Tre viaggiatori italiani in Turchia: una breve rassegna di letteratura odeporica

Author di Ebru Sarikaya

Ogni viaggio comincia con un vagheggiamento

e si conclude con un invece.

(Giorgio Manganelli)

 

http://blog.iae.org.tr/wp-content/uploads/2012/09/U.Oyklr_20-387x500.jpg

Figura 1: Montagu B. Dunn, Panorama di Istanbul, 1855[1]

Premessa

Le opere prodotte nell’ambito della letteratura di viaggio offrono un ampio ventaglio di spunti e riflessioni che consentono al lettore di penetrare quel mondo affascinante fatto di sguardi, profumi, voci, panorami ed emozioni, ognuno dei quali è portatore di una storia a sé: quella del singolo viaggiatore-scrittore. Ma qual è l’impulso principale che spinge l’uomo a viaggiare e anche a scrivere?

Dall’inizio dell’umanità fino a oggi una delle caratteristiche principali dell’homo sapiens è la curiosità e, grazie ad essa, l’essere umano non ha mai smesso di cercare le novità esistenti nell’intero globo. Dalla scoperta dell’America fino all’invenzione di piccoli oggetti di uso quotidiano, in tutte le novità e le innovazioni, troviamo sempre come motore propulsore il desiderio di scoperta, ossia la curiosità. Benché costituisca il motivo alla base dello spostamento dell’uomo da un luogo all’altro, essa nel corso del tempo si è amalgamata ad altri stimoli e necessità umane e il viaggiare ha, di conseguenza, assunto un ruolo formativo, necessario ai fini della conoscenza di sé attraverso il fatidico incontro con l’altro. Esordio di tale dimensione del tutto soggettiva del viaggiare si fa risalire al secolo XIX, esattamente quando emerge «la figura del Wanderer, portato da un’inquietudine esistenziale che lo spinge alla ricerca della propria identità nel confronto con l’altro […]»[2].

L’incontro con l’altro è sempre stato un espediente efficiente per l’arricchimento personale anche quando il motivo del viaggio era dettato da bisogni strettamente lavorativi o politici, dal momento che è proprio attraverso la conoscenza di altri luoghi, costumi e vite che diventa possibile, e anche facile, una vera presa di coscienza di noi stessi, per avere uno sguardo “multiforme” su tutto ciò che ci si presenta davanti. Perché soltanto quando si è fuori dal proprio guscio si ha l’occasione di un confronto e, di conseguenza, anche di un miglioramento. È proprio questa caratteristica del viaggio che dota l’uomo di una mentalità più aperta, di una personalità più adattabile a situazioni e condizioni differenti l’una dall’altra e di uno spirito più libero.

Ci si muove verso lo sconosciuto talvolta con un bagaglio consolidato di letture e di indicazioni, talaltra ci si lascia cadere nelle braccia del nuovo in balia di un’inesprimibile voglia di scoprire. Lungo i secoli, di viaggi compiuti però non sempre sono state lasciate tracce concrete, quali diari, lettere, appunti, il che è dovuto in parte all’analfabetismo diffuso dei secoli precedenti e in parte alla mancanza della materia scrittoria o, purtroppo, anche al disinteresse.

In Italia tra le tracce odeporiche più notevoli si possono annoverare: Il Milione di Marco Polo del 1298, il quale in sostanza è il resoconto di un viaggio di lavoro in Oriente; Navigazioni e viaggi di Giovanni Battista Ramusio del 1550, che rappresenta una sorta di legittimazione dello studio della letteratura di viaggio e consiste in una raccolta di viaggi, riprodotta, per giunta, con il linguaggio voluto da Pietro Bembo; Relazione del primo viaggio intorno al mondo di Antonio Pigafetta, composto tra il 1524 e il 1525, che espone la prima circumnavigazione del globo cui aveva partecipato l’autore stesso; e Giro del Mondo di Giovanni Francesco Gemelli Careri del 1699[3].

Nonostante la fortuna della letteratura di viaggio dei secoli passati, il suo carattere attuale trova origine nella seconda metà del Settecento, quando le innovazioni e le scoperte scientifiche portano con sé il bisogno di viaggiare. In tal modo è stato possibile all’uomo confrontare costumi, idee, filosofie, religioni propri con quelli degli altri. Da allora, la ricerca delle novità nelle terre straniere non è mai cessata, portando viaggiatori e scrittori ad andare oltre, a inseguire l’ignoto. Con un vasto patrimonio umanistico alle spalle, la letteratura di viaggio è stata la culla di mezzi, obiettivi e mete molteplici che la rendono, ancora oggi, un ambito sempre attuale e attraente.

Muovendo dall’idea di mettersi in viaggio tra i due secoli per individuarne le caratteristiche letterarie, in questo studio l’attenzione si rivolge a tre viaggi compiuti in Turchia fra il Settecento e la fine dell’Ottocento, tramite le testimonianze di tre importanti figure della cultura italiana.

L’interesse per la Turchia da parte di studiosi e scrittori stranieri è legato prevalentemente alle vicende storiche e solo progressivamente si è esteso anche ai costumi e alla cultura che hanno suscitato grande curiosità nei paesi europei. Di conseguenza, diversi scrittori si sono cimentati nella descrizione della Turchia e della sua popolazione, cosa che, notoriamente, è impresa di non facile realizzazione in quanto il territorio e la popolazione turchi vantano un’eterogenea multiculturalità ereditata nei secoli.

