Una questione di Giudizio (breve nota su Benedetto Croce e Hannah Arendt)

Autore di Maria Laura Giacobello

La più elevata manifestazione del pensiero è, per Benedetto Croce, il concetto puro, che si invera in quel giudizio percettivo, individuale, in quanto inevitabilmente storico, in cui l’universale può trovare realtà specificandosi nella singolarità dell’esperienza concreta. Il concetto vero, dunque, nella sua effettualità, è l’universale concreto espresso dal giudizio, in quanto pensare significa articolare un concetto nelle sue distinzioni e con altri concetti, creando delle relazioni. Ciò vuol dire attivare la pratica del giudizio, ovvero unire un soggetto a un predicato per mezzo di una copula. In tal senso il concetto si libera e si esistenzializza nel momento in cui il pensiero si cala nel giudizio, quale predicato di un soggetto assunto tramite una percezione, una rappresentazione che viene inseguita nella propria storica mutevolezza. L’unico giudizio vero è dunque il giudizio storico, che assurge a giudizio conoscitivo per eccellenza, giudizio filosofico, appunto: «In quanto giudizio individuale, la storia è sintesi di soggetto e predicato, di rappresentazione e concetto: l’elemento intuitivo e l’elemento logico sono in lei inseparabili»1.

E, in effetti, il giudicare è un atto logico di sintesi a priori, la quale conferisce concretezza sia alla filosofia sia alla storia:

E filosofia e storia non sono già due forme, sibbene una forma sola, e non si condizionano a vicenda, ma addirittura s’identificano. La sintesi a priori, che è la concretezza del giudizio individuale e della definizione, è insieme la concretezza della filosofia e della storia; e il pensiero, creando sé stesso, qualifica l’intuizione e crea la storia. Né la storia precede la filosofia né la filosofia la storia: l’una e l’altra nascono a un parto2.

Filosofia e storia, dunque, coincidono, tanto che quel giudizio individuale storico, atto eminentemente teoretico tramite il quale l’uomo si costruisce un mondo nel donarselo, per poi ristrutturarlo continuamente formulando successivi giudizi, assume in sé il concetto puro espresso dal giudizio definitorio: quel giudizio col quale, in realtà, il pensiero non predica qualcosa di qualcosa, ma semplicemente pensa, definisce il contenuto del pensare. Infatti, nel giudizio definitorio si predica un universale di un altro universale, quindi non si aggiunge nulla al concetto del soggetto, mancando la distinzione fra soggetto individuale e predicato universale. Il giudizio individuale dà pertanto concretezza al giudizio definitorio, lo valorizza facendolo partecipe della realtà nella singolarità degli eventi in cui si specifica. Il giudizio definitorio è, in tal senso, il predicato del giudizio individuale:

Il giudizio definitorio non è giudizio individuale, ma il giudizio individuale implica un precedente giudizio definitorio. Che si pensi il concetto di uomo, non vuol dire che l’uomo Pietro esista; ma per affermare che l’uomo Pietro esiste, si deve prima aver affermato che esiste l’uomo, ossia aver prima pensato quel concetto3.

Il giudizio definitorio è, di conseguenza, imprescindibile presupposto del giudizio individuale, ma, mancando della dimensione rappresentativa e individuale, si invera solo nel giudizio individuale, nel quale diventa conoscenza storica:

Il pensamento del concetto è un grado superiore alla pura rappresentazione, e nei gradi dello spirito il superiore contiene in sé l’inferiore, nel concetto si deve ritrovare di necessità non solo l’elemento concettuale ma anche quello rappresentativo, e congiunti e fusi in guisa tale che non sia dato distinguerli se non per astrazione. L’atto logico è bensì parlato, rappresentato, individuato; ma, ove lo si scinda in concetto e giudizio individuale, non già con distinzione puramente empirica ma con pretesa di distinzione reale, si foggiano due mostri: un concetto non individuato, e perciò inesistente in modo concreto; e un giudizio non pensato, e perciò inesistente come giudizio (…) Il concetto non si applica all’intuizione, perché non esiste nemmeno per un attimo fuori dell’intuizione4.

