«Placuit enim ut Aetnam viseremus». Per una rilettura del “De Aetna” di Pietro Bembo

Autore di Dario Stazzone

Nonostante Pietro Bembo abbia goduto di grande fama nel Rinascimento, è stato spesso relegato ai margini delle storie letterarie del secolo scorso, sebbene necessariamente citato per il suo ruolo di «legislatore della lingua italiana»[1]. Proprio la capacità dell’autore degli Asolani di imporre un canone letterario e una normazione linguistica ha determinato la sua marginalizzazione nel corso del Novecento, l’implicita e pregiudiziale accusa di freddezza ed accademismo. Ma da qualche anno al cardinale «arride una fortuna che potrebbe riscattarlo da un lungo oblio, o almeno da una posizione ingiustamente defilata»[2].

I saggi recentemente dedicati al Bembo affrontano aspetti differenti della sua attività e della sua produzione, dalla biografia di un uomo che ha attraversato le principali corti rinascimentali ed è stato ritratto dai maggiori pittori dell’epoca agli aspetti meno noti della sua opera. In questo contesto vanno considerati la mostra[3] e il convegno[4] padovani del 2013, il libro biografico che la fondazione Barbier-Mueller di Ginevra ha commissionato a Marco Faini[5], il saggio di Giuseppe Patota dedicato al Bembo legislatore dell’italiano ed autore di diverse grammatiche[6] e lo studio di Amelia Juri che lumeggia un aspetto di notevole interesse: il ricorso bembiano all’ottava fin dalla composizione delle Stanze del 1507, un metro assente nel Canzoniere petrarchesco che, com’è ben noto, è improntato ad una forte coerenza formale, stilistica e lessicale, a quel «monolinguismo» di cui parlava Contini nei Preliminari sulla lingua di Petrarca[7].

Secondo la Juri, la scelta eterodossa del Cardinale, raffinato esegeta del Fragmentorum liber, anticipa la fortuna che le ottave avrebbero conosciuto grazie ai modelli epici del Boiardo, di Ariosto e del Tasso[8]. Nell’attività letteraria bembiana si nasconderebbero, dunque, risvolti innovativi che contraddicono l’immagine del pedante imitatore dei modelli.

In questa temperie critica, attenta ad aspetti solo in apparenza secondari dell’opera bembiana, si colloca la recente riedizione del De Aetna curata con acribia da Ferdinando Raffaele, un agile libretto che ripropone il testo latino, la traduzione di Salvatore Cammisuli e un ricco apparato iconografico e di note[9]. Un’occasione per tornare a leggere un trattato che è anche una peculiare testimonianza odeporica, tra le meno note del corpus dell’autore delle Prose della volgar lingua.

Sicut exercitatus histrio: il De Aetna e l’esordio letterario del Bembo

Generalmente del De Aetna si è dato un giudizio limitativo che ha relegato l’opera nell’ambito di un «buon esercizio umanistico»[10] o nell’alveo di quei iuvenilia degni di attenzione solo in quanto ipostasi della formazione del futuro scrittore[11]. Emblematica la posizione di Dionisotti, che definiva il trattato «un esperimento di bella prosa latina»[12]. Raramente si è proceduto ad una lettura critica di un’opera per tanti versi immatura, ma non del tutto indegna di esser considerata nella sua autonomia e nell’originalità di alcuni spunti contenutistici. L’autore, che al momento della pubblicazione aveva venticinque anni, attraverso la dedica all’amico e compagno di studi Angelo Gabriel, esponeva le ragioni che l’hanno indotto a dare alle stampe il suo primo cimento letterario, affermando che, se è virtù dell’uomo moderato astenersi dal parlare, è invece caratteristica di un animo estremamente indolente il tacere continuamente[13].

Bembo descrive il proprio itinerario intellettuale dalla pueritia all’adulescentia fino all’età matura: una maturità e un raggiunto senso dell’equilibro che sono ideale umanistico e si pongono come equidistanza dal violento alternarsi delle emozioni, dal dolere o gaudere senza ponderazione. Strumento essenziale di questo percorso sono gli studia humanitatis. L’autore, ancora relativamente giovane, concepisce dunque una teleologia biografica. L’esperienza acquisita attraverso un duro percorso formativo implica la scelta accorta del momento in cui entrare nella scena letteraria. Il riferimento all’attore inesperto che cade al secondo o al terzo atto è un significativo elemento rivelatore: «[…] neque, Hercule, si in officio permansimus in prima aetate, debemus nunc, tamquam inexercitati histriones, in secundo aut tertio actu corruisse»[14]. Nell’andamento allocutivo dell’incipit del De Aetna lo scrittore, in realtà, si pone in dialogo con se stesso, desideroso di perseguire la gloria letteraria: il discorso assume subito una certa veemenza, come dimostra il ricorso ad una delle loquendi formulae contractae, l’interiezione «Hercule!» che, per quanto riscontrabile nell’epistolario ciceroniano, conferisce vivacità ad un tessuto lessicale altrimenti assai sorvegliato. Il dialogo col dedicatario che, tra l’altro, fa la propria comparsa solo nella parte iniziale del libro, rivela una certa foga agonistica, occultata dalle considerazioni sull’amicizia che lega l’autore al Gabriel. Secondo il motivo dell’imitatio, Bembo elogia la dottrina e gli studi dell’amico, un modello cui è affidata la finalità positiva di trarlo fuori dall’indolenza, di infiammarlo e spingerlo alla scrittura.