Per quanto riguarda l’interesse della storiografia italiana nei confronti della storia e della cultura turche, oltre ai tre volumi che in questa sede verranno analizzati, si ritiene opportuno riportare un sintetico elenco in ordine cronologico di alcune opere dedicate alla Turchia: Paolo Giovio, Commentario de le cose de’ Turchi, Venezia 1535; Andrea Cambini, Della origine dei Turchi e impero degli Ottomani, Venezia 1539; Luigi Bassano da Zara, I costumi et i modi particolari della vita dei Turchi, Roma 1545; Giovanni Antonio Menavino, Trattato de’ costumi et vita de’ Turchi, Firenze 1548; Teodoro Spandugino, Dell’origine dei principi turchi, Venezia 1551; Giovanni Battista Donado, Della letteratura dei Turchi, Venezia 1688; Vincenzo Abbondanza, Dizionario storico delle vite di tutti i monarchi ottomani, Roma, 1786.

Relazione di un viaggio a Costantinopoli di Giovanni Battista Casti

Il resoconto dell’abate Casti[4] è dedicato al suo viaggio via nave effettuato da Venezia, assieme al bailo (una delle cariche più ambite nel cursus honorum dei patrizi veneziani) Nicolò Filippo Foscarini, il 30 giugno del 1788 con arrivo a Costantinopoli il 19 ottobre, dove lo scrittore soggiornò per una ventina di giorni. In quel periodo Costantinopoli era sotto il dominio dell’Impero Ottomano, in guerra con Russia e Austria.

L’obiettivo principale del viaggio era di natura politica in quanto Casti, entrato a far parte del corpo diplomatico dell’Impero d’Austria in seguito al suo incontro con l’imperatore Giuseppe II nel 1769, venne inviato a Costantinopoli in qualità di agente imperiale dall’imperatore stesso[5].

Il resoconto prende avvio al momento della partenza e Casti, descrivendo tutte le tappe del viaggio sia all’andata che al ritorno, instaura un rapporto particolare con il lettore. Quest’ultimo, procedendo nella lettura, si trova di fronte a un taccuino nel quale l’autore enfatizza l’obiettivo del viaggio, rivolgendosi direttamente al lettore stesso, come nell’esempio che segue:

Mio assunto non è stato d’entrare in dettaglio sulla loro milizia, e sull’amministrazione della giustizia, e sulla loro religione, ma solo di comunicarvi così alla rinfusa, e senza ordine qualche mio pensiero come mi è venuto in mente senza pretensione o tuono decisivo di critico scrittore, ma colla liberta d’un amichevole e non istudiata lettera famigliare[6].

Anche nel seguito del resoconto Casti, mantenendo un approccio informale, agevolato dalla scelta del linguaggio colloquiale, rende i lettori i veri protagonisti del viaggio. In tal modo, egli si rivela una vera e propria guida che non vuole far mancare niente al proprio lettore e, a costo d’interrompere la narrazione, fornisce anche dei suggerimenti: «Per quanto interessante sia Costantinopoli a un forestiero non mi augurerei di farvi un assai lungo soggiorno. Diverse ragioni lo devono rendere incomodo, spiacevole, e pericoloso. E primieramente la peste, che più o meno sempre v’alligna […]»[7].

Casti è un osservatore dallo sguardo acuto che intende offrire un’equanime testimonianza odeporica. Ciò nonostante, a volte il filtro attraverso il quale fa passare le proprie osservazioni non presenta caratteri d’imparzialità[8].

Dopo le prime impressioni influenzate dall’incanto iniziale dello scrittore di fronte al panorama della «metropoli dell’universo»[9], l’attenzione si sposta all’interno della città che risulta meno affascinante: Casti, girando per le vie, si accorge della strettezza delle strade mal fatte, della mancanza di igiene, dell’asimmetria architettonica di alcuni edifici.

All’interno del resoconto lo scrittore ricorre, non raramente, a delle osservazioni particolari, alcune delle quali di carattere comparatistico:

Oltre le moschee osservabilissima cosa è il gran besestein ossia mercato pubblico. È questo un vasto recinto chiuso, e coperto di muraglie con finestroni al di sopra per introdurvi la luce, con porte che s’aprono la mattina, e si chiudono la sera a guisa di quelle d’una città […]. Qui si trova tutto ciò che si desidera di merci anche più preziose, e forse con minor rischio d’esser ingannati nel prezzo, di quello che si corre nei mercati della Cristianità[10].

Il turco quando non gliene manchino i mezzi è magnifico, sono amanti del lusso, ma il loro lusso si spiega in oggetti assai diversi da quelli, in cui consiste il lusso fra noi. Feste, conviti, trattamenti, villeggiature, equipaggi di squisito lavoro, quadri, pitture, camei non formano il loro lusso; ma ricchi tapeti, superbe porcellane, preziose pelli, e ogni altro mobile di gusto orientale, gemme, dorature […][11].

Il confronto è un elemento noto e funzionale, se non inscindibile, della letteratura di viaggio che, sebbene talvolta possa risultare fuorviante per il lettore, mette in evidenza il bagaglio socio-culturale dello scrittore.

In alcune pagine si notano delle affermazioni sulla popolazione turca e sulla religione musulmana caratterizzate da una particolarità: egli non descrive semplicemente le persone che vede intorno a sé per il loro abito, comportamento e credo, ma cerca d’inquadrare e delineare in qualche modo l’istinto, la natura incorporea, l’intelletto e la psiche del popolo turco. Lo descrive mettendone in rilevanza le interazioni sociali, anche a livello internazionale, analizzando la popolazione sia dall’interno che come osservatore esterno:

O si vuol considerare la nazion turca isolatamente, o in rapporto alle altre culte nazioni, se si considera nel primo riguardo il turco è naturalmente buono, e sovente di una buona fede che va alla dabbenaggine. […] Sono essi caritatevoli per religione, e per costume […]. Che se poi si consideri la nazion turca, riguardo all’università ed alla massa comune degli uomini, pei progressi dello spirito umano, pei vantaggi, e pei miglioramenti della società, per la reciproca comunione delle cognizioni e dei lumi fra le nazioni colte e sociabili; essa non solamente non è atta a contribuire in cosa alcuna al bene universale, ma in questo riguardo deve dirsi nociva, perniciosa, e pessima[12].