Lo stesso Croce puntualmente annovera proprio l’espressività tra i caratteri del concetto: esso, specifica, «è opera conoscitiva, e come tale espressa e parlata», non già «atto muto dello spirito»5. E insiste nella medesima sede sugli altri due caratteri essenziali del concetto: l’universalità, ossia «la trascendenza rispetto alle singole rappresentazioni, onde nessuna o nessun numero di queste è mai in grado di adeguare il concetto»6; e la concretezza:

Se il concetto è universale e trascendente rispetto alla singola rappresentazione, presa nella sua astratta singolarità, è d’altra parte immanente in tutte le rappresentazioni, e perciò anche nella singola. Il concetto è l’universale rispetto alle rappresentazioni e non si esaurisce in nessuna; ma, poiché il mondo della conoscenza è mondo di rappresentazioni, il concetto, se non fosse nelle rappresentazioni stesse, non sarebbe in nessun luogo: sarebbe in un altro mondo, che non si può pensare e perciò non è. La sua trascendenza, dunque, è insieme immanenza. (…) Se di un concetto si prova che è inapplicabile alla realtà, ossia che manca di concretezza, lo si confuta nell’atto stesso, in quanto concetto vero e proprio. È astrazione (si dice), non ha realtà: non ha concretezza7.

Il concetto, dunque, non è atto muto, ma si esplica nelle rappresentazioni della vita, è opera parlata sul palco della storia, l’unico luogo dove può essere, dove è possibile tradurre in immanenza la sua trascendenza. L’identificazione tra filosofia e storia è pertanto totale: la filosofia pensa la storia nella sua universalità e la storia è lo sguardo filosofico nella sua concretezza. Entrambe sono indirizzate alla conoscenza dell’unica esistenza reale: quella individuale. E, in vero, se il giudizio filosofico si riconosce come giudizio storico e la storia si rivela per l’uomo l’unica realtà, la conoscenza storica diventa l’unica dotata di validità teoretica, in quanto proprio la comprensione storica soddisfa l’esigenza di conoscenza pura, capace, cioè, di conoscere l’universale individuandolo nella sua realizzazione concreta: non rimane che affermare – per dirla con Benedetto Croce – che

la ragione fu data all’uomo piena e non vuota, cioè come fusione dell’individuale con l’universale nella forma del giudizio, che fonde l’intuizione con la categoria, il soggetto col predicato, ed è, tutt’ insieme, unificazione e distinzione, l’una per l’altra. E in questo rapporto è racchiusa tutta la realtà, e in essa tutta la Verità, della quale e nella quale viviamo8.

Il tema del Giudizio, dunque, quella facoltà alla quale avrebbe dovuto essere dedicata la terza e ultima parte dell’imponente lavoro di Hannah Arendt su La vita della mente9, dopo la trattazione delle facoltà del Pensare e del Volere, si rivela il passaggio dirimente per comprendere il significato dell’esistenza dell’uomo in questo mondo: esso, infatti, manifesta la peculiare inclinazione umana a interpretare i fatti attraverso una storia che diventa teoresi e, al contempo, descrive un orizzonte di senso in cui gli stessi possano ricomporsi in un disegno al quale è immanente una proiezione etica, frutto esclusivo della singolare prospettiva umana. Hannah Arendt sancisce in tutta la sua opera l’imprescindibilità del rapporto del pensiero con la realtà, che, conferendogli concretezza, lo emancipa dall’autoreferenzialità cui lo condanna la sua tradizionale astrattezza e ne attualizza la capacità di creare significato. Proprio la riflessione sulla realtà fenomenologica attiva l’esercizio di un pensiero che diventa giudizio e, inchiodando i fatti al senso che dona loro, imprime la storia sulla trama anonima intessuta dal tempo. Così, l’uomo, radicandosi nel presente attraverso l’esercizio del pensiero, fonda, al contempo, il passato e il futuro, iscrivendoli in un unico orizzonte di senso, il suo:

In questa lacuna tra passato e futuro noi troviamo il nostro luogo temporale quando pensiamo, cioè quando siamo sufficientemente discosti dal passato e dal futuro per confidare di penetrarne il significato, di assumere la posizione di arbitro e giudice sopra le vicende molteplici e senza fine dell’esistenza umana nel mondo, senza mai giungere a una soluzione definitiva dei loro enigmi, ma pronti ad apportare risposte sempre nuove alla domanda sul senso di tutto ciò10.

La facoltà di pensare, nel momento in cui incontra la realtà nella sua concreta articolazione fenomenica, «le vicende molteplici dell’esistenza umana», si converte dunque nell’attitudine a giudicare. Negare o sospendere questa attitudine equivale a esporsi al pericolo di abdicare a ciò che è umano nell’uomo. E, in verità, il pensiero, come pratica profondamente radicata nella realtà, è, essenzialmente, l’unico luogo dove l’uomo può abitare e attingere la sua stessa umanità. In tal senso, però, l’uomo deve coltivare la pratica di un pensiero pertinente, un pensiero, cioè, situato, capace di pensare la situazione11. Il giudicare, insomma, è necessario per dare una ragione, rendere umanamente intelligibili eventi che altrimenti si sottrarrebbero alla comprensione umana: «La facoltà del giudizio è al servizio dell’intelligibilità umana»12. La comprensione, in definitiva, riappropria l’uomo al mondo tramite la mediazione del significato che essa incessantemente crea, dando forma al perimetro nel quale iscrivere la condizione umana: la facoltà di comprendere è allora intesa come «il modo specificamente umano di vivere, in quanto ogni individuo ha bisogno di riconciliarsi con un mondo in cui è arrivato, con la nascita, come straniero e in cui, in virtù della sua irriducibile unicità, rimarrà sempre uno straniero»13.

E proprio l’esclusiva urgenza di comprensione, ogni giorno rinnovata dalle domande che il presente incessantemente ci rivolge, innescando lo sguardo retrospettivo dello storico, avvia quotidianamente l’esercizio dell’unico giudizio conoscitivo possibile, il giudizio storico. Esso è originato, secondo Croce, da un’esigenza pratica che accende l’impellenza di comprendere. A tal proposito, condizione della storia, in generale, è che «il fatto dal quale si tesse (…) vibri nell’animo dello storico»14: infatti,

se la storia contemporanea balza direttamente dalla vita, anche direttamente dalla vita sorge quella che si suol chiamare non contemporanea, perché è evidente che solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato, il quale, dunque, in quanto si unifica con un interesse della vita presente, non risponde a un interesse passato, ma presente15.

Né potrebbe essere diversamente se, come dice la Arendt, la condizione umana si districa tutta in quel varco aperto dal giudizio nel presente, precisamente in quell’intervallo tra passato e futuro16 grazie all’esistenza del quale l’uomo viene strappato alle maglie del tempo come continuum, anonimo «fluire in successione ininterrotta»17: il giudizio è propriamente la facoltà che dona consistenza a questa dimensione, fondando nel presente uno spazio condiviso per l’azione e la riflessione, in cui radicare la condizione ontologica della pluralità umana. Attivare la pratica riflessiva del giudizio si conferma allora, in qualunque epoca, il compito di ogni uomo che abbia coscienza di se stesso: «Ogni nuova generazione, ogni nuovo essere umano, non appena acquisti coscienza di trovarsi inserito tra un passato e un futuro infiniti, deve riscoprire e tracciare faticosamente ex novo la via del cammino del pensiero»18. Il giudizio, dunque, soddisfa il bisogno inesauribile di comprensione dell’uomo poiché custodisce gli eventi nella permanenza di un pensiero sempre attuale, li qualifica in una prospettiva di senso acquisita rileggendo il passato in vista della progettazione del futuro, a partire da una richiesta di significato costantemente insorgente nel presente. Dice Croce:

Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico, conferisce a ogni storia il carattere di “storia contemporanea”, perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni19.