Per non comportarsi come un inexpertus histrio l’autore insiste sulla giusta scelta dei tempi per dimostrare le proprie capacità, secondo l’isotopia attoriale che percorre l’intera riflessione esordiale del libro. Il prologo del De Aetna, dunque, svolge diversi motivi topici: l’anelito alla gloria letteraria, il sentimento d’amicizia che si spinge fino al desiderio d’emulazione, il mimum vitae. Il topos dell’amicizia sottratto a fini strumentali è mutuato dai modelli classici, in primo luogo dal Laelius de amicitia di Cicerone. Nel caso in specie il rapporto tra il Bembo e il Gabriel era sostanziato dalla compartecipazione ad un’esperienza unica, lo studio del greco antico a Messina tra il 1492 e il 1494, presso Costantino Lascaris, considerato allora il migliore ellenista d’Italia, e l’osservazione diretta di un’eruzione dell’Etna. Durante la permanenza nell’isola, infatti, i due giovani, interrompendo gli annosi studi, avevano effettuato un’escursione che li aveva indotti ad osservare il vulcano da vicino in occasione di una delle sue eruzioni, un’avventura allora veramente eccezionale. L’occasione che ha indotto Bembo a scrivere ed a pubblicare il libro nel 1496, dunque, era inconsueta e mirava a stimolare la curiositas del lettore, anche se la giustificazione che egli ne dà è ricca di formule attenuative:

Nunc, autem, quoniam iam quotidie fere accidit postea, quam e Sicilia ego et tu reversi sumus, ut de Aetnae incendiis interrogaremur ab iis, quibus notum est illa nos satis diligenter perspexisse, ut ea tandem molestia careremus, placuit mihi eum sermonem conscribere, quem cum Bernardo parente habui paucis post diebus, quam rediissemus, ad quem reiiciendi essent ii qui nos deinceps quippiam de Aetna postularent[15].

Se lo scopo dichiarato della pubblicazione è quello di sottrarsi alla molestia rogationis dei tanti curiosi, non poche spie testuali riconducono all’ambizione dello scrivente che, del resto, stimola la curiosità del lettore, dichiarando di aver osservato con diligenza i fenomeni vulcanici, preannunciando un satis diligenter perspicere delle manifestazioni naturali i cui esiti, singolari nell’ambito della stessa letteratura umanistica e rinascimentale, meritano un vaglio più attento di quello fino ad oggi restituitoci dalla storia della critica bembiana.

Sermonem conscribere: lo statuto dialogico, il confronto col padre e il locus amoenus

Se l’amico Gabriel compare solo nella dedica incipitaria del De Aetna, il trattato assume presto un andamento dialogico che inscena il confronto tra Pietro e il padre Bernardo Bembo. Lo statuto dialogico è mutuato da Cicerone, dalla sua ripresa del modello platonico, e da Petrarca. Questa scelta formale permette all’autore di rappresentare la varietà dei toni, il confronto delle idee, gli ammaestramenti paterni e le diverse opinioni sulle naturales quaestiones. Accanto all’esposizione delle res controversae la duttilità del dialogo consente la rimemorazione del viaggio siciliano per focalizzazioni successive, per frammenti, immagini e disputationes scolastiche: Bembo procede così in modo conseguenziale, inserendo il racconto all’interno di una cornice autobiografica, dandovi esatte coordinate cronotopiche che si fanno indice di esatta referenzialità, per quanto lo stesso racconto periegetico, filtrato dalla memoria, alterni ineluttabilmente la fictio letteraria alla realtà. Come ha sottolineato Philippe Hamon, descrivere è «attualizzare un paradigma lessicale latente, sotteso da un sapere referenziale sul mondo»[16]. Le osservazioni del semiologo francese sembrano ancora più pertinenti se applicate ad un genere come l’odeporica, di cui il De Aetna bembiano costituisce una peculiare declinazione: nella letteratura di viaggio, infatti, la descrizione ha una netta preponderanza sulla narrazione, la retorica dello sguardo e gli inserti ecfrastici sopravanzano le sequenze diegetiche, autore e narratore spesso coincidono in virtù del ricordo del viaggio. Nel caso in specie l’istanza autoriale si complica per la sua duplice collocazione, quella rimemorante dello scrittore in dialogo col padre e quella interna al racconto odeporico, un’oscillazione funzionale alla verifica degli strumenti che il giovane Bembo aveva fatto propri nel suo apprendistato intellettuale, in primo luogo la filologia e l’enciclopedia. Il breve iter siculum e la visione sorprendente dell’eruzione dell’Etna, le difficoltà dell’ascesa e la possibilità di scorgere una natura ostile, vicina al suo originario rivolgimento, avrebbero potuto conferire al racconto una forte inclinazione ai mirabilia, ma è l’ampia erudizione e il patrimonio di conoscenze dello scrittore, assieme alla filologia, principio ordinatore ed assimilatore di questo repertorio, che permettono all’umanista di non perdersi in una narrazione mirabolante. Il De Aetna costituisce dunque la prima prova non solo letteraria ma anche di metodo fornita dal Bembo, grazie alla solida griglia concettuale che gli ha permesso di filtrare quanto osservato. Una lezione che il futuro cardinale saprà riproporre, arricchita e maturata, nelle opere maggiori.