In tale osservazione si ravvisa il carattere antropogeografico dello scrittore dovuto alla sua attitudine cronistica[13]. Ciò dimostra anche il modo in cui la competenza e l’inclinazione disciplinare del viaggiatore-scrittore incidano sul racconto.

Per quanto riguarda i commenti dell’abate su ciò che non gli è familiare, si ritiene importante sottolineare l’uso ricorrente di alcune parole che accentuano il suo stupore quali “strano”, “stravagante”, “bizzarro”.

[…] un prodigioso numero di stranieri e nazionali bastimenti, oltre quelli della flotta ottomana di ricca ma strana e curiosa costruzione; i vari e molti kioski, ossia casini di delizia del gran signore e delle sultane, che bizzarramente coloriti e disposti abbelliscono il circondario del porto […][14].

I più rimarchevoli sono sei, o sette principali moschee grandiose, fabbricate con un certo loro particolare, e bizzarro genere d’architettura […][15].

Un’altra osservazione interessante riguarda i rapporti relazionali tra donne e uomini e ritrae il modello relazionale del ’700 a Costantinopoli dal punto di vista di un viaggiatore straniero:

L’essere affatto tronca e interdetta la comunicazione de’ sessi non può inoltre rendere piacevole il soggiorno fra Turchi, a quei che sono nati e cresciuti fra usi e costumi totalmente diversi […]. Le donne gelosamente chiuse e custodite nei loro harem; altra compagnia non hanno, che de’ loro mariti o padroni, delle more schiave, e degli schifosi eunuchi, e solo il vederle sarebbe delitto non meno grave di quello del favoloso Atteone[16].

Tra gli altri elementi che attirarono l’attenzione di Casti ce ne sono alcuni che assumono particolare importanza per il loro valore estetico: i cipressi e la veduta dal Gran Serraglio che vengono sottolineati con particolare enfasi nel resoconto.

Benché il resoconto di viaggio sia dedicato a Costantinopoli, Casti non si limita a descrivere soltanto questa città, ma dà spazio anche al racconto di tutte le tappe percorse assieme al bailo, quali Smirne, Atene e Zara.

Costantinopoli di Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis[17] raccoglie in quest’opera i propri aneddoti e le memorie relative al viaggio compiuto via nave a Costantinopoli nel 1874 in qualità di corrispondente. Accompagnato dal pittore Enrico Yunk, lo scrittore percorre la città nel periodo di retrocessione e di disgregazione dell’Impero Ottomano.

Il libro è suddiviso in sedici capitoli i cui titoli sono legati ai luoghi visitati o a particolari episodi cui l’autore assiste[18]. Tale sottolineatura, giustificata dalla volontà di dare lo spazio necessario a ognuno dei ricordi e alle osservazioni rilevanti, dimostra soprattutto l’atteggiamento scrupoloso dello scrittore nel garantire l’integrità della propria opera.

Impaziente di vedere ciò che lo aspetta, De Amicis, forse anche per paura di dissipare la carica emotiva che lo folgora e che vorrebbe condividere a pieno con il lettore, si affretta a raccontare il viaggio a partire proprio dall’entrata nel Mar di Marmara: «Perché la prima pagina del mio libro m’esca viva e calda dall’anima, debbo cominciare dall’ultima notte del viaggio, in mezzo al mare di Marmara […]»[19]. Nel narrare in prima persona emozioni, paesaggi e anche vicende locali, De Amicis con i suoi interventi dettati da uno stile professionalmente colloquiale favorisce quell’immedesimazione di cui sentirebbe la necessità qualsiasi lettore di fronte a un testo odeporico. Ed egli, ben addestrato nel mestiere di scrittore a convogliare sentimenti ed emozioni con l’ausilio della penna, fa provare al lettore un’esperienza unica tra realtà e fantasia.

I numerosi riferimenti al lettore consolidano il rapporto costruttivo e funzionale che lo scrittore tende a costruire con lui, come si nota nei seguenti passi:

Supponga il lettore d’aver davanti a sé l’imboccatura del Bosforo, il braccio di mare che separa l’Asia dall’Europa e congiunge il mar di Marmara col mar Nero[20].

Il lettore che vuol conoscer bene Costantinopoli faccia il sacrifizio d’accompagnarci[21].

E poi… l’ho già detto che v’è un bastimento austriaco che fuma sul Corno d’oro, in faccia a Galata, pronto a partire per il Mar Nero; e il lettore lo sa dove deve passare, questo bastimento[22]!

Il resoconto rivela, in certi tratti, una curiosa documentazione ora sulla città ora sulla società turca in quanto abbonda di particolari descrittivi e informativi tanto che, dietro al viaggiatore-scrittore che visita e commenta, se ne nota un altro che, in un certo senso, riscrive Costantinopoli. Infatti, in mezzo alle memorie e alle osservazioni dello scrittore, non è difficile riscontrare una ricerca particolare e latente: quella di una Costantinopoli di una volta, anteriore cioè alla conquista ottomana. Ne è una conferma un passo in cui egli ricorre a una similitudine tra la città e un’odalisca:

[…] l’edera e le macerie coprono le fondamenta delle reggie, sul suolo degli anfiteatri cresce l’erba dei cimiteri, e poche iscrizioni calcinate dagli incendi o mutilate dalle scimitarre degl’invasori rammentano che su quei colli vi fu la metropoli meravigliosa dell’impero d’Oriente. Su questa immane rovina siede Stambul, come un’odalisca sopra un sepolcro, aspettando la sua ora[23].

