custodite, tra i ricchissimi materiali presenti, sia le pagine 1-4 del manoscritto originale consegnato all’editore Treves per la prima stampa del 1923 ‒ che recano «varianti assai consistenti (di struttura, di contenuto, di lingua) rispetto al testo definitivo»3 ‒, sia le prime bozze a stampa, non impaginate e numerate a cifra dall’autore da 1 a 160, corrette tra aprile e maggio del 1923 (che presentano altre «numerose varianti»4 rispetto all’impaginato e al volume): di tali documenti (ormai da alcuni anni conservati presso il Fondo Bruno Cicognani, acquisito al patrimonio della Biblioteca Marucelliana di Firenze tramite acquisto nel 1990)5 non si è tenuto conto nell’edizione Pagliai appena allestita da chi scrive6, che, in linea con i criteri generali dell’operazione editoriale diretta da Marco Dondero (di ripubblicazione in edizione critica delle Opere di Cicognani con nuove introduzioni e più esaustivi commenti), si basa solo sui testimoni a stampa.

In ordine cronologico, tra gli anni Venti e gli anni Settanta, si sono susseguite le seguenti edizioni della Velia: Treves 1923 e 1930; Arnoldo Mondadori 1934, 1942, 1943, 1945; Vallecchi 1948; Hoepli 1952; Vallecchi 1954, 1958 (nella collana dei «Classici», in 850 esemplari numerati e firmati dall’autore; e in «Tutte le opere di Bruno Cicognani»); Hoepli 1958; Vallecchi 1959; Hoepli 1963; Vallecchi 1966; Mondadori 1968; Vallecchi 1969; Longanesi 1970 e 1973; Vallecchi 1979.

I criteri dell’edizione Pagliai 2015 (P15)

Come accennato, la suddetta edizione critica Pagliai (P15) è stata condotta da chi scrive sulla base del testo rivisto e licenziato dall’autore in occasione dell’edizione Vallecchi dei suoi Opera omnia, avviata nel 1955 con la pubblicazione delle Novelle (la Velia uscì nel 1958: cfr. supra): in essa tutte le oscillazioni morfologiche sono state fedelmente rispettate, trattandosi ‒ appunto ‒ dell’ultima volontà dell’autore. Si è deciso anche, in linea di massima, di non intervenire per sanarne alcune incongruenze interpuntive o per adeguare sistematicamente l’uso dei segni diacritici alle consuetudini di oggi (ad esempio, è stata rispettata la tendenza di Cicognani a ripetere anche più volte i due punti nel corso del medesimo periodo; e non si è intervenuti nei casi in cui utilizzava coppie di virgole come fossero parentesi tonde, inserendovi all’interno anche punti interrogativi o esclamativi), trattandosi di prosa narrativa, nella quale la punteggiatura può avere anche funzione enfatica.

Sono solo stati aggiunti, secondo l’uso vigente, i punti fermi mancanti, anche dopo la fine dei discorsi diretti, a chiudere tutti i periodi. Ed è, al contrario, parso più opportuno, seguendo l’uso tipografico ormai consolidato, sia eliminare il punto fermo presente spesso, dopo i tre puntini sospensivi, in fine di frase7, sia spostare al di fuori della tonda (o dopo il secondo trattino lungo) i pochi punti fermi che figuravano subito prima della chiusura delle parentesi.

Per non discostarsi troppo dai criteri fissati nelle prime due edizioni Pagliai dei volumi di Novelle di Cicognani, curate rispettivamente da Alessandra Mirra e Valerio Camarotto e uscite nel 2012, in P15 si è deciso di rispettare anche la grafia adottata da Cicognani per le forme del verbo avere, scritte senza aspirazione ma corredate di accento grave («ò», «ài», «à», «ànno»/«àn»); nel cap. XIV, una voce verbale «ài» con accento acuto è stata, dunque, corretta. Invece, è stata rispettata l’oscillazione, tra forma dittongata e non, di certi sostantivi, aggettivi o forme verbali (ad es., «nòvo»/«nuovo», «nòva»/«nuova» etc.), avendo rilevato che, in genere, quella non dittongata viene da Cicognani adoperata, nel parlato o nel discorso indiretto libero, a fini mimetici (la stessa unica occorrenza di «ovo» ‒ cui in P15 non è stato aggiunto l’accento grave, data l’impossibilità di confonderlo con un suo omografo di diverso significato ‒, nel cap. XIV, è riconducibile a un’espressione popolare: «diventò un ovo»).

Facendo un confronto con alcune coeve edizioni Vallecchi di opere letterarie, si è rilevato che la presenza degli accenti all’interno di parola non è riconducibile a delle norme redazionali stabilite dall’editore; per tale ragione, si è deciso di mantenere i suddetti accenti in P15, come un tratto caratteristico della scrittura di Cicognani. Esempi: «mi vòlto», «biàscica», «cércine», «nòvo» (3 occorrenze in tutto, a fronte di 22 casi con dittongamento, «nuovo»; 3 occorrenze in tutto di «nòva», ma 11 di «nuova»), «fòco» (2 occorrenze nel cap. I; l’unica senza accento è stata in P15 adeguata alle altre, aggiungendolo, nel cap. XX; si rilevano, invece, 10 casi di dittongamento in «fuoco»), «s’accòrse» (4 occorrenze: capp. I, VII, XIII, XVIII; una senza accento del cap. XIII è stata modificata per analogia in P15; la voce verbale è distinta dall’«accorse» del cap. II, che viene da “accorrere”), «òmo» (7 occorrenze in tutto, a fronte di 38 occorrenze di «uomo»), «batùfoli», nel cap. I; «dètte» (14 occorrenze in tutto), «Nastasìa» (tra le 97 occorrenze del nome, l’unica senza accento è stata in P15 adeguata alle altre), «ùzzolo», «piòlo» (2 occorrenze: capp. II e V), «sùbito» (19 occorrenze in tutto; in un caso, nel cap. XIII, in P15 è stato corretto l’accento acuto sostituendolo col grave), «entràtigli», «ànsito», «téccola», «èbete», «tànghero», «tórsolo», «òmo-cavallo», nel cap. II; «zàngole», «cazzòla» (un’occorrenza; l’altra senza accento è stata normalizzata in P15, nel cap. II), «céntina», «abbiàtene», «oblìo» (2 occorrenze: capp. III e XIV, quest’ultima in maiuscolo), «vàcci» (3 occorrenze in tutto), «séguita» (3 occorrenze in tutto), «piòli», «cartapècora», «bòno» (3 occorrenze in tutto, nei capp. III e VIII; l’unica senza accento è stata normalizzata nel cap. VIII di P15), «rivòltosi», «fóssegli», «lavorìo» (2 occorrenze), «vôlta» (nel senso di ‘elemento architettonico’; negli altri casi, col senso di ‘turno’, l’accento non è presente; la locuzione «dar di vòlta il cervello» è contrassegnata dall’accento grave, nel cap. XVIII); «dài» (2 occorrenze della II persona singolare del presente indicativo di “dare”, nei capp. III e IV, distinta dagli altri 15 casi della preposizione articolata «dai»), «ciòtola» (un’occorrenza, a fronte di nessuna senza accento), nel cap. III; «omiciàttolo» (3 occorrenze nel cap. IV; una quarta senza accento, nel cap. VII, è stata normalizzata in P15), «pàrami», «tégolo», «méscita», nel cap. IV; «Badìa» (2 occorrenze: capp. IV e XII), «bugigàttolo» (2 occorrenze: capp. V e IX), «scrivanìa» (9 occorrenze in tutto, nel cap. V, nel IX, 3 nel XVII, nel XVIII, 3 nel XIX; 2 senza accento sono state normalizzate in P15, nei capp. V e IX), «sdrùcciolo», «viùcola», «viùcole» (2 occorrenze nel cap. V), «béttola», nel cap. V; «brulichìo» (2 occorrenze: capp. VI e VII), «luccichìi» (2 occorrenze: capp. VI e VII), «sciccherìe», «signorìa», «figùrati», «cutréttola», «dìttamo» (2 occorrenze: capp. VI e XIV), nel cap. VI; «sussurrìo», «scoppiettìo», «mano-batùfolo», «solatìo» (capp. VII e XII), «bugìa» (2 occorrenze, nel senso di ‘candeliere’, nei capp. VII e XIII; un’occorrenza, invece, nel cap. II, nel senso di ‘menzogna’ e nella forma «bugia»), nel cap. VII; «àpriti», «tremolìo» (2 occorrenze: capp. VIII e XV), «bramosìa» (2 occorrenze nel cap. IX; gli altri 3 casi senza accento, nei capp. VIII, IX e XII, sono stati normalizzati in P15), «godìo», «cécce», «bisbìglio» (l’altra occorrenza senza accento, nel cap. X, è stata normalizzata in P15), «fluttuàvagli», «abbandonàvalo», nel cap. VIII; «avvézzati» (contrapposto a un participio con funzione aggettivale «bambini avvezzati male»), «sèrvitene», «spèrpero», «libréttine», «impóstisi», «cercàvale», «appiccàvagli», «présolo», nel cap. IX; «fièvole», «dàcci», «aiùtaci» (nell’edizione Treves 1923 e in quella Mondadori 1934 con accento acuto; nell’economica Vallecchi del 1954 senza accento), «gócciolo», «cascàggini», nel cap. X; «brillìo» (3 occorrenze nei capp. XI, XII e XIII), «strìggine», «èrpete», «cocùzzolo», nel cap. XI; «buttàvasi», «brusìo», «cióndolo», «rièccoli», «séguita», «querciòla», «nostalgìa», «rósi», «poggiòlo», «Palàncola», «tónfani», «ròsa» (quest’unica occorrenza con accento grave è stata adeguata alle altre 7 in P15, considerando che il termine senza accento compare, come sostantivo, 4 volte e, come aggettivo, altre 3), «scòrse», «cattivèria» (2 occorrenze nello stesso capitolo XII), «trèmuli», «pendìo», «sciacquìo», «aiòle» (nessun caso di dittongamento), nel cap. XII; «arruffìo», «lègge», «Sìi», «còprono», «brillìo», «règolati», «vàttene» (4 occorrenze in tutto, di cui 3 maiuscole nel cap. XVII), «vòlte» (nel senso di ‘rivolte’), «subìto» (2 occorrenze: capp. XIII e XVII, di cui la prima aveva accento acuto nelle prime due edizioni), «frenesìa» (2 occorrenze nei capp. XIII e XIV; la terza, senza accento, è stata normalizzata nel cap. XII di P15), nel cap. XIII; «pèneri», «còlta», «vanèsii», «manìa», «méssaci», «bizzèffe», «séguiti», nel cap. XIV; «gemitìo», «Riéntrano», «Confèssalo», «Ricòrdati» (2 occorrenze: capp. XV e XIX), «gòmena», «aspèttatela», «rodìo», nel XV; «lavorìo», «balbettìo», «Pòsale» (2 occorrenze, di cui la seconda minuscola, nel cap. XVII), «Guàrdati» (2 occorrenze maiuscole nella stessa pagina), «bracciòlo», «vòmito», nel XVII; «mormorìo», «capitàtogli», «Guàrdino», «corsìe» (3 occorrenze nello stesso capitolo), «balìa», «buacciòla», «Dùbito», «scòrporo», «dànno», nel cap. XVIII; «méssosi», «trùcia», «giùggiola», «pènsaci», nel cap. XIX; «cinguettìi», «gridìo», «Lasciàmola», nel XX8.