Se l’organizzazione dialogica del trattato assolve a precise funzioni strutturali e di organizzazione argomentativa, è un asserto interno al De Aetna, affidato alla sapienza paterna, che fornisce la giustificazione di questa scelta, affermando la necessità della dialettica senza cui non è possibile alcuna filosofia: «Tu vero postulas etiam sine dialecticis philosophari; quod quidem ipsum fieri quam possit, vel alio tempore ex te ipso cognoses vel cum voles audies de me. Nunc vero age, philosophemur»[17]. Attraverso la scelta del confronto il trattato bembiano rivela poi un altro intento, quello di un omaggio al padre dettato non solo dall’amore filiale, ma anche dalla vicinanza di studio e dall’intenso confronto intellettuale.

Bernardo Bembo era un uomo dedito sia all’otium che al negotium, alla vita activa ed alle buone letture. La sua biografia incarna il tipo ideale dell’uomo rinascimentale[18]. Patrizio particolarmente influente in seno al Senato veneziano, Bernardo ha assolto a delicati incarichi diplomatici e politici. Inviato a Firenze all’inizio del gennaio 1475, ebbe modo di osservare la celebre giostra che ispirò le Stanze del Poliziano, stringendo rapporti personali d’amicizia (e di interesse) col Magnifico. Nel 1483, rettore di Ravenna per conto della Serenissima, avviò la costruzione della nuova cella destinata ad accogliere i resti mortali di Dante, affidandone l’esecuzione allo scultore Pietro Lombardo: una commissione prestigiosa che testimonia il culto dantesco del magistrato veneziano (provato, tra l’altro, dall’invio con dedica, da parte di Landino, di un esemplare – ora a Parigi – della princeps del suo commento dantesco). Uomo di vari interessi culturali e di eletto gusto letterario, ebbe una forte influenza sulla formazione intellettuale del figlio. Pietro, infatti, trovò nella casa veneziana e nella ricca biblioteca paterna alimento per la sua inclinazione allo studio. Il prestigio della biblioteca bembiana è testimoniato, tra l’altro, dalla visita che il Poliziano vi fece per collazionare un antico manoscritto dell’opera di Terenzio[19]. La biblioteca paterna, l’ambiente utile agli studi, l’attenzione costante di Bernardo alla formazione di Pietro potrebbero evocare, anacronisticamente, un’altra celebre biblioteca e un altro particolare rapporto tra padre e figlio, quello tra il conte Monaldo Leopardi e Giacomo, ma nella formazione del Bembo vi è sempre stata una forte libertà; le esperienze di viaggio presso le principali corti del XV secolo a cui il padre era destinato per il suo lavoro diplomatico erano investite di valore formativo, al giovane studioso era data la possibilità di viaggiare in proprio per raggiungere maestri d’eccezione. Bernardo, infatti, ha scelto per il figlio i più validi precettori dell’epoca ed ha acconsentito al suo viaggio di studio in Sicilia presso il Lascaris (si potrebbe evocare anche, questa volta per contrasto, un altro celebre rapporto, quello di Ariosto col padre oggetto di Satire VI, non a caso indirizzata a Bembo).

Non casualmente nel cuore del De Aetna è incastonato un intenso omaggio filiale. Pietro ringrazia il padre non per l’eredità materiale né per la posizione di privilegio sociale ricevuta, ma per il prezioso lascito educativo che vale più di tante magnifiche ville e dei possedimenti materiali. Il passo è caratterizzato da alcune iterazioni che rendono l’idea del motus animi, del trasporto affettivo che si accompagna alla triste constatazione della necessità di sopravvivere al genitore naturae lege. La ricchezza delle enucleazioni, la complessità ipotattica, le ripetizioni sono funzionali alla rappresentazione delle diverse forme con cui il padre ha contribuito alla formazione del figlio, dandogli un habitus per cui egli gli sarà sempre grato. Questa la laudatio patris:

Mihi quidem, pater, et nunc ista carissima sunt, quae, qua es in nos amoris exuberantia, a te video dici et erunt semper, dum vivam, fixa animo et memoriae meae, cupioque, ut ex iis ipsis rebus, quae mihi a te quaeque fratri comparantur meo, longissimam ipse nobiscum percipias voluptatem. Sed si tibi nos unquam naturae lege supervivemus, habeo alia ego […], habeo alia, inquam, quae mihi sanctissimam tui memoriam semper efficient etiam absque Noniano tuo, quippe qui me puerum educaveris non diligenter modo, sed plane, quod vere mihi videor esse dicturus, etiam religiose; habueris tecum in legationibus tuis; imbueris optimis moribus; ominibusque bonis artibus, quod in te esset, ita semper institueris, ut verear, ne sim prorsus ingratissimus, ultra haec mihi a te si quid unquam relictum optavero, tum si de iis ipsis tibi non ego semper maiores gratias habuero, quam si mihi magificas villas construxisses[20].

