‹‹…un volume di sostituzioni infinite, di parentesi lunari e pseudonimi fantastici, di trascrizioni mutile e versioni apocrife, di giochi di parole sospesi sul crinale tra agudeza e invenzione››: questo l’autentico distillato – consegnatoci in esergo dalla prefazione (p. 7) – di Alias. Antologia translingue di poesia italo- spagnola contemporanea, pubblicata nel 2023 a cura di Dalila Colucci[1] e Leonarda Trapassi nella serie «Erranze» della casa editrice Ensemble.
Nato per iniziativa di Gëzim Hajdari (il “poeta migrante” responsabile della collana: albanese per nascita, italiano per amore ed esilio), questo particolare florilegio rivela il frastagliato panorama della produzione in versi italo-spagnola del nostro tempo, dando mostra delle sorprendenti modalità in cui le lingue coinvolte nel progetto ‒ sorelle sì, ma che pure entrano spesso in contrasto nel processo di creazione e trasposizione reciproca ‒ possono confondersi e trasformarsi in quell’“altro da sé” evocato dal titolo.
Tra i diciassette autori antologizzati, oltre a figure già affermate in campo poetico (quali Laura Pugno e Miguel Ángel Cuevas) e della traduzione (come Matteo Lefèvre o José María Micó), vi sono del resto anche artisti, promotori culturali e attivisti che alla poesia sono arrivati in vari e singolari modi, sempre attraverso il filtro di lingue e tradizioni diverse. Inedita è, per inciso, una delle curatrici (le quali partecipano entrambe alla trama del volume, occupandosi talora della traduzione e revisione di versi altrui): Dalila Colucci, il cui primo testo, reso in spagnolo in collaborazione con Trinidad Durán, dà nome all’antologia tutta. Raccontando un personalissimo “destino del nome” – e delle sue inevitabili mutazioni di forme e accenti dettate dalla lunga peregrinazione accademica e geografica dell’autrice –, Alias è infatti il massimo esempio di come la traduzione e la trasformazione culturale riflettano questioni connesse all’identità. Ed è proprio a partire da questo nucleo che emerge l’approccio innovativo dell’antologia al translinguismo: un fenomeno di compresenza linguistica – qui radicato nella tradizione italo-spagnola sviluppatasi tra il 1500 e il 1600, in seguito alle reciproche influenze politiche e culturali tra i Paesi, e poi proseguita in modo discontinuo e difforme attraverso i secoli successivi – che sfugge ai limiti imposti dai modelli letterari e traduttivi, collocando i protagonisti del volume (come pure chi si cimenti nella lettura delle sue pagine) in una condizione di ubiquità, dovuta all’eterogeneità dei testi raccolti così come al loro perpetuo e libero transitare non solo da una lingua all’altra ma, si direbbe in virtù della componente fisica ed emotiva che da essi trasuda, anche tra spazi più o meno prossimi. Ciò è altresì enfatizzato dalla frequente intrusione – nella commistione di base tra italiano e spagnolo – di altri codici linguistici (con i rispettivi universi culturali, centrali o apparentemente periferici che siano): il francese, che compare nei titoli delle poesie di Roberta Buffi; l’inglese e il portoghese, che filtrano nelle poesie di Gaia Danese; il latino e il siciliano, assunti, in maniera più o meno marcata, da Ignacio Cartagena e Sebastiano Burgaretta (con risultati a dir poco sorprendenti nei versi di quest’ultimo, già informati da un’indistricabile presenza di italiano e spagnolo e dove non manca di manifestarsi pure il greco antico); il catalano, lingua d’origine delle poesie di Begonya Pozo, tradotte successivamente in italiano.
Il titolo dell’antologia – che coincide con l’avverbio “altrimenti”, conservando tuttavia la suggestione dell’aggettivo indefinito alias (‘altre cose’) e dell’avverbio quasi omografo alia (‘per altra via’) – si conferma, pertanto, il cartiglio ideale per riassumere tutta la complessità espressiva e identitaria, poliedrica e polisemica, del translinguismo. Una complessità, si badi, che si delinea come qualcosa di assolutamente naturale, alludendo anzi la scissione e la moltiplicazione dei soggetti, delle lingue e dei percorsi alla dimensione del desiderio: dove «Babel se reconoce y ama/ como una torre posible, donde la traducción/ es la empresa principal de las literaturas››, come scrive Bernardo Santos (p. 286), ricordando il contributo essenziale della traduzione, qui declinata nelle sue varie forme, all’esistenza stessa dell’antologia.