Nelle note della citata edizione Pagliai, oltre al commento e alla spiegazione linguistica di termini ed espressioni del vernacolo fiorentino o del dialetto toscano (come «sbuzzano», «quartiere», «strappina», «si diacciasse», «aveva roba in corpo», «giovanina», nel cap. I; 5 volte «mota», nei capp. I, IV, XIV; 2 volte «dimolto», nei capp. I e VI, e 5 volte «di molto», nei capp. II, X, XIII per 2 volte, XIX; «ùzzolo», «téccola», «Sprangaio», nel cap. II; «scalei», «cassetta», «piòli», «sottoveste» nel senso di ‘panciotto’, nel cap. III; «goletto» nei capp. III e XI; «bossolo», nel senso di ‘bosso’, sempre nel cap. III; «cassina», «’unn’ò» per ‘non ho’, «piovigginare», «sgrondo», «tégolo», «zozza», «di molti», nel cap. IV; «zuccottino», «consolle», «sizio», «trucio», nel cap. V; «marmate», «giranio», nel cap. VI; «riparando a», «cianume», «schiribilloso», «rocchio», «pioppino», «rinficosecchita», «spengere», nel cap. VII; «libréttine», «smessa», nel cap. IX; «spiombante», «sgallato», nel X; «frinzelli», «strìggine», nel cap. XI; «pezzole», «bubboli», «stacciavano», «bercio», «far querciòla», «solatìo», «diaccia» ‒ ma nel romanzo si trovano anche «diaccio» e «si diacciava» ‒, «riscontro», «rimpulizzita», «sgorato», «cretti», «strabuzzan», «pannolano», «non fo per dire», «spelluzzicava», «in tralice», «in capelli», nel cap. XII; nel cap. XIII un più ricercato termine toscano «padule» viene sostituito nell’edizione Vallecchi del 1958 con «palude»; «sodisfazione», «succiare», «neanco», nel cap. XIII; «abbiadati», «si raffreschino», «stento», «bardotti», «radici», «smencito», nel XIV; «mezzina», «girani», nel cap. XVI; «straccali» e «bruci», nel XVII; «spelluzzicando», «cammino», «zanella», nel XVIII; «trùcia», «rificolone», «l’à un dicatti», «serviti», nel XIX; «camorro», «è grassa se…», «quartiere», «violi», nel XX)9, anche popolare (come «trimpellò», nel cap. II; «si scompannava», «suzzata», «briaco», «fradici intinti», nel cap. IV; «imbecherare», nel cap. VI; «godìo», nel cap. VIII; «accosto» nel senso di ‘accostato’, nel cap. X; «Moscon d’oro», nel cap. XI; «sei per l’oche», nel XII; «trimpellando», nel cap. XIII) o famigliare (come «non à un becco d’un quattrino», nel cap. I; «a cécce», nel cap. VIII; «peso» nel cap. IX e «pese», nel cap. XIV; «rimpulizzito», nel cap. XIX), oppure di regionalismi vari (come «vanno a giro», «s’era svenuta», nel cap. I; «buono di», nel cap. II; «bachi», «raccattò», nel cap. IV; «raccattato», nel cap. VII; «traversini», nel cap. X; «poggiòlo», «greppi», «pruno», nel cap. XII; «scimunita», nel cap. XIV etc.) e voci gergali (come «nottante», nel cap. I), nonché di termini volgari (come «becco», nel cap. II), si trovano alcune informazioni utili a identificare luoghi e personaggi, e a ricostruire le vicende storiche cui si allude, nonché le varianti sostanziali emerse dalla collazione del testo con quello pubblicato nelle edizioni Treves, del 1923 (la prima edizione), e Arnoldo Mondadori, del 1934, ad eccezione di quelle meno significative e di quelle relative alla grafia, ai segni interpuntivi e alle maiuscole, di cui si dà conto dettagliatamente di seguito.

Le edizioni Treves 1923 (T23) e Mondadori 1934 (M34): le varianti

Al riguardo, si precisa che, come rilevato nelle note di commento dell’edizione Pagliai, con l’eccezione di pochi refusi (come «in», al posto di «in cui», e «sè stessa», nel capitolo X; «E per» invece di «E pur», nel capitolo XVII) o sospetti tali («Antonina» al posto di «Annina», sempre nel capitolo X) presenti in quella Mondadori, sono emerse due sole varianti sostanziali tra le edizioni sopra menzionate (del 1923 e del 1934), oltre a una sostituzione di caporali con apici doppi (nel cap. XI dell’edizione Treves, si leggeva, infatti: «il vispo ritorno a Musette», posta tra apici doppi nella Mondadori): l’eliminazione, nella seconda edizione, di due brani del capitolo XVII, il primo riferito alla Velia («Chi le avrebbe mai detto che anch’ella avrebbe scoperto dentro di sé, fuori di sé, da per tutto, un’altra vita, sotto, che non supponeva affatto esistesse, una vita affiorante in una suscettibilità così pronta e mossa che cose e creature, a cominciar da lei, erano altre, via via, erano nuove, staccate quasi, in certi momenti, dal corpo? Allora è che un nonnulla dell’usata realtà à forza di far mancare il respiro. Si sa: sono istanti, accenni, punte di gioia, fuggitive dolcezze; ma, ignoto, è presente un intimo senso che tale stato è per breve ora, è un’illusione, un inganno, per cui ciò che allora si prova s’abbraccia così strettamente, si fa così nostro che rimarrà poi nella vita, per tutta la vita, come la sola cosa vera, la sola cosa non vana e caduca che sia stato concesso godere. E non importa che lì fosse il seme di tutto il dolore di poi: più fiero il dolore e più sospiroso il ricordo») e il secondo alla vita («onde questa diventa bella e gioiosa e degna in tutto d’essere vissuta, e non più esiste dolore e non miseria: l’immortalità, l’infinito, Iddio non sono più miti e chimere, sono verità presenti, che si rivelano a ogni momento, in qualunque cosa, e il cuore ne resta inondato e anelante»). Da rilevare, inoltre, nel capitolo III, la variante «che egli aveva corso» (presente solo in Treves 1923), abbandonata già dal 1934 («che lui aveva corso»).

L’edizione Pagliai 2015

Si è ritenuto, discostandosi lievemente dall’indirizzo generale dell’edizione Pagliai delle Opere di Cicognani, diretta da Marco Dondero, di fornire in nota, in P15, indicazioni relative non solo alle varianti sostanziali (tutte registrate nelle note di commento), ma anche ad alcune meno significative, data la grande fortuna del romanzo, l’opera più conosciuta e letta di Cicognani, già uscita più volte in svariate edizioni, anche recenti (ad esempio a Firenze, presso Giunti, nel 1997, a cura di Stefano Carrai, che ha scelto di dare il testo della prima edizione; e a cura di Jole Soldateschi, Firenze, Polistampa, 2003 etc.), e fin dagli anni Quaranta oggetto delle attenzioni di note case di produzione cinematografica italiane come Scalera Film e Lux Film: tale ricchezza di annotazioni, a giudizio di chi scrive, rappresenta un valore aggiunto rispetto alle edizioni precedenti, ai fini sia di uno studio specialistico dell’opera sia di una lettura più consapevole da parte di lettori occasionali o di appassionati, e contribuisce a giustificare la ripubblicazione di questo testo, più letto e noto degli altri, con un nuovo e più ampio commento, specie storico-topografico e linguistico10.

