Tra fatti e finzioni: “Il Caso Amari”, giallo metalettico di Leonida Rèpaci

Author di Monica Lanzillotta

Un dramma teatrale pirandelliano in forma di giallo

Nel 1966 Leonida Rèpaci pubblica per i tipi di Rizzoli Il Caso Amari, suo decimo romanzo, al culmine di un periodo di ribalta sulla scena politica, sociale e culturale italiana. Gli anni Sessanta, infatti, lo vedono attivo antimperialista, militante di numerose battaglie per la libertà, la giustizia e la pace tra i popoli e, ovviamente, giornalista, scrittore, commediografo e fondatore del prestigioso “Premio Viareggio”[1].

Il romanzo, dalla struttura assai complessa, è costituito da una cornice (Premessa) in cui lo scrittore in persona narra la genesi della creazione letteraria: partecipando a Roma nel 1963 ai funerali del noto intellettuale Amleto Amari, che stima e conosce, rimane sconcertato perché sono presenti solo trentadue persone, mentre avrebbero dovuto esserci rappresentanti del mondo politico, letterario e cinematografico, di stampa e TV. Lo stupore aumenta quando constata di non conoscere la maggior parte dei presenti[2] e, osservandoli meglio, si convince che più d’uno «era venuto alle esequie nella speranza di trovarle miserrime»[3]. Decide di riparare all’ingiustizia scrivendo un libro su Amleto, e di portare avanti un’inchiesta sulla diserzione di massa, incontrando le persone presenti alla cerimonia (le individua attraverso il registro delle firme), che sono, in ordine di comparsa nel romanzo: Lena Fanelli, ex amante di Amleto; Enrico Perfetti, critico letterario; Dora Pianelli, dattilografa di Amleto; Otello Schermi, generale; Marta Bianchi, ex amante di Amleto; Renzo Invidia, critico letterario; Tilde Bersani, attrice; Vincenzo Marato, politico; Lea Frontini, cameriera di Amleto; Lao Ralli, compagno di viaggi di Amleto; Sergio Ippoliti, edicolante; Egidio Riccitelli, ingegnere; Laura Pandemi, ex studentessa; Luigi Della Bella, docente universitario; Enzo Zatteroni, direttore di «La Notizia»; Ornella Passina, scrittrice; Mario Salteri, direttore di un’agenzia di viaggi; Patrizia Fumo, scrittrice; Carlo Bazzi, guardia carceraria; Martino Melissa, politico; Emma Lanzi, modista; Marco Diamanti, critico letterario; Carla Leoni, direttrice di una galleria d’arte; Arturo Camìa, tipografo; Silvia Aspettàti, ultima amante di Amleto; Albino Poli, editore di Amleto; Nia Speranza, attrice; Bartolo Botta, scrittore; Pino Adorni, giovane; Vera Torriani, attrice; Nunzio Ridenti, intellettuale; Olga Benetti, amica della moglie di Amleto. Rèpaci dialoga con tutti e, mentre la comunicazione in presenza determina la variazione degli scenari, quella a distanza orienta i generi letterari[4].

Personaggio di tutto rilievo si rivela Mario Giorgi, docente universitario alla Columbia University, che conosce bene Amleto in quanto è stato suo compagno di scuola e amico in ogni periodo della sua vita: assente dal funerale perché in America, avendo saputo che Rèpaci ha intenzione di scrivere un libro sull’amico, si mette in contatto con lui. Il professore, che stima molto il defunto, esalta le qualità «piuttosto rare oggi», che costituiscono l’essenza della sua personalità, ossia l’essere stato «un gran galantuomo, un narratore di razza e un antifascista inesorabile»[5]. Giorgi fornisce a Rèpaci del materiale inedito, che si rivela prezioso: sei lettere di Amleto (datate 20 giugno 1944, agosto 1945, marzo 1952, agosto 1954, dicembre 1958 e aprile 1959) e una trentina di fogli manoscritti che appartenevano a un romanzo di circa seicento pagine, intitolato Un uomo sbagliato, che l’amico aveva scritto nel periodo in cui, da partigiano, viveva nascosto nel castello dei Tosi a Brancialino, sopra Sansepolcro. Tali fogli, sopravvissuti alla distruzione provocata da una mina tedesca che aveva fatto saltare il muro del castello, vanno a costituire cinque frammenti narrativi. Inoltre Giorgi riassume a Rèpaci il contenuto della tragedia intitolata Sempre trionfante la bestia, andata perduta nell’incendio del castello[6].

Rèpaci non riesce a capire fino in fondo le ragioni del funerale disertato e del suicidio di Luisa, moglie di Amleto che, per i più, avrebbe compiuto l’estremo gesto quattro anni prima, ingerendo del veleno, per il dolore di aver scoperto la relazione del marito con Silvia Aspettàti, avendo trovato il carteggio tra i due. Le testimonianze dei presenti alle esequie sono comunque contraddittorie, in quanto le persone intervistate risultano essere affidabili o inaffidabili[7]. La morte di Luisa è da connettere a una delle caratteristiche più rilevanti della complessa identità del marito, cioè l’attrazione per le donne, di cui parla lo stesso Amleto nel romanzo autobiografico Un uomo sbagliato: il protagonista decide di suicidarsi, ritenendosi colpevole della morte della moglie Graziella (donna in cui è riflessa Luisa), «unica consolazione della mia vita, bene massimo», morta da trentacinque giorni, e, affidando al romanzo l’«estrema confessione», si propone di «non falsare in alcun punto la verità»[8]. Ammette di essere stato attratto da Graziella solo nel periodo del fidanzamento e di aver poi assecondato «il bisogno di fuggire la donna presente, chiusa nei suoi limiti reali, per quella lontana, resa vaga e diversa dalla fantasia, la voluttà di sostituire a una curiosità vuotata da ogni sorpresa e meraviglia, un interesse nuovo e fragrante»[9], quello per altre donne. Il dongiovannismo di Amleto è poi testimoniato da diverse persone: per esempio, la Fanelli afferma che «lo scrittore aveva successo presso le donne» e «se ne gloriava»[10]. Al funerale sono presenti anche tre ex amanti di Amleto e sono convinte di aver avuto un posto rilevante nella sua vita, soprattutto Silvia Aspettàti, la donna a causa della quale Luisa si è suicidata e che sostiene che Amleto «è stato l’unico mio uomo come io sono stata l’unica sua donna. Non mi importa di sapere se, prima o dopo di me, altre creature sono entrate nella sua vita. Nessuna di esse ci è entrata come me, nessuna ha lasciato in lui il segno che ho lasciato io»[11].

In realtà Mario Giorgi, testimone attendibile, afferma che l’amico amava esclusivamente la moglie e non dava alcun peso alle sue amanti:

nessuna donna, tranne Luisa, ha inciso nella vita di Amleto. Prodigo come un miliardario, egli largiva carezze, progetti, promesse, sospiri, giuramenti, a tutte le donne che gli piacevano. Ma io sono convinto che, appena restava solo con sé stesso, il suo pensiero, e magari il suo rimorso, andava a Luisa, la sua unica donna[12].