Uno dei casi più rappresentativi in tal senso è offerto dalle poesie di Miguel Ángel Cuevas, con un’enfasi particolare sull’autotraduzione (la forma, del resto, più insistente in Alias). In Del alisio / Dell’alisèo, o ancor più in Declaración / Dichiarazione ‒ ove Cuevas è autore di entrambe le versioni ‒, il suo intervento da traduttore risulta particolarmente incisivo, anche nella disposizione dei versi nel testo di arrivo, con l’evidente obiettivo di riprodurre non solo il contenuto, ma anche il significato profondo di quello di partenza. Anche il rapporto tra Roberta Buffi ‒ che in alcuni casi si serve, come già detto, di un terzo polo linguistico: il francese, origine forse prima del suo viaggio poetico ‒ e il translinguismo si esprime in modo predominante per mezzo dell’autotraduzione, a partire dall’italiano. È solo negli ultimi anni che l’autrice si è addentrata nella scrittura di poesia in spagnolo, sua lingua d’adozione: ne sono un esempio Palabra / Parola, Porvenir / Avvenire, Paisaje / Paesaggio e i tre haiku, componimenti che Buffi ha trasposto nella sua lingua madre riuscendo a restituire fedelmente la struttura dell’originale, approfittando dell’affinità tra le lingue coinvolte. Dell’espediente autotraduttivo dalla lingua acquisita a quella propria si serve pure Ignacio Cartagena in Apocryphi, un poemetto arditamente composto in italiano e poi autotradotto in spagnolo per la prima volta proprio nell’ambito di Alias, con il titolo Tres apócrifos de Montale. Più arduo forse l’esercizio di autotraduzione riscontrabile nei sonetti di Raffaele Pinto, che piega una forma metrica appartenente alla più consolidata tradizione italiana alle soluzioni linguistiche dello spagnolo, e dove dunque più visibili si fanno le difficoltà intrinseche alla traduzione poetica, che comporta talora la perdita inevitabile di sottili sfumature semantiche.
Diverso invece il lavoro autotraduttivo di Matteo Lefèvre ‒ critico, poeta, curatore e traduttore ‒ che costruisce le sue due versioni di Valdés tessendo una «silenziosa rete» (p. 140) di versi che fluiscono perfettamente dall’italiano allo spagnolo, complice una scelta metrica più aperta e varia. L’autotraduzione di Alessandro Mistrorigo, infine, si distingue per l’alternanza di spagnolo e italiano già nei testi di partenza – intitolati θ (theta), λ (lambda) e χ (chi), con evidente intromissione del greco –, il cui gioco linguistico si riproduce fedelmente anche nelle rispettive traduzioni; quella di Laura Pugno ‒ sostenuta dalla revisione di Violeta Medina ‒, per l’effetto straniante del poemetto gilgames’ gilgames’, la cui essenza profonda sembra risiedere nell’interstizio tra le due versioni, l’interazione ritmica e formulare delle quali sostanzia l’esistenza. Se quest’ultima è, per la poesia in quanto tale, sempre una scommessa basata sul silenzio – perché «para un poeta/ las palabras perdidas/ son las más necesarias››, come scrive Marisa Martínez Pérsico in Ovejas y palabras (p. 158) –, l’autotraduzione translingue vale allora come una prodigiosa eco di musica e silenzio: lo confermano, tra gli altri, gli esperimenti di José María Micó, il poeta-musicista che dei suoi testi (autotradotti e non) ha fatto canzoni, splendidamente accompagnate dalla chitarra; come pure quello di Francisco Deco, il cui poemetto Butes / Bute ‒ un naufragio dal sapore mallarmiano ispirato al viaggio degli Argonauti, da lui tradotto con Domenica Moranti conservando l’equilibrio grafico dell’originale ‒ è legato all’omonimo componimento musicale per coro, organo e orchestra di María Sánchez Verdú.
L’autotraduzione, in fin dei conti, è l’esatto punto di incontro delle altre modalità translingui annoverate in Alias: la traduzione allografa e la (ri)scrittura creativa. Basterebbe guardare, in tal senso, al particolarissimo trittico La voz humana / La voce umana di Miguel Ángel Cuevas, di cui Leonarda Trapassi evidenzia appunto il «triplice processo creativo» (p. 305). Alla poesia originale in spagnolo si accompagnano infatti due metaversioni italiane: una di Dalila Colucci ‒ che ha proposto una traduzione letterale, il più possibile fedele alla struttura e al significato iniziali ‒ e l’altra dello stesso autore, che però di fatto assottiglia i legami con il testo fonte fino a mutilarlo (si parla, infatti, di una «versione mutila», p. 87), (ri)creando una proposta che si appropria dell’originale trasformandolo in alias, qui nel senso di ‘altre cose’.