Le edizioni prese in esame della Velia vengono citate tramite l’uso di sigle, il cui prospetto viene riprodotto di seguito, in ordine cronologico (come già precisato, all’edizione economica Vallecchi del 1954, in seguito indicata come V54, si è fatto solo qualche cenno, anche a causa della presenza in essa di numerosi refusi, di qualche errore e di lezioni banalizzanti quantomeno di dubbia attendibilità, a giudizio di chi scrive):

  • T23 = B. Cicognani, La Velia, Milano, Treves, 1923;
  • M34 = B. Cicognani, La Velia, Milano, Arnoldo Mondadori, 1934;
  • V58 = B. Cicognani, La Velia, Firenze, Vallecchi, 1958.

La collazione con l’edizione Vallecchi 1958: tutte le varianti sostanziali

Nella collazione tra il testo dato in T23 e M34 e quello edito, invece, in V58, sono state considerate varianti sostanziali (come illustrato, tutte registrate nelle note di commento di P15): le sostituzioni lessicali tramite sinonimo, iperonimo o iponimo; il cambio di congiunzione (per esempio, una disgiuntiva con una coordinante) con conseguente modifica del significato; i tagli o le aggiunte di interi paragrafi o di avverbi, locuzioni avverbiali, aggettivi, apposizioni, pronomi, complementi; i passaggi significativi dal singolare al plurale e viceversa; il passaggio di un elemento della frase da soggetto a complemento; i casi di preferenza per la variante dialettale, ai fini di una maggiore aderenza al parlato, e quelli che vanno in direzione opposta; le varianti di concordanza tra sostantivo e aggettivo; le riduzioni del numero delle voci di un’elencazione; il cambio di tempo verbale; l’aggiunta di una voce verbale; ovviamente, le modificazioni di intere frasi etc.

Nel dettaglio, nel capitolo 1 si rileva: la sostituzione di «seno» con «petto» e di «o» con «e»; un paragrafo, presente nelle due precedenti edizioni, viene eliminato dalla Vallecchi 1958 («Prima però di perder conoscenza, fece capire, con gran fatica, alla donna che l’assisteva, che gli chiamasse Beppino, perché aveva bisogno di dirgli una cosa, a lui solo»); «a sdraio» diviene «sdraiato»; «poteva» diviene «le riusciva di».

Nel cap. II: «quegli che» diventa «chi»; viene aggiunta una precisazione spaziale («alle spalle») e sostituita la congiunzione coordinante («ma» diviene «e»); si rilevano, inoltre, l’aggiunta di un avverbio («sùbito») e la soppressione di un «anche».

Nel cap. III: soppressione di un «ne» partitivo che segue a un «non»; eliminazione di una parola più volte ripetuta nella stessa frase («insieme»); passaggio di un elemento della frase da soggetto a complemento («e l’unghie nere» diviene «e con l’unghie nere»).

Nel cap. IV: «fallimento e» diviene «fallimento, che»; «sola» diviene «sola: col cognato». Si registrano, inoltre: un caso di eliminazione di «mai» («una, mai, di» diventa «una, di»); la soppressione del pronome «io» in una sequenza di cinque «io» consecutivi (da 5 diventano 4); un caso di preferenza per la variante dialettale («non può» diviene «’un può»), al fine di una maggiore aderenza al parlato, e uno opposto («’un» diviene «non»); il termine «sensibilità» (T23, M34 e V58) viene sostituito con «sensualità» solo in V54 (con una banalizzazione, a giudizio di chi scrive).

Nel cap. V: un caso di soppressione del pronome «io» («non so se io m’ingannassi» diviene «non so se m’ingannassi»); «messali» diviene «libroni».

Nel cap. VII: eliminazione della ripetizione consecutiva della stessa espressione per due volte («dietro i “landò” ‒ i “landò”, a nolo» diviene «dietro i “landò” a nolo»); «dai legni» diventa «dalle carrozze» (cfr. cap. VIII); un caso di variante lessicale di verbo («si apre» diventa «si divide»); «di già» diviene «già»; soppressione di un «anche»; variante di concordanza di aggettivo («solino con le vele sgualcite» diviene «solino con le vele sgualcito»); «c’era di molta gente» diviene «c’era molta gente»; un caso di variante lessicale («della suggezione» diviene «del rispetto umano»); soppressione del «di» («sentono di già» diviene «sentono già»); piccola aggiunta esplicativa di un complemento d’agente («dalla cameriera»); un altro caso di aggiunta («Beppino invisibile»); soppressione di «appunto» («pensando appunto» diviene «pensando»).

Nel cap. VIII: 2 volte «legno» diventa «carrozza» (cfr. cap. VII); eliminazione di «dentro» («e c’era, dentro, tutta la paura»); soppressione dell’aggettivo («l’immensa misericordia» diviene «misericordia»); «fuori di casa» viene semplificato in «fuori»; «era allora d’usanza» diviene «era allora usanza»; «repentinamente» diventa «a un tratto», che ricorre altre 35 volte nel romanzo.

Nel cap. IX: rilevante modifica del singolare «d’ombra» (riferito al mondo vegetale) nel plurale «d’ombre» (allusivo a delle presenze umane), che modifica il senso e aggiunge poeticità al passo (cfr. la nota n. 3 a p. 142 dell’edizione Pagliai 2015); «in quella che era venuta» diviene «nell’altra venuta»; «la cosa» diviene «quella cosa»; «in lei» diventa «in essa»; «abbagliava di sole» diventa «abbagliava al sole»; «più il sole» diviene «più sole»; «più» diventa «più che»; aggiunta di «mai» con valore rafforzativo («più» diviene «mai più»); aggiunta del determinativo («s’à coraggio» diventa «s’à il coraggio») e di «ora».

Nel cap. X: soppressione di «così» («corse, così, scalzo» diviene «corse, scalzo»); «delle» diviene «nelle»; solo in M34, un caso di sostituzione del nome «Annina» con «Antonina», poi modificato in V58; solo in M34, probabile refuso (è assente un «cui» che si rileva, invece, essenziale); «ritirate giù» diviene «ricomposte»; «se lo levava» diventa «se lo beveva»; «si vedeva» diviene «vedeva»; «d’aprir di più l’uscio» diviene «d’aprir l’uscio»; «che razza di rosolio fosse» diviene «che rosolio fosse».

Nel cap. XI: «appresso» diventa «dopo»; «la sua presenza» viene semplificato in «la presenza», «stata» diviene «che era stata»; «nella poltrona stata di sua madre» diviene «nella poltrona di sua madre»; in un elenco vengono aggiunti «i bottoni»; «restava» diviene «stava».

Nel cap. XII: «da dietro» diventa «da dentro»; «aver tanti soldi» diventa «tanti soldi»; «da ogni uscio, da ogni bottega, da ogni angolo» diviene «da ogni angolo»; «pruni» diviene «biancospino»; «quelli» diviene «i babbi ormai», con una ripetizione di «babbi» a fini enfatici; «cos’è» diventa «cosa sia»; «Era anche stanco» diviene «Era stanco»; «dentro» viene precisato in «nell’intimo»; un meno appropriato «cattività» viene sostituito da «cattivèria»; «Del rimanente poi» diviene «Per dopo, poi»; viene del tutto eliminata la frase «Non ebbe bene fin a che non l’ebbe scovato e che, da sé sola, aiutandosi con un sasso, riuscì a farlo agire. Dalla punta della conchiglia schizzò lo zampillo»; si rileva un’aggiunta di «lei» per meglio evidenziare un cambio di soggetto; «gialli come di pruno» diviene «gialli come il pruno».

Nel cap. XIII: un ricercato «padule» muta in «palude»; «a sedere» diviene «seduto»; «vederle» diventa «vedere»; «umilianti» diviene «comuni»; «la faccia» diventa «il viso»; si rileva un’aggiunta di «affatto»; «suoi sotto le palpebre lunghe» diviene, più esplicitamente, «suoi seducenti dalle ciglia brune»; viene eliminata una “e” che precede il verbo essere («e è»); «madre» muta in «mamma» (cfr. cap. XVI).

Nel cap. XIV: «nuvola» diventa «nebbia»; «in» diventa «di»; «bisognava» diventa «bisogna»; «scontorti» diventa «bistorti»; «si godesse veduta» diviene «si godesse una bella veduta»; «E» diviene «Ed egli»; «cinquantina» diviene «sessantina»; «ben altrimenti» diviene «altrimenti»; «all’impresario» diventa «dall’impresario»; «E non è a dire come» diventa «E non si può immaginare come»; «e» diviene «o»; «tu, sì, tu, quali» diviene «tu, quali»; «cinque mila…. prima» diviene «cinque mila: le prime»; «nonostante facessero» diviene «per quanto facessero»; «colla pezzetta cambiandosela» si precisa in «con la pezzetta d’acqua vegeto-minerale, cambiandosela».