E sottolinea ancora, ipotizzando un diverso movente del suicidio di Luisa:

Luisa era la compagna ideale per uno scrittore: sensibile, intelligente, discreta, interessata a tutto ciò che usciva dalla penna di Amleto, gelosissima su questo terreno, forse assai più che su quello dell’interesse sessuale. Si può immaginare la terribile delusione di Luisa quando, oltre al tradimento carnale, fu attraversata dal dubbio che un’altra donna avesse preso nel cuore di Amleto quel posto di compagna ideale spirituale che era suo. Fu allora che non resistette. Amleto quel posto non glielo aveva tolto, ma Luisa credette alla sua doppia sconfitta e si uccise[13].

In questo senso Luisa potrebbe aver sofferto più per il ruolo avuto, nella vita del marito, dalla Pianelli (“coautrice” dei libri del marito)[14] che per quello di amante avuto dalla Aspettàti. A complicare le cose sono le testimonianze di Emma Lanzi e Olga Benetti: per la prima Luisa soffriva «tremendamente di gelosia […] anche se Amleto non l’avesse mai tradita, si sarebbe suicidata lo stesso»[15]; per Benetti, che è la più intima amica di Luisa, Amleto «ha ordito una trama diabolica», facendo scoprire alla moglie le lettere della «sua svergognata amante»[16] per istigarla al suicidio. A ingarbugliare ulteriormente la matassa è poi una lettera, datata marzo 1952, in cui Amleto spiega all’amico Mario quando e come la Benetti sia entrata nella sua vita:

Peccato che tra me e lei [Luisa] ci sia un terzo incomodo, una donna che si è attaccata a noi con la disperazione del naufrago allo scoglio. Non ha nessuno al mondo, sta nel nostro stesso pianerottolo, e riversa su Luisa e me un affetto così esclusivo, così allarmato, così timoroso, da rasentare la morbosità. È compagna d’infanzia di Luisa, le fa molta compagnia, non chiedendo, poveraccia, alla fin fine, che di vivere nella nostra ombra. Però, a esser sinceri, se non ci fosse, sarebbe anche meglio, e del mio stesso parere è Luisa. Abbiamo anche pensato di cambiar casa per riprendere la nostra libertà di movimento, ma quella ci seguirebbe in capo al mondo, essendo noi la sua famiglia, gli unici esseri ai quali vuol bene. Noi siamo davanti a lei con le pareti di vetro. Lei guarda dentro e ci vede, anche quando non vorremmo essere visti[17].

Secondo Rèpaci la principale indiziata per l’istigazione al suicidio è proprio Olga perché odia Amleto come se, invece che un’amica di Luisa, fosse stata l’amante del marito e un’amante tradita. Lo scrittore dunque fa le seguenti ipotesi: Olga potrebbe essere lesbica, innamorata pertanto di Luisa; potrebbe essersi innamorata di Amleto, trasponendo nell’adorazione pietosa per Luisa l’impotente gelosia nutrita contro Silvia; potrebbe, infine, essere rimasta profondamente ferita dal tradimento coniugale di Amleto per l’amicizia che la lega alla cara compagna d’infanzia. Non venendo a capo della questione, un amico suggerisce a Rèpaci di evocare Amleto attraverso un medium e lui, vincendo l’ostilità verso la metapsichica, cede sia alla curiosità sia al «bisogno di provare a me stesso di non essere legato a posizioni rigide di fronte a nessun fenomeno che fosse irriducibile a quel principio di causalità e di determinazione che regge la volta del mondo»[18]. Mosso dall’amore della verità e dall’inquietudine che la storia di Amleto e Luisa gli ha lasciato, lo scrittore organizza la seduta spiritica a casa sua, espediente irrazionale che costituisce senz’altro un omaggio all’amato Pirandello, a cui si allude di frequente nel romanzo, in particolare alle sedute spiritiche di La casa di Granella e del Fu Mattia Pascal[19]. Ricorre a un medium affidabile, Lorenzo Telorao, raccomandatogli dall’amico perché superiore a «Le Morgen, le Palladino, le Tomcjyk, le Rasmussen, gli Scheneider»[20], noti medium. L’affidabilità di Telorao è potenziata dal suo aspetto mediocre e dalla bassa statura culturale: è un elettricista romano semianalfabeta e dimesso; non potrebbe pertanto ricorrere a una cultura pregressa per citare in latino un passo del Somnium Scipionis di Cicerone e in francese un pensiero di Les Essais di Montaigne come fa appunto, in trance, durante la seduta. Il medium, inoltre, ignora chi sia Amleto e non conosce le dichiarazioni delle persone intervistate da Rèpaci: diventa pertanto «la pagina bianca sulla quale lo spirito avrebbe potuto scrivere la verità senza che vi fosse il pericolo di una conoscenza acquisita e interessata a misconoscerle o a negarle»[21]. Rèpaci invita alla seduta spiritica quindici dei trentadue presenti alle esequie, perché non ha a disposizione un tavolo che possa dare spazio a tutti, e li sceglie in modo da rappresentare gli amici e i nemici di Amleto e le donne legate al dramma amoroso: Olga e Silvia. La seduta si rivela preziosa per le reazioni che suscita nei partecipanti e per l’esito: il medium, in trance, parla dapprima per bocca di Luisa, non evocata e che affiora dall’abisso della morte per dire che sta cercando il marito; segue un rumore di buste strappate e la voce di Luisa che dice: «Lettere maledette, vipere attorcigliate, avete perso il veleno… Da questa lontananza tutto minimo…»[22]. Qualcosa trattiene pertanto Amleto dalla possibilità di ricongiungersi alla moglie e per questo il medium abbandona il proprio posto e passeggia tra i presenti, passando attraverso i loro corpi, e reagisce al rapporto che stabilisce con i singoli: sta in silenzio, sospira dolorosamente, fa un viso allarmato e si rasserena. Quando torna a sedersi al tavolo e chiama Amleto, una carica negativa lo respinge: è la presenza di Olga Benetti, che Amleto definisce «Lamìa, strega, vampiro»[23]. Poi Amleto tace ed è Luisa che dice: «Lamìa, vampiro, via! Perdonato, sì, perdonato»[24]. A queste parole, dette con grande tenerezza dal medium che ospita Luisa, segue un breve silenzio e poi Telorao afferma, a nome di Luisa: «Ritorna Amleto… Làmia lontana… eterno andare. Uno nell’altro, sotto l’occhio del Signore»[25]. A questo punto il medium sviene a terra e Olga approfitta del trambusto per fuggire. La comunicazione medianica stabilisce sia che Luisa ha riconquistato la pace del cuore e sta per ricongiungersi allo spirito del marito, sia il ruolo centrale di Olga: «Se Làmia era Olga, se era lei il vampiro, restava anche fermo che, nella vita di Luisa e di Amleto, nessun altro amore aveva contato»[26]. Silvia soffre atrocemente perché il suo dramma è quello di essere stata cancellata, con un colpo di spugna, dal posto che aveva occupato nel cuore di Amleto; è l’amante ferita «dalla noncuranza postuma di una vittima suicida per lei, e dal silenzio del suo complice, anch’esso trascorso da queste rive nel regno delle ombre»[27].

