Umberto Morra e Benedetto Croce

Author di Salvatore Cingari

Ombre sulla Storia d’Italia

Umberto Morra di Lavriano e Benedetto Croce non ebbero una frequentazione vera e propria e un dialogo continuo e diretto[1]. Le loro vite iniziarono a incrociarsi nella comune rete di relazioni di quella “famiglia italiana”, fra liberale e socialista, raccolta nella parte di Toscana che contava nella Villa di Metelliano, dimora cortonese di Morra, uno dei suoi luoghi dello spirito. Il mio contributo sarà soprattutto incentrato sul ruolo di Croce nella riflessione di Morra, dato che non possediamo, almeno al momento, giudizi del primo sugli scritti del secondo o comunque sulla sua attività culturale. Qualcosa di più forse sapremo se si potranno un giorno leggere le lettere di Croce, probabilmente conservate nell’archivio della Villa, al momento non accessibile. Quelle di Morra invece le ho potute consultare nell’archivio di casa Croce[2]. Si tratta di 6 lettere, 2 cartoline e un telegramma.

Iniziamo da qui la nostra ricostruzione. Una delle due cartoline, inviata il 12 novembre del 1925[3], è firmata da Umberto assieme a Carlo e Nello Rosselli. I tre erano stati in gita a Pescasseroli e, avendo pensato al Senatore, gli avevano inviato la cartolina, dichiarandosi a lui “devotissimi”. Non si trattava di una gratuita attestazione di deferenza. Dopo la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti Croce era diventato il simbolo di un liberalismo ormai consapevole dell’impossibilità di conciliare il fascismo con le garanzie statutarie.

Circa un anno dopo una squadraccia fascista avrebbe fatto irruzione a Palazzo Filomarino. Su questo episodio è incentrata la prima lettera che Morra aveva scritto a Croce, il 10 novembre del 1926[4]:

Illustre senatore,

oggi so che l’incredibile notizia, smentita per pudore, era vera: che i facinorosi sono entrati, e in qual modo, nella sua casa. E non posso far a meno di manifestarle la mia impressione di sdegno e di disgusto.

Mi lasci anche dirle che ogni risentimento in me è vinto dalla tristezza di vivere senza altre speranze in un tempo che smentisce l’opera dei nostri padri e impedisce di desiderare la sopravvivenza dei figli. Noi ancora giovani (e tanto pochi) non sapremo più come fare a rimanere sereni e a usare una comprensiva indulgenza se le bestiali offese si rivoltano contro chi ci è il solo maestro di saggezza e di vita.

Mi perdoni se adopero queste parole, ma capirà che non ho l’animo di lusingare: rammento lei e la Sua casa anche per la cara bontà della sua accoglienza di questo maggio; non so arrendermi a questa triste eppure prevista realtà che mi par più ingiusta e oscura dell’atto che l’ha colpita.

Non so dirle altro che la mia profonda e devota stima

Umberto Morra di Lavriano

Morra dunque era stato a maggio a Napoli da Croce. La lettera è una delle tante testimonianze – lo ripetiamo ‒ del ruolo di riferimento umano e spirituale che il filosofo assunse con il conclamarsi della dittatura e del suo conseguente smarcamento dal blocco che aveva fino ad allora fiancheggiato l’ascesa del fascismo. La lettera successiva è del 1928. Ma prima di leggerla dobbiamo soffermarci sul primo dei due articoli di Morra interamente incentrato su Croce e cioè la recensione, apparsa su «Solaria», della Storia d’Italia. Finora a mio avviso non è stata sufficientemente notata ed enfatizzata la carica fortemente critica del pezzo di Morra, al netto dell’autentica deferenza di fondo e del carattere sempre elegante del letterato. Va innanzitutto ricordato un elemento a suo modo “esterno” che complica la vicenda, e cioè il fatto che Croce in quell’opera dipinge con tratti foschi Roberto Morra di Lavriano, padre di Umberto e generale incaricato da Crispi di reprimere i fasci siciliani. Egli viene ricordato come «generale da corte e da caserma, un uomo del mondo elegante, pronto al disprezzo e alla durezza, ma non di mente e di cuore larghi»[5].

All’inizio della recensione l’autore si giustifica per non aver affrontato il libro dal lato delle vicende storiche narrate, per una mancanza di serenità determinata sia dalla commistione fra l’opera di Croce e la vita culturale collettiva sia, appunto, per il giudizio su suo padre, che l’aveva non poco ferito. Paradossalmente, però, il confronto con il pensiero di Croce avviene ancora più in profondità, con uno stile sottile e ambivalente che, nel rendergli omaggio, sembra decostruirne il pensiero. Il libro, infatti, rivelerebbe per Morra la tendenza – non isolata nelle pagine crociane ‒ a mitologizzare la materia storica. Il letterato cortonese sembra quasi adombrare l’idea che il senso dell’opera del filosofo stia in un continuo slittamento mitologico dettato dalla necessità storica. La storia come “storia contemporanea” finisce per riscrivere continuamente il passato ma, nel contempo, per mitizzarlo a partire dalle esigenze del presente, assorbendo i dubbi, le incertezze e gli scoramenti cari all’ancor giovane antico vociano, seguace dei Michaelstaedter, Jahier, Boine e Slataper, del Papini di Un uomo finito e di Weininger[6]. Ma in più doveva giocare il magistero di Berenson, a cui era assai vicino. Anche se risale a tre anni dopo, ne è una prova il pensiero annotato e poi pubblicato nei Colloqui raccolti da Morra, in cui il grande critico d’arte americano, pur esaltando la condivisione di ideali liberali, lamentava che la chiarezza di Croce si definisse a costo del sacrificio di uno scarto non indolore. Era indotto cioè – diceva Berenson[7] ‒ a sopravvalutare la “necessità”. È vero che gli accadimenti formano una catena, ma di alcuni anelli si potrebbe fare a meno: non tutti gli errori mortiferi sono “necessari”.