Nel cap. XV: «quello» diventa «quegli»; «favola anche» viene semplificato in «favola»; «sa» diventa «odora».

Nel XVI: viene eliminata la precisazione «un ufficiale di cavalleria, scioperato:»; «vestito nuovo» diviene «vestito»; «madre» diventa nuovamente «mamma» (cfr. cap. XIII); «Dopo di che,» diventa «Poi»; «giardino grande» muta in «giardino accanto»; «striscia» diviene «balza».

Nel XVII, un intero periodo figurava in T23 ed è stato, poi, eliminato: «Chi le avrebbe mai detto che anch’ella avrebbe scoperto dentro di sé, fuori di sé, da per tutto, un’altra vita, sotto, che non supponeva affatto esistesse, una vita affiorante in una suscettibilità così pronta e mossa che cose e creature, a cominciar da lei, erano altre, via via, erano nuove, staccate quasi, in certi momenti, dal corpo? Allora è che un nonnulla dell’usata realtà à forza di far mancare il respiro. Si sa: sono istanti, accenni, punte di gioia, fuggitive dolcezze; ma, ignoto, è presente un intimo senso che tale stato è per breve ora, è un’illusione, un inganno, per cui ciò che allora si prova s’abbraccia così strettamente, si fa così nostro che rimarrà poi nella vita, per tutta la vita, come la sola cosa vera, la sola cosa non vana e caduca che sia stato concesso godere. E non importa che lì fosse il seme di tutto il dolore di poi: più fiero il dolore e più sospiroso il ricordo». Inoltre, sempre nel cap. XVII: «Per qualche mese egli parve» diviene «Egli per qualche mese parve»; «allora: com’erano vistosi! Le tornò» diviene «allora; le tornò». Il periodo «onde questa diventa bella e gioiosa e degna in tutto d’essere vissuta, e non più esiste dolore e non miseria: l’immortalità, l’infinito, Iddio non sono più miti e chimere, sono verità presenti, che si rivelano a ogni momento, in qualunque cosa, e il cuore ne resta inondato e anelante», presente solo in T23, viene eliminato già in M34. Ancora: viene soppresso un terzo «tutto», già ripetuto due volte in precedenza; «tu? che cosa» diventa «tu? Ma cosa»; «il rasoio» diviene «le forbici», con una scelta più realistica che allude all’abilità sartoriale della Velia; «di lei» diventa «piangente di lei».

Nel XVIII: «questionati» muta nel più colloquiale «bisticciati»; «corse» diviene «corsa» (probabile refuso delle edizioni precedenti); «seno» diviene «petto»; «Esperiente» diventa «Esperto»; «quella» diviene «questa»; «ma ora» diviene «ma»; «La si» diventa «Si»; viene aggiunta una voce verbale «è»; «la porta lì» diviene «la porta».

Nel XIX: eliminazione di «i testimoni» dopo «il perito»; «nel» diventa «dal»; «coi testimoni, il perito e i creditori» viene semplificato in «col perito e i creditori»; «a» diviene «di»; viene aggiunto un «sua»; «I testimoni» diventa «Il curatore»; «trascendere, ma mi compatisca» diviene «trascendere: la mi compatisca», espressione più aderente al parlato fiorentino; «in mano» diventa «a mano»; «in un orinatoio» diviene, più elegantemente, «nel vicolo del Cionfo».

Nel XX: «temenza» diviene «trepidazione»; «l’incanto» si semplifica in «“l’asta”»; «codesto» diventa «questo»; viene aggiunta «concessione di» all’espressione «per concessione di legge»; «se la rimediavano» diviene «la rimediavano».

Casi di modifica della frase: «che poi una serpe corre dentro la spina dorsale» diventa «per cui par che una serpe corra dentro la spina dorsale» (cap. II); «bicchierino che toccò» diviene «bicchierino, lo toccò» (cap. III); «c’era il travaglio col sonno» diviene «c’era ancora il contrastare col sonno» (cap. III); «che egli aveva corso» (presente solo in T23) diventa «che lui gli aveva corso» (in M34 e V58, cap. III); si registra un caso di ampliamento della frase («cupa, lo stesso male ‒ quella non era che una difesa istintiva. ‒ E, in più» diviene «cupa ereditata dal genitore suo vero, quella debolezza dei sensi al piacere ch’era stata nel momento del suo concepimento, in sua madre. La scontrosaggine non era che una difesa istintiva di quella. E, in più») nel cap. IV; «in campagna, vestiti gravi come siamo, il sole nuovo, e a passare» diventa «in campagna: i vestiti ancora gravi pesano, al primo caldo: e a passare» nel cap. VI; «si vede spuntare dallo sportello aperto una tuba» diviene «si vede, all’aprirsi dello sportello, una tuba» nel cap. VII; «Qualcuno era entrato: ella cercò impaurita col batticuore…» diviene «Come se invece qualcuno fosse entrato. Ella cercò nello specchio impaurita col batticuore…» nel cap. VII; «presenza vista con gli occhi interiori» diviene «c’era, dovunque ella gettasse gli occhi…: presenza reale vista cogli occhi interiori» nel cap. VII; «Beppino ritto, in camicia e in mutande» diviene «Beppino, a due passi da lei, in camicia e in mutande» nel cap. VII; «di già, ritto, a occhi spalancati» diviene «di già, a occhi spalancati» nel cap. VII; «perché il cuor della mamma, il cuor d’una mamma soltanto» diviene «perché il cuor d’una mamma soltanto» nel cap. VIII; «riacquistarsi…. Non era più di sé stesso» diventa «riconquistarsi. Non era più di se stesso» nel cap. IX; «ma se quel “lui stesso”» diviene «Ma se quel “se stesso”» nel cap. IX; «in quel momento soffrisse, che ella soffrisse: per quel che aveva goduto quel corpo lì in disfacimento? chi sa? Non solo, forse, non solo per quello: ma c’era bisogno» diventa «in quel momento soffrisse: per quel che aveva goduto quel corpo lì in disfacimento? Chi sa? Non solo, forse, non solo per quello: c’era bisogno» nel cap. X; «nel laboratorio a innovare, per mettere a frutto le doti del proprio corpo, la moda» diviene «nel laboratorio, per mettere a frutto le doti del proprio corpo, a innovare la moda» nel cap. XI; «c’era, imbarazzo, di là, trovare un motivo plausibile per una sessione» diviene «c’era, l’imbarazzo poi di là, per trovare un motivo plausibile d’una sessione» nel cap. XV; «schiacciati e per refrigerio il passar delle goccie di fuoco» diventa, più elegantemente, «schiacciati: tortura» nel cap. XV; in V58 vengono soppressi la frase «che sarebbe stato costretto a lasciar l’esercito» (nel cap. XVI) e l’inciso «– era stato mandato in distaccamento in una città di provincia –». Nel XVII, «nausea…. E l’indomani! Ah! Una vita tranquilla, una vita onesta, senza rimorsi, senza viltà, senza vergogna, senza la visione dell’abisso spalancato sotto! E» diviene «nausea. Ah, una vita tranquilla, quieta… E»; «miracolo, tanto il suo amore sarebbe stato puro e ardente: un amore nuovo» si snellisce in «miracolo: un amore nuovo»; «felicità somma, la sola, la vera: l’aveva cercata con tutte le forze, e il suo amore era stato un tormento continuo, illuminato costantemente dallo spettrale sapere, sapere la verità: non poterla perder di vista, non la poter dimenticare un minuto. Il gastigo del passato: la sua forza» viene sintetizzato in «felicità. La sua forza». Nel XIX: «nulla, son rassegnata a ogni cosa, abbandonami pure: io» diventa, più semplicemente, «nulla, io». Nel XX: «altro, per concessione di legge, che il letto» diviene «altro che, per concessione di legge, il letto»; «era quello ormai, per Beppino, il suo letto» diviene «era quello da gran tempo il letto di Beppino»; «aspettare: «aspettare!».» muta in «aspettare.»; «ci ricavò tanto da permettergli di viver comodo il resto della vita» si semplifica in «fu quegli che ci guadagnò»11.