Il dialogo, nel significativo sdoppiamento tra Bembus pater e Bembus filius, oltre a descrivere l’Etna e il viaggio che da Messina conduce al vulcano, sviluppa una riflessione etica sul ruolo paterno e, nella prospettiva filiale, sul senso del patris vestigia sequi. L’omaggio appare tanto più significativo, considerando le differenze tra i due uomini: per il più anziano, infatti, l’impegno civile si coniuga con la lettura dei classici, l’otium filosofico-letterario è propedeutico al negotium; per il più giovane l’otium è autotelico. Se il motivo della lode filiale è statutario, nel De Aetna vibra di un evidente trasporto, implica una comunanza etica tra padre e figlio, ovvero la consapevolezza che gli studi severi siano la premessa logica e necessaria dell’affermazione personale, la certezza dell’importanza degli studia meliora: si tratta dunque di uno scorcio letterario che da solo varrebbe la confutazione dell’asserita freddezza della prosa bembiana.

Lo sfondo ameno del dialogo è la villa del Noniano a Nord di Padova, poco distante da Santa Maria di Non. Una dimora extraurbana che sarà sempre molto amata dal cardinale Bembo e verrà menzionata nelle sue opere letterarie come nei suoi scritti epistolari[21]. La villa fu commissionata da Bernardo Bembo subito dopo il ritorno dalla seconda ambasceria a Firenze, nel 1480: l’impresa architettonica rinvia dunque all’influenza che l’ambiente laurenziano esercitò sull’aristocratico veneto, desideroso di riproporre nel patavino il modello delle ville di campagna in cui si riunivano i circoli umanistici fiorentini (si pensi alle ville di Fiesole o di Poggio a Caiano)[22]. Il Noniano era circondato da un ampio giardino ed era fornito di una bibliotheca, testimonianza della destinazione al ritiro intellettuale. Ben nota è la presenza di una collezione lapidaria, menzionata da fra Giocondo da Verona[23]. Il decoro del giardino teneva assieme reperti antichi, labentia signa del mondo classico, e statue moderne commissionate dai Bembo a diversi scultori, tra cui il Lombardo[24]. È stato notato come questo artista costituisca un anello di congiunzione tra il giardino noniano e l’Hypnerotomachia Poliphili, dal momento che l’arte del Lombardo è stata certamente un’importante fonte di ispirazione plastica per il testo del Colonna e le xilografie che lo accompagnano, in cui è possibile scorgere anche significative analogie con l’impianto del giardino bembesco[25].

La descrizione del Noniano nel De Aetna assolve ad una pluralità di funzioni: evoca lo statuto classico delle villae come luogo di studio e conversari; identifica il sobrio giardino extra moenia con l’amata figura paterna (il cui lascito a Pietro non fu di ville sfarzose, ma di un edificio volutamente sobrio e poco appariscente in cui era comunque evidente un gusto raffinato e una propensione classicista); contrappone la descrizione statutaria del locus amoenus ai loci terribiles dell’Etna, ai suoi crateri ed alle sue eruzioni, vero nucleo rappresentativo del trattato.

L’Iter siculum di Pietro Bembo

Il breve percorso che da Messina conduce lo scrittore e l’amico Gabriel al vulcano è rappresentato attraverso una mobile successione di immagini. Il viaggiatore indirizza spesso il proprio sguardo alle vestigia classiche, annota con scrupolo e consapevolezza persino la tecnica costruttiva dei monumenti antichi. Nelle sue annotazioni Taormina, in virtù dell’uso dell’opus latericium, appare già «la città classica del mattone» descritta all’inizio del Novecento da Enrico Mauceri, allievo di Paolo Orsi[26]. Il percorso del viaggiatore tocca velocemente il borgo medievale di Randazzo e la valle dell’Alcantara, la cui rappresentazione consente una nuova partitura del motivo del locus amoenus[27].

La descrizione si sofferma, in ultimo, sull’Etna, definendo una dettagliata topografia del vulcano, caratterizzato dalla successione di fasce concentrice: l’area coltivata attorno ai casali catanesi, l’intricato bosco etneo e i deserti sommitali[28]. Com’è ovvio, lo scrittore dedica particolare attenzione all’eruzione cui ha avuto la fortuna di assistere. Una natura tanto varia e stupefacente è sempre osservata attraverso il filtro di una raffinata cultura umanistica, in virtù della quale i luoghi riecheggiano dei versi e della prosa dei classici. Persino quando Bernardo Bembo esprime paterna apprensione nell’apprendere della scalata di Pietro, cita Plinio, la tragica morte dell’autore della Naturalis Historia a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C.[29]. Il riferimento alla scomparsa dello studioso latino rappresenta paradigmaticamente la mentalità umanistica, intesa a fare degli antichi un modello cui tornare ed a cui ispirare la propria vita, nonostante l’avvertenza dell’ineluttabile distanza storica, anzi proprio in virtù di essa[30].