Ed ecco che la storia si fa contemporanea anche in Hannah Arendt, che specifica: «Il pensiero stesso nasce dai fatti dell’esperienza viva e deve rimanervi legato come agli unici segni indicatori validi per la propria ispirazione»20. Infatti, precisa ancora la Arendt, «il pensiero implica sempre il ricordo»21. Ogni pensare, cognitivo o meno, è in realtà un ri-pensare, poiché «ogni pensiero proviene dall’esperienza, ma nessuna esperienza produce da sola un significato o anche solo coerenza senza passare attraverso le operazioni dell’immaginare e del pensare»22. Ancora una volta il senso si origina, liberato dal giudizio, solo alla convergenza di universale e particolare nella concretezza delle determinazioni storiche. Il giudizio riconcilia, in tal modo, l’uomo con il mondo. Infatti, mentre «solo il puro ragionamento logico ha reciso in modo definitivo ogni legame con l’esperienza vivente, e ciò è possibile soltanto perché la premessa, un fatto o un’ipotesi, è supposta autoevidente e perciò non soggetta a disamina da parte del pensiero»23, il giudizio si rivela del tutto indipendente dalla tirannia delle regole logiche. Esso si gioca tutto nella pluralità del mondo, fra la molteplicità delle opinioni, ancorando l’uomo al mondo nel restituirgli la libertà della contingenza.

Il giudizio storico è dunque avviato da un bisogno pratico, invocato per rispondere a un’esigenza emersa dalla situazione presente; pertanto, in qualunque epoca esso insorga, è sempre attuale e contemporaneo. È questo è il senso della famosa considerazione di Croce secondo la quale «ogni vera storia è storia contemporanea»24.

E ancora, per Hannah Arendt come per Benedetto Croce, quando il pensiero si fa giudizio, declinandosi con l’ontologica pluralità e contingenza dell’esistenza umana, rinuncia alla trasparenza di un’improbabile verità assoluta per assolvere un’importante funzione emancipatoria: «Il compito dell’intelletto umano è comprendere l’accaduto; e comprendendolo, dice Hegel, l’uomo si riconcilia con la realtà: il vero fine del comprendere è mettersi in pace col mondo»25. Il giudizio storico consente all’uomo di trascendere il passato assumendolo nel proprio orizzonte di senso presente e accettando, infine, l’irrevocabilità di ciò che è stato.

Il giudicare, pertanto, si qualifica di volta in volta come risposta comprendente alle istanze problematiche imposte, dalla realtà contemporanea, alla riflessione storica del soggetto: una realtà che egli stesso continuamente costruisce e ristruttura autopoieticamente26 con le determinazioni di senso che produce: per praticare il suo esercizio intellettuale l’uomo deve, infatti, darsi un mondo storico in cui vivere. Ma sono le percezioni provenienti dalla realtà che inducono la pratica del giudizio, proprio per costituire quel mondo storico contemporaneo che rappresenta l’orizzonte di senso da cui scaturiscono sempre nuovi problemi, che innescano ulteriori giudizi, in un processo circolare senza fine.

Vale la pena di citare un lungo brano in cui Croce dipana, in rapida ed efficace successione, i punti di snodo della sua teoria dell’inesauribile attualità di un giudizio storico che ascende a pura teoresi, descrivendo una spirale in cui conoscenza e vita si inseguono nella distensione temporale del presente, unico luogo in cui l’uomo attualizza la coscienza di se stesso:

E la storicità si può definire un atto di comprensione e d’intelligenza, stimolato da un bisogno della vita pratica il quale non può soddisfarsi trapassando in azione se prima i fantasmi e i dubbi e le oscurità contro cui si dibatte, non siano fugati mercé della posizione e risoluzione di un problema teorico, che è quell’atto di pensiero. La serietà di un bisogno di vita pratica le dà il necessario presupposto: che esso sia un bisogno morale, cioè di conoscere in quale condizione si è posti perché sorga l’ispirazione e l’azione e la vita buona; o un bisogno meramente economico, per la deliberazione del proprio utile; o di un bisogno estetico, come quello di rendersi chiaro il significato di una parola o di un’allusione o di uno stato d’animo per entrare in piena relazione con una poesia e gustarla; o, anche, un bisogno intellettuale, come di risolvere una questione scientifica col correggere anzitutto e integrare l’insufficiente notizia dei suoi termini, che è cagione di perplessità e di dubbi. Quella conoscenza, come la si chiama, della “situazione reale” si riferisce al processo della realtà come si è svolta fin qui, ed è pertanto storica. Tutte le storie di tutti i tempi e di tutti i popoli sono nate così, e così nascono sempre sotto lo stimolo dei nuovi bisogni che sorgono, e delle nuove correlative oscurità. Né noi intendiamo le storie di altri uomini e di altri tempi se in noi non si rifacciano presenti e vivi i bisogni che soddisfecero; né i nostri posteri intenderanno le nostre senza che si adempia a questa condizione. Molte volte la storicità di un libro è per noi inerte e morta, ed esso rimane materia di mera considerazione letteraria o di consultazione erudita o di trastullo commotivo; ma le nuove esperienze a cui ci porta il corso delle cose e i bisogni nuovi che si accendono in noi, riscontrandosi e legandosi più o meno strettamente a quelli di un tempo, lo avvivano27.

In questo stesso senso, nella categoria della storia si gioca per Hannah Arendt il significato intero dell’esistenza umana, in quanto luogo in cui pensiero e vita si ricompattano attraverso la pratica del giudizio. Il giudizio della Arendt occupa, infatti, proprio quella “fessura” con la quale la riflessione guadagna il suo spazio nella stabilità tra passato e futuro28, affacciandosi alla quale esso riafferra il passato e, nell’assegnargli un significato, si rappacifica con esso. Nella medesima prospettiva, scrive ancora Croce nel 1938:

Noi siamo prodotto del passato, e viviamo immersi nel passato, che tutt’intorno ci preme. Come muovere a nuova vita, come creare la nostra nuova azione senza uscire dal passato, senza metterci di sopra di esso? E come metterci di sopra del passato, se vi siamo dentro, ed esso è noi? Non v’ha che una sola via d’uscita, quella del pensiero, che non rompe il rapporto col passato ma sovr’esso s’innalza idealmente e lo converte in conoscenza (…) Scrivere storie – notò una volta il Goethe – è un modo di togliersi di sulle spalle il passato. Il pensiero storico lo abbassa a sua materia, lo trasfigura in suo oggetto, e la storiografia ci libera dalla storia29.

Il pensiero, dunque, tramite il giudizio, intraprende una relazione dialettica col passato; lo supera, assumendolo in sé, e lo converte in conoscenza, per agire consapevolmente nel presente e affrontare previdentemente il futuro. Il percorso di Hannah Arendt, in definitiva, testimonia, nell’intera sua parabola, l’esistenza di una tensione irrisolta fra le due istanze originarie della teoria e della prassi, tra pensiero e azione, appunto: riportando il pensiero alla singolarità dell’esperienza concreta, infatti, la Arendt mantiene lo sguardo sull’autentica condizione esistenziale dell’uomo, nella complessità delle sue manifestazioni, gnoseologiche ed etiche al contempo. In tal senso il giudizio, in Hannah Arendt, non è teso a interpretare una risolutiva quanto improbabile mediazione tra pensiero e azione, per incastonare gli eventi in un disegno finalistico necessitante: in quanto esso stesso pensiero, seppur rivolto alla realtà fenomenica, si colloca nel medesimo perimetro concettuale del giudizio storico crociano, il quale può solo offrire una conoscenza atta a orientare l’azione, ma non può in nessun caso determinarla meccanicamente. Secondo le parole di Croce,