L’identità di Olga Benetti come donna-vampiro[28] potenzia il lato fantastico delle vicende e costituisce la Spannung del romanzo, il colpo di scena con cui si chiude la trama, perché, poche ore dopo la seduta, la donna si suicida ingerendo del veleno e lascia una lunga lettera in cui ammette di aver fatto scoprire lei le lettere di Silvia a Luisa perché «ero gelosa dell’amore di Amleto per Silvia, dell’amore di Amleto per Luisa, e […] dell’amore di Luisa per il marito»[29]. Confessa di aver amato Luisa fin da bambina e di averle palesato la propria attrazione una sola volta, dandole un bacio sulla bocca; l’amica, turbatissima, aveva considerato quel bacio una degenerazione improvvisa della loro intimità e aveva evitato ogni occasione di trovarsi sola con lei perché amava Amleto. Quando Luisa aveva sposato Amleto, lei aveva preso in affitto un appartamento accanto a loro, sullo stesso piano, frequentando assiduamente la coppia e diventando amante di Amleto un anno dopo il matrimonio, quando Luisa si era allontanata da casa per curare la madre inferma, passando «nelle sue braccia dieci notti indimenticabili»[30]. Soffrendo terribilmente perché costretta a vivere ai margini della coppia, non potendo palesare l’amore per entrambi, non aveva mai dato importanza ai continui tradimenti di Amleto ma, quando aveva avuto la certezza che l’uomo amava Silvia, carica di odio, aveva deciso di far trovare le lettere a Luisa, per ottenere che l’amica accettasse la sua «pericolosa protezione e assistenza»[31], non prevedendo che invece si sarebbe uccisa e che Amleto l’avrebbe accusata di aver indotto la moglie al tragico gesto. La lettera di Olga si chiude con un sulfureo proposito: avendo avuto la certezza, con la seduta spiritica, che Luisa e Amleto si amano e che entrambi la disprezzano, vuole impedire ai due «di ricongiungersi negli abissi dell’eternità»[32], propositi che delineano un cammino al rovescio del vampiro, perché in genere il morto-vivente trapassa dal mondo ultraterreno a quello terreno per vendicarsi. La donna, che ha predecessori illustri nelle figure mostruose della mitologia greco-romana, come Làmia ed Empusa, riproposte in chiave moderna da Hoffmann in Aurelia e da Le Fanu in Carmilla, rappresenta l’eros malinconico[33]: non potendo possedere l’oggetto amato, finisce col distruggerlo attraverso la regressione alla fase orale o cannibalica (il vampirismo appunto) della libido[34]. La donna si rivela parente stretta di Amleto che, in quanto seduttore irrefrenabile, è egli stesso un vampiro: un’illustre tradizione letteraria, infatti, ha fissato che l’essenza di don Giovanni nella fame amatoria – fame insaziabile che nasconderebbe l’incapacità di amare, in quanto l’unico sentimento che prova è autodiretto – è di natura narcisista: la donna (bella o brutta, giovane o matura, affascinante o insignificante) gli serve solo per rafforzare il proprio ego e, seducendo all’infinito, ha l’illusoria conferma di essere qualcuno. Amleto Amari, più che amare, vuole essere amato, come dimostra il suo cognome, che è l’infinito passivo del verbo latino amor. Dietro la maschera del seduttore, come attesta la letteratura clinica, si nasconde spesso un soggetto dotato di una bassa autostima che, per alcuni, sarebbe alla ricerca della madre idealizzata e mai dimenticata, per altri tenterebbe di nascondere la propria omosessualità, percepita come inaccettabile dallo stesso soggetto o dal proprio contesto[35].

La seduta spiritica determina il suicidio di Olga, e la lettera della donna getta nuova luce sulla morte di Luisa, sulla personalità di Amleto e sul finale della storia, che rimane aperto. Rèpaci, non riuscendo a stabilire la verità, decide di rinunciare al progetto di scrivere il libro e assembla il materiale eterogeneo che ha raccolto, in modo che sia il lettore a farsi un’idea, in base all’istruttoria che ha condotto, e a indagare sui veri moventi del funerale disertato e del suicidio di Luisa e Olga, lavorando come un detective[36].

Il montaggio testuale è costituito dalla Premessa-cornice e da tre sezioni, che si presentano come i tre atti di un dramma teatrale. La prima sezione, intitolata Le persone, si apre, come nel canovaccio per il teatro, con l’elenco dei personaggi (le trentadue persone presenti al funerale, a cui si aggiunge Mario Giorgi) che poi recitano la “parte” perché, uno dopo l’altro, rilasciano a Rèpaci le loro testimonianze. A seguire c’è la sezione contenente i documenti inediti di Amleto forniti da Giorgi, ossia Le lettere di Amleto Amari e i Frammenti narrativi inediti di Amari (corredati da Postilla alle lettere di Amari e Postilla ai frammenti di Amari). L’ultima sezione, intitolata Apertura sui neri spazi, include il resoconto della seduta spiritica (preceduta dalla premessa intitolata Un personaggio è sempre solo un’occasione), La lettera di Olga e Le long temps vivre, et le peu de temps vivre, est rendu un per la mort, brevissima postilla che chiude il romanzo, in cui Rèpaci racconta come Olga si sia suicidata, avvelenandosi sul letto di Luisa. Il testo presenta tutti gli elementi del “romanzo a enigma”[37], ma si rivela un giallo non canonico non solo perché il detective (Rèpaci) si dimette e lascia il finale aperto, ma anche perché vìola una delle regole principali del genere: l’elemento fantastico (seduta spiritica e presenza del vampiro) non vi è, infatti, ammesso e l’enigma prevede una soluzione razionale. Inoltre, lo scarto rispetto ai gialli canonici dipende dalla struttura del romanzo, che si presenta come canovaccio teatrale, facendo così perdere autorità alla voce e al punto di vista del detective: le fila del racconto sono affidate alla focalizzazione variabile, a punti di vista contradditori. Il materiale assemblato determina la natura ibrida del Caso Amari che, più che un giallo, è una summa di generi letterati, fra fatti e finzioni: la conversazione telefonica, la dichiarazione scritta, la lettera, la cartella, il biglietto e l’orazione funebre costituiscono il grado zero del dettato (la parte non romanzesca), la non fiction, in cui tutto appare più vero del vero perché avviene in diretta o perché il linguaggio è quello testimoniale; le parti del giallo narrate da Rèpaci, le pagine del romanzo Un uomo sbagliato (che è un romanzo nel romanzo) e il riassunto della tragedia Sempre trionfante la bestia costituiscono i generi ascrivibili alla fiction. Il materiale assemblato non permette di stabilire i veri moventi che hanno determinato la diserzione del funerale e il suicidio di Luisa e Olga perché il cuore tematico del romanzo è l’identità pirandellianamente intesa, è la personalità contradditoria (amletica) di Amleto, da tutti i punti di vista: caratteriale, intellettuale e politico. Rèpaci rende infatti un vero e proprio omaggio a Pirandello, in uno scambio di battute con Giorgi, citando Così è (se vi pare) e Come mi vuoi. Quando Rèpaci afferma che dalle interviste alle trentadue persone viene fuori «un Amleto assai contraddittorio. Chi lo dipinge blu madonna e chi rosso diavolo, chi prodigo e chi avaro, chi egoista e chi altruista, chi grande scrittore e chi fallito […] “Come mi vuoi” di Pirandello, vero, professor Giorgi?»[38], Giorgi risponde, riprendendo la definizione pirandelliana della personalità:

Noi siamo contrari e diversi a seconda delle circostanze, della giornata bella o brutta, della buona o della cattiva salute, del vestito che indossiamo, della carica positiva o negativa che suscita in noi l’interlocutore e, nei vari colori dello spettro, ci mostriamo agli altri che credono di vederci fissati nel “loro” momento e ci giudicano secondo quello[39].

Lo «spazio autobiografico»: Amleto e i suoi doppi

L’impresa del narratore Rèpaci non è la risoluzione dell’inchiesta, che si è intanto allargata (dalla diserzione del funerale di Amleto ai suicidi di Luisa e Olga), ma il veder riconosciuta la sua statura culturale e il suo valore di uomo perché teme di finire nella dimenticanza[40]. Per prevenire quella che ritiene un’ingiustizia, inventa il personaggio di Amleto, suo doppio, stabilendo la forte somiglianza tra i due attraverso un fitto gioco intertestuale, ben consapevole che

un personaggio è sempre e solo un’occasione, un vestito che l’autore mette per aprire o chiudere sugli altri, sui sentimenti degli altri, sulle idee degli altri. Pretendere che un personaggio possa combaciare a tal punto con lo scrittore da scambiarlo per lui, sarebbe andare oltre quel gioco di specchi e di riflessi che il rapporto arte-vita, vita-arte, consente, ma che non arriva mai a fare di un’osmosi un’identità assoluta, una replica fedele[41].

L’intera opera di Rèpaci è caratterizzata proprio dalla rielaborazione del vissuto autobiografico: lo scrittore si mette sempre in scena, anche nei testi che richiedono maggiore oggettività come quelli giornalistici. La memoria autobiografica e l’autorappresentazione invadono tutto il suo universo e i due piani, quello pubblico e quello privato, finiscono per combaciare, come sottolinea lo stesso scrittore nel corso di un’intervista con Dante Maffia:

il poeta, il saggista, il critico, l’uomo di teatro, l’uomo politico, il memorialista, il viaggiatore, eccetera, sono altrettanti aspetti di un’unica personalità. Tutti insieme concorrono a fare il narratore, come i vari momenti della mia narrativa convergono in quella summa della mia creatività letteraria e ideologica, a quel libro della mia vita, che è il ciclo dei Rupe[42].

Rèpaci travasa nel Caso Amari fatti che ha vissuto in prima persona e persone che ha conosciuto, e bastano pochi esempi. Mario Giorgi afferma, nel romanzo, che la figura di Amleto è «riflessa in parte» nel protagonista di Un uomo sbagliato perché «la terribile nevrastenia, di cui è fatto cenno in uno dei frammenti, egli la sperimentò sulla pelle, giungendo quasi sull’orlo del suicidio»[43]. E, in Un uomo sbagliato, scrive Rèpaci, si possono inoltre stabilire diverse «analogie […] tra lo scrittore protagonista della ‘confessione’ e l’autore del libro, tra Graziella e Luisa»[44]. Il protagonista del romanzo racconta di essersi recato con la moglie Graziella e il suocero Tani, per curare la depressione nervosa che lo opprime da qualche anno, a Piazze, un paesino vicino Chiusi, dove abita e opera Miami, un medico singolare capace di far miracoli grazie a un «potente agente del sangue che iniettava ipodermicamente» o con «la spennellatura di una sostanza sconosciuta»[45]. Miami si rivela alter ego di Amleto non solo perché entrambi hanno un carattere contradditorio e soffrono di nevrastenia, ma anche per il cognome: Miami è infatti la traduzione del verbo passivo latino Amari. Inoltre nel ritratto fisico di Miami riecheggiano sia il cognome di Amari (nel superlativo «amarissimo») sia quello di Rèpaci (nel sostantivo «rupe»)[46]: «Viso amarissimo quello del taumaturgo, roso, come appariva dal salmastro degli anni e dalla desolazione interiore, dalla fatica e dal pensiero dominante. Aveva fronte larga e dura, protesa come minacciosa rupe sugli occhi neri»[47].

Miami nella finzione somiglia ad Amari (doppio di Rèpaci) e nella realtà ad Alberto Rinaldi, «il famoso medico delle artriti»[48], come asserisce il Taccuino segreto, il diario scritto da Rèpaci e che riguarda il periodo 1938-1950[49]; Taccuino in cui trova riscontro quasi tutto quello che viene attribuito, nel Caso Amari, a Rèpaci o ad Amari. Bastano pochi altri esempi. Rèpaci, nella finzione narrativa, è attratto da Lena Fanelli, Dora Pianelli e Nia Speranza e ha una relazione con Laura Pandemi, donne che somigliano molto ad alcune donne amate nella realtà da Rèpaci, in particolare ad Olga Lasi (donna che ha lo stesso nome della Benetti), di cui discorre nelle pagine del Taccuino segreto[50]. Ancora, durante la seduta, la voce del medium parla per Luisa quando afferma: «Due ombre, una sola. Amleto sarà Luisa, Luisa Amleto»[51], parole che costituiscono un omaggio ai versi scritti da Albertina, moglie di Rèpaci: «Non siamo più due/ da tempo ormai./ La vita ha fatto di noi/ un solo fiato/ un solo cervello/ un solo cuore./ Se tagliano uno di noi/ è l’altro che sanguina»[52]. Nella finzione, Rèpaci dice al generale Schermi: «Senza la presenza del cane la nostra vita non avrebbe neppure il sospetto di quella che è l’assoluta fedeltà ad un essere che si ama»[53] e poi accarezza Pick, l’alano del generale, e gli parla con «una lingua che ho proprio inventato io per i cani, e ch’essi capiscono a meraviglia»[54], e nei fatti del Taccuino segreto Rèpaci discorre a lungo del proprio legame con i cani e ricorda tutti i cani che lo hanno accompagnato nella vita, tra cui Pick, lo spinoncino intelligentissimo a cui era molto affezionato[55].