In realtà però Morra, che – in anticipo sulle pionieristiche pagine di Contini[8] – accenna alle tensioni biografiche coperte dall’armonia del pensiero, indica sotto il mito razionale della necessità storica il lavorìo di un mito più sentimentale legato alle tendenze etiche e politiche del filosofo. E qui invece è il giudizio di Gramsci ad essere anticipato[9]. Il “non-fatto” è irreale e non è storia: il fatto, anche frammentario, viene invece ricondotto a un disegno in cui a ogni azione corrisponde una reazione già presupposta. Il risultato è un “ottimismo quasi panglossiano”. Ecco perciò che Croce, «persuaso di trattenere i suoi convincimenti nel cerchio dei singoli fatti storici, forse l’abbellisce e l’irradia di una luce che è propria dell’animo piegato al ricordo e rifugiantesi in un tempo più favorevole e più gradito». C’è insomma – prosegue Morra – «interferenza fra l’oggi e l’ieri», una «tendenza mitica che la muove continuamente verso il plauso e l’elogio, un atto di fede in quell’equilibrio in cui quasi si direbbe che la storia abbia a finire, tutta spiegata in un’epoca di libertà e di pace; né si riesce a presentire che in esso si prepari e poi si scateni la guerra». Morra addirittura aggiungeva che, quando il pensiero è troppo ragionevole, non insegna molto e concludeva:

chiunque è eticamente vivo avrà considerato la difficoltà d’una giustizia ch’è un sommo requisito d’intelligenza umana, ma che pure insegna il verso di giustificarsi continuamente e di considerare con benevolenza forse da storici le proprie tendenze più ambigue e le momentanee transigenze. Ricacciare la coscienza dell’errore e gli scrupoli del futuro, lavorare nel presente e non impermalirsi del passato: così si può tradurre a uso personale la coscienza storica crociana; e a raggiungerla si è certi che si farebbe un guadagno di serietà e di calma. Ma pure non si potrà rinunciare alla mobilità dell’animo, a un’attesa e a una tensione irragionata che tiene il luogo delle illusioni, noi che per la guerra non s’è conosciuto l’adolescenza.

Nonostante la struttura retorica complessa che pone il dissenso incapsulato nell’omaggio – come accennavamo –, non v’è chi non veda la sostanza profondamente critica e forse anche un rimprovero per l’atteggiamento di Croce verso il fascismo fino al ’25 («transigenza etc.») e per la richiesta di quieta conciliazione, nonostante le insanabili ferite procurate dal conflitto mondiale.

Croce non deve averla presa bene. Fa infatti recapitare una lettera (22 marzo 1928) a Morra tramite Alessandro Casati, che era in relazione con i Bracci di Montepulciano, intimi amici del Morra, perché diceva di ignorare il suo indirizzo[10]. Un riflesso della lettera traluce dalla risposta di Umberto[11]:

Illustre Senatore,

per il cortese tramite del senatore Casati e della contessa Bracci ricevo la sua gentile lettera, e le rispondo subito per dirle che gliene sono molto grato. Poiché gli amici di “Solaria” mi avevano permesso di scrivere alcune note sulla Sua “Storia d’Italia”, io non potevo fare a meno di incominciarle mettendo in guardia il lettore su una ragione specifica che poteva adombrare il mio ragionamento e nello stesso tempo avvertendolo che avevo ingoiato senza repulsione quelle parole che veramente a me sembrano ingiuste.
Ella mi invita a fornirle le prove che possano correggere il giudizio che ha dovuto ripetere; non si potrebbe dare un invito più persuasivo a rompere la neghittosità che mi era presa, nel rivedere carte documenti e memorie di mio padre, dopo un primo periodo di attività promosso dal consiglio del prof. Salvemini. M’era parso infatti impossibile poter pubblicare qualche cosa delle sue memorie (che specialmente nel primo periodo della sua vita si riferivano principalmente alla Corte), in una situazione, mia personale e degli animi in genere, tanto precaria e malsicura. Ma, del resto, dove trovare i documenti che attestino ch’egli non era “pronto al disprezzo e alla durezza” e che, se non la sua mente, per lo meno il suo cuore fosse “largo”? Ella capirà che su altre opinioni che riguardino l’efficacia o la sagacia della sua opera, non muoverei un appunto, o per lo meno lo potrei contestare con molta calma e con molto meno impegno personale. Su quel punto invece, non c’è per me da dir nulla se non da ripetere una smentita sentimentale.

Per farle sentire poi che non considero, per questa ragione, l’opera Sua nemmeno con un’ombra di rancore, le dirò che ieri sono stato felice passando davanti a un libraio, di rivedere in vetrina la “Storia d’Italia” nella sua Terza edizione.

Mi voglia credere sempre suo dev.mo

Umberto Morra

Roma 26 marzo 1928

Un po’ d’ombra però forse rimase residua. Non solo dal lato di Croce (sembra di capire che il filosofo nella lettera si fosse focalizzato sulla questione del Generale Morra, sottraendosi all’interlocuzione sul resto dell’articolo), ma anche da quello di Morra. In un tardo testo autobiografico Umberto sarebbe tornato su suo padre, mostrando di risentire ancora del confronto con lo spunto crociano del ’28, quasi come una risposta a 50 anni di distanza. Si tratta di un articolo sulla «Nuova Antologia» del 1975 in cui cercava di spiegare le radici biografico-mentali della sua intesa con Piero Gobetti. Quella del padre era ricordata come una famiglia di «ottimati piemontesi» di nobiltà recente e quindi non feudale, che non avevano «né i mezzi né il gusto della vita oziosa e signorile». Chiamato da Visconti-Venosta a fare l’ambasciatore in Russia in un’operazione – enfatizzava Morra – quasi di riequilibrio della Triplice, si distinse per la critica del «lusso stravagante» e della «corruzione dilagante». Lo definiva un «amante delle cause perse» e «non conformista», avverso alla massoneria e alla tendenza anticlericale del ceto dirigente italiano[12].

