“M’illumino d’immenso”, Premio Internazionale di Traduzione di Poesia – Comunicato stampa 2024

Author di Redazione

Sono Fatmaelzahraa Abdalla (Egitto), Helena Aguilá Ruzola (Spagna), Valerio Nardoni (Italia) e Mariangela Ragassi (Brasile), in rigoroso ordine alfabetico, i vincitori dell’edizione 2024 dei quattro premi internazionali di traduzione di poesia “M’illumino d’immenso”.

Ad eleggere le quattro migliori traduzioni sono state quattro giurie composte da 15 traduttori e poeti di grande prestigio di 11 nazionalità: Maram Al-Masri (Siria), Prisca Agustoni (Svizzera), Barbara Bertoni (Italia), Vanni Bianconi (Svizzera), Reddad Cherrati (Marocco), Miguel Ángel Cuevas (Spagna), Pedro Eiras (Portogallo), Islam Fawzi (Egitto), Emanuel França de Brito (Brasile), Inés Garland (Argentina), Matteo Lefèvre (Italia), Fabio Morábito (Messico), Aldo Nicosia (Italia), Christian Sinicco (Italia) e Jorge Yglesias (Cuba).

Le cerimonie di premiazione si sono svolte nell’ambito della XXIV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo negli Istituti italiani di cultura di Città del Messico, Il Cairo e Rio de Janeiro.

A differenza di altri premi, l’iniziativa non premia opere già tradotte e pubblicate, bensì invoglia i partecipanti a cimentarsi nella traduzione di due testi poetici proposti dagli organizzatori. In questa edizione, due poesie in lingua italiana, Gli abiti e i corpi di Giovanni Giudici e Cnidaria (Frammento) di Laura Accerboni, sono state tradotte da 199 concorrenti, dai 19 agli 81 anni, di 22 Paesi (Argentina, Bolivia, Brasile, Camerun, Colombia, Cuba, Ecuador, Egitto, Francia, Germania, Guatemala, Italia, Libano, Messico, Perù, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Uruguay, USA, Venezuela). Le traduzioni premiate (in spagnolo, portoghese e arabo) saranno pubblicate da 19 prestigiosi media di 12 paesi: Addiwan Algiadid (Egitto), Albayt (Marocco), Altazor (Cile), Almutargem Aliraqi (Iraq), Biblit – Idee e risorse per traduttori letterari (Italia), Boring books (Egitto), Cadernos de Tradução (UFSC/Brasile), el malpensante (Colombia), Ipotesi (UFJF/Brasile), La otra (Messico), Luvina (Messico), (n.t.) Nota do Tradutor (Brasile), Op. cit. (Argentina), Periódico de Poesía (Messico), Revista Internacional de Culturas y Literaturas (Spagna), Ruído Manifesto (Brasile), Skhema (Portogallo), Specimen. The Babel Review of Translations (Svizzera) e Vasos Comunicantes (Spagna).

Due poesie in lingua spagnola, Cuatro vilanelas, I di Luis Miguel Aguilar (Messico) e La Salinas di Antonio Cisneros (Perù), sono state tradotte da 292 concorrenti, dai 15 agli 85 anni, residenti in 25 paesi diversi (Argentina, Bolivia, Brasile, Camerun, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Finlandia, Francia, Germania, Guatemala, Honduras, Italia, Messico, Paraguay, Perù, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svizzera, USA, Uruguay, Venezuela).

Le traduzioni premiate verranno pubblicate da 8 prestigiosi media di tre paesi: Biblit – Idee e risorse per traduttori letterari (Italia), «Diacritica» (Italia), Fili d’aquilone (Italia), Le parole e le cose (Italia), L’Ulisse (Italia), Poesia del Nostro Tempo (Italia), Revista Internacional de Culturas y Literaturas (Spagna) e Specimen. The Babel Review of Translations (Svizzera).

L’obiettivo di questo concorso, creato nel 2018 da Barbara Bertoni (Italia), Vanni Bianconi (Svizzera) e Fabio Morábito (Messico), che è promuovere la traduzione e la diffusione della poesia contemporanea in lingua italiana e in lingua spagnola, è stato ampliamente superato. Quest’anno il Premio “M’illumino d’immenso” ha invogliato a cimentarsi nella traduzione delle poesie proposte dagli organizzatori ben 491 traduttori residenti in 28 Paesi di 4 continenti. Le traduzioni premiate verranno pubblicate su 24 riviste di 12 paesi: Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Egitto, Italia, Iraq, Marocco, Messico, Portogallo, Spagna e Svizzera.