La collazione con l’edizione Vallecchi 1958: le altre varianti

Tra le varianti ritenute meno significative (che riguardano casi di univerbazione, grafie scempie, problemi di accentazione, troncamenti ed elisioni, maiuscole e minuscole, dittongamento, plurali irregolari; passaggi dal maschile al femminile e viceversa, dal singolare al plurale e viceversa non rilevanti ai fini del senso; sostituzioni lessicali relative ad avverbi o congiunzioni con lo stesso valore semantico), in genere – nel rispetto dei criteri generali dell’edizione Pagliai 2015 ‒ non segnalate nell’apparato delle note di P15, ma solo nella Nota al testo, si rilevano, in ordine di comparsa:

  • 16 casi di «colle» che, nel passaggio da T23 e M34 a V58, diventa «con le»; 28 casi di «colla» che diviene «con la» (in 2 casi, al contrario, la forma «colla» è stata in P15 modificata in «con la», per rendere uniformi le 88 occorrenze totali), e uno di «colla» che diviene «dalla» nel cap. VII; 24 casi, 11 maschili e 13 femminili, di «coll’» che diventa «con l’» (le 3 occorrenze rimanenti sono state normalizzate in «con l’» in P15); 12 casi di «cogli» che diviene «con gli»;
  • 18 casi di troncamento, di cui 13 dell’infinito: «vagliar» (cap. I); 4 volte «aver» (capp. I, III, XIII, XIV), a fronte di 42 altri casi in cui l’infinito è tronco e di 17 in cui è dato per esteso; «esser», in un’occorrenza nel cap. X; un caso di troncamento di «metter» (cap. III), già tronco in altre 6 occorrenze, laddove la forma «mettere» compare 8 volte; 2 troncamenti in «far» nel cap. IV e nel cap. XIV, laddove la forma tronca ricorre altre 85 volte e quella per esteso 77; «piegar» nel cap. V; «strappar» e «tagliar» nel XII; «entrar» nel XVIII); inoltre, un troncamento di un sostantivo («ingegner» nel cap. III) e 4 di un imperativo («Fai» diventa «Fa’» e «stai» diventa «sta’» nel cap. XIII; 2 volte «Vai» diventa «Va’» nel XVII). Da rilevare che nel cap. III «andasser» di T23, M34 e V58 è «andassero» solo in V54; e nel IV «non son» di T23, M34 e V58 in V54 è «non sono»;
  • al contrario, il troncamento viene eliminato nei seguenti casi: «guardar», che resta tronco (3 volte in tutto) nei capp. IV, X, XII, e in altre 13 occorrenze si trova nella forma «guardare»; «diveder» diviene «divedere» nel cap. I, laddove l’altra occorrenza dell’infinito era «divedere»; «illividiscon» diventa «illividiscono» nel cap. I; allo stesso modo, «furon» diventa «furono» nel cap. I, a fronte di altre 2 occorrenze in cui resta tronco e di 11 in cui si trova «furono»; 5 volte «esser» diventa «essere», nei cap. II, IV, XIV, XIX e XX, a fronte di 72 occorrenze in totale di «essere» e 49 di «esser»; nel cap. II, «si conoscevan» di T23 e M34 diviene «si conoscevano» in V54, ma torna tronco in V58; «frugar» diventa «frugare», nel cap. III, solo in V58; «s’occupar» diviene «s’occupare» nel cap. IV; «vengon» diventa «vengono», «passavan» diviene «passavano» nel cap. V; «fin» diventa «fino», nei capp. VII, X e XIV; «respirar» diviene «respirare», «rumor» diviene «rumore» nel cap. VII; «mal» diviene «mali» nel cap. VIII; in 3 casi «neppur» diventa «neppure», nei capp. IX, XV e XVI; «considerar» diviene «considerare» e «germinavan» viene sostituito da «germinavano» nel cap. IX; «udir» diviene «udire» nel cap. X; 2 volte «scender» diviene «scendere» nel cap. XI; «eran» diviene «erano» nel cap. XII; «amor» diventa «amore», «ricader» diviene «ricadere» nel cap. XIII; 2 volte «son» diventa «sono», nei capp. XIII e XIV; «maturar» diventa «maturare» e «vivon» diviene «vivono» nel cap. XIV; «uscir» diventa «uscire» nel XV; «odoran» diviene «odorano» nel XVI; «color» diviene «colore», «mutar» diviene «mutare», «si mescolavan» diventa «si mescolavano» nel XVII; «cominciaron» diviene «cominciarono», «far» diviene «fare», «Si trovaron» diviene «Si trovarono», «portaron» «portarono», «odor» diviene «odore», «question» «questione» nel XVIII; «cominciar» diviene cominciare» nel XIX; «siam» «siamo», «veder» «vedere» nel cap. XX;
  • 21 casi di plurale irregolare in “i” sostituito dalla forma corretta («ciabattaccie» solo in V58 diviene «ciabattacce» nel cap. I; vengono emendati i plurali: «biscie» nel cap. I solo in V58; 3 volte «stanzuccie», 2 volte nel cap. I solo in V58 e una nel cap. XX in V54 e V58; «coscie» nel cap. II solo in V58; «freccie» nel cap. VII solo in V58; 3 volte «faccie» nei capp. VIII, XIV e XV; 2 volte «goccie» nei capp. IX e XIII; «babbuccie» nel cap. IX; «stradaccie», «buccie» nel XII; «massiccie» nel XIV; «pelliccie» nel XVI; 2 volte «loggie», e «striscie-ballatoi» nel XVIII; «traccie» nel XIX);
  • 2 casi di aggiunta della “d” eufonica nei capp. I e XI («ad arrostire» e «ad avvedersene» solo in V58; «ad» è presente in totale 7 volte, di cui 2 prima di una parola che inizia per “a”, a fronte di 50 occorrenze di «a» senza “d” eufonica); nel cap. III, «e è» diviene «ed è» solo in V54;
  • 24 casi, 11 maschili e 13 femminili, di «coll’» che diventa «con l’» (le 3 occorrenze rimanenti sono state in P15 normalizzate in «con l’»);
  • 60 casi di iniziale minuscola che diventa maiuscola, in genere in conseguenza di modificazioni della punteggiatura (come sostituzioni di punti e virgola o due punti con punti fermi): «Ragazzo» nel cap. I; «à», «Lei» nel cap. II; «A», «Se», dopo il punto interrogativo nel cap. III; «Io», «Perché», «Come», 2 volte «Grazia» (entrambe nel cap. IV, con accezione religiosa); «S’aspetta» nel cap. V; «Guarda» nel cap. VII; «S’io» nel cap. VIII; 2 volte «Sì», «Comunione», «Messa», 3 volte «E», 2 volte «Ma» (capp. IX e X), «Io», 2 volte «Ella» nei capp. VII e X; «Poi», «Adesso», «Che», «Chi» nel cap. X; «Dove» e «Tanto» nel cap. XI; «La», «Non», «Più», «è» nel cap. XII; «Perché», «Comincian» nel cap. XIII; «Massicce», «Non», «Perché», «Il», 2 volte «Papà», «Bisognerà», «Che» nel XIV; «Era», «Quando», «Non» nel XV; «Un», «Egli», «Perché», «Come», «Umiliarsi» nel XVII; «Ti», «Allo», «Conciliatori» nel XVIII; «Vi» nel XIX (era minuscola solo nell’edizione Treves del 1923); «Al», «Vendere», «Agosto» nel XX;
  • 49 casi di segnalazione grafica dell’accento tonico (aggiunto nell’edizione Vallecchi 1958): 3 volte «s’accòrse» (capp. I, VII e XVIII), nel senso di ‘notò’, a fronte di un caso in cui l’accento grafico interno era già presente, nel cap. XIII, e di un caso, sempre nel cap. XIII, che è stato normalizzato in P15, aggiungendolo, per distinguere la voce dall’unica occorrenza di «Accorse», voce del verbo “accorrere”, nel cap. II; «oblìo» e, solo in V58, «fóssegli» (cap. III); una volta «dètte» (cap. V), cui si aggiungono altre 13 occorrenze della voce verbale già presenti nelle precedenti edizioni; «dìttamo» delle edizioni T23 e M34 diviene «dittamo» nel cap. VI di V54, ma torna accentato in V58; 2 volte «luccichìi» (capp. VI e VII); 7 volte «scrivanìa» (capp. V, 2 volte nel XVII, una nel XVIII, 3 volte nel XIX); «sciccherìe» nel cap. VI; «àpriti», nel cap. VIII, cui è da aggiungere un caso nel cap. VI, con iniziale minuscola, in cui l’accento era già presente; «bramosìa» in 2 casi, entrambi nel cap. IX, cui si aggiungono gli altri 3, che sono stati normalizzati, nei capp. VIII, IX, XII; «abbandonàvalo», nel cap. VIII, in T23 e M34 senza accento; «libréttine», «impóstisi», «cercàvale» nel cap. IX; «présolo» nel cap. IX; 2 volte «sùbito», nei capp. XI e XVIII, cui sono da aggiungere le altre 16 occorrenze in cui l’accento era già presente; «nostalgìa» nel cap. XII; «rièccoli», nel cap. XII: per analogia, in P15 un’occorrenza di «rieccola» nel cap. V è stata normalizzata aggiungendo l’accento grafico interno; una volta «Badìa» nel cap. XII: in un altro caso, l’accento era già presente e l’unica occorrenza senza accento in P15 è stata normalizzata, aggiungendolo; «trèmuli» nel XII; «Sìi» nel cap. XIII; «manìa», «vanèsii», «méssaci», «ìncubo» nel XIV; «Riéntrano», «Confèssalo» nel cap. XV; 2 volte «pòsale», «Sèntilo» nel XVII; «Guàrdino», «Dùbito» nel XVIII; «méssosi», «trùcia», «giùggiola», «pènsaci» nel XIX; «cinguettìi» nel cap. XX;
  • al contrario, 7 casi di eliminazione dell’accento grafico all’interno di parola («òoh» diventa «Ooh» nel cap. IV; «ghiottonerìa», in T23 o M34, diviene senza accento in V58, nel cap. VI; «Méttiti» diviene «Mettiti», nel cap. XII; «parlético» diventa «parletico»; «coleòttero» diviene «coleottero», «mènte», voce del verbo “mentire”, diviene «mente» nel XVII; «sèdano» diviene «sedano» nel cap. XX);
  • un caso di eliminazione dell’accento grafico sul monosillabo «sù» (cap. X);
  • 10 casi di eliminazione del dittongamento («scuotessero» diventa «scotessero» nel cap. I; 2 volte «suonò» diventa «sonò», nel cap. II e con maiuscola nel cap. XIII; 2 volte «scuoteva» diviene «scoteva», nei capp. IX e XIII; «giuoco» diviene «gioco» in 2 casi, nei capp. XI e XVI, e un terzo è stato normalizzato in P15, nel cap. X; «scuotendosi» diviene «scotendosi» nel cap. XII; «scuopriva» diviene «scopriva» nel cap. XIII; «riscuotevan» diviene «riscotevan» nel cap. XIV);
  • 13 casi di eliminazione dell’accento grafico sul «sé stesso», 6 sul «sé stessa» e uno sul «sé stesse» nel cap. XVI;
  • 16 casi di eliminazione dell’elisione: «d’affari» diventa «di affari», «mezz’età» diviene «mezza età», «l’aveva raggiunto» diviene «lo aveva raggiunto» nel cap. III; «d’interessi» diviene «di interessi», «un’atmosfera» diviene «una atmosfera», «d’avanzo» diviene «di avanzo» nel cap. IV; «d’ampliare» diviene «di ampliare» nel cap. XI; «d’agnelli» diviene «di agnelli» nel cap. XIII; «d’ogni energia» diviene «di ogni energia» e «d’“uomini» diviene «di “uomini» nel XIV; «d’esser» diventa «di esser» nel XV; «un’adorazione» diviene «una adorazione» nel XVI; «d’averne» diventa «da averne» nel XVII; «d’elettricità» diviene «di elettricità», «Quand’è» diviene «Quando è» nel XVIII; «l’avrebbero portate» diviene «le avrebbero portate» nel XX. Al contrario, si ha elisione nel cap. XI: «la acquista» diviene «l’acquista»;
  • un caso di univerbazione con segnalazione dell’accento tonico («carta pecora» diviene «cartapècora» nel cap. III solo in V58); 2 casi di univerbazione («semi-oscurità» diviene «semioscurità» nel cap. V; «bianco-sudice» diventa «biancosudice» nel cap. VII) con eliminazione del trattino;
  • 12 casi di trasformazione dell’iniziale maiuscola in minuscola, specie a seguito di sostituzioni di punti fermi con altri segni interpuntivi come virgole, punti e virgole, due punti: «Angelo» diviene «angelo» nel cap. III; «Come» diviene «come» nel cap. VII; «s’accomodi», «ma» nel XIII; «che», «e» nel XIV; «povero» nel XV; «la», «io» nel XVII; 2 volte «ospedale» nel XVIII (un terzo caso è stato normalizzato in P15 per analogia); «chi» nel cap. XIX;
  • 13 casi di aggiunta dell’accento circonflesso a indicare il plurale: 2 volte «armadî» solo in V58, nel cap. XI e nel cap. XII (nelle altre 2 occorrenze, si è provveduto a normalizzare in tal senso in P15); «sessionarî» nel cap. III solo in V58; 2 volte «immaginarî» (capp. III e VIII); «involontarî» nel cap. IV; 2 volte «laboratorî», nei capp. VIII e XI; «ferroviarî» nel cap. IX; una volta «varî» nel cap. XI, cui è da aggiungere un’altra occorrenza in cui il circonflesso era già presente, nel medesimo capitolo; una volta «negozî» nel XV; «sposalizî», «mortuarî» nel XVIII); nel caso di «propri», invece, in P15 si è provveduto a normalizzare l’unica occorrenza con circonflesso (cap. X), a fronte delle altre 3 senza accento.