Eppure in quello stesso testo Morra raccontava di se stesso che nel primo dopoguerra, fuoriuscito dalla Stimmung nazionalistica (quella stessa, ricordiamo, che aveva assediato persino Aldo Capitini negli anni del liceo[13]), i suoi poli mentali (illuministico e storicistico) erano Salvemini e Croce, e che anzi evitava di opporre esplicitamente al primo la lezione storicistica e teorica del secondo[14]. Addirittura parlava di un’identificazione con Croce, frutto dell’amicizia fraterna con Pancrazi[15], che, però, va ricordato, era del tutto autonomo dallo studioso napoletano, con cui anche fu diviso ad esempio sulla scuola storica, su Pascoli, su Ariosto e sulla stessa teoria estetica[16]. Secondo Roberto Pertici in questo caso Morra anticipava troppo la sua adesione al crocianesimo: lo dimostrerebbe anche il fatto che il riferimento a Croce sia pressoché assente dalla produzione morriana precedente[17]. Ma forse già in quel primo dopoguerra si trattava di un Croce assunto a “polo mentale” storicistico assieme ad altri orientamenti (non solo illuminista ma anche cattolico, vociano etc.), che ne relativizzarono l’iniziale esclusiva seduzione, fino all’autonomia critica che abbiamo potuto vedere nell’articolo del 1928. Anche in un articolo del 1929 su Pellizzi Morra sembra da un lato aderire alla teoria crociana dei generi letterari per poi al solito sfuggire a un’egida troppo stretta, paragonando il meccanicismo pelliziano alla tendenza cattedratica di Croce stesso che, però, con ennesima torsione, veniva comunque definita non “pedante”[18].

La “rivalutazione”

Se insomma è vero quanto scritto da Giovanni Contini nella voce del Dizionario Biografico secondo cui in «Solaria» Morra in qualche modo rivaluta Croce (e, come vedremo, polemizza con Gentile)[19], bisogna precisare che ciò è nel senso che, dagli anni Trenta, il consolidarsi di Croce come vate europeo dell’antifascismo rende ineludibile, accanto alle criticità (a cui accenna anche Contini), una valorizzazione da parte del cortonese del significato epocale dell’opera del filosofo.

Questo già si vede nella recensione che in «Solaria» Morra scrive sulla Filosofia dell’arte di Giovanni Gentile[20]. Si tratta di un testo molto duro, di un’asprezza – ci sembra – inedita nella sua produzione e priva di quella intelaiatura reverente riservata nell’articolo di tre anni prima a Croce. Era lo stesso atteggiamento verso il filosofo siciliano che nell’agosto successivo Berenson manifestava allo stesso Morra[21] e che il cortonese lasciava trasparire, pur senza nominare Gentile, nel suo attacco di sapore salveminiano e gobettiano all’accondiscendenza idealista al potere nell’articolo Gli ideologhi, uscito nel gennaio del 1924 su «La rivoluzione liberale»[22] .

Gentile viene criticato per il suo dichiarato esoterismo, per errori e contraddizioni, ma in ultima analisi per il fatto che l’idealismo come da lui concepito esclude dall’unico atto dello spirito le realtà non «riducibili e non accaparrabili, i valori concreti che la storia propone a tutti gli uomini, di fronte ai quali la miglior conoscenza è un atto di umiltà». Rispetto a questo riduzionismo, la “distinzione” e l’attenzione al “particolare” a cui Croce invitava i suoi contemporanei[23] aprivano una prospettiva diversa. La realtà concreta non dileguava, anche se – ci tiene a precisare Morra, mostrando come il proprio fosse lontano dal poter essere definito un crocianesimo ortodosso o anche un crocianesimo tout court ‒ «non siamo proprio sicuri, come Croce vuole, che siano quattro le forme dell’attività spirituale». Ma Croce – aggiungeva – «non proibirebbe a nessuno, tanto meno a sé stesso, di ridurle o di scoprirne una quinta». Qui Morra “liberalizzava” troppo Croce, che non era così propenso ad aggiungere una forma alle quattro del sistema, ma certo in questo caso il critico cortonese intendeva rimarcare il carattere di maggiore apertura del pensiero crociano rispetto a quello gentiliano: esso si sarebbe, del resto, sempre più articolato nello stile non sistematico fino a opere come La poesia e La storia come pensiero e come azione.

Lo stesso anno, in una recensione, sempre su «Solaria», a un’opera sull’idealismo assoluto di Novello Papafava[24], Morra lamentava che tutto il discorso fosse incentrato su Gentile e mai fosse citato Croce. Alcune delle cose che non quadrano possono essere discusse in una prospettiva crociana – continuava Morra –, concludendo così a proposito del filosofo napoletano: «c’è una fiducia che non si potrà mai stancare, fiducia all’uomo prima che al maestro perché la sua schiettezza umana noi la sentiamo vicina, collaboratrice della nostra che negli oscuri sforzi, nelle lunghe e grigie giornate del nostro pensiero, su tutto tentiamo di far prevalere». Croce – insomma ‒ come odio e amore di una generazione[25].

E arriviamo così alla recensione – sempre su «Solaria» – alla Storia d’Europa, che conferma la nostra analisi[26]. Morra finisce per mettere da parte ogni prudenza identificando nella “libertà” il senso della storia del diciannovesimo secolo narrata da Croce. Il quadro è però «tendenzialmente ottimistico e facilitatore, quasi avesse, in un momento di stanchezza, a incuorare con lo specchio del passato i combattenti della vita». Tuttavia – per Morra ‒ Croce si mostra davvero liberale nell’ammettere la possibilità che uno sguardo informato a pensieri diversi dal liberalismo potesse ripercorrere la stessa storia, preparando parimenti l’avvenire.

Nondimeno (come si vede, si tratta della consueta spirale di criticità e adesioni) Morra formulava una seconda obiezione al filosofo: e cioè la stretta connessione fra liberalismo e immanentismo. Qui troviamo un po’ la chiave del rapporto fra i due. Morra infatti scrive che quell’identità finisce per escludere dal tempio della libertà i cattolici liberali, i positivisti liberali, i trascendentisti o gli empiristi o gli “intuizionisti liberali”: tutti spiriti contraddittori nella logica crociana:

Questo senso di superiorità – spiega Morra – latente in tutto il libro, con i suoi corollari di sufficiente orgoglio e di immediato ottimismo poiché l’accompagna un benessere morale che non si può scalfire e che pare sordo alle voci dei più è quello che allontana da Croce.