Nel momento che i turchi irruppero nella chiesa di Santa Sofia, un vescovo greco stava dicendo la messa all’altar maggiore. Alla vista degl’invasori abbandonò l’altare, salì sulla galleria e, inseguito dai soldati, scomparve per quella piccola porta, che rimase istantaneamente chiusa da un muro di pietra. I soldati si misero a percuotere il muro furiosamente; ma non riuscirono che a lasciarvi le tracce delle loro armi; furono chiamati dei muratori; ma dopo aver lavorato un giorno intero coi picconi e le stanghe, dovettero rinunziare all’impresa; ci si provarono in seguito tutti i muratori di Costantinopoli, e tutti caddero inutilmente spossati dinanzi al muro miracoloso. Ma quel muro si aprirà; s’aprirà il giorno in cui la basilica profanata sarà restituita al culto di Cristo, e allora ne uscirà il vescovo greco, vestito dei suoi abiti pontificali, col calice in mano, col volto radiante, e risaliti i gradini dell’altare, ripiglierà la messa nel punto a cui l’aveva lasciata; e quel giorno splenderà l’aurora di nuovi secoli per la città di Costantino[24].

La cornice storica costituisce la colonna portante del resoconto e occorre sottolineare che ciò è dovuto, oltre che alla grande capacità di osservazione dello scrittore di cui è imbevuta ogni pagina del testo, anche alla conoscenza, a dir poco vasta, della storia bizantino-ottomana e al suo personale bagaglio culturale. Passeggiando assieme a De Amicis per le vie di Costantinopoli, si apre, a ogni passo, un panorama storico e culturale di fronte al quale non è possibile rimanere indifferenti. Anche perché egli si avvale spesso della storia per fare dei confronti non soltanto culturali tra la società e la cultura turche e quelle europee, ma anche temporali, e cioè tra l’epoca del suo viaggio e quella precedente in Turchia, per quanto riguarda l’amministrazione governativa e militare della città. D’altronde, non bisogna dimenticare anche l’effetto ammaliante delle sue numerose letture pregresse sull’Oriente che lo portano a volte a sognare a occhi aperti:

Nei primi giorni, fresco com’ero di letture orientali, vedevo da ogni parte i personaggi famosi delle storie e delle leggende […]. Quante volte ho afferrato per un braccio il mio amico, e accennandogli una persona che passava, gli dissi: – Ma è lui, cospetto! non lo riconosci? – Nella piazzetta della Sultana-Validè ho visto molte volte il turco gigante che dalle mura di Nicea rovesciava i macigni sulle teste dei soldati del Buglione; ho visto dinanzi a una moschea Umm Dgiemil, la vecchia megera della Mecca, che spargeva i rovi e le ortiche dinanzi alla casa di Maometto; ho trovato nei bazar dei librai, con un volume sotto il braccio, Digiemal-eddin, il gran dotto di Brussa, che sapeva a memoria tutto il dizionario arabo; son passato accanto ad Aiscié, la sposa prediletta del Profeta, che mi fissò in volto i suoi occhi lucenti e umidi come la stella nel pozzo […][25].

Lo scrittore è tanto invaghito dai racconti letti e sentiti fino a quel momento sull’Oriente che uno degli aspetti di questo viaggio che lo rattrista di più è il dover filtrare spesso la realtà attraverso tali letture. Più si allontana da esse più si fa chiara la realtà, non senza lasciare spazio a una certa nostalgia dei tempi antichi e anche a un’inaspettata delusione. A tal proposito si nota facilmente la compresenza di certe esperienze dirette e di quelle trasmesse da altri[26] che, alternandosi a vicenda, rendono la lettura sempre più variegata e interessante.

Il viaggio in sé si svolge come se fosse un sogno mistico e affascinante da cui prima o poi ci si dovrà risvegliare e De Amicis pensa spesso all’imminente addio che si fa sempre più vicino. Quindi a De Amicis, viaggiatore curioso con la brama di conoscere l’altro in tutti gli aspetti, nonostante il tempo non sembri mai bastare per vedere e conoscere tutto ciò che gli si presenta davanti, non mancano momenti di immersione culturale ed egli ne approfitta senza indugiare: un giorno lo si trova ad assaggiare la cucina turca, un altro in uno hamam a provare un senso di vero benessere dopo una prima impressione piuttosto scoraggiante.

Di fronte allo sconosciuto, De Amicis assume un atteggiamento schietto e privo di pregiudizi. Astenendosi dagli stereotipi, ciò che egli realmente intende fare è osservare a fondo la cultura e rendere palpabile tutto ciò che fino ad allora aveva soltanto immaginato con la fantasia. In tal senso, il soggiorno a Costantinopoli gli riserva tante novità ed emozioni. Se constatare l’amore dei turchi per gli animali – soprattutto i cani – suscita nello scrittore una grande ammirazione, tanto da fargli formulare dei giudizi riguardo al trattamento degli animali nella propria cultura, conoscere la vita sconfortata degli eunuchi, per i quali prova tanta compassione da dedicargli un intero capitolo del resoconto, lo inquieta molto e lo fa meditare sul valore della vita umana nella società musulmana.