Nel descrivere il maggiore vulcano d’Europa Bembo delinea una precisa gerarchia delle fonti, secondo il canone della storiografia medievale che rinvia ad Isidoro da Siviglia: visa, audita et lecta[31]. In primo luogo il racconto si avvale dell’esperienza diretta, testimoniata dalle ripetute occorrenze di verba videndi; quindi, riferisce le opinioni di quanti l’autore ha potuto interrogare; infine cita gli scrittori che hanno trattato lo stesso argomento. La compresenza dei due Bembo, il figlio che ha esperienza diretta dei fenomeni e il padre che ne ha letto e, dunque, mette a disposizione la propria cultura matura, vasta e meditata, è ancora una volta funzionale: l’autore non si perde nelle suggestioni di miti e leggende che, dalla classicità alle risemantizzazioni medievali, hanno fatto dell’Etna un vero e proprio «catasto magico»[32], riconduce anzi la tradizione letteraria al vaglio razionale. In questo senso si può dire, con Giovanni Salmeri, che quella bembiana è la prima descrizione del vulcano priva di riferimenti soprannaturali[33].

Una rappresentazione di questo modo di procedere si ha nella discussione su alcune questioni scientifiche, come l’origine delle eruzioni o la perennità delle nevi etnee, già cantata da Pindaro[34]. Risulta interessante, perché improntata ad un fondamento razionale che deve esser valutato in rapporto all’epoca, la spiegazione che Bernardo Bembo dà delle eruzioni etnee, ricondotte alla presenza di vaste vene di zolfo, all’esistenza di profonde caverne nel ventre del vulcano ed all’azione dei venti che incontrando lo zolfo suscitano enormi incendi[35]. Tutto il trattato è sospeso tra l’osservazione diretta della natura, le disquisizioni filosofiche e le citazioni dei classici che costituiscono un fittissimo reticolo di rinvii intertestuali: sono evocati esplicitamente Omero, Esiodo, Pindaro, Platone, Aristotele, Teocrito, Orazio, Ovidio, Virgilio, Strabone, Plinio e Claudiano. Oltre alle ripetute citazioni odissiache, consone all’aspetto odeporico del testo, è ovvio il ricorso al modello teocriteo, all’eterno archetipo della pastorale siciliana di cui si avvertono non pochi echi: «Videre se aiunt pastores ipsum Deum passim errantem per sylvas et pascua; tum etiam sedentem sub illis arboribus coronatum pinu et tacentem saepius, interdum tamen etiam fistula solantem amores»[36]. Il filtro culturale con cui lo scrittore osserva l’isola, in conformità con la sua sensibilità e il suo «repertorio»[37], comporta tuttavia un’«obliterazione» della popolazione locale, come ha messo in evidenza Raffaele[38]. Il modus videndi bembiano, peraltro, non appare troppo distante dalla passione antiquaria e dall’attenzione alla classicità che, mutatis mutandis, ha caratterizzato l’odeporica del XVIII secolo, di cui la Reise di Goethe costituisce la testimonianza più nota. Del resto anche Bembo, anticipando l’autore del Werther, ha esaltato l’eccezionalità dell’esperienza siciliana che lo ha spinto alla pubblicazione nel 1496, presso l’editore Aldo Manuzio di Venezia[39], della sua prima prova letteraria, soffermandosi su quel felice biennio della sua vita e spingendosi a scrivere: «Cave tamen putes nobis hoc siciliensi biennio quicqam in vita fuisse iocundius»[40].

Non pochi sono dunque gli spunti in virtù dei quali rileggere accortamente il De Aetna che, certo, non ha goduto di grande successo presso i posteri e spesso ci è stato tramandato in volumi collettanei come trattato scientifico dedicato al vulcano siciliano, generalmente accostato al poemetto d’epoca neroniana, l’Aetna in 646 esametri dattilici che Seneca attribuiva all’amico Lucilio.