E aggiunge fra parentesi: «non me solo, direi, ma molti, specie dei più giovani; i quali esagerano poi nella diffidenza e non capiscono il bene dell’equilibrio che Croce raggiunge sempre come per incanto». Insomma Morra eredita l’insoddisfazione dei giovani del primo Novecento a cavallo della guerra verso la tendenza dell’idealismo a tutto spiegare e pacificare, sebbene il ruolo assunto da Croce nella lotta politico-ideale e la stessa capacità del filosofo di rappresentare un modello di pensiero difficilmente trascurabile rendessero estremamente complessa e articolata la posizione del letterato.

Nel suo Ricordo cortonese avrebbe rievocato l’aneddoto secondo cui per Croce su quaranta milioni di italiani appena quaranta erano i veri consapevoli antifascisti[27]: il sentimento di “ecclesia pressa” alimentava insomma l’esigenza di non sentirselo troppo lontano e di trarre anche dalla sua tendenza alla sintesi e alla luce un beneficio di equilibrio per sostenere il gravoso e oscuro presente.

Nelle carte di casa Croce troviamo, dopo quelle del 1926 e del 1928, già citate, una lettera del febbraio 1936[28] in cui Morra fa gli auguri al filosofo per i suoi settant’anni:

Egregio e caro Senatore,

non posso fare a meno,

pensando a lei nella ricorrenza e nella collaborazione del suo compleanno, di pensare anche al bene e al profitto che mi ha fatto, in tutto il tempo dacché ne ho preso conoscenza, la sua opera, e alla sorte fortunata che mi ha dato di nascere vicino di patria e di tempo alla sua vita. E’ poco dire che io non mi sentirei compiutamente me stesso se non avessi potuto seguire così da lontano l’esempio suo e ammirare il sereno e duraturo sforzo del suo lavoro; preferirei darle oggi una testimonianza più autorevole e più distante, mostrandole un riconoscimento che non avesse che fare con nessun motivo personale.

La bellezza e la grandezza dei suoi libri, la chiarezza del suo pensiero e l’evidenza del suo detto specialmente là dove rende conto della più complessa realtà, il lucido e riposato equilibrio per cui circola così abbondante la vita, tutti questi beni vengono da lei con sempre uguale abbondanza, sempre più importanti per una generazione che illude la sua inetta stanchezza con atteggiamenti sommari di ribellione. E’ come una garanzia per tutti che ci sia, ai suoi inizii, un’opera come la sua, saldamente organica e sicura, non priva, anche, di simpatia e di ragioni per tutto che nell’animo è più spontaneo e indisciplinatamente vitale.

Tra le voci di gratitudine voglia accogliere anche la mia, che è espressione di un affetto devoto, e anche di un autonomo sentimento di fedeltà che forse sfugge per pregiudizio il carattere dell’ortodossia.

Il suo

Umberto Morra

Sembra quasi che qui Morra, nell’esaltare gli aspetti di adesione alla lezione crociana, voglia giustificarsi per non poter essere ortodossamente identificato in essa, richiamando – diremmo – con umile orgoglio la propria autonomia. E tuttavia in un articolo su Carducci del 1938 su «Letteratura»[29] esordiva contrapponendo – diremmo crocianamente – il modello incarnato dal poeta toscano a quello di d’Annunzio. E sempre nello stesso anno, denunciando il dissenso con la tesi salvatorelliana di un’unità italiana ab origine, sempre su «Letteratura» richiamava a conforto le prese di posizione crociane di qualche anno prima[30].

Sono gli anni, questi, in cui la casa di Metelliano e quella prossima di Pancrazi diventano luoghi di ritrovo per una galassia antifascista che va dai liberali come Novello Papafava ai liberalsocialisti immortalati dal celebre disegno di Guttuso: con lo stesso Morra, Capitini, Luporini, Bobbio e Calogero. Anche Croce frequentava casa Pancrazi, e l’aneddotica vuole che un giorno ebbe a chiedere chi fosse quel giovane troppo loquace e che quel giovane, Alberto Moravia (stretto amico di Morra e a lungo ospite a Metelliano, dove lavorò agli Indifferenti), chiese a sua volta chi fosse quel vecchio che lo criticava[31].

Nei Taccuini di lavoro di Croce troviamo qualche accenno a Morra. Indicativo della loro conoscenza “indiretta” il fatto che si tratti sempre di riferimenti legati a comuni conoscenze: nel 1932 a Pancrazi[32], nella cui casa cortonese avviene un incontro; nel 1935 a Papafava (Padova)[33]; nel 1942 a Carlo Antoni (Roma)[34].

Guerra e (nuove ombre nel) dopoguerra

Ma è del ’43 l’accenno più importante a Morra nei Taccuini[35]. Quest’ultimo arriva a Capri assieme al Ministro Leopoldo Piccardi che doveva discutere con Croce se fosse il caso di formare un governo politico al posto di quello militare, se Badoglio andasse sostituito con un politico e se convenisse aprire la questione istituzionale. Come anche Pertici ha sottolineato[36], Morra – che poi avrebbe radicalizzato le proprie posizioni ‒ condivideva probabilmente l’orientamento di Piccardi e Croce: un governo a guida Badoglio in cambio dell’abdicazione del Re (sebbene senza mettere in campo la questione istituzionale in sé). Di lì a poco Morra entrò nell’entourage della rivista «Aretusa», animata dai crociani Flora e Nicolini ma anche vicina all’azionismo[37], e si ritrovò di nuovo insieme al filosofo nel secondo governo Badoglio, dove rivestì il ruolo di segretario del Ministro del lavoro Tarchiani. Anche le lettere di Morra a Croce presentano alcuni squarci di febbrile vita politica negli anni della guerra, in cui i due entrano talvolta in contatto[38].