Nella finzione Mario Giorgi ricorda che, quando Amleto lavorava per un giornale antifascista, una notte, uscendo dalla redazione, era stato aggredito da quattro squadristi e, dopo essersi difeso prendendoli a calci e a pugni, era riuscito a scappare a casa; dopo essersi armato, aveva affrontato i quattro, appostati sotto casa sua, mettendoli in fuga. Questo episodio è realmente accaduto: nel Taccuino Rèpaci racconta, infatti, che una sera, mentre usciva dalla sede dell’«Unità» a Milano con Cilla, Platone e Li Causi, era stato aggredito da quattro fascisti e si era difeso allo stesso modo di Amleto[56]. E si potrebbe continuare. L’intertestualità investe tutto il romanzo, evidente nel fatto che Rèpaci cita o allude continuamente a testi da lui scritti o ad episodi della sua vita realmente accaduti per far in modo che il lettore istituisca l’equivalenza tra Rèpaci-autore, Rèpaci-personaggio (e l’omonimia garantisce già in sé questa identità) e Amleto (e i suoi sosia): l’effetto è iperrealistico. Il romanzo cancella di continuo il confine tra fatti e finzioni e vive in una dimensione metalettica[57], sia perché Rèpaci in persona entra nella finzione come sé stesso o attribuisce al suo alter ego esperienze e materiali che appartengono al Rèpaci reale, sia perché la seduta spiritica permette agli assenti (Amleto e la moglie che sono in un mondo parallelo, l’aldilà) di invadere lo spazio reale, cancellando la frontiera fra fatto e finzione attraverso la contaminazione di un mondo da parte di un altro.

Il Caso Amari non è un’autobiografia, genere che prevede l’identità assoluta tra autore e personaggio, poiché qui viene creata la rassomiglianza fra autore e personaggio: Rèpaci ha dunque stretto con il lettore non un “patto autobiografico” ma un “patto romanzesco”[58]. La storia di Amleto, che è inventata, corrisponde complessivamente alla storia dell’autore reale perché si iscrive nel progetto di costruire l’immagine di sé, rientrando a pieno titolo in quello che Lejeune definisce «spazio autobiografico»[59], ossia la restituzione di sé attraverso tutti i testi scritti nel tempo (dalle scritture private a quelle creative) che, presi a uno a uno, non vogliono avere una fedeltà autobiografica, ma, attraverso i giochi reciproci nello spazio che è loro destinato, definiscono l’immagine di Rèpaci, senza ridurne la complessità né fissarla definitivamente, perché nella

complessità, diverse spiegazioni possono essere proposte del comportamento del personaggio senza essere per ciò stesso esclusive, creando un effetto di mistero psicologico attraente per il lettore. L’ambiguità si pone fondamentalmente a livello dei valori o della visione del mondo del narratore, in cui la scelta ci sembra di solito necessaria, e in cui un sistema di indecisione non può generare malessere. Questa indecisione può colpire sia racconti semplici che complessi[60].

Il carattere contraddittorio di Amari-Rèpaci riflette dunque un doppio aspetto, autobiografico e autocritico, grazie al fatto che «il regime della finzione è il più propizio al libero sviluppo dei contrari e delle “dissomiglianze”»[61]: Rèpaci si sente libero di spingere all’estremo ognuna delle virtualità del suo essere, dal momento che, spersonalizzandosi in parte in un personaggio inventato, può dire “Io” senza cadere nell’Io autobiografico. Non scrive “chi è”, ma “è” scrivendo: il lettore potrà avere la percezione di tutto il suo Io quando la morte avrà posto fine all’esistenza di Rèpaci. Il Caso Amari ha, dunque, valore metanarrativo e costituisce la più originale invenzione letteraria di Rèpaci in quanto lo scrittore dà ragguagli sul proprio progetto e invita il lettore a leggerlo tutto insieme, nel gioco di testi prodotti nel tempo. Proprio perché il romanzo prende avvio dall’accompagnamento funebre, esso si configura tanto quale testamento dell’uomo quanto della sua opera omnia: lo scrittore spiega ai lettori che, per comprenderlo e apprezzarlo, occorre attraversare tutti i testi prodotti nel tempo (lettere, taccuini, romanzi, racconti, saggistica) e tutti gli eventi che hanno segnato il suo cammino di uomo e di intellettuale.

Conclusioni

L’investigatore del Caso Amari è un doppio di Amleto ed è alla ricerca della verità perché la verità lo riguarda: l’obiettivo della detection sembrerebbe quello di prevenire l’ingiustizia di essere dimenticato e sottovalutato. Forniti i documenti e le testimonianze (il materiale dell’indagine), lascia al lettore, che diventa l’investigatore, il compito di portare a compimento l’inchiesta. Rèpaci, nel 1966, ritiene quasi conclusa la fase più eroica e creativa del proprio percorso di uomo e scrittore e, non sentendosi valorizzato e apprezzato, vive tra un presente di frustrazioni e un futuro privo di attese, si sente un defunto oltraggiato. In Autoritratto, parlando di sé, lo scrittore individua le cause della dimenticanza, gettando luce anche sui motivi dei funerali disertati di Amleto, suo alter ego:

Non c’è dubbio che:

Primo: mi ha danneggiato il carattere-Rupe, contrario al compromesso, all’adulazione, al mettersi nella scia di un potente per far strada dietro di lui. Ho avuto grandi amici come Alvaro, Gobetti, Gramsci, Marchesi, Malaparte, Viani e, pur orgoglioso della loro amicizia, non li ho mai incensati, li ho trattati sì, come compagni di strada di alto valore, ma senza che questo significasse per me abdicare alla mia personalità, al mio punto di vista.

Secondo: mi ha danneggiato la politica, praticata generosamente, senza alcuna contropartita. Essa mi ha procurato un’infinità di nemici implacabili e difficoltà palesi ed occulte. Ci sono settori come il grande giornalismo indipendente, la Radio, la TV, il cinema, in cui uno scrittore politicamente caratterizzato come me non passa.

Terzo: mi ha danneggiato il premio Viareggio. Debbo a questo premio centinaia di delusi ogni anno, che, se potessero, mi caverebbero gli occhi con le unghie. E almeno coloro che la spuntano, i laureati, ci confortassero con il loro attaccamento, con la loro solidarietà […] ogni anno, a celebrazione finita, comincia il mese dei veleni. Tutti addosso: i delusi, i parenti dei delusi, gli amici dei delusi, i ghenghisti dei delusi. Tutti. Addosso come se gli avessimo assassinato la madre.