è chiaro (…) che il rapporto tra storiografia e attività pratica, tra conoscenza storica e azione, pone bensì un legame tra le due, ma non punto un legame causalistico e deterministico. L’azione ha a suo precedente un atto di conoscenza, la soluzione di una particolare difficoltà teorica, la rimozione di un velo dal volto del reale; ma, in quanto azione, sorge soltanto da un’ispirazione originale e personale, di qualità affatto pratica (…) Può dirsi, dunque, che la storiografia, rispetto all’azione pratica, sia preparante ma  i n d e t e r m i n a n t e30.

Così la Arendt intende salvaguardare, proprio col giudizio, la libertà stessa del soggetto di agire al di fuori di un progetto teorico onnicomprensivo, sottraendosi all’arroganza delle verità coercitive spesso partorite dal pensiero astratto, per iscrivere il suo cammino nell’ambito di una contingenza in cui gli è consentito, tramite la riflessione, soltanto di orientarsi. Ed è qui che si apre lo spazio per la considerazione di un terreno particolarmente scivoloso, quello in cui si muove il filosofo di matrice crociana Raffaello Franchini31 con la proposta di un giudizio storico-prospettico, volta a precisare che il giudizio del presente non può che orientare l’azione in maniera prospettica, senza mai determinarla. Esso, piuttosto, può «costituire una sorta di luce razionale capace di illuminare l’azione del soggetto che lo elabora»32. Non soltanto Franchini si trova a osservare come il giudizio storico, appena rimarginata la ferita del passato, sia subito costretto ad affrontare lo spettro del futuro, sempre risorgente, di fronte al quale «l’esperienza storica gli ha insegnato l’arte di essere previdente: ed egli la mette in atto tutte le volte che agisce»33, ma egli argomenta infine che il giudizio storico è sempre e soltanto unicamente un giudizio prospettico, di previsione,

e tutta la realtà trova la sua perfetta qualificazione, oltre i limiti del tempo, nella visione prospettica di esso. La storia non è più dunque soltanto un tornare indietro nel passato, ma un muoversi verso il futuro: gli eventi rinascono dal non essere all’essere, attraverso un giuoco di prospettiva che li spinge di continuo  a v a n t i  allo sguardo del ricercatore. La storia diventa anch’essa un futuro, il futuro del passato e la logica una teoria della previsione34.

L’ultima parola è, dunque, quella della storia, problematizzante e critica (ovvero della filosofia), che, tramite l’esercizio di un giudizio dialettico che si sviluppa nel presente, trae i fatti inerti dal nulla del passato per rimetterli dinamicamente in circolo nel nulla del futuro, assegnando loro un significato di volta in volta rinnovato. Infatti, quando «ciò che è in gioco è la sopravvivenza, la perseveranza nell’esistenza», allora

nessun mondo umano destinato a durare più a lungo della breve vita dei mortali potrà mai sopravvivere in assenza di uomini disposti a fare quello che Erodoto fu il primo a intraprendere consapevolmente, cioè λέγειν τἀ ἐόντα, dire ciò che è. Non è possibile neanche immaginare una permanenza, una perseveranza nell’esistenza, senza degli uomini disposti ad attestare ciò che è e appare loro perché è35.

E, in tal senso, anche «l’ultima parola della Arendt fa così ritorno al concetto di storia»36, come ella stessa scrive in conclusione delle sue riflessioni sulla facoltà di Pensare:

A questo punto dovremmo occuparci, del resto non per la prima volta, del concetto di storia; (…) l’origine di questo verbo è ancora una volta in Omero (Iliade, XVIII), ove si incontra il sostantivo histor (se si vuole, lo “storico”): ora, questo storico omerico è il giudice. Se il giudizio è la facoltà che in noi si occupa del passato, lo storico è l’indagatore curioso che, raccontandolo, siede in giudizio sopra di esso37.