Si segnalano, ancora, una serie di varianti giudicate non sostanziali, suddivise per capitolo: in primo luogo, nel cap. I, «grembio» diventa «grembo» (nell’altra occorrenza con la “i”, nel cap. XIV, in P15 la grafia del termine è stata normalizzata in «grembo»; la terza occorrenza del termine non presentava la “i”); «tanto» diventa «tante»; si rileva, inoltre, una sostituzione dell’indeterminativo col determinativo («a un quarto piano» diviene «al quarto piano»); solo in V54 «di terra promessa» è «da terra promessa».

Nel cap. II, «menengite» diviene «meningite»; «al di là del» diventa «di là dal» (come nei capp. VI, XII, XIII, XV); «O Dio! O Dio! che paura!» (T23, M34) diventa «O Dio! che paura!» in V54 e «Oh Dio-oh Dio, che paura!» in V58; «gocciolava sangue» di T23, M34 e V58 solo in V54 è «gocciolava di sangue»; «qualcheduno» (T23, M34 e V54) diventa «qualcuno» in V58.

Nel cap. III, cambiamento di modo verbale («servivano» diviene «servissero»); sostituzione di «in quant’alle» con «quanto alle»; sostituzione del maschile col femminile («ogni cosa corrosa e sbocconcellata» al posto di «ognicosa corroso e sbocconcellato»); un caso di sostituzione di «in presenza a» con «in presenza di»; un caso di «collo» che diventa «con lo», a fronte di 2 casi già presenti di «con lo»; «il babbo o lo zio» diviene «il babbo e lo zio» solo in V54; «sfilaccicato» diventa «sfilacciato» (con una banalizzazione) solo in V54.

Nel cap. IV, «in casa» diviene «a casa»; «al di là di dove» diviene «di là da dove»; un’inversione («nemmeno più» diventa «più nemmeno»); un’anticipazione del pronome («Ma cosa credi che sia, te?» diviene «Ma te cosa credi che sia?»); 2 casi in cui «avea» diventa «aveva» (restavano altre 3 occorrenze di «avea», a fronte di 361 di «aveva», e si è deciso di normalizzarle in P15; per la stessa ragione, nell’edizione Pagliai 2 «avean» sono stati mutati in «avevan»); un caso di eliminazione di “i” («pioggierella» diviene «pioggerella» nel cap. IV; in un caso, per analogia, in P15 «pioggie» è stato normalizzato in «piogge», nel cap. VII); «dentro lui» solo in V54 è «dentro di lui», come «quanta ne sapeva» solo in V54 diventa «quante ne sapeva» e «verrebbe la voglia» solo in V54 «verrebbe voglia».

Nel cap. V, si rileva un caso di trasformazione dell’aggettivo singolare «scamoscio» in «scamosci» (riferito ai guanti) già in V54.

Nel cap. VII, «di dentro alla loggia» diventa «da dentro alla loggia»; «di già» diviene «già»; modifica del plurale («due fila» diviene «due file»); modifica della desinenza del participio passato («avesse passata l’età» diviene «avesse passato l’età»); una variante ortografica («d’artifizio» diventa «d’artificio»); l’accento grave di «battè», presente in T23 e M34, viene corretto in acuto in V58; una variante di locuzione («di piena estate» diventa «in piena estate»); evidenziazione a fini enfatici tramite corsivo («l’altro»); sostituzione di «al di là dei» con «di là dai».

Nel cap. VIII, «un’occhiata addosso» solo in V54 è «un’occhiata»; «sol» diviene «soltanto».

Nel cap. IX, «aveva firmate» diviene «aveva firmato»; «divenuta» passa a «diventata»; la grafia scempia «inamorare» viene sostituita dalla forma «innamorare»; «empirlo» viene sostituito da «riempirlo».

Nel cap. X, «a un poco» diviene «a poco»; «sottecchi» diviene «di sottecchi»; «bambina e adolescente» diviene «bambina, adolescente».

Nel cap. XI, «avevale detto» diventa «le aveva detto», «ispiegarsi» diventa «spiegarsi»; si preferisce la grafia scempia in due casi: «soddisfacimento» diviene «sodisfacimento» nel cap. XI e «soddisfatto» diviene «sodisfatto» (nel XIII); «di maschera» diventa «della maschera»; «traffigenti» diviene «trafiggenti»; «n’egurgita» diventa «ne rigurgita» sempre nel cap. XI; «panierine da lavoro» diviene «panierine del lavoro» (in un altro caso, nel cap. VIII, resta invariato); «faceva caso a lui» diventa «faceva caso di lui».

Nel cap. XII, «niuno» diviene «nessuno»; «dalla ferita» diviene «della ferita»; «ambasciata» diviene «imbasciata»; «si vorrebbero» diviene «si vorrebbe»; «Oramai» diventa «Ormai».

Nel cap. XIII: l’accento acuto viene mutato in grave: «dié» diventa «diè» e «subíto» diviene «subìto». Poi, «era» diventa «ero»; «al di qua» diventa «di qua»; «e di pigliar» diventa «e pigliar»; «in un modo» diviene «in modo»; «tempia» diventa «tempie»; eliminazione del corsivo per una parola che si voleva sottolineare («Lui»); «nell’istraziarlo» diviene «nello straziarlo»; eliminazione dell’accento circonflesso che indica il plurale («tronfi»).