Il premio è organizzato da Laboratorio Trādūxit, grazie al sostegno degli Istituti italiani di cultura di Città del Messico, Barcellona, Buenos Aires, Caracas, Il Cairo, Lima, Madrid, Montevideo, Rio De Janeiro e dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana (IILA), con il patrocinio dell’Ambasciata di Svizzera in Egitto, di Ametli (Asociación Mexicana de Traductores Literarios A.C.), di Biblioteche di Roma, del Fondo de Cultura Económica (Messico) ed Edizioni Casagrande (Svizzera).

I vincitori del premio “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo e vicerversa (Helena Aguilà Rozula e Valerio Nardoni) si aggiudicano 1000 euro. La vincitrice del Premio dall’italiano al portoghese (Mariangela Ragassi) si aggiudica 500 euro e una settimana di alloggio presso la Casa delle Traduzioni di Roma. La vincitrice del Premio dall’italiano all’arabo (Fatmaelzahraa Abdalla) avrà diritto a una settimana di alloggio presso la Casa delle Traduzioni di Roma, a un contributo per spese di viaggio di 200 euro e a una selezione di libri offerta da Edizioni Casagrande (Svizzera).

La giuria della II edizione di “M’illumino d’immenso” dallo spagnolo all’italiano:

Barbara Bertoni (Genova, Italia)

Traduce soprattutto dallo spagnolo, ma anche dal francese, dal catalano, dal portoghese e dall’inglese. Tra gli autori tradotti: Roberto Bolaño, Augusto Monterroso, Carmen Laforet, Alejo Carpentier, Georges Simenon, Valter Hugo Mãe ecc. Nel 2015 ha creato Laboratorio Trādūxit, un laboratorio di traduzione letteraria collettiva che ha come obiettivo quello di formare traduttori letterari dall’italiano in spagnolo e diffondere la letteratura in lingua italiana nei paesi ispanofoni.

Vanni Bianconi (Locarno, Svizzera)

È poeta e traduttore. Ha pubblicato tre libri di poesia, Ora primaIl passo dell’uomo Sono due le parole che rimano in ore, e due raccolte di racconti, London as a Second Language e Tarmacadam. È il creatore di Babel, festival di letteratura e traduzione, e della rivista multilingue www.specimen.press. Dal 2022 è il responsabile dei programmi culturali della RSI, radiotelevisione svizzera di lingua italiana.

Matteo Lefèvre (Roma, Italia)

Insegna Lingua e traduzione spagnola all’Università di Roma “Tor Vergata”. Critico, editore e poeta, ha tradotto numerosi autori ispanici, tra cui Antonio Machado, Gabriela Mistral, José Agustín Goytisolo, Nicanor Parra, Jacobo Cortines, Olvido García Valdés e Andrés Neuman. Ha collaborato a programmi RAI e partecipa attivamente alle iniziative dell’Instituto Cervantes, dell’IILA e dei vari enti legati alla promozione della cultura spagnola e ispanoamericana in Italia.

Fabio Morábito (Alessandria, Egitto)

Nato ad Alessandria d’Egitto, ha trascorso l’infanzia a Milano per poi trasferirsi in Messico a quindici anni. Nonostante la sua lingua materna sia l’italiano, scrive in spagnolo. È autore di diversi libri di poesia, racconti, saggistica e di due romanzi. Ha tradotto l’opera completa di Eugenio Montale e Aminta di Torquato Tasso. I suoi libri sono stati tradotti in tedesco, inglese, francese, portoghese e italiano.

Christian Sinicco (Trieste, Italia)

È poeta. Ha pubblicato libri di poesia, tra cui: Ballate di Lagosta (Donzelli editore 2022), Alter (Vydia editore 2019) e Passando per New York (LietoColle 2005). Ha curato l’indagine sulla nuova poesia dialettale confluita in L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine 2014) ed è vicedirettore di poetipost68.it. Suoi versi sono tradotti in albanese, bielorusso, catalano, croato, inglese, lettone, olandese, slovacco, sloveno, spagnolo, tedesco e turco.

La giuria della VII Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo:

Barbara Bertoni (Genova, Italia): cfr. supra.

Miguel Ángel Cuevas (Alicante, Spagna)

Poeta e traduttore. Professore di italianistica all’Università di Siviglia. Studioso e traduttore di Pirandello, Tozzi, Luzi, Buzzati, Pasolini, Consolo, Scandurra, Maria Attanasio. Ha tradotto in italiano la poesia di José Ángel Valente, oltre alla propria opera poetica, di cui è appena uscita un’antologia autotradotta, Traccia / Traza (Edizioni Ensemble, Collezione Erranze, Roma 2024). Attualmente sta lavorando alla traduzione in spagnolo di Petrolio di Pier Paolo Pasolini.