  1. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro (1908), a cura di C. Farnetti, con una nota al testo di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 1996, p. 205.
  2. Ivi, p. 232.
  3. Ivi, p. 154.
  4. Ivi, pp. 162-63.
  5. Ivi, p. 52.
  6. Ivi, p. 53.
  7. Ivi, p. 54.
  8. B. Croce, Storiografia e idealità morale. Conferenze agli alunni dell’Istituto per gli Studi Storici di Napoli, e altri saggi, Bari, Laterza, 1950, p. 6.
  9. Cfr. H. Arendt, La vita della mente (1978), intr. e cura di A. Dal Lago, trad. di G. Zanetti, Bologna, Il Mulino, 1987. La Arendt morì proprio mentre si accingeva a sviluppare il tema del “giudicare”, che resta sicuramente centrale nel suo pensiero: numerosi i riferimenti al tema, presenti, in particolare, nel Postscriptum alla prima parte della Vita della mente; nei saggi La crisi della cultura: nella società e nella politica, in Ead., Tra passato e futuro (1954), trad. di T. Gargiulo, introduzione di A. Dal Lago, Milano, Garzanti, 1991; Comprensione e politica (1954), in Ead., Antologia. Pensiero, azione e critica nell’epoca dei totalitarismi, introd. e cura di P. Costa, Milano, Feltrinelli, 2006; Pensiero e riflessioni morali (1971), in Ead., La disobbedienza civile e altri saggi, trad. e presentazione a cura di T. Serra, Milano, Giuffrè, 1985; e, soprattutto, nelle Lezioni sulla filosofia politica di Kant, in Ead., Teoria del giudizio politico. Lezioni sulla filosofia politica di Kant (1970), con un saggio interpretativo di R. Beiner, trad. di P. P. Portinaro, Genova, Il Melangolo, 1990.
  10. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., p. 304.
  11. Questi temi sono efficacemente affrontati in E. Morin, Il metodo 6. Etica (2004), trad. di S. Lazzari, Milano, Raffaello Cortina, 2005; Id., La testa ben fatta – riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (1999), trad. di S. Lazzari, Milano, Raffaello Cortina, 2000; Id., I sette saperi necessari all’educazione del futuro (1999), trad. di S. Lazzari, Milano, Raffaello Cortina, 2001.
  12. R. Beiner, Il giudizio in Hannah Arendt. Saggio interpretativo, trad. di C. Cicogna e M. Vento, in H. Arendt, Teoria del giudizio politico, op. cit., p. 151.
  13. H. Arendt, Comprensione e politica, op. cit., p. 108.
  14. B. Croce, Teoria e storia della storiografia (1917), a cura e con una nota di G. Galasso, Milano, Adelphi, 2002, p. 14.
  15. Ibidem.
  16. Cfr. H. Arendt, Tra passato e futuro, op. cit., pp. 33 e sgg.
  17. Ivi, p. 33.
  18. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., p. 305.
  19. B. Croce, La storia come pensiero e come azione (1938), a cura di M. Conforti, con una nota al testo di G. Sasso, Napoli, Bibliopolis, 2002, p. 13.
  20. H. Arendt, Tra passato e futuro, op. cit., p. 38.
  21. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., p. 161.
  22. Ivi, p. 171. Non può sfuggire naturalmente, anche qui, il riferimento alla «facoltà del “giudizio”, ripresa dall’opera di Kant, e in particolare del giudizio riflettente estetico, il solo veramente adeguato al compito di chi voglia stare al mondo con responsabilità, e pur sempre in bilico sul filo di quella linea immaginaria che attraversa il confine tra passato e futuro, ogni volta significando il particolare per sfuggire alle insidie della logica pura o delle definizioni astratte» (R. Viti Cavaliere, Critica della vita intima in Hannah Arendt, in Hannah Arendt. Percorsi di ricerca tra passato e futuro. 1975-2005, a cura di M. Durst e A. Maccarello, Firenze, La Giuntina, 2006, p. 149).