In questi frangenti e poi nella fase della ricostruzione possiamo ritrovare negli scritti di Morra una riapertura del confronto con Croce, che si inserisce ora in un più ampio campo in cui giocano anche il marxismo e Gramsci. Sulla «Nuova Europa» del 10 dicembre del 1944 Morra interviene a proposito del primo numero di «Rinascita»[39] in cui vengono pubblicate alcune lettere di Gramsci su Croce e la Storia d’Europa[40], rivolte alla cognata Tania ma affinché le leggesse Togliatti nella prospettiva della costruzione di una contro-egemonia[41]. In esse veniva ripresa l’idea che la religione crociana della libertà potesse aver favorito il consolidarsi di un paradigma segnato dall’assorbimento del conflitto, a cui potevano attingere quadri dirigenti del fascismo stesso, rafforzato della polemica anti-marxista del filosofo dei distinti: in altre parole una riedizione più raffinata del trasformismo. In questi anni a cavallo della Liberazione Morra tenne una posizione azionista di tipo gobettiano, volta, nella distinzione, ad un’apertura ai comunisti nell’idea ch’essi incarnassero gli stimoli liberali espressi collettivamente dal proletariato. Egli da un lato tiene a distinguere l’interpretazione gramsciana del rapporto fra Croce e il fascismo dal riduzionismo a cui a suo avviso la piegava Togliatti, che nello stesso numero di «Rinascita»[42], a proposito dell’opuscolo di Croce Per la storia del comunismo in quanto realtà politica[43] (in cui si denunciavano nel comunismo un semplicismo e utopismo non redenti dal marxismo e l’esito dittatoriale del regime sovietico), sembrava attribuire alla posizione del filosofo una connotazione direttamente personale e intenzionale di facilitatore e fiancheggiatore del fascismo[44].

Il credito dato alle tesi di Gramsci forse non desterà sorpresa dopo la ricostruzione che abbiamo fatto: si ricorderà come nella recensione alla Storia d’Italia Morra quasi anticipi il sardo nel vedere in quella crociana un’interpretazione che ingabbia la storia in reazioni già presupposte nelle azioni. Ma Morra muoveva una critica alla stessa analisi gramsciana. Non lo convinceva, infatti, l’accostamento effettuato nei «Quaderni» fra Croce e il conservatorismo di Rocco e Coppola, dato che a suo avviso la natura del fascismo non fu “conservatrice” ma “catastrofica”. In breve: se Gramsci avesse avuto ragione sull’influenza conservatrice esercitata sul fascismo, in quest’ultimo non sarebbe prevalsa la natura “catastrofica”. Non è ora qui la sede per disputare esaurientemente della correttezza della visione morriana del ruolo e della connotazione ideologica di Coppola e Rocco e della stessa natura del fascismo. Mette invece conto di limitarsi a rilevare come il crocianesimo diventi anche per il Morra azionista un lievito da mobilitare in positivo per compensare le spinte rivoluzionarie che, pur addomesticate, nondimeno non si volevano rifiutare ma anzi valorizzare. Forse può essere considerato un segno di ciò anche il brano della sopra riportata lettera del 1936 in cui il letterato ringrazia Croce di salvare la sua generazione dallo sterile ribellismo[45]. Ecco perciò anche che del fascismo andavano stigmatizzati gli aspetti più “rivoluzionari” o “giacobini” (definiti “catastrofici”) rispetto a quelli “conservatori”. Insomma, la tesi di Gramsci sembra trovare conforto proprio dalla critica subita[46].

Eletto l’anno precedente con Pancrazi (prima, nel CLN, rappresentante del PLI) nel Consiglio comunale di Cortona nelle liste del Partito socialista italiano, l’8 maggio del 1947 Morra saluta con entusiasmo la pubblicazione delle Lettere di Gramsci[47] in cui Croce risalta come una figura che, al pari di Vico ed Hegel, assume una consistenza “sociale” e cioè legata a determinati “bisogni” e “strutture”. Accomunato il filosofo al prigioniero da una creativa tensione “antimitica”, abbiamo qui quasi un capovolgimento del Croce morriano di «Solaria» che, invece, nel fare filosofia, rivelava la mobilitazione di più livelli mitologici.

Morra ribadisce che Gramsci sottopone Croce a un giudizio che anche nell’apice dell’asprezza rimane estraneo alla “grossolanità” ch’egli sembra tornare ad attribuire alla posizione togliattiana, pur senza nominarla:

Il legame con Croce non è di famulo ma di collaboratore che si fa, quando l’occasione è matura, oppositore e avversario. Ho detto sopra che l’umore di Gramsci non diventa, in questo svolgimento, acre, ma forse mi sbaglio. Un’acredine da ultimo c’è; quando Croce si sposta su quello che è, nel linguaggio di Gramsci, il ‘piano dell’egemonia’ e abbandona quanto in sé aveva appreso e usato di materialismo storico, il giudizio di Gramsci diventa secco e staccato e anche nell’involucro delle parole che è costretto ad usare (il marxismo è sempre sottinteso nella formula ‘teoria della praxis’), offensivo. Ad ogni modo siccome qui tutto è spiegato e maturo, e possiamo seguire a una a una le tappe di un pensiero che si va studiosamente configurando (fino, da ultimo, a una posizione che ci può parere erronea e distolta da quel creare nel chiuso senza preventivi scambi e contatti) si rimane in tutt’altra aria da quella piuttosto greve dove si son sentiti di recente pronunciare su Croce e sulla portata ‘sociale’ del suo pensiero giudizi altrimenti grossolani e sbrigativi. Di una cosa non si può certo mai accusare Gramsci: di non essersi meticolosamente addestrato al ‘certame’ culturale in cui si lancia, di non avere le carte in regola. Il suo esame di coscienza intellettuale è sempre rigoroso e perfetto.