Quanto alla traduzione allografa in sé – il cui prodotto rappresenta sempre solo una delle possibili versioni nella lingua meta di un determinato testo –, anch’essa è, nell’antologia, fonte di suggestivi (e interconnessi) risultati, dato che spesso poeti e potesse svolgono in Alias pure il ruolo di traduttori o revisori di altri testi, da soli o in modalità collaborativa, rivelando così il profondo legame umano che presiede, nel tessuto del volume, alla trasposizione interlinguistica. Così, ancora Cuevas si fa traduttore del sodale Sebastiano Burgaretta, cui lo unisce la profonda conoscenza della multiforme (e multilingue) tradizione siciliana; Ignacio Cartagena traduce molte delle sue poesie in collaborazione con Matteo Lefèvre; Bernardo Santos con Gabriela Arribas. Le proposte poetiche di Rocío Nogales Muriel ‒ che, come un fiume in piena, denunciano le sfide del presente proponendo nuovi orizzonti ‒ trovano espressione anche in italiano attraverso il lavoro traduttivo curato dalla stessa autrice, in stretta intesa con Leonarda Trapassi e Simone Greco. Altre scritture translingui svelano, invece, un carattere più marcatamente individuale, combinandosi la commistione linguistica dei testi di partenza a traduzioni assegnate a traduttori professionisti nella lingua meta: così le poesie di Gaia Danese, nelle quali è evidente l’uso di costruzioni insolite dalla marcata influenza spagnola, sono affidate in traduzione a Juan Carlos Reche e a Concha García; allo stesso modo, i versi catalani di Begonya Pozo (che pure scrive in italiano i suoi tanka, poi trasferiti in spagnolo dall’argentino Carlos Vitale) sono tradotti da Daniele Comberiati; mentre Ángelo Néstore ‒ artista leccese naturalizzato spagnolo che all’italiano oppone un rifiuto letterario e identitario insieme ‒ si nega categoricamente all’autotraduzione dei suoi testi, concepiti nella lingua acquisita, affidandone la resa in quella “madre” a Carmela Simmarano.
Alias, insomma, è davvero «un pozo de colores» (p. 176): l’immagine è del Caleidoscopio di José María Micó, il cui translinguismo si nutre, non a caso, di testi ora concepiti in italiano ora in spagnolo, come pure di traduzioni proprie e collaborative (con Francesco Luti, Giovanni Cara, Pietro Taravacci, Elisa Sartor, Paola Laskaris), e dove l’unica regola è quella di una «pasión rutinaria» (p. 178) che associa la pratica della poesia a quella, unica e formulare insieme, del cibo, dell’amore, della vita stessa. È, in tal senso, una felice coincidenza – che vale tuttavia a fare dell’antologia un percorso circolare perfettamente reversibile – che Alias apra sulla poesia Ritorno / Regreso di Roberta Buffi e chiuda su Venecia germinal / Venezia germinale di Bernardo Santos: fondendo insieme fine e inizio nel continuum translingue che sfuma i confini espressivi, culturali e temporali (tanto che nelle poesie raccolte l’escursione tematica muta continuamente, dal mito alla Storia al presente).
È proprio la fluidità policentrica – di prospettive, sguardi, sentimenti – a conferire ad Alias il suo carattere distintivo, rimarcandone la rilevanza all’interno del panorama italo-spagnolo attuale non solo poeticamente translingue, ma poetico in sé: dando cioè vita a un’esperienza eclettica, «scissa tra lingue» ‒ per dirla con la suggestiva immagine ricreata da Dalila Colucci nella poesia omonima all’antologia (p. 62) ‒, capace di trascendere ogni tipo di confine, sia esso linguistico, culturale o geografico.
- Cfr. D. Colucci, Poesía translingüe: identidad a través de la lengua literaria, Curso de Otoño de 2023 (13 novembre 2023), Facultad de Filología, Universidad de Sevilla, Sevilla. Cfr. L’URL: https://www.youtube.com/watch?v=BCh-90DAtWo. ↑
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)