La città offre un continuo susseguirsi di paesaggi, figure e costruzioni architettoniche che non permettono agli occhi dello scrittore di riposarsi neanche per un attimo. Tra tutto ciò che vede, la cosa che cattura l’attenzione e l’ammirazione dello scrittore più di ogni altra è la varietà immensa di persone, culture e costumi che si possono incontrare ovunque si giri lo sguardo:

E c’è infine una illimitata libertà di vita, concessa dalla grandissima varietà dei costumi: là tutto si può fare, nulla stupisce; la notizia della cosa più strana muore appena uscita in quell’immensa anarchia morale; gli europei vivono là come in una confederazione di repubbliche; vi si gode la libertà che si godrebbe in qualunque città europea nel momento d’un grande trambusto; è come un veglione interminabile o un perpetuo martedì grasso. Per questo, più che per la bellezza, Costantinopoli è una città, che non si può abitare un certo tempo, senza ricordarla poi con un sentimento quasi di nostalgia; per questo gli europei l’amano ardentemente e vi mettono radici profonde; ed è giusto in questo senso il chiamarla come i turchi «la fata dai mille amanti» o dire col loro proverbio che chi ha bevuto dell’acqua di Top-hané, – non c’è più rimedio, – è innamorato per la vita[27].

L’addio dello scrittore a Costantinopoli comporta, infine, un’osservazione critica della società turca e musulmana: egli mette in risalto i conflitti interiori insiti nel tessuto sociale, sottolineando la differenza abissale tra i turchi di mentalità conservatrice, profondamente legati alla tradizione e alla religione, i quali non vedevano con favore l’influsso della cultura occidentale, e i turchi progressisti che, entusiasti delle riforme liberalizzanti (Tanzimat) avviate in Turchia a partire dal 1839, in nome della modernizzazione socio-culturale e politica tendevano a un’assimilazione passiva che li sradicava dalle loro origini e faceva perdere loro «quello che c’era di buono in fondo alla sua natura genuina di Osmano»[28].

L’addio di De Amicis non manca ovviamente di un’atmosfera poetica e ricorda quello rivolto non a una semplice città, ma a una vecchia e sempre ospitale amica. Qui egli impegna tutta la parte emotiva della propria penna:

Addio, Costantinopoli! cara e immensa città, sogno della mia infanzia, sospiro della mia giovinezza, ricordo incancellabile della mia vita! Addio, bella e immortale regina dell’Oriente! Che il tempo muti le tue sorti, senza offendere la tua bellezza, e possano vederti un giorno i miei figli colla stessa ebbrezza d’entusiasmo giovanile colla quale io ti vidi e t’abbandono[29].

Vita intima e vita nomade in Oriente di Cristina di Belgioioso

Cristina di Belgioioso[30], patriota e intellettuale del Risorgimento italiano, incaricata a Roma della direzione degli ospedali militari durante gli scontri del 1849, in seguito alla sconfitta della Repubblica Romana fu costretta a lasciare l’Italia. Sbarcata in Turchia nel 1850, ci soggiornò per circa quattro anni assieme alla figlia Maria e scelse come luogo di residenza Ciak Mak Oglù (esattamente Çakmakoğlu in turco), una piccola località, nella provincia di Angora (Ankara), dove acquistò anche un latifondo. È da lì che la viaggiatrice partì per il suo viaggio verso Gerusalemme, di cui ci si occuperà, in questo studio, soltanto per la parte riguardante la Turchia.

Si tratta di un viaggio a cavallo che non si preannunciò di facile esecuzione già dall’inizio, basato sostanzialmente su un motivo del tutto personale e intimo, come si legge nella lettera scritta dalla Belgioioso all’amica Caroline Joubert riguardo alla sua “nuova esistenza”, cioè l’esilio in una terra straniera, e al desiderio di viaggiare per trovare se stessa: «Sì, bisogna cambiare il corso delle mie idee, bisogna che la nuova esistenza uccida il ricordo dell’antica o almeno quel che nel ricordo c’è di troppo doloroso. Questo passaggio, questa trasformazione, ho ancora abbastanza linfa e abbastanza vita per intraprenderli»[31].

Alla motivazione strettamente personale si affiancò, poi, anche quella professionale in quanto le sue esperienze e i suoi viaggi furono pubblicati sulla rivista francese «Revue des Deux Mondes» nel 1855.

In questo resoconto la Belgioioso racconta tutte le tappe del viaggio in un intreccio narrativo a partire dalla sua partenza da Çakmakoğlu (Ankara) nel gennaio del 1852 fino all’arrivo a Gerusalemme. In esso si ripercorre la cultura musulmana attraverso diversi frammenti di vita che ricostruiscono scene cui la scrittrice ha assistito durante il suo percorso. Dopo una breve descrizione della regione in cui è sita la città di Çakmakoğlu, accompagnata da una dettagliata panoramica del quadro storico riguardante soprattutto l’amministrazione interna dell’Impero Ottomano, prende avvio il resoconto di viaggio.

È interessante notare che i capitoli riportano, oltre ai luoghi visitati e in cui ha soggiornato la viaggiatrice, anche i nomi delle persone che ella ha avuto l’occasione di conoscere durante il viaggio[32]. Anche solo questo elemento basterebbe a confermare l’intento di raccontare, da un punto di vista privilegiato, quell’atmosfera orientale di cui ella, non semplice spettatrice, era e si sentiva parte.

Nella Belgioioso troviamo una viaggiatrice che non narra semplicemente il viaggio compiuto, limitandosi alle descrizioni dei luoghi, ma che si sofferma soprattutto sui particolari quotidiani e sulle storie locali. Attraverso storie che suscitarono in lei diversi sentimenti, dallo sbalordimento all’ammirazione e finanche alla repulsione[33], ella offre al lettore un Oriente reale e autentico, basato su esperienze personalmente vissute dalle persone che incontra e non su cliché tramandati di generazione in generazione. In questa prospettiva è importante un aneddoto: durante il viaggio nella cittadina di Ereğli, venne portata da lei una ragazza che si era ammalata a seguito dello spavento alla vista di un gatto nero:

Tutto ciò che riuscii a capire, fu che i gatti neri sono degli spiriti malvagi la cui visita è sicuro presagio di sventure. Per quanto assurda fosse la causa, tuttavia la malattia era reale. Raccomandai la distrazione, l’esercizio; ma che distrazioni ci si può procurare, a che esercizio salutare ci si può dedicare nello spazio chiuso di un harem, e soprattutto di un harem di campagna[34]?