Quarto: mi ha danneggiato il fatto di essere màsculo, di piacere alle donne. Ci sono zone del teatro, del cinema, della pittura, della musica, in cui comanda la setta dei capovolti, degli invertiti[62].

La sfida delle opere metalettiche sta nel giocare sulla frontiera tra realtà e finzione: il Caso Amari si rivela pertanto un libro del regolamento dei conti giocato in anticipo sulla morte.

  1. Per una visione complessiva della vita e delle opere di Leonida Rèpaci cfr. almeno: Rèpaci controluce. Antologia e critica, a cura di G. Ravegnani, 2 voll., Milano, Ceschina, 1963; Rèpaci 70 e la cultura italiana, a cura di E. F. Accrocca, 2 voll., Roma, Costanzi, 1968; A. Altomonte, Leonida Rèpaci, Firenze, La Nuova Italia, 1976; Omaggio a Leonida Rèpaci, numero speciale di «Calabria Libri», IV, nn. 13-16, 1985; S. Salerno, A Leonida Rèpaci. Dediche dal ’900, con Prefazione di R. Nigro, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003 e Leonida Rèpaci. Una lunga vita nel secolo breve, a cura di S. Salerno, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
  2. Rèpaci conosce, tra le persone presenti al funerale, solo Benetti, Della Bella, Invidia, Melissa, Perfetti, Poli, Ridenti, Torriani e Zatteroni.
  3. L. Rèpaci, Il caso Amari, a cura e con Prefazione di P. Tuscano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2004, p. 25.
  4. Rèpaci incontra molte persone a casa sua, a Roma, e si sposta nei posti più disparati della capitale: vede Perfetti ai Parioli; Schermi in un caffè; Bersani all’Hotel Excelsior; Marato alla Camera dei Deputati; Della Bella a casa sua; Zatteroni al giornale dove lavora; Lanzi nella sua sartoria, Leoni a casa sua, Poli nella sede della sua casa editrice; Speranza a Cinecittà; Torriani nel camerino all’Eliseo. Le persone che non incontra forniscono la loro testimonianza scritta: Fanelli, Bazzi e Aspettàti affidano il ritratto di Amleto a una lettera; Invidia a una cartella, Melissa e Diamanti a una dichiarazione scritta; Botta a un brevissimo biglietto. Inoltre, Adorni fornisce a Rèpaci l’orazione funebre che Amleto aveva scritto per Raffaello Biordi, scrittore morto suicida, orazione che viene citata integralmente.
  5. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 115.
  6. Si fa riferimento anche ad altro materiale inedito di Amleto, che però non viene citato o pubblicato da Rèpaci: Poli possiede un carteggio, tre racconti, un saggio sul teatro e alcune poesie; Aspettàti ha le lettere d’amore scritte da Amleto.
  7. Sono ascrivibili ai personaggi affidabili, in quanto persone perbene, sincere, leali, che stimano Amleto e mostrano un forte dispiacere per la sua scomparsa: Bersani, Bazzi, Camìa, Della Bella, Diamanti, Frontini, Giorni, Ippoliti, Lanzi, Leoni, Melissa, Pandemi, Passina, Perfetti, Ralli, Riccitelli, Speranza e Zatteroni; rientrano nella categoria degli inaffidabili, in quanto sono complessati o sono stati penalizzati da Amleto: Benetti, Fumo, Invidia e Marato.
  8. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 157.
  9. Ivi, p. 159.
  10. Ivi, p. 32.
  11. Ivi, p. 91. A sostenere che Luisa si sia uccisa per aver trovato le lettere di Silvia Aspettàti sono la stessa Silvia, Perfetti e Amleto: cfr. le pp. 30, 91, 132-33, 138. In particolare, Amleto, in una lettera dell’agosto 1954, diretta all’amico Giorgi, dopo aver affermato che «Luisa è un angelo, e ha rappresentato nella mia vita l’ordine, la responsabilità d’una famiglia, l’aiuto che ti viene nei momenti più difficili da una creatura che divide il tuo destino», ammette di essere «costituzionalmente infedele» e di essersi innamorato di «una creatura d’eccezione che ha la squisitezza di Luisa e un pauroso mordente sessuale. Così accade che tradisco tutt’e due le donne per l’impossibilità di collocarle nella loro giusta incidenza» (ivi, p. 133).
  12. Ivi, p. 120.
  13. Ivi, p. 120. Anche Ridenti racconta come Amleto, quando aveva già una relazione con Silvia, fosse ancora molto attento e affettuoso con la moglie. «Pareva insomma una donna nella sua stagione più innamorata e felice. E anche Amleto che slancio, che scarica di baci sul viso della moglie: una coppia ideale…» (ivi, p. 109).
  14. Dora Pianelli, dattilografa di Amleto, afferma che lo scrittore, dettandole i passi dei romanzi, stava «attentissimo all’accoglienza che il suo periodare, le sue immagini, le sue trame, i suoi personaggi, ricevevano da me» (ivi, p. 31). Da dattilografa era poi diventata correttrice di bozze e lettrice eletta, prendendo pertanto il posto che un tempo era di Luisa: sostiene infatti di avere battuto a macchina otto libri di Amleto in cinque anni, «essendo io la prima lettrice, la prima a giudicare di essi: ciò di cui la povera signora Luisa era un po’ gelosa» perché «nei primi anni del matrimonio, quando Amleto scriveva le sue pagine a penna, era lei, la moglie, la prima a essere messa a parte della creazione che andava maturando» (ivi, pp. 31-32). Dora si sente “coautrice” dei libri di Amleto («in ogni rigo, per ogni parola, per ogni frase del testo, avevo fatto una riflessione, un pensierino») e adora quei libri come feticci: dice infatti che li ha fatti «rilegare in pelle […] spendendo un mezzo patrimonio» e che le «tengono compagnia, quei libri, specialmente la sera, quando posso essere finalmente me stessa, dopo il lavoro sfibrante della giornata» (ivi, pp. 33-34).
  15. Ivi, p. 81.
  16. Ivi, p. 112.
  17. Ivi, p. 131.
  18. Ivi, p. 165.