Sono assai rari gli echi del trattato bembiano nella modernità letteraria: fanno eccezione alcuni riferimenti riscontrabili nell’ottocentesca Vulcanologia dell’Etna di Carlo Gemmellaro, un precursore, un naturalista e vulcanologo che tuttavia non rinunciava ad interpolare un breve compendio mitologico nella sua opera arricchendola di ricercate citazioni letterarie[41]. Una citazione del giovanile trattato bembiano è incastonata in una delle monografie artistiche di Federico De Roberto, L’Etna e la valle dell’Alcantara[42]: la scrittura derobertiana ha qui come presupposto una rigorosa ricognizione documentaria che dà luogo ad una fitta sequenza di tarsie intertestuali, attente, in particolare, alle opere periegetiche. Anche per De Roberto i luoghi descritti sono connotati dalla memoria letteraria, oltre ad esser visti nel loro valore storico ed artistico. Quello che ovviamente mancava al Bembo, e di cui il moderno scrittore fa ampio uso, è il corredo fotografico[43]: la guida, pubblicata nell’innovativa collana di «monografie illustrate» dell’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo diretta da Corrado Ricci, è infatti improntata ad un accorto rapporto tra testo e immagine che ne fa un’originale testimonianza iconotestuale agli albori del secolo scorso[44]. Lo scrittore, tuttavia, conferisce una patina arcaicizzante alla propria narrazione, citando ripetutamente il cinquecentista castiglionese Antonio Filoteo Omodei[45] e si ricorda di Bembo, del suo trattato etneo e della descrizione del fiume Alcantara che lambisce Randazzo, riportando un passo descrittivo: «Vallis sonoro et perpetuo flumine scinditur et irrigatur. Platani numerosa sylva utrasque ripas inumbrantes maximam sibi vallis partem egregiae incolae vendicarunt»[46]. Uno dei pochi omaggi che la letteratura novecentesca ha reso al trattato esordiale del colto umanista.