Nel resoconto si dà molto spazio alle conversazioni tra la viaggiatrice e le persone del luogo e, attraverso l’uso del discorso diretto, vengono tratteggiate, in modo obiettivo, la personalità e la mentalità dei locali. Tale aspetto conferisce al testo una dimensione strettamente sociologica e lo stile tanto sobrio quanto efficace della narrazione belgioiosiana lo rende un vero e proprio incrocio di prospettive.

Il suo narrare coinvolge letteralmente il lettore a partire dalle prime pagine e lo conduce per mano in ogni luogo dove furono lasciate le impronte degli zoccoli del suo cavallo, alla scoperta di ambienti, costumi, persone e modi di vivere assai differenti tra loro.

Inoltre ella, nell’illustrare i dettagli famigliari e intimi della vita musulmano-turca, raffigura ogni persona in chiave psicologica. Ciò le permette, per esempio, di osservare ogni singola persona in relazione anche al suo corrispettivo occidentale e, di conseguenza, di avvicinare il lettore europeo al contadino turco che vive in luoghi apparentemente molto lontani ed estranei.

La Belgioioso si distingue, già dall’inizio del racconto, dai viaggiatori che l’hanno preceduta, tacciati di non essersi sempre attenuti a ciò che in realtà avevano visto sia della natura e del paesaggio sia degli usi e costumi tradizionali. Afferma, inoltre, di aver avuto il privilegio di poter raccontare più degnamente di altri uno dei topoi più affascinanti e misteriosi dell’Oriente, cioè l’harem, per il semplice fatto di poter interagire facilmente con le donne turche e conoscere da vicino la vita domestica musulmana. La viaggiatrice ebbe effettivamente la possibilità di vedere con i propri occhi la vita interna all’harem, tanto da poter formulare una categorizzazione realistica che raramente si incontra nelle fonti europee, concentrate soprattutto sull’harem del sultano e non sulle varie tipologie di harem:

La parola harem designa un’entità complessa e multiforme. C’è l’harem del povero, quello della classe media e del gran signore, l’harem di provincia e l’harem della capitale, quello della campagna e quello della città, del giovane e del vecchio, del pio musulmano che rimpiange il vecchio regime e del musulmano libero pensatore, scettico, amante delle riforme e abbigliato all’occidentale. Ognuno di questi harem ha il suo carattere particolare, il suo grado di importanza, i suoi usi e le sue abitudini. Il meno strano di tutti, quello che si avvicina maggiormente ad un onesto ménage cristiano, è l’harem del povero abitante della campagna. Obbligata a lavorare nei campi e nell’orto, a portare le bestie al pascolo, ad andare da un villaggio all’altro per fare spesa o vendere i propri prodotti, la moglie del contadino non è prigioniera dietro le mura del suo harem, e quand’anche (il che non capita spesso) la casa coniugale abbia due stanze, una delle quali riservata teoricamente alle donne, gli uomini non ne sono esclusi in modo rigoroso[35].

Un altro elemento che non manca nella Belgioioso è sicuramente il confronto con l’altro, poiché la viaggiatrice ha avuto modo di vivere, e non solo di viaggiare, secondo i diversi usi e costumi di una cultura che non è la sua. A tal proposito il concetto di fedeltà maschile emerge, infatti, come uno dei parametri attraverso il quale ella ricorre a un confronto interessante tra la cultura europea e quella musulmano-turca:

[…] la vita di coppia del contadino turco assomiglia a quella del contadino cristiano, e lo dico a malincuore, la prima potrebbe servire da modello alla seconda. A parità di fedeltà, la superiorità spetta al turco, poiché la fedeltà non gli è imposta né dalla legge religiosa o civile, né dalla consuetudine o dalle usanze, né dall’opinione pubblica, ed è portato ad essa solo dalla sua indole buona, a cui ripugna l’idea di addolorare la sua compagna[36].

Ella non si limita a formulare tali osservazioni, ma le comprova attraverso degli aneddoti. In uno di questi una signora cieca, accompagnata dal marito, viene portata dalla Belgioioso con la speranza che ella possa guarire il suo problema oculare. La signora turca, si informa la viaggiatrice, non ha nessun bambino perché il suo unico figlio era mancato molto tempo prima. Avendo sentito che in Oriente la donna che non riesce a portare al mondo almeno un bambino sano e salvo viene punita con grande disprezzo e biasimo da parte di tutti, l’atteggiamento tanto premuroso e affettuoso del marito nei confronti della moglie la fa meravigliare. Così, gli chiede la ragione per cui non ha pensato di sposare un’altra donna per avere figli, come si usa fare di solito nella cultura musulmana. La replica del marito, il quale non può neanche lontanamente pensare di fare un gesto simile per il senso di fedeltà e di affetto che prova per la moglie, la sorprende non poco: ella infatti, memore della poligamia praticata in molte famiglie, prima era quasi certa di non poter conoscere un uomo che valorizzasse la moglie a prescindere dalla sua capacità di procreare.

Nell’intero resoconto la figura femminile, il ruolo della donna nella società musulmana e la sua psicologia sono temi fortemente presenti, tanto che per certi aspetti il testo risulta un documento etnografico basato su un’osservazione accurata e partecipata. Da questo punto di vista la viaggiatrice non si concentra esclusivamente sulle donne per poterle descrivere meglio, ma osserva nello stesso modo anche i loro mariti al fine di capire le vere ragioni dei loro comportamenti.