Nel cap. XIV: «giovinotto» diviene «giovanotto» (cfr. capp. XVI e XVII); «di» diventa «del»; «far la barba» diviene «farsi la barba»; «in mezzo di strada» diventa «in mezzo alla strada».

Nel cap. XV: «di là dal» diviene «di là del»; l’espressione «ad usum Delphini» viene messa in corsivo.

Nel cap. XVI: «piegata» diviene «piegato»; «sali-scendi» viene univerbato in «saliscendi»; «giovinotto» diviene «giovanotto» (cfr. capp. XV e XVII); «si buttava al collo di lei» diviene «le si buttava al collo».

Nel XVII: «al di fuori» diviene «di fuori»; «giovinotto» diventa di nuovo «giovanotto»; «qualche cosa» diviene «qualcosa»; «acutisce» diventa «acuisce»; «E pur» diviene «Eppure»; «aveva retta» diventa «aveva retto»; «sepellirmici» diviene «seppellirmici»; «sul» diventa «il».

Nel XVIII: «ambasciata» diviene «imbasciata» (come nel XX); «meno che lui» diviene «meno lui»; «della claque» diviene «delle claque» (il corsivo è stato mantenuto in P15, nonostante non sia corretto, trattandosi di un plurale, per sottolineare la scelta consapevole di Cicognani di voler adoperare un termine straniero in epoca fascista); «nulla osta» diviene «nullaosta» (ma, nel testo di P15, è stata ripristinata la grafia separata, perché le altre 4 occorrenze non sono univerbate); «al di là delle» diviene «di là dalle»; «Biagini e C.°» diviene «Biagini e C.»; «al di là della» diviene «di là dalla»; «della sua vita» diviene «dalla sua vita».

Nel XIX: «si trovi» diviene «si trova»; «qualchecosa» diviene «qualcosa»; «restan» diviene «resta»; «ismemorata» diviene «smemorata».

Alla fine del XX capitolo, nella data di chiusura, i due anni di composizione, «1920» e «1923», passano dal corsivo al tondo.

La collazione con l’edizione Vallecchi 1958: le varianti relative a tutti i segni interpuntivi

Per quanto riguarda la punteggiatura, nel passaggio da T23 (e M34) a V58, si rilevano numerosissime piccole modifiche (in P15 non registrate nelle note di commento al testo, sempre per adeguamento ai criteri generali dell’edizione Pagliai); per completezza, se ne dà conto nel dettaglio qui di seguito: in primo luogo, è da sottolineare la tendenza a eliminare i puntini sospensivi che affollavano le prime due edizioni a stampa (150 casi di eliminazione dei tre puntini sospensivi posti prima del punto fermo, 5 prima del punto interrogativo, 6 prima dei due punti, 2 prima delle caporali chiuse; 4 casi di eliminazione dei puntini sospensivi; 21 casi di eliminazione dei tre puntini sospensivi che seguono al punto esclamativo, 4 di quelli che precedono il punto esclamativo, 9 dei puntini sospensivi che seguono il punto interrogativo, uno di eliminazione dei puntini che precedono il punto e virgola, e uno di quelli che seguono le virgolette caporali chiuse; 6 casi di sostituzione dei tre puntini sospensivi con i due punti, 11 col punto fermo, 3 con la virgola, 3 col punto e virgola; 3 casi di sostituzione dei tre puntini sospensivi seguiti dal punto, con iniziale maiuscola a seguire, con i due punti e iniziale minuscola; una sostituzione di tre puntini sospensivi seguiti da parentesi tonda aperta con un punto; una sostituzione di tre puntini sospensivi seguiti dal trattino lungo con due punti; una sostituzione di tre puntini sospensivi seguiti dai due punti col punto fermo; una sostituzione dei tre puntini sospensivi seguiti dal punto fermo col punto interrogativo), in genere allo scopo di rendere il tono della prosa meno enfatico.

Poi, si segnalano i numerosi interventi sulle virgole: 40 casi di aggiunta di virgola, uno di aggiunta di virgola a chiudere un inciso monorematico («, ora,»), uno di aggiunta di una coppia di virgole che racchiudono un inciso; un’aggiunta di una virgola seguita da due punti; 42 casi di eliminazione di una virgola, 2 di eliminazione della prima virgola di un inciso monorematico che aveva scopo enfatico (ad es.: «, […] lui,» diviene «lui,»), uno di eliminazione della seconda virgola di un inciso, e 2 di eliminazione di una coppia di virgole che delimitano un inciso; 13 casi di sostituzione della virgola col punto e virgola, 3 con i due punti, uno col punto fermo; una sostituzione di una virgola con una “e” nel cap. XIII.

Riguardo ai punti fermi, si rilevano: 2 casi di eliminazione di un punto fermo; 4 di eliminazione di un punto fermo che segue ai puntini sospensivi; 2 casi di sostituzione del punto fermo con i due punti, 2 di sostituzione col punto esclamativo e 2 di sostituzione con la virgola.

Per quanto concerne, invece, i due punti, si segnalano: 3 casi di eliminazione dei due punti, uno dei due punti che introducono un elenco; 5 casi di aggiunta dei due punti (in un caso dopo un trattino lungo); 15 sostituzioni dei due punti con il punto e virgola, 3 con la virgola, e 5 col punto fermo.

Riguardo al punto e virgola, si notano: 2 eliminazioni di un punto e virgola (di cui uno che segue a un trattino lungo); 3 casi di aggiunta di punto e virgola; 10 sostituzioni del punto e virgola con i due punti, 4 con la virgola, uno col punto esclamativo.

In relazione a quest’ultimo, si annotano: 3 casi di eliminazione di un punto esclamativo e uno di un punto esclamativo che precede i due punti; un’eliminazione di un punto esclamativo che segue a un punto interrogativo, un’eliminazione di uno tra due esclamativi che si susseguono; 17 casi di sostituzione del punto esclamativo col punto fermo, 25 con la virgola, 3 con i due punti, uno col punto interrogativo; 2 sostituzioni di un punto esclamativo seguito da tre puntini sospensivi col punto fermo; una sostituzione di punto esclamativo seguito da punto e virgola con puntini sospensivi; un caso di eliminazione del punto esclamativo che precede tre puntini sospensivi. Il fine di Cicognani sembra essere sempre quello di ottenere un effetto di minor enfasi nel tono narrativo.

Sui punti interrogativi, si segnalano soltanto 2 eliminazioni di punto interrogativo; una sostituzione del punto interrogativo con l’esclamativo; una sostituzione del punto interrogativo seguito da tre puntini sospensivi con la virgola.

Per quanto concerne le virgolette, si registrano: «“il Biondo”» diventa «il “Biondo”» (nel cap. I), con posposizione della prima coppia di apici doppi; 3 casi di eliminazione di una coppia di caporali; 4 casi di sostituzione di una coppia di caporali con una di apici doppi; un’aggiunta di una coppia di caporali, e una di una coppia di apici doppi; 7 casi di eliminazione della coppia di apici doppi che segnalano una parola in un primo tempo percepita come straniera (ad es.: «canapè», «tic-tac») o come inusuale («Giògio»); un’aggiunta di apici doppi a evidenziare una parola («“prescinde”»).

Riguardo ai trattini lunghi, si notano: 3 casi di eliminazione di un trattino lungo (di cui uno che precede le caporali aperte e uno che precede i tre puntini sospensivi), uno di eliminazione di un trattino lungo che segue a un punto esclamativo, 2 di una coppia di trattini lunghi che contengono un inciso; 4 casi di sostituzione del trattino lungo con i due punti, uno con i puntini sospensivi; 2 aggiunte di un trattino lungo.

Da sottolineare anche 2 casi di eliminazione di una coppia di parentesi tonde che racchiudono una frase.

Infine, in relazione alla spaziatura, c’è da rilevare: l’eliminazione di un a capo; l’eliminazione di un a capo, con trattino lungo e puntini di sospensione; l’eliminazione di uno stacco tipografico di tre righe di puntini che precedono il nuovo a capo; 7 casi di eliminazione di alcune righe bianche di separazione tra un paragrafo e il successivo; 3 casi d’inserimento di una riga di stacco dopo l’a capo.

L’edizione Pagliai 2015: gli interventi del curatore

Per quanto concerne gli interventi del curatore nella citata edizione Pagliai 2015, si è deciso di normalizzare l’uso dei segni interpuntivi che introducono il discorso diretto: nei casi di battute di dialogo serrato, si è adoperato il trattino lungo; negli altri casi, le virgolette basse o caporali (anche in sostituzione degli apici doppi: 7 normalizzazioni in tal senso), seguite da punto fermo o virgola, in base alla lettera successiva (se maiuscola o minuscola). In un caso, nel primo capitolo, il trattino lungo, cui seguiva una maiuscola, è stato sostituito con un punto fermo. In 8 casi (2 volte nel cap. II, 2 nel IV, 2 nel cap. VIII, una nel cap. X, una nel XII), è stato aggiunto il punto fermo dopo la chiusura delle caporali e prima della maiuscola che segue; in 5 casi (capp. II, III e XVIII) dopo il trattino lungo e prima della maiuscola; nel cap. XIII dopo una tonda chiusa. In 13 casi è stato eliminato un punto fermo che chiudeva una frase posta tra due trattini lunghi; in un altro caso, si è deciso di eliminare un punto fermo che precedeva un trattino lungo atto a distinguere le voci dei due interlocutori. In un caso è stato eliminato un trattino lungo che chiudeva una battuta di dialogo; in un altro, nel cap. III, un trattino lungo dopo un periodo che seguiva a una battuta di dialogo conclusa; in altri 5 ancora (nei capp. III, IV, VI, XIV, XVI), è stato eliminato un singolo trattino che seguiva ai due punti; nel cap. X, uno che seguiva a un punto e virgola; in un caso, nel cap. VI, un singolo trattino lungo, seguito da virgola e posto dopo un discorso diretto già delimitato da caporali. Nel cap. IV, è stata eliminata una coppia di caporali che evidenziavano un discorso diretto già delimitato da trattini lunghi esterni rispetto alle virgolette basse («‒ «Credete, Annina, è tutt’effetto di bachi». ‒»). In 7 casi è stata aggiunta una virgola dopo la chiusura delle caporali, per distinguere la battuta dal prosieguo della narrazione. In 4 casi, nei capp. I, III e XIII, la virgola che precedeva un inciso è stata spostata dopo il secondo trattino lungo che lo delimita.