Nel giugno successivo su «Rinascita» Togliatti sarebbe del resto tornato sull’argomento, accomunando l’anticomunismo di Croce a quello idealistico-fascistico dell’Enciclopedia Treccani e a quello “clericale” della «Civiltà cattolica»[48]. Quando l’anno dopo esce Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Morra ne scrive sul «Nuovo corriere»[49], ma soffermandosi poco su Croce, quasi a ridurre il significato del discorso di Gramsci: esso gli appare derivato da un’«occasionale lettura» della Storia d’Italia e della Storia d’Europa e addirittura poco attinente ad altri temi trattati, come quello della psicologia dei ceti popolari e del senso comune. Ciò può sorprendere, anche se subito dopo Morra stesso riconduce l’attinenza alla funzione egemonica degli intellettuali, sebbene riportata alla prospettiva utopica del “millennio” che avrebbe emancipato le classi popolari. Una settimana dopo sullo stesso giornale Bruno Schacherl denunciava questa “riduzione”: in Morra – considerato uno «studioso di origine crociana» ‒ vi era infatti la tendenza a interpretare il dirigente del PCI in senso «revisionistico» e a non focalizzare il capovolgimento del crocianesimo operato dal marxismo gramsciano, proiettato non a un evanescente «millennio» bensì alla più concreta «azione quotidiana». Nessuna «occasionalità» nell’interesse di Gramsci – precisava Schacherl ‒, bensì si trattava del fulcro di una strategia di costruzione di una nuova prassi («anti-Croce»). Nel rispondere Morra scriveva fra le altre cose di non aver voluto minimizzare il carattere marxista del pensiero di Gramsci (“revisionismo” per lui non indicava un determinato approccio ideologico, bensì stava per “non dogmatico”) e la sua distanza da Croce, ma di averlo rivissuto alla luce della propria personale formazione e di «altre idee» che gli sembravano valide[50].

Proprio in quei giorni Morra aderisce all’«alleanza per la cultura», al pari del resto di intellettuali vicini a Croce come Pancrazi, Russo, De Ruggiero, Calogero, Longhi, Jemolo, ed altri come Alvaro, Ungaretti, Argan e molti ancora, che firmano un manifesto uscito sull’«Unità» del 21 febbraio del 1948[51]. Si trattava di un appello alla cultura a contribuire alla ricostruzione, all’insegna della «tradizione italiana» aperta allo scambio con le altre nazioni ma rigettando «ogni invadenza di merci, straniere ad ogni cultura». Il Manifesto così concludeva: «per la libertà della cultura contro ogni nuovo o rinascente tentativo di adescamento, di corruzione e di soffocamento burocratico; per la democrazia della cultura, che aperta al popolo, dalla scuola al libro al teatro, ne esprima la coscienza e le aspirazioni». Siamo alla vigilia delle elezioni e anche Morra appoggia il fronte popolare in funzione anti-democristiana. Ciò innesca una polemica proprio con Croce, che temeva l’assorbimento di parti importanti dell’intellighenzia liberal-democratica e liberal-socialista nel fronte social-comunista. Nell’anti-vigilia delle prime drammatiche elezioni nazionali del dopoguerra, il 6 marzo sul «Risorgimento liberale» e altre testate il filosofo infatti criticava con durezza quest’iniziativa, considerandola frutto della ricerca di visibilità e della partigianeria politica mascherata con l’aura della cultura. Riprendendo la distinzione elaborata all’epoca della Grande Guerra, Croce sosteneva che gli intellettuali, pur essendo votati all’universale, possono anche difendere propri interessi corporativi, ma, allorché intervengono su questioni politiche, non lo possono fare in quanto intellettuali ma come, appunto, cittadini che parteggiano esplicitamente per questo o quel partito[52]. Morra rispondeva sul «Nuovo Corriere» l’11 marzo, sottolineando come gli intellettuali possano intervenire collettivamente anche se non animati da una ragione corporativa, bensì di interesse generale e non politicamente schierata: prova ne era proprio il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Croce nel 1925. Il cortonese muoveva infine una critica più personale al Maestro, stigmatizzando ch’egli avesse iniziato una polemica senza riportare chiaramente e correttamente i «testi altrui» in causa[53]. Il 21 marzo, sempre sul «Risorgimento liberale» Croce replicava a Morra che il Manifesto del ’25 non era un “manifesto d’intellettuali” e anzi era nato proprio per contrapporsi al Manifesto degli intellettuali fascisti, denunciando la subalternità della cultura alla politica già da lui stigmatizzata nel corso della Grande Guerra. Il Manifesto da lui promosso era in realtà “politico”: esso difendeva la tradizione liberale ed era sottoscritto da liberali. Che la maggior parte fossero anche intellettuali dipendeva dal fatto che in quella famiglia politica abbondavano gli uomini di cultura[54].

Morra non replicò più al filosofo, ma certo la polemica poté lasciare una certa (maggiore) distanza fra i due, dato che l’ultima lettera di Morra a Croce è del giugno del 1946[55]. Replicò invece Francesco Calasso, sempre sul «Nuovo Corriere», il 1° aprile, ricordando a Croce – e ispirandosi alla sua stessa lezione ‒ che il suo Manifesto è passato alla storia come appello di intellettuali e che qualsiasi messaggio la cultura voglia trasmettere alla società è efficace nella misura in cui sia slegato dalla ristretta dimensione corporativa[56]. Si trattava insomma di un capitolo del dialogo interrotto fra Croce e il mondo della sinistra democratica e liberal-socialista, che spesso aderiva al fronte popolare ritenendo anche di inverare la religione della libertà. In questa fase invece la valutazione del filosofo della nascente Repubblica era caratterizzata da uno scontento[57] che non poteva essere condiviso dalla galassia dell’azionismo liberaldemocratico che gobettianamente si inoltrava nel secondo Novecento con uno sguardo diverso rispetto alle «masse proletarie»[58].

In altro luogo sarà utile vedere se e in che modo e misura nel dopoguerra emerga l’eredità di Croce nell’opera di Morra, che scioglierà il transitorio radicalismo in una prospettiva europeistica e atlantica. La biografia di Gobetti pubblicata postuma e incompiuta inizia peraltro proprio focalizzando il rapporto fra Croce e il giovane torinese, enfatizzando l’approdo intransigente (e quindi “gobettiano”) dell’antifascismo del primo[59]. Ma per il momento noi ci fermiamo qua.

  1. Questo saggio è già stato pubblicato, con lo stesso titolo, nel volume Umberto Morra di Lavriano e la cultura letteraria del Novecento (Firenze, Cesati, 2021, pp. 149-63). Ringrazio per la gentile concessione l’editore Franco Cesati e i curatori Simone Casini, Franco Contorbia e Sandro Gentili.