  1. Così L. Tomasin, Il Cardinal della Grammatica, in «Il Sole 24 Ore», 7 maggio 2017.
  2. Ibidem.
  3. Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento. Capolavori di Bellini, Giorgione, Tiziano, Raffaello, a cura di Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Adolfo Tura, Palazzo del Monte di Pietà di Padova, 2 febbraio-19 maggio 2013.
  4. Pietro Bembo e le arti, a cura del Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio, Atti del Convegno di Padova, 24-26 febbraio 2011, Venezia, Marsilio, 2013.
  5. M. Faini, L’alloro e la porpora. Vita di Pietro Bembo, Roma, Fondazione Barbier-Mueller – Edizioni di Storia e Letteratura, 2017.
  6. G. Patota, La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto, Bologna, Il Mulino, 2017.
  7. G. Contini, Preliminari sulla lingua di Petrarca, in F. Petrarca, Canzoniere, introduzione di R. Antonelli, note al testo di D. Ponchiorolli, Torino, Einaudi, 1992, pp. XXVII-LV.
  8. A. Juri, L’ottava di Pietro Bembo. Sintassi, metrica, retorica, Pisa, ETS, 2017. Cfr. anche lo studio di F. Finotti, Retorica della diffrazione. Bembo, Aretino, Giulio Romano e Tasso: letteratura e scena cortigiana, Firenze, Leo Olschki Editore, 2004 ed E. Curti, «Non fece così il Petrarca»: prime forme di petrarchismo bembesco alla corte di Urbino, tra «Stanze» e «Motti», in Il petrarchismo. Un modello di poesia per l’Europa, Roma, Bulzoni, 2006, pp. 99-116 (Atti del Convegno tenutosi a Bologna, 6-9 ottobre 2004).
  9. P. Bembo, De Aetna, a cura di F. Raffaele, traduzione di S. Cammisuli, Ragusa, Edizioni di storia e studi sociali, 2016. Tutte le successive citazioni e traduzioni saranno tratte da questa edizione.
  10. Cfr. R. Fedi, La fondazione dei modelli. Bembo, Castiglione, Della Casa, in Storia della letteratura italiana diretta da E. Malato, Roma, Salerno Editrice, 1996, vol. IV, p. 534: «Si trattava, in realtà, di un opuscolo di poche carte, un esperimento e poco più di una bella prosa in latino: una sorta di esibizione di capacità umanistiche, a quell’altezza cronologica in verità già piuttosto consistenti».
  11. È stato lo stesso Bembo, in una lettera al matematico e astronomo messinese Francesco Maurolico, ad indicare nel suo De Aetna un’opera ancora immatura. Cfr. P. Bembo, Lettere, edizione critica a cura di E. Travi, Bologna, Commissione per i testi in lingua, 1987, vol. III, p. 650.
  12. C. Dionisotti, introduzione a P. Bembo, Prose della volgar lingua. Gli Asolani. Rime, Torino, UTET, 1966, p. 10.
  13. P. Bembo, De Aetna, op. cit., p. 36.
  14. Ivi, p. 93. Traduzione di S. Cammisuli: «E, per Ercole!, se nella prima età sono rimasto fedele al mio dovere, non devo cadere ora, come gli attori inesperti, nel secondo o nel terzo atto».
  15. Ivi, p. 94. Trad. di S. Cammisuli: «Ora, invece, poiché da quando io e te siamo tornati dalla Sicilia mi capita quasi ogni giorno che mi venga chiesto delle eruzioni dell’Etna da parte di coloro a cui è noto che le abbiamo esaminate con cura, per liberarci finalmente di questo fastidio ho pensato bene di mettere per iscritto la conversazione che ho avuto con mio padre Bernardo, pochi giorni dopo il nostro ritorno; discorso al quale potremo rinviare tutti quelli che in seguito ci avranno chiesto qualcosa riguardo all’Etna».
  16. P. Hamon, Semiologia Lessico Leggibilità del testo letterario, Parma-Lucca, Pratiche Editrice, 1977, p. 67.
  17. Ivi, p. 113. Trad. di S. Cammisuli: «Ma tu chiedi di fare filosofia senza dialettica; quanto ciò sia possibile, a suo tempo lo scoprirai da te stesso, oppure quando vorrai lo potrai apprendere da me. Ma ora, via, facciamo filosofia».
  18. Per un profilo di Bernardo Bembo, attento alla sua attività politica e di studio, cfr. lo studio di N. Giannetto, Bernando Bembo umanista e politico veneziano, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1985. Il saggio ripercorre tutte le tappe del cursus honorum bembiano, i suoi viaggi per le corti rinascimentali italiane che furono anche occasione di scambio culturale. Preziose, in appendice, le Schede per la Biblioteca di Bernardo e la scelta delle sue lettere.
  19. Ivi, pp. 259-358.
  20. Ivi, p. 104. Questa la traduzione di S. Cammisuli: «Padre, anche adesso mi sono molto care le parole che mi dici con il grande amore che hai per noi, e sempre, finché vivrò, resteranno fisse nel mio animo e nella mia memoria, e desidero che anche tu possa godere a lungo con noi di queste stesse cose che hai procurato per me e per mio fratello. Ma se, come vuole la legge della natura, ti sopravviverò, ho altre cose […], ho altre cose, dico, che sempre mi renderanno santissima la tua memoria, anche lontano dal tuo Noniano, perché mi hai educato fin da bambino non solo diligentemente, ma certo, e mi sembra di dire il vero, anche coscienziosamente; mi hai portato nelle tue ambasciate, mi hai formato con ottimi costumi e con tutte le buone qualità, nei limiti del possibile, e l’educazione che mi hai dato è sempre stata tale che temo di esserti del tutto ingrato, se mai ti chiedessi qualcos’altro oltre a ciò che mi hai lasciato, se di queste stesse cose non ti ringrazierò sempre come se mi avessi costruito magnifiche ville».
  21. Ad esempio P. Bembo, Lettere, op. cit., epistola n. 528, pp. 245-46. La lettera è stata citata da A. Corsaro in Laus Villae. Scritti e vicende di prelati umanisti prima e dopo il Concilio, in La letteratura di villa e di villeggiatura. Atti del Convegno di Parma, 29 settembre-1° ottobre 2003, Roma, Salerno, 2004, pp. 169-204. Quanto alla descrizione degli horti bembeschi cfr. E. Curti, Gli ozi di Pietro Bembo. Echi letterari e passione antiquaria nella descriptio horti bembesca, in «Lettere Italiane», 2010, 62, pp. 450-63.
  22. Cfr. E. Curti, Bembo in fuga. Diporti extravaganti e ansie cittadine di Pietro Bembo, in La letteratura degli Italiani. Centri e periferie, Foggia, Edizioni Del Rosone, 2011, pp. 1-7.
  23. Cfr. M. De Martis Dalle Fratte, L’avventura del Priapeo 82 Büch: dal Feliciano agli orti di Bernardo Bembo, in L’“antiquario” Felice Feliciano veronese tra epigrafia antica, letteratura e arti del libro. Atti del Convegno di studi, Verona, 3-4 giugno 1993, a cura di A. Contò e L. Quaquarelli, Padova, Antenore, 1995, pp. 117-40.