  19. Pirandello è evocato più volte nel Caso Amari. Per esempio, quando Bazzi racconta che, qualche anno prima, mentre si trovava a Crotone, era passato un funerale affollatissimo e Amleto aveva affermato: «“Sarebbe anche bello non avere nessuno al proprio accompagnamento. Ricorda Pirandello? Il carro di terza, e all’alba”. “Non pensi a queste cose, Maestro. Lei ha ancora un lungo cammino davanti a sé, deve ancora scrivere tanti bei libri. Ci sono decine di migliaia di lettori che le vogliono bene, che si augurano di vederla lavorare ancora per molti anni”. “Ne è sicuro Bazzi? Proprio no. I lettori son come foglie prese in un risucchio di vento. Oggi si fanno un idolo e domani non ricordano neppure il suo nome. Dei colleghi meglio non parlarne. Uno scrittore noto che muore lascia un posto vuoto sul quale sono in tanti a buttarsi come cavallette sul grano. No, nessuna illusione. Il carro dei poveri, e all’alba. Nessuno dietro la bara. Abbiamo creduto di scrivere sulla pietra serena dei monumenti, invece abbiamo scritto sull’acqua”» (ivi, p. 76). Ancora, vi sono due aspiranti amanti di Amleto che sembrano “in cerca d’autore”: Tilde Bersani ed Emma Lanzi. La prima racconta a Rèpaci di essere stata come tiranneggiata da una parte da recitare, quella «di amante difficile […]. Mi pareva di dover diventare difficile per entrare nella vita come soggetto di romanzo. […]. Lui mi desiderava e io lo respingevo, lui si staccava e io lo attiravo con qualche gesto di estrema impudicizia che gli lasciava addosso come una breve vertigine […]. Mi pareva, agendo in tal modo, di essere una donna eccezionale, di diventare un personaggio complicato, capace di legare a sé uno scrittore, di essermi riuscita a sollevare di statura davanti ad Amleto, di riscattare in tal modo la banalità del mio abbandono passato tra altre braccia» (ivi, pp. 45-46). Emma sostiene di aver conosciuto Amleto in albergo; una notte, lo scrittore era entrato nella sua camera per consumare un rapporto carnale e lei, offesa dalla sua arroganza, aveva minacciato di fare uno scandalo, pentendosi: «Partii dall’albergo, e non rividi più lo scrittore. Lessi però tutti i libri che andava pubblicando, e, qualche volta mi sorpresi a pensare che quella notte avevo perduto un’occasione forse unica per entrare nella vita di un grande artista» (ivi, pp. 79-80). Il nome di Pirandello ricorre con frequenza nella scrittura privata e saggistica di Rèpaci, che aveva conosciuto di persona lo scrittore siciliano. Basti ricordare che nel Taccuino segreto afferma: «Io debbo a un Pirandello, a un Valéry, a un Borghese, a un Bontempelli, a un Bacchelli, a un Enriques […] le più sottili gioie che la conversazione con gli uomini mi abbia procurato»; e racconta come Pirandello abbia collaborato alla nascita del premio Viareggio facendosi l’auto caricatura per il giornale detto “degli Immortali”, dalla cui vendita i fondatori del premio (Rèpaci, Alberto Colantuoni e Carlo Salsa) erano riusciti a ricavare la somma del primo Premio Viareggio (L. Rèpaci, Taccuino segreto. Prima serie (1938-1950), Lucca, Fazzi, 1967, pp. 35, 85). Lo scrittore calabrese, come critico drammatico, si occupa diverse volte delle opere di Pirandello e, nel 1965, quando viene invitato dal Centro Internazionale di Studi Teatrali ad elencare le trenta opere teatrali contemporanee più valide, nomina solo Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello e Questi fantasmi! di Edoardo De Filippo (cfr. L. Rèpaci, Teatro di ogni tempo, a cura di L. Lucignani, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 7).
  20. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 167.
  21. Ivi, p. 170.
  22. Ivi, p. 172.
  23. Ivi, p. 174.
  24. Ibidem.
  25. Ibidem.
  26. Ivi, p. 175.
  27. Ivi, p. 178.
  28. L’identità di Olga come vampiro trova conferme anche nel suo aspetto androgino e nel fatto che detesta la luce: «Olga era una donna sui quarantacinque, dalla carne grigia, dallo sguardo ghiaccio, serrata nelle labbra da non passarci una lama di coltello, alta di statura, sostenuta nelle spalle, liscia nel petto e con qualche cosa di maschile, di rozzo, di ostentato, nei movimenti, nell’andatura»; riceve Rèpaci «in un salottino buio, mal rischiarato» e ha l’abitudine di «alzarsi all’alba in qualunque stagione e starsene al davanzale della sua camera da letto a vedere le ultime ombre della notte respinte ai margini del cielo dalla luce crescente del mattino» (ivi, pp. 110, 183).
  29. Ivi, p. 179.
  30. Ivi, p. 180.
  31. Ivi, p. 181.
  32. Ivi, p. 182.
  33. V. Teti, La melanconia del vampiro. Mito, storia, immaginario, Roma, Manifestolibri, 1994, p. 19.
  34. Il bisogno di incorporare in sé l’altro, succhiandogli il sangue, va ricondotto, per Freud, alla fase sessuale orale, in cui si intrecciano la pulsione sessuale e quella alimentare e le pulsioni della vita (Eros) e della morte (Thanatos): «si proietta sul vampiro l’antica introiezione-suzione del latte (liquido come il sangue) nonché l’incorporazione distruttiva dell’oggetto che l’atto comporta a livello immaginario, e si crea in tal modo una figura vendicativa di divoramento, tramite suzione, del Sé. / […]. Se è l’incarnazione, il fantasma, di queste due pulsioni, non sorprende che, nella sua lotta contro il Tempo, il vampiro sia sempre un personaggio doppio (vivo e morto, divino e demoniaco) alla continua ricerca erotica-distruttiva dell’altro, spesso del suo doppio femminile (dietro cui può nascondersi la figura materna). La sua impresa eroica, prometeica, ma mortale, si veste sempre di valenze erotiche. Sinistro trasgressore dei limiti e pericoloso incursore nell’aldiquà, ma, allo stesso tempo, seducente seduttore innamorato, e dunque, forse, figura di proiezione di quella “ambivalenza affettiva” di cui parla Freud a proposito del parente in lutto, anche il morto non morto, il revenant, odia e ama, come il vivo, amplificando a dismisura l’ambivalenza delle pulsioni e dei sentimenti» (A. Serpieri, Il mito del vampiro tra l’immaginario antropologico e l’immaginazione letteraria, in Il vampiro, don Giovanni e altri seduttori, a cura di A. Neiger, Bari, Dedalo, 1998, pp. 146-47). Cfr. anche G. Tardiola, Il vampiro nella letteratura italiana, Anzio (Roma), De Rubeis, 1991.
  35. Cfr. M. Novellino, La sindrome di Don Giovanni. Uomini alla ricerca del Santo Graal femminile, Milano, Franco Angeli, 2005.