  2. Un sentito ringraziamento va alla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e in particolare alla dott.ssa Teresa Leo, che mi ha anche aiutato a decifrare i punti meno chiari della calligrafia del filosofo.

  3. Cfr. Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 1173.

  4. Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 881.

  5. B. Croce, Storia d’Italia dal 1971 al 1915, Napoli, Bibliopolis, 2004, pp.187-188.

  6. U. Morra, Recensione a S. Slataper, Lettere (Torino, Fr,lli Buratti editore, 1931, 3 voll.), in «Solaria», dicembre 1931, pp. 59-61.

  7. U. Morra, Colloqui con Berenson, Milano, Garzanti, 1963, pp. 34-35.

  8. Ci riferiamo ovviamente a G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana (1951), Torino, Einaudi, 1989.

  9. Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, vol. II, p. 1083 (Quad. 8), 1208 e 1220 (Quad. 10); vol. III, p. 1791 (Quad. 15).

  10. B. Croce, Epistolario II. Lettere ad Alessandro Casati. 1907-1952, Napoli, Istituto per gli studi filosofici, 1967, p. 115.

  11. Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 1160.

  12. U. Morra, Per un’intesa con Gobetti, in «Nuova Antologia», aprile 1975, n. 2092, pp. 469-70.

  13. A. Capitini, Antifascismo tra i giovani, Trapani, Edizioni Celebes, 1966, pp. 7-15. Queste pagine riprendevano un accenno dell’introduzione alla seconda edizione degli Elementi di un’esperienza religiosa [1937], Bari, Laterza, 1947, p. 11. Su questo tema cfr. anche M. Pagano, Aldo Capitini: gli anni della formazione, in «Historia magistra», n. 29, 2019, pp. 59-62.

  14. U. Morra, Per un’intesa con Gobetti, art. cit., p. 474.

  15. Ibidem.

  16. Cfr. ad es. F. Mattesini, Pietro Pancrazi. Tra avanguardia e tradizione, Roma, Bulzoni, 1971, pp. 25 e n., 55 e n., 72-73n.

  17. R. Pertici, Un liberale del nostro tempo: Umberto Morra di Lavriano, in Umberto Morra di Lavriano e l’opposizione etica al fascismo, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1985, pp. 99-100.

  18. U. Morra, Recensione a C. Pellizzi, Le lettere italiane del nostro secolo (Milano, Libreria d’Italia, 1929), in «Solaria», sett.-ott. 1929, pp. 48-52.

  19. G. Contini, voce Umberto Morra di Lavriano, in Dizionario biografico degli italiani (vol. 77, 2012), Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani; cfr. l’URL http://www.treccani.it/enciclopedia/morra-di-lavriano-e-della-monta-umberto_(Dizionario-Biografico).

  20. U. Morra, Recensione a G. Gentile, Filosofia dell’arte (Milano, Fr.lli Treves editori, 1931), in «Solaria», giugno 1931, pp. 74-80.

  21. U. Morra, Colloqui con Barenson, op. cit., p. 69.

  22. U. Morra, Gli ideologhi, n. 5, 29/1/1924, p. 17. Su ciò R. Pertici, Un liberale del nostro tempo: Umberto Morra di Lavriano, art. cit., p. 99.

  23. Cfr. Lettera di B. Croce ad A. Carlini del 14/II/1918, in Lettere di Benedetto Croce ad Armando Carlini, a cura di V. Sainati e L. Sassi, in «Teoria», 1, 1988, p. 40.

  24. U. Morra, Recensione a N. Papafava, L’idealismo assoluto. Considerazioni (Milano, Athena, 1930), in «Solaria», sett.-ott. 1931, pp. 56-59.

  25. E. Alessandrone Perona, Umberto Morra ‘uomo del Baretti’, in Umberto Morra di Lavriano e l’opposizione etica al fascismo, op. cit., pp. 46 e 49.

  26. U. Morra, Recensione a B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono (Bari, Laterza, 1932), in «Solaria», aprile 1932, pp. 54-57.

  27. U. Morra, Ricordo cortonese, in B. Frescucci, Bibliografia di Umberto Morra, Cortona, Grafiche Calosci, 1967, p. 3.

  28. Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 1221.

  29. U. Morra, Carducci e i giovani, in «Letteratura», luglio 1938, p. 16.

  30. U. Morra, Recensione a L. Salvatorelli, Sommario della storia d’Italia (Torino, Einaudi, 1938), in «Letteratura», ottobre 1938, pp. 146-47.

  31. A. Bellando, Umberto Morra di Lavriano, Firenze, Passigli, 1990, pp. 91-92.

  32. B. Croce, Taccuini di lavoro, Napoli, Arte tipografica, 1987, vol. III, 1927-1936, p. 337 (7 ottobre 1932).

  33. Ivi, p. 506 (21 ottobre 1935).

  34. Ivi, vol. IV, 1937-1943, p. 346 (19 aprile 1942).

  35. Ivi, p. 458 (13 ottobre 1943).

  36. R. Pertici, Un liberale del nostro tempo: Umberto Morra di Lavriano, art. cit., pp. 123-24.

  37. Ivi, pp. 125-26.

  38. Cfr. Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 948 e n. 949. Dalla Lettera del 4/2/1944 (sulla carta c’è scritto Viale Calascione 7 Napoli): «sono molto mortificato di non aver potuto recapitare la lettera al sig. Protopisani, che le fo rimettere. Al 42 di Via Giosuè Carducci è affissa una scritta, che dice che […] è severamente proibito ad ogni civile di entrare. Cosa più grave e perentoria, la maniglia della porta non cede, né c’è anima viva, civile o militare, a dar spiegazioni. Ho curato di individuare il luogo dove s’è rifugiato il sig. Protopisani, ma né Flora né Omodeo lo sanno (né lo conoscono). Penso perciò che sia meglio restituirle la lettera, non venendomi in mente altro modo di recapitarla». Dalla Lettera dell’8/3/1944: «eccole l’appunto riguardante la motonave “Linda” di cui le parlai ieri mattina, e che Ruffino la prega di passare con una sua autorevole parola a chi di ragione. Le cose sono un po’ mutate, in quanto la motonave è già stata requisita, e si tratta ora di provvedere a che sia adibita a un servizio che tocchi Sorrento. Ruffino le è molto grado di quel che potrà fare». Cfr. anche la lettera di Pancrazi a Croce del 14 luglio 1944: B. Croce – P. Pancrazi, Caro senatore. Epistolario 1913-1952, Firenze, Passigli, 1989, p. 164.