In linea con l’uso contemporaneo, attenendosi al criterio di apportare modifiche nei luoghi testuali nei quali il lettore possa interpretare l’interpunzione ormai inusuale come refuso (e venirne infastidito o disorientato, nella lettura), nel cap. IV, in un caso si è eliminato un punto e virgola che seguiva a un punto esclamativo; in un caso analogo, una virgola (cap. XVIII); in altri 5 casi, sono stati eliminati i due punti consecutivi a un punto interrogativo e in un caso i due punti che seguivano l’esclamativo (nel cap. XIV); in 2 casi (capp. V e VI), al contrario, è stato eliminato un punto esclamativo che precedeva i due punti; in 3 casi, è stata soppressa la virgola che seguiva a un punto interrogativo (nei capp. IV, XV e XVIII); nel cap. XVIII, quella che seguiva a un esclamativo. In 4 casi, nei capp. VIII, XIV, XVIII e XX, sono stati eliminati i due punti che introducevano una breve battuta di discorso diretto seguita senza soluzione di continuità dal prosieguo della frase (es.: «Fin dal momento in cui ella aveva allegramente detto: “Verrò” ‒ oh! ben anche prima! – sapeva», cap. VIII); in altri 3 casi simili dei capitoli XI e XII, si è ritenuto preferibile sostituire i due punti con una virgola.

Altri interventi: in un caso (nel cap. XVI), quando la locuzione “di dietro” aveva valore di sostantivo plurale (segnalato dall’autore tramite apici doppi: «i “di dietro”»), si è provveduto all’univerbazione, sulla scorta di un’altra occorrenza nella quale la grafia della parola era già unita («Didietro»), e in contrapposizione ad altri 2 casi in cui la locuzione aveva, invece, valore avverbiale e grafia staccata («di dietro»); nella frase «la vita dei vecchi che non si possono più muovere senza l’aiuto di qualcuno e è così rassegnata» (cap. VIII) è stata eliminata la coordinante “e”. Nel cap. V, sono stati aggiunti degli apici doppi prima e dopo la parola “consolle”, per uniformarne la grafia a quella delle altre 2 occorrenze del termine. Nel cap. VII, è stato emendato in «piogge» il plurale in «pioggie»; nel XII, corretto «E tutto questa» in «E tutto questo». In un caso, è stato aggiunto l’accento tonico a «malsanìe» (nel cap. XIV). Si è ritenuto opportuno correggere «sottane lenti» in «sottane lente», nel cap. XVIII, sebbene l’aggettivo ritornasse in tutte le edizioni di riferimento. Infine, il refuso «O’», assente nelle edizioni T23 e M34, è stato 4 volte corretto in «ò» nei capp. XVII e XIX. In generale, per quanto riguarda i nomi di vie e piazze, si è adottato il criterio di adoperare sempre l’iniziale maiuscola, eliminando le oscillazioni di Cicognani che, però, in linea di massima la predilige: ad esempio, in un caso, nel cap. VIII, «piazza San Firenze» è stata modificata in «Piazza San Firenze» per analogia con le altre 4 occorrenze; «piazza delle Cure» in 5 occorrenze (su un totale di 7) è stata modificata in «Piazza delle Cure». Ugualmente, sono state trasformate in maiuscole le iniziali di «Via dei Gondi» (cap. III), «Via de’ Servi», 2 volte «Via del Maglio», 2 volte «Via Boccaccio», «Via del Ponte alle Riffe», «Via Tornabuoni», «Via San Gallo» (cap. XX).

Conclusioni: il composito lessico di Cicognani

Analizzando nel dettaglio il complesso delle varianti che si sono susseguite nelle numerose redazioni del romanzo, si può concludere che Cicognani amasse molto tornare sulle proprie opere e adeguarle progressivamente al mutare delle proprie convinzioni e del proprio gusto, per quanto concerne sia il contenuto narrativo, sia l’aspetto formale: il lessico, la sintassi e anche l’uso dei segni interpuntivi.

La consistente presenza di parole straniere e soprattutto di francesismi relativi al lessico della moda, poi, specie in anni in cui il Fascismo aveva proibito l’uso dei forestierismi (soprattutto a partire dal 1931), induce a pensare che la scelta di tale lessico fosse anche consapevolmente polemica, specie dal momento che i suddetti termini venivano stampati in corsivo o comunque tra apici doppi, che ne sottolineavano (invece di attenuarne) l’estraneità alla lingua italiana (si ricordi, invece, che nel 1941, nel primo volume del Vocabolario della lingua italiana diretto da Giulio Bertoni ‒ lettere A-C ‒, alcuni forestierismi vennero recuperati, sebbene trascritti tra parentesi quadre); anche l’insistenza su espressioni dialettali toscane non può non richiamare alla memoria il fatto che proprio il 1923, anno della prima edizione Treves (editore ebreo, si ricordi), fu anche l’anno della Riforma Gentile, che puntava all’insegnamento dell’italiano procedendo “dal dialetto alla lingua”.

Anche alla luce di queste considerazioni, l’impasto linguistico della Velia andrebbe di certo indagato ancora a fondo, specie al fine di valorizzare la competenza di Cicognani nel padroneggiare vari lessici tecnici, come quelli dell’ornitologia12, della botanica, delle costruzioni, quello giuridico (del resto, era avvocato) e il già menzionato lessico della moda, nonché quello dell’arte sartoriale.

  1.  Cfr. Bruno Cicognani. Documenti, autografi, opere, a cura di J. Soldateschi, Firenze, Biblioteca Marucelliana, 1980, pp. 28-29, n. 33.
  2.  Ibidem.
  3.  Ivi, p. 29, n. 34.
  4.  Ivi, p. 29, n. 35.
  5.  Il fondo è composto da una biblioteca di 2.500 fra volumi e opuscoli a stampa e da un archivio di famiglia nel quale si conservano i manoscritti delle opere edite ed inedite di Bruno Cicognani, una rassegna stampa e molta corrispondenza con personalità letterarie ed artistiche più significative della prima metà del Novecento. Altre notizie sono reperibili nell’archivio SIUSA-personalità. Ringrazio la gentilissima dott.ssa Silvia Fusco della Biblioteca Marucelliana per tali informazioni.
  6.  Cfr. B. Cicognani, La Velia, ed. critica a cura di M. Panetta, Firenze, Mauro Pagliai editore, 2015, i. c. s. (d’ora in avanti, ci si riferirà a questa edizione indicandola con la sigla P15).
  7. Devo a una conversazione con Raffaele Marciano (Aguaplano Editore) il ricordo e l’efficace messa a fuoco del contesto in cui nasceva questa consuetudine, negli anni in cui si adoperava perlopiù la Monotype, introdotta in Italia a partire dal 1903.
  8.  Nella mia Nota al testo dell’edizione Pagliai 2015 sono stati indicati solo i casi più significativi, mentre il precedente elenco è completo.
  9.  Anche tale elenco risulta completo in questa sede, mentre nella mia Nota al testo dell’edizione Pagliai 2015 sono stati indicati solo alcuni esempi rilevanti. Lo stesso vale per le tre elencazioni che seguono.
  10.  Per le spiegazioni linguistiche, in P15 si è ricorsi per lo più al notissimo dizionario Tommaseo-Bellini (UTET 1861-1879), al Vocabolario dell’uso toscano di Pietro Fanfani (Barbera 1863), al Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (UTET) e al Vocabolario Treccani; tra gli altri, è stato, a volte, consultato anche il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (Roma, Società editrice Dante Alighieri, 1907).
  11.  L’elenco della Nota al testo della mia edizione Pagliai 2015 comprende solo alcuni dei casi qui menzionati, dato che le varianti sostanziali sono riportate tutte nelle note di commento.
  12.  Questo contributo è dedicato a Ciciù (Titu, il verzellino), che con la sua intelligenza e la sua grazia mi ha fatto compagnia nei quasi due anni di questo lungo lavoro e mi ha aiutato a comprendere meglio certi riferimenti di Cicognani, appassionato di ornitologia, al comportamento degli uccelli.

(fasc. 1, 25 febbraio 2015)

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