Oltre all’harem, uno dei topoi trattati frequentemente nella letteratura di viaggio turca è il concetto di ospitalità. Nel racconto della Belgioioso, tuttavia, questo tema viene esposto in modo molto diverso rispetto a quello che si può riscontrare in altri resoconti di viaggio, perché non solo l’autrice prova di persona l’ospitalità turca ma la ricambia, a sua volta, come fosse turca anch’ella:

Mettere piede a terra, affidare la custodia dei nostri cavalli a questi ospiti premurosi, sederci sull’erba, mettere le nostre provviste vicino a quelle dei montanari, fu questione di un attimo. Un pasto in comune fatto con un drappello di briganti è uno di quei casi fortunati che chi cerca l’emozione e l’avventura può incontrare solo in Oriente. I montanari, è vero, resistettero a tutte le insistenze che facemmo per convincerli a dividere con noi le nostre provviste. I doveri dell’ospitalità non permettevano loro di cedere alle nostre insistenze: se ci avevano offerto il loro latte, i loro formaggi, le loro gallette d’orzo e le loro arance, è che noi eravamo loro ospiti, e la qualità stessa che ci riconoscevano impediva loro di accettare qualcosa da noi[37].

Alla fine del racconto la Belgioioso, nel capitolo intitolato Il Corano e la riforma in Turchia, espone le proprie personali osservazioni sul popolo e sul governo turco, cercando risposte ad alcune domande fondamentali quali, per esempio, quella sulla possibilità di una riforma nell’Impero Ottomano al fine di dare una nuova struttura alla società turca. Nel fare ciò ella si dimostra tanto sincera che, pur di avallare le proprie affermazioni, finisce per prendere ad esempio la società europeo-cristiana:

Anche il cristianesimo nel Cinquecento ha avuto i suoi riformatori. Cosa fecero? Si rivolsero alle coscienze più sensibili, agli spiriti più ardenti in materia di religione; quelli tiepidi sarebbero rimasti neutrali in questa grande questione. I cristiani ferventi vi si interessarono e si schierarono sotto l’una o l’altra bandiera. Perché non potrebbe accadere la stessa cosa in Oriente? Chi è più saggio si abbassi al livello di chi non lo è, i grandi si facciano piccoli, non disdegnino nemmeno di utilizzare un linguaggio mistico, di rivendicare la loro parte dell’ispirazione divina, che sola può procurar loro fiducia e sottomissione. […] Rovescino e calpestino la barriera fatale che separa l’Oriente dalla civilizzazione, insegnino al loro popolo a rivolgersi verso l’Occidente quando prega, poiché è da questo lato che sorge il sole e sorgerà per il futuro[38].

Il fatto che il viaggio da Ankara verso Gerusalemme, il quale tanto alla viaggiatrice quanto al lettore offre delle curiose scene di vita e di tradizioni turco-orientali, fosse iniziato in pieno inverno, nel mese di gennaio, mette in evidenza l’arduità del viaggio condotto a cavallo, in territori stranieri dominati spesso da vaste steppe aride, perdipiù con una bambina al seguito. Per la Belgioioso il soggiorno e il viaggio in Turchia, che erano in realtà dovuti alla lontananza forzata dalla propria patria, non causarono tristezza e angoscia, come accennato più volte anche da lei nel testo, ma arricchirono la sua anima.

Conclusioni

La breve analisi di questi resoconti ci permette di ripercorrere la Turchia dei secoli passati attraverso tre testimonianze molto differenti tra loro, la cui diversità dipende proprio dalla formazione e dalle finalità dei singoli narratori. Grazie a questo riscontriamo una grande varietà di informazioni socio-culturali e storico-politiche inerenti la Turchia. Visti da questa prospettiva, i tre testi presi in esame indagano, in un certo senso, la percezione tra mistico e fantastico della realtà turco-orientale ogni volta da un’angolazione diversa, perché in ognuno di questi resoconti si rappresenta una Turchia differente (anche quando si tratta della stessa città, come nel caso di Casti e De Amicis), ma sempre verosimile.

In Casti la città di Costantinopoli viene rappresentata perlopiù esteriormente: egli si concentra soprattutto sul come si presenta la città in sé e sulle attitudini del popolo turco. L’opera di De Amicis offre una Costantinopoli multiculturale in via di modernizzazione, ma allo stesso tempo assillata da conflitti interni determinanti per il futuro del paese. La Belgioioso, infine, sceglie una strada più audace e interessante: quella del raccontare la Turchia attraverso la realtà quotidiana di gente comune nel cuore del paese, ovvero nelle città dell’Anatolia.