Inés Garland (Buenos Aires, Argentina)

È scrittrice, traduttrice e coordinatrice di laboratori di scrittura. I suoi libri per adulti, giovani adulti e bambini sono stati tradotti in diverse lingue, hanno ricevuto prestigiosi premi, tra cui lo “Strega Ragazzi e ragazze”, e sono presenti nelle liste Andersen e Cuatrogatos. Nel 2018 ha vinto la borsa di studio Looren per traduttori. Ha tradotto, tra gli altri, Tiffany Atkinson, Sharon Olds, Lydia Davis, Lorrie Moore, Mavis Gallant, Jamaica Kincaid, Julie Hayden e Bette Howland.

Fabio Morábito (Alessandria, Egitto): cfr. supra.

Jorge Yglesias (L’Avana, Cuba)

Traduttore di Emily Dickinson, Adrienne Rich, Paul Claudel, Georg Trakl, Julian Schutting, H. C. Artmann e numerosi poeti contemporanei francesi, austriaci e italiani. Premio UNESCO alla Migliore Traduzione di Pushkin (1999). Premio di Traduzione Letteraria della Repubblica d’Austria (2000). Premio del Collège International des Traducteurs Littéraires d’Arles (2002). Autore dei volumi di poesia Campos de elogio, Sombras para Artaud e Pequeña Siberia. Professore di Storia del Cinema ed Estetica del Documentario presso la Escuela Internacional de Cine y TV di San Antonio de los Baños (Cuba).

La giuria della IV Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano all’arabo:

Maram al-Masri (Lattakia, Siria)

Poetessa di fama internazionale nota per la sua scrittura sensibile e incisiva sull’amore, la condizione femminile e la guerra. Autrice di diversi libri tradotti in venti lingue, tra cui Ciliegia rossa su piastrelle bianche e Ti guardo. Vincitrice di numerosi premi letterari, è diventata un simbolo dell’emancipazione femminile nel mondo arabo, dell’impegno a favore delle donne e contro la violenza di genere.

Reddad Cherrati (Casablanca, Marocco)

Traduttore e insegnante d’italiano e membro della Casa della poesia in Marocco. Ha ottenuto la laurea in Lingua e Letteratura spagnola e ha realizzato parte dei suoi studi presso l’Università di Siena e di Perugia. Ha tradotto dall’italiano e dallo spagnolo all’arabo vari autori, tra cui: Alda Merini, Giuseppe Conte, José Angel Valente, Izet Sarajlic, Mario Luzi, Donatella Bisutti, Giacomo Trinci, Giuseppe Ungaretti, Andrea Zanzotto.

Islam Fawzi (Il Cairo, Egitto)

Italianista, traduttore ricercatore universitario specializzato in letterature comparate. Ha tradotto o partecipato alla traduzione di vari libri dall’italiano all’arabo, tra cui: L’amore non conviene di Mila Venturini; Guardati dalla mia fame di Milena Agus e Luciana Castellina; Il pensiero islamico contemporaneo di Massimo Campanini; Quando la montagna era nostra di Fioly Bocca; La malalegna di Rosa Ventrella; L’inganno del successo di Paola Versari; inoltre ha tradotto altri testi scelti di autore come Dino Buzzati, Giovannino Guareschi, Fabrizio De André. È membro della redazione della Rivista di Al-Alsun per la Traduzione.

Aldo Nicosia (Gela, Italia)

Ricercatore all’Università di Bari, è autore del Cinema arabo (2007) e del Romanzo arabo al cinema (2014). Ha pubblicato svariati articoli anche su letteratura contemporanea, sociolinguistica e dialettologia. Si è occupato dell’analisi delle traduzioni in arabo magrebino del Petit prince e nella variante standard di opere di Andrea Camilleri. Di recente ha tradotto il romanzo egiziano Il concorso di Salwa Bakr, e parte della raccolta Kòshari. Racconti arabi e maltesi, di cui è stato anche curatore.

La giuria della I Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano al portoghese:

Prisca Agustoni (Lugano, Svizzera)

Poeta, docente universitaria in Brasile, nel Minas Gerais, ha tradotto in portoghese poeti di lingua italiana quali Fabio Pusterla, Franca Mancinelli, Paola Loreto, nonché nomi della narrativa svizzera quali Fleur Jaeggy, Agota Kristof e Bruno Pellegrino. Traduce poesia di lingua portoghese per la «Rivista Italiana Internazionale». Nel 2023 ha vinto il Premio svizzero di letteratura con il libro Verso la ruggine (interlinea, 2022), anche finalista al “Premio Franco Fortini” e sempre nel 2023, con lo stesso libro, autotradotto in portoghese, O gosto amargo dos metais (7Letras 2022) ha vinto il “Premio Oceanos”.