  23. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., p. 171.
  24. B. Croce, Teoria e storia della storiografia, op. cit., p. 14.
  25. H. Arendt, Tra passato e futuro, op. cit., p. 30. Per un riscontro testuale cfr. G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (1821), a cura di G. Marini, Roma-Bari, Laterza, 1991.
  26. Si fa qui riferimento alla teoria di Maturana e Varela, per i quali ogni sforzo cognitivo si traduce in atto di auto-formazione e contemporaneamente di ristrutturazione del mondo circostante: in tale prospettiva vivere e conoscere finiscono per coincidere; l’uomo crea un mondo dove abitare nell’atto stesso del conoscerlo, poiché diventa consapevole della sua esperienza esclusivamente nel momento in cui conferisce un senso agli eventi. Si veda ad esempio H. Maturana, F. Varela, L’albero della conoscenza (1984), presentazione di M. Ceruti, trad. di G. Melone, Milano, Garzanti, 1999 e H. Maturana, Autocoscienza e realtà (1990), trad. di L. Formenti, Milano, Raffaello Cortina, 1993. Cfr. anche G. Giordano, Humberto Maturana: biologia, linguaggio, etica, in Conoscere è fare, a cura di G. Gembillo e L. Nucara, Messina, Armando Siciliano, 2009.
  27. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit., pp. 11-12.
  28. Cfr. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., pp. 296 e sgg.; Ead., Tra passato e futuro, in particolare Premessa: la lacuna tra passato e futuro, op. cit., pp. 25 e sgg.
  29. B. Croce, La storia come pensiero e come azione, op. cit., p. 38.
  30. Ivi, pp. 183-84.
  31. Franchini intende evidenziare come «il giudizio storico, proprio perché guarda agli eventi in prospettiva, cioè frontalmente, anche se la fronte è assai distanziata, finisca col capovolgere in senso metodologico e scientifico la corrente concezione della storia come mero accadimento, come ciò che è “superato” perché, ormai, è “alle nostre spalle”. La storia non è mai alle nostre spalle, al contrario essa ci sta dinanzi e siamo noi come storici a rettificarne continuamente la prospettiva, cioè la distanza non solo cronologica ma ideale e politica, da quelli che comunemente si chiamano i nostri tempi. (…) Il giudizio storico, insomma, solo per un’illusione ottica, di ottica storiografica, sembra cercare il passato (…) mentre in realtà esso lo afferra e lo sospinge dinanzi a noi, lo proietta verso ciò che non è ancora, verso il futuro» (R. Franchini, Teoria della previsione (1964), a cura di G. Cotroneo e G. Gembillo, Messina, Armando Siciliano, 2001, pp. 30-31). Su questo tema insiste Renata Viti Cavaliere, rilevando come Franchini intenda immettere il giudizio nella temporalità, quando scrive, a p. 29 di Teoria della previsione: «Storico significa non solo che il giudizio è condizionato dal tempo e dalle situazioni di fatto, ma che esso riguarda la realtà, della quale è esso stesso un momento» (R. Viti Cavaliere, Giudizio, Napoli, Guida, 2009, p. 128).
  32. G. Gembillo, Il giudizio prospettico e la fisica contemporanea, in Il diritto alla filosofia. Atti del Seminario di Studi su Raffaello Franchini, Napoli 4-5 dicembre 2000, a cura di G. Cotroneo e R. Viti Cavaliere, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, p. 119.
  33. R. Franchini, Teoria della previsione, op. cit., p. 34.
  34. Ivi, p. 187.
  35. H. Arendt, Verità e politica, trad. e cura di V. Sorrentino, Torino, Bollati-Boringhieri, 1995, p. 32.
  36. S. Forti, Hannah Arendt tra filosofia e politica, Milano, Mondadori, 2006, p. 358.
  37. H. Arendt, La vita della mente, op. cit., p. 311.

(fasc. 13, 25 febbraio 2017)