  39. U. Morra, Gramsci, Togliatti e Croce, in «La nuova Europa», 10 dicembre 1944, p. 11.

  40. «Rinascita», n. 1, giugno 1944, pp. 7-10. Le lettere sono del 13 e 25 aprile, del 2 e 9 maggio e del 6 giugno 1932.

  41. Al riguardo cfr. F. Frosini, Introduzione a A. Gramsci, La “storia d’Europa” di Benedetto Croce e il fascismo, Milano, Unicopli, 2019, pp. 13-62.

  42. P. Togliatti, Recensione a B. Croce, Per la storia del comunismo in quanto realtà politica (Bari, Laterza, 1943), in «Rinascita», n. 1, giugno 1944.

  43. Il testo era uscito anche su «La critica», fasc. 1, 1943, pp. 100-108.

  44. Morra sarebbe tornato su una coda di questa polemica all’inizio della sua incompiuta biografia gobettiana, ricordando l’“odio” (gobettiano) verso il fascismo di cui Croce scriveva a Togliatti nella nota lettera di fine ’45 in cui ricambiava gli auguri del dirigente comunista: U. Morra, Vita di Piero Gobetti, Torino, Utet, 1984, p. 35. Com’è noto, le note togliattiane su Croce sul primo numero di «Rinascita» diedero luogo a una vibrante protesta di Croce e a uno scambio epistolare riconciliativo fra i due. E in effetti l’asprezza delle posizioni togliattiane, non isolata a questo episodio del ’44, si inseriva però in un rapporto critico con l’idealismo e lo storicismo crociano, iniziato negli anni Dieci e proseguito negli anni Cinquanta, che aveva un più ampio respiro di motivazioni teoriche rispetto agli spunti più polemici delle pagine legate agli anni caldi del secondo dopoguerra. Su ciò cfr. B. De Giovanni, Togliatti e la cultura meridionale, in Togliatti e il Mezzogiorno, a cura di F. De Felice, Roma, Editori riuniti, 1977, vol. I, pp. 257-82 e 298-99; R. Racinaro, La critica di Togliatti allo storicismo di Croce, in Togliatti e il Mezzogiorno, op. cit., vol. II, pp. 253-57; S. Setta, Croce. Il liberalismo e l’Italia postfascista, Roma, Bonacci, 1979, pp. 82-86 e 256-57n.

  45. È tornato di recente su questo tema F. Frosini: Introduzione ad A. Gramsci, La “Storia d’Europa” di Benedetto Croce e il fascismo, Milano, Unicopli, 2019, pp. 13-62.

  46. Pochi giorni dopo sempre sulla «Nuova Europa» (La letteratura e la nuova Europa, in «La Nuova Europa», 17 dicembre 1944, p. 5), parlando dello stato della letteratura europea di fronte alla guerra, Morra si soffermava sui mutamenti rivoluzionari a cui avrebbe potuto portare la crisi coeva, proprio in considerazione del carattere “religioso” e “civile” della guerra, al di là delle nostalgie dei conservatori per un passato da rievocare. Forse è anche a Croce che si riferisce quando ammonisce che in questo quadro non sarebbe stato possibile astrarre la vita letteraria da quella civile (cfr. R. Pertici, Un liberale del nostro tempo: Umberto Morra di Lavriano, art. cit., p. 132). Anche se poi – di nuovo con articolato movimento ‒, sembra riavvicinarsi alla sua lezione nel distaccarsi dalla linea “post-decadente” che va da Proust a Joyce, denunciando l’«esagerazione» dei surrealisti e l’atto di «puro estetismo» con cui essi si affiliano alla «teoria comunista».

  47. U. Morra, Ritorno di Gramsci, in «Il nuovo corriere», 8 maggio 1947, p. 1.

  48. Cfr. P. Togliatti, Antonio Gramsci e don Benedetto, in I corsivi di Roderigo, Bari, De Donato, 1976, pp. 143-44.

  49. U. Morra, Attualità di Gramsci, in «Il nuovo corriere», 23/02/1948, p. 3.

  50. U. Morra, Gramsci Revisionista, in «Il nuovo corriere», 8/3/1948, p. 3.

  51. P. 3.

  52. B. Croce, Gli intellettuali e la politica, in «Risorgimento liberale», 63, 6 marzo 1948, ora in B. Croce, Nuove pagine sparse, Bari, Laterza, 1966, I, pp. 346-48.

  53. U. Morra, in «Il nuovo corriere», 11 marzo 1948, p. 3.

  54. B. Croce, Gli intellettuali e il ‘Manifesto’ del 1925, in «Risorgimento liberale», 21/03/1948, ora in Id., Nuove pagine sparse, I, op. cit., pp. 428-29.

  55. Dopo la guerra, oltre a un affettuoso telegramma del 24 febbraio del 1946 (Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 1579), Morra scrive a Croce il 1° giugno del 1947 a proposito dell’aiuto richiesto da quest’ultimo per reperire una traduzione portoghese dell’Estetica (Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, Archivio di B. Croce, Carteggio, n. 1188).

  56. F. Calasso, Cronache politiche di uno storico, Firenze, La nuova Italia, 1975, p. 263. Su questo dibattito cfr. anche R. Pertici, Un liberale del nostro tempo: Umberto Morra di Lavriano, art. cit., pp. 135-37.

  57. Cfr. E. Di Rienzo, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento. 1943-1948, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.

  58. Su ciò cfr. S. Cingari, Dietro l’autonarrazione. Benedetto Croce fra Stato liberale e Stato democratico, Milano-Udine, Mimesis, 2019, pp. 282-85 e 288-89.

  59. U. Morra, Vita di Piero Gobetti, op. cit., pp. 35-37.

(fasc. 43, 25 febbraio 2022)