  36. Nel romanzo ci sono alcuni dati contradditori. È improbabile che Silvia Aspettàti si rechi al funerale in compagnia del marito, perché Luisa si sarebbe uccisa perché avrebbe scoperto il carteggio amoroso tra lei e Amleto, ed è altrettanto improbabile che la donna, quando parte per Londra (sempre in compagnia del marito), porti con sé questa corrispondenza. Anche su Lena Fanelli nascono delle perplessità: la donna ha avuto una relazione con Amleto molti anni prima rispetto al presente narrativo e all’epoca era sposata e aveva due bambine piccole, ma nel presente si viene a sapere che Lena è partita col marito per il Sud Africa e che ha mandato «le bambine in un collegio svizzero» (p. 28), anche se sono passati troppi anni e le figlie non possono essere più bambine; Lena inoltre rifiuta di incontrare Rèpaci di persona per paura di compromettere la sua reputazione, ma poi è presente alla seduta spiritica. Ancora, come è riuscito Amleto a introdursi nella camera d’albergo di Emma Lanzi, che in genere viene chiusa dal di dentro? Come fa Bartolo Botta, che è in convalescenza perché è stato operato di prostata, a ballare come un dannato quando la seduta spiritica si chiude? Chi ha avvertito Rèpaci che Olga Benetti non apre la porta di casa (perché si è suicidata) e la portinaia non può essere stata perché non conosce Rèpaci?
  37. Cfr. T. Todorov, Tipologia del romanzo poliziesco, in Id., Poetica della prosa, Roma-Napoli, Theoria, 1989, pp. 7-20. Sul genere giallo cfr. almeno: Il giallo italiano come nuovo romanzo sociale, a cura di M. Sangiorgi e L. Telò, Ravenna, Longo, 2004; A. Pietropaolo, Confini del giallo. Teoria e analisi della narrativa gialla ed esogialla, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1986; C. Ginzburg, Miti, emblemi, spie, Torino, Einaudi, 1986; Y. Reuter, Il romanzo poliziesco, trad. di F. Sorrentino, Roma, Armando, 1998.
  38. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 121.
  39. Ibidem.
  40. Rèpaci infatti è irritato dal fatto che la Fanelli non sappia chi sia: «Non mi parve che Leonida Répaci facesse una grande impressione sulla signora Fanelli, tant’è che ripetei il nome nella speranza di sentirmi dire: / “Ma sì, la conosco benissimo. Ha scritto la Storia dei fratelli Rupe. Presiede il Premio Viareggio”» (ivi, p. 26). Si rallegra quando capisce che la Pianelli «conosceva i miei libri. E non per sentito dire. Li aveva letti» (ivi, p. 31). Anche Riccitelli conosce Rèpaci perché ha letto alcuni suoi libri e gli dice: «Sono decine di anni che il suo nome va per i giornali» (ivi, p. 57).
  41. Ivi, p. 165.
  42. D. Maffia, Colloquio-fiume con l’autore della Storia dei Rupe, in Omaggio a Leonida Rèpaci, in «Calabria Libri», IV, nn. 13-16, 1985, p. 46.
  43. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 116.
  44. Ivi, p. 161.
  45. Ivi, p. 151.
  46. Il celebre ciclo di romanzi che ha, come protagonisti, i fratelli Rupe, scrive Rèpaci, «è, nelle grandi linee, la storia di noi Répaci, inseriti in un paesaggio dove le rupi sono alte sul mare e suggeriscono portentose immaginazioni mitologiche di titani trasformati, dopo esser stati rotolati dal cielo all’alba della creazione./ Rupe-Répaci. Mi è stato assicurato che la radice del nome Rep significa in slavo Rupe: ecco quindi spiegato il titolo dell’opera maggiore da me scritta» (L. Rèpaci, Autoritratto, in Omaggio a Leonida Rèpaci, op. cit., p. 215).
  47. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 153.
  48. L. Rèpaci, Taccuino segreto, op. cit., p. 155. Nel Taccuino segreto, il 21 febbraio 1939, Rèpaci discorre del medico Alberto Rinaldi che, come Miami, presta servizio a Piazze ed è definito «uomo singolare, versato nella leggenda da vivo» (ivi, p. 155) per aver scoperto un magico medicamento in grado di guarire malattie incurabili. Rinaldi, come Miami, è uomo contraddittorio: «Mentre l’articolo elogiativo del grande giornale gli dava fastidio, egli invece amava la piccola lode scritta del malato che faceva stampare in una cinquantina di copie per distribuirla agli amici. Disprezzava profondamente, e con convinzione, la medicina ufficiale ed era sensibilissimo all’ammirazione del medico oscuro e credente. Non teneva in alcun conto il denaro e si commuoveva se un ammalato gli dava trenta lire invece di trentacinque. Era un misantropo, diceva di odiare gli uomini e, per loro, per strapparli alle forze negative, lavorava venti ore al giorno. Parlava spesso di ribotte ed era incredibilmente frugale; non mangiava che patate bollite e inzuccherate, radici amare, frutta cotta e poco pane. Ricordava con entusiasmo i suoi viaggi di gioventù, incoraggiava gli altri a veder mondo, ad aprir la mente su tante meraviglie, e, quanto a lui, si era ridotto in quel paesino da capre dove non si arrivava cambiando meno di tre quattro treni, vera disperazione dei malati che lo scongiuravano, ma inutilmente, di abbandonare le Piazze per aprire una grande clinica in città» (ivi, p. 157).
  49. Ivi, pp. 12-14.
  50. Cfr. L. Rèpaci, Taccuino segreto, op. cit., pp. 255-58.
  51. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 172.
  52. I versi sono citati da Rèpaci durante l’intervista rilasciata a Dante Maffia: D. Maffia, Colloquio-fiume con l’autore della storia dei Rupe, op. cit., p. 47.
  53. L. Rèpaci, Il caso Amari, op. cit., p. 36.
  54. Ibidem.
  55. L. Rèpaci, Taccuino segreto, op. cit., p. 253. Parla dei suoi cani in numerose pagine del Taccuino (cfr. le pp. 251-54, 258-59, 344, 432, 622-23) e agli amatissimi Pick e Fèmia dedica un racconto, scritto nel 1940, intitolato Pick e Fèmia, in Id., Un filo che si svolge in trent’anni, Milano, Ceschina, 1954, pp. 493-98.
  56. L. Rèpaci, Taccuino segreto, op. cit., pp. 286-87.
  57. Cfr. F. Lavocat, Fatto e finzioni. Per una frontiera, trad. di C. de Carolis, Roma, Del Vecchio, 2022, pp. 590-647.
  58. Cfr. P. Lejeune, Il patto autobiografico, Bologna, il Mulino, 1986, pp. 11-50. Cfr. anche P. Pillu, Lecture du roman autobiographique, in M. Picard (éd.), La lecture littéraire, Paris, Clancier-Guénaud, 1987, pp. 256-72; P. Gasparini, Est-il je? Roman autobiographique et autofiction, Paris, Éditions du Seuil, 2004; A. Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 122-38, 245-75.
  59. P. Lejeune, Il patto autobiografico, op. cit., p. 189 e cfr. le pp. 189-227.
  60. Ivi, p. 191.
  61. Ivi, p. 192.
  62. L. Rèpaci, Autoritratto, op. cit., p. 210.

(fasc. 44, 25 maggio 2022, vol. II)