  1. L’immagine è stata ricavata da: E. Işın, Long Stories. Istanbul in the Panoramas of Melling and Dunn, İstanbul, İstanbul Araştırmaları Enstitüsü (Istanbul Research Institute), 2008. 
  2. R. Ricorda, La letteratura di viaggio in Italia. Dal Settecento a oggi, Brescia, Editrice La Scuola, 2012, pp. 9-10.
  3. Per informazioni più dettagliate sulla letteratura di viaggio cfr. almeno L. Clerici, Scrittori italiani di viaggio: 1700-1861, Milano, Mondadori, 2008.
  4. Giovanni Battista Casti (1724-1803), poeta e librettista italiano, dopo aver insegnato Retorica dal 1752 al 1761 nel seminario di Montefiascone, si trasferì a Roma, dove ebbe la fortuna di frequentare l’ambiente intellettuale della città e divenne un poeta di successo all’interno dell’Arcadia, e in età avanzata cominciò a scrivere anche per il teatro. È conosciuto principalmente per il suo poema epico Gli Animali Parlanti e per le Novelle Galanti, racconti in versi. Il resoconto di viaggio a Costantinopoli scritto nel 1788 e pubblicato per la prima volta nel 1802 rappresenta la sua unica opera in prosa.
  5. Per ulteriori informazioni sui rapporti diplomatici tra la Turchia e altri stati durante il periodo ottomano nel ’700 cfr. A. Castagnino, Attraverso la Sublime Porta: La Turchia nei resoconti dei viaggiatori italiani del Settecento, Zanica, Soldiershop, 2015.
  6. G. B. Casti, Relazione di un viaggio a Costantinopoli, Milano, Battelli e Fanfani, 1822, p. 30.
  7. Ivi, p. 10.
  8. In ogni caso tale fenomeno è facilmente comprensibile in quanto, come afferma anche la prof.ssa Ricorda, «l’essere “situato” del viaggiatore/scrittore “appartenere cioè a una determinata cultura, nella grandissima maggioranza dei casi occidentale e di un certo tipo, comporterà da parte sua uno sguardo necessariamente non “innocente”, ma condizionato, seppure con grande varietà di sfumature, dal punto di vista ideologico», (La letteratura di viaggio in Italia. Dal Settecento a oggi, op. cit., p. 13).
  9. G. B. Casti, Relazione di un viaggio a Costantinopoli, op. cit., p. 6.
  10. Ivi, pp. 7-8.
  11. Ivi, p. 23.
  12. Ivi, pp. 15, 19.
  13. Giovanni Battista Casti viaggiò in diversi paesi per via dell’incarico imperiale, perciò disponeva di un bagaglio culturale notevole.
  14. Ivi, p. 5.
  15. Ivi, p. 6. 
  16. Ivi, pp. 11-12.
  17. Edmondo De Amicis (1846-1908), scrittore e giornalista, in seguito alla Scuola militare di Modena che frequenta fino al 1865, partecipa alla Terza guerra d’indipendenza e assiste alla presa di Roma come corrispondente della rivista «Italia militare». Dopo il 1870 abbandona il servizio e inizia l’attività giornalistica e di scrittore; negli anni fra il 1872 e il 1879 visita, come inviato di giornali e riviste, Spagna, Olanda, Marocco, Parigi, Londra, Costantinopoli. Lo scrittore è ricordato soprattutto per il suo celebre romanzo Cuore (1886).
  18. Si riportano i titoli direttamente dall’indice del libro: L’arrivo, Cinque ore dopo, Il ponte, Stambul, Lungo il Corno d’oro, Il Gran Bazar, La vita a Costantinopoli, Santa Sofia, Dolma Bagcè, Le Turche, Ianghen Var, Le mura, L’antico Serraglio, Gli ultimi giorni, I Turchi, Il Bosforo.
  19. E. De amicis, Costantinopoli, Milano, Fratelli Treves, 1877, p. 4.
  20. Ivi, p. 7.
  21. Ivi, p. 26.
  22. Ivi, p. 183.
  23. Ivi, pp. 22-23.
  24. Ivi, p. 93.
  25. Ivi, p. 51.
  26. Lo scrittore precisa, infatti, che l’unica via possibile per conoscere da vicino la vita interna alle case turche è quella della confidenza fra donne e cioè tramite le cristiane, alle quali le turche sarebbero più propense a confidare alcune informazioni sull’harem, sull’abbigliamento femminile da casa, sul linguaggio segreto dei fidanzati turchi.
  27. Ivi, p. 67.
  28. Ivi, p. 181.
  29. Ivi, p. 184. 
  30. Cristina Trivulzio di Belgioioso (1808-1871), scrittrice e giornalista italiana la cui fama varcò i confini nazionali, nel 1821 venne arrestata in collegamento con la congiura antiaustriaca. Dopo essere riuscita a fuggire nel territorio francese, ottenne il passaporto francese e viaggiò in diversi luoghi dentro e fuori dall’Italia. Nel 1830 a Parigi diede vita a uno dei più frequentati salotti politici e intellettuali dell’epoca. Durante un periodo di soggiorno in Inghilterra, conobbe Luigi Napoleone Bonaparte. Impegnata nell’attività di giornalista dal 1845 al 1848, Belgioioso assunse a Parigi la direzione della «Gazzetta Italiana». Grazie ai suoi contatti con il politico e patriota Giuseppe Mazzini, nel 1849 venne incaricata da Mazzini della direzione degli ospedali militari della repubblica nella cui conduzione anticipò alcuni dei metodi di Florence Nightingale e utilizzò come infermiere delle prostitute, attirandosi le ire del papa. A seguito del crollo della repubblica romana, Belgioioso fuggì in Oriente, partendo dalla Grecia fino ad arrivare in Asia Minore ovvero in Anatolia. Grande figura di patriota e protagonista del Risorgimento Italiano, durante il suo soggiorno in Turchia si recò anche a Gerusalemme per compiere un pellegrinaggio. 
  31. C. Trivulzio di Belgioioso, Vita intima e vita nomade in Oriente, Como, Ibis, 1993, p. 11. 
  32. I quattro capitoli sono quelli seguenti: Gli harem, i patriarchi e i dervisci, le armene di Cesarea; Le montagne del Giaur. L’harem di Mustuk-bey. Le donne turche; Il turista europeo nell’Oriente arabo; Gli europei a Gerusalemme. La Turchia e il Corano
  33. Tale altalena emotiva è osservabile ora nel suo stupore davanti a un vecchio muftì che aveva così tanti figli che non ne sapeva neanche lui stesso il numero esatto, ora nella ripugnanza che ella provò durante un rituale religioso condotto da alcuni devoti con dei coltelli in modo violento e sanguinoso. 
  34. Ivi, p. 60.
  35. Ivi, p. 100.
  36. Ivi, p. 101.
  37. Ivi, p. 98.
  38. Ivi, p. 218.

(fasc. 35, 11 novembre 2020)