  24. R. Callegari, Sculture “in horto Bembi”, in «Nuovi Studi», II, 1997, pp. 41-62, alle pp. 41-42. Sulla ricca collezione artistica che Pietro Bembo aveva ereditato dal padre e notevolmente arricchito, e che portava con sé negli spostamenti tra le diverse residenze, cfr. S. Nalezyty, Pietro Bembo and the intellectual pleasures of a Renaissance writher and art collector, New Haven-London, Yale University Press, 2017.
  25. G. Pozzi, L. A. Ciapponi, La cultura figurativa di Francesco Colonna e l’arte veneta, in «Lettere Italiane», XIV, 1962, pp. 151-69.
  26. E. Mauceri, Taormina con 110 illustrazioni e 1 tavola, Bergamo, Istituto di Arti Grafiche, 1907, p. 36.
  27. P. Bembo, De Aetna, op. cit., p. 101.
  28. Ivi, pp. 107-108.
  29. Ivi, p. 110.
  30. Come sottolinea S. Settis, Il futuro del “classico”, Torino, Einaudi, 2004, p. 80: «Proprio qui, nella buia voragine fra morte e resurrezione, è la radice della corrispondenza simmetrica tra “classico” e “Rinascimento” che abbiamo menzionato: se solo nel XIX secolo entrambi i concetti presero, entro un ben definito quadro disciplinare e istituzionale, il senso che conservano fino ad oggi, entrambi si fondavano però su premesse che già erano chiare alla generazione di Petrarca, e cioè che era necessario tornare agli Antichi, ridar loro vita e renderli attuali col contrapporli ai moderni; anzi, fare se stessi simili agli Antichi per comprenderli a fondo, riviverne e riproporne l’insegnamento». Cfr. anche lo studio di E. Garin, L’umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento, Bari, Laterza, 1958; originale la riflessione sulla riscoperta dei classici nel Rinascimento italiano formulata da N. Gardini, Rinascere. Storie e maestri di un’idea italiana, Milano, Garzanti, 2019.
  31. Quanto alla storiografia medievale, alla gerarchia delle fonti, alle sue caratteristiche nelle diverse aree romanze cfr. il bel saggio di L. Minervini, La storiografia, in La letteratura romanza medievale, a cura di C. Di Girolamo, Bologna, Il Mulino Editrice, 1994, pp. 279-96.
  32. Si fa riferimento al suggestivo titolo del saggio di Maria Corti dedicato all’Etna ed ai miti etnei. Cfr. M. Corti, Catasto magico, Torino, Einaudi, 1999.
  33. G. Salmeri, L’Etna del viaggio e della scienza, in AA. VV., Etna. Mito d’Europa, Catania, Maimone Editore, 1997, pp. 124-35.
  34. Pindaro, Epodo, in Id., Le odi. Poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli, Bologna, Zanichelli, 1945, p. 116.
  35. P. Bembo, De Aetna, op. cit., pp. 113-15.
  36. Ivi, p. 122. Questa la traduzione di S. Cammisuli: «Dicono che i pastori vedano lo stesso dio che vaga qua e là per le selve e i pascoli; spesso mentre siede sotto quegli alberi coronato di pino e tace, talvolta mentre consola il suo amore con la zampogna».
  37. Si fa riferimento alla nozione di «repertorio» elaborata da Wolfgang Iser. Cfr. W. Iser, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Bologna, Il Mulino, 1978.
  38. Come scrive F. Raffaele, Tra Natura e Antico. La raffigurazione della Sicilia nel De Aetna di Pietro Bembo, in P. Bembo, De Aetna, op. cit., p. 19.
  39. Com’è noto, è questa l’occasione in cui l’editore veneziano ha utilizzato per la prima volta il carattere Bembo, elaborato da Francesco Griffo osservando il manoscritto di Pietro Bembo. L’emulazione della grafia scritta del Cardinale ha dato nuova eleganza e leggibilità ai testi a stampa, con un sottointeso ideologico: il nuovo carattere rappresentava l’ideale armonico degli umanisti formatisi nella lettura dei classici auctores, in contrapposizione al carattere gotico identificato con i popoli affermatisi a causa della decadenza romana. Manuzio ha usato il carattere Bembo anche per la stampa della Hypnerotomachia Poliphili e da quel momento il carattere ha avuto ampia diffusione, influenzando generazioni di stampatori.
  40. Ivi, p. 97. Questa la traduzione di S. Cammisuli: «Ma non pensare che nella mia vita ci sia stato qualcosa più felice dei due anni trascorsi in Sicilia».
  41. C. Gemmellaro, La vulcanologia dell’Etna, Catania, Tipografia dell’Accademia Gioiena di C. Galàtola, 1858, pp. 86 e 88.
  42. F. De Roberto, Randazzo e la valle dell’Alcantara, Bergamo, Istituto di Arti Grafiche di Bergamo, 1909.
  43. La monografia dedicata a Randazzo è illustrata, tra l’altro, da settanta foto d’arte realizzate dallo stesso De Roberto e costituisce, allo stato, una delle poche testimonianze della passione dello scrittore per l’arte dello scatto. Sul De Roberto fotografo cfr. M. Troppano, La configurazione dello spazio nella narrativa e nella fotografia di De Roberto, in Letteratura & fotografia, a cura di A. Dolfi, Vol. I, Roma, Bulzoni Editore, 2007, pp. 205-44.
  44. Per lo studio di quella particolare forma di iconotestualità che è il fototesto cfr. Fototesti. Letteratura e cultura visuale, a cura di M. Cometa e R. Coglitore, Macerata, Quodlibet, 2016.
  45. La riscoperta dell’opera del cinquecentista siciliano Antonio Filoteo Omodei, abbondantemente citato da De Roberto nella sua monografia randazzese, si deve ad Angelo e Giuseppe Manitta che ne hanno studiato i poco noti testimoni manoscritti e a stampa, oltre a diversi documenti d’archivio. L’Omodei che è, peraltro, autore di una raccolta di rime da inquadrarsi nell’ambito del petrarchismo post-bembiano, coltivava un vasto quadro di relazioni culturali e intratteneva rapporti di scambio poetico con Annibal Caro e Giovan Paolo Lomazzo. Cfr. A. e G. Manitta, Il codice autografo delle Rime di Antonio Filoteo Omodei (Capponiano 139). Indagini su un inedito petrarchista del Cinquecento, Castiglione di Sicilia (CT), Il Convivio, 2015.
  46. F. De Roberto, Randazzo e la Valle dell’Alcantara, op. cit., p. 94. Il testo latino è tratto da P. Bembo, De Aetna, op. cit., p. 101. Questa la traduzione di S. Cammisuli: «La valle è divisa e bagnata da un sonoro fiume perenne. I platani, adombrando entrambe le rive con una folta selva, hanno occupato la maggior parte delle lave, come eccellenti abitanti».

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

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