Barbara Bertoni (Genova, Italia): cfr. supra.

Pedro Eiras (Porto, Portogallo)

Ha pubblicato opere di teatro, narrativa, poesia, saggi e altri generi più difficili da definire. Le sue poesie sono state tradotte in sette lingue e i suoi spettacoli teatrali sono stati messi in scena o letti in dieci paesi. Inferno ha vinto il “Premio letterario António Cabral” ed Esquecer Fausto il Premio del Pen Clube Português di Saggistica. Ha tradotto libri di Antonin Artaud, Edmond Jabès, Germaine Dulac, Paul Claudel e Victor Hugo. È professore di Letteratura portoghese presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Porto.

Emanuel França de Brito (Rio de Janeiro, Brasile)

È dal 2017 professore di Letteratura italiana presso l’Universidade Federal Fluminense, a Niterói, Brasile. Si occupa di traduzione e di critica letteraria e ha curato in portoghese brasiliano il Convivio (2019) e l’Inferno di Dante (2021) nonché la Rettorica di Brunetto Latini (2023). Ha tradotto inoltre l’antologia Umanisti italiani (curata da Raphael Ebgi), in corso di stampa. Attualmente si dedica alla traduzione del Purgatorio, sempre di Dante.

CV dei traduttori premiati

II Edizione di “M’illumino d’immenso” dallo spagnolo all’italiano:

Vincitore: Valerio Nardoni (Livorno, Italia)

Ispanista e traduttore letterario, è Professore Associato di Letteratura spagnola presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Per la sua attività di traduttore ha ricevuto numerosi premi, fra cui, nel 2018, un Premio Nazionale speciale per la Traduzione assegnato dal MIBACT, per le sue versioni di Miguel de Cervantes e Pedro Salinas, i due poli – Secoli d’oro e Novecento – a cui si è maggiormente dedicato, assieme a numerosi lavori dedicati alla poesia spagnola contemporanea, come la pagina web www.perterredispagna.it che raccoglie molte videointerviste. È direttore editoriale della casa editrice Valigie Rosse, specializzata in poesia nazionale e internazionale.

Menzioni d’onore:

Francesca Cosi (Firenze, Italia)

Traduttrice letteraria, annovera tra le sue traduzioni poetiche 33 sonetti di Shakespeare raccolti nel volume Come allodola in volo (2024), una selezione di poesie inedite di Lewis Carroll (Ho una fata accanto, 2014) che ha ottenuto una menzione speciale al “Premio Morlupo per la traduzione” del 2015, i limerick di Edward Lear (Questo libro non ha senso, 2013, prima traduzione italiana) e altre poesie pubblicate su riviste (tra cui «Internazionale» nel 2023 e 2024). Assieme ad Alessandra Repossi ha tradotto circa 200 tra romanzi, racconti e saggi da inglese, francese e spagnolo: da Virginia Woolf a George Orwell, da Katherine Mansfield a Elie Wiesel, da Jack London a Mark Twain.

Ilaria Sofia Perrino (Roma, Italia)

È traduttrice letteraria dallo spagnolo, dal catalano e dal francese. Ha studiato e lavorato sia a Roma sia a Barcellona, città tra le quali si sposta impegnandosi a costruire ponti culturali. Ha tradotto Maria Callís Cabrera (La città stanca, Ensemble 2022), Mireia Calafell (Noi, chi, Ensemble 2024) e sta lavorando a una nuova traduzione poetica. Da ottobre 2024 sarà per la seconda volta ospite della residenza per traduttori dell’Institut Ramon Llull.

VII Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano allo spagnolo:

Vincitrice: Helena Aguilà Ruzola (Barcellona, Spagna)

Traduttrice letteraria ed editoriale dall’italiano allo spagnolo e al catalano con più di 300 titoli pubblicati. È membro della Giunta direttiva e responsabile della Comunicazione dell’Asociación Española de Lengua Italiana y Traducción ed è stata vicepresidente della Sección Autónoma de Traductores de Libros de la Asociación Colegial de Escritores spagnola. È professoressa e ricercatrice di Italianistica presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e membro del Nuevo Proyecto Boscán-Catálogo histórico y crítico de traducciones españolas de obras italianas (MICIU), del Progetto WINK-Women Invisible Ink (European Research Council) e dei gruppi Cuerpo y textualidad (UAB) y Translatio: La traducción de los clásicos y las letras españolas en la Edad moderna (École des hautes études hispaniques et ibériques). È co-direttrice delle Giornate internazionali sulla Traduzione letteraria.

Menzione d’onore: Marco Perilli (Trento, Italia)

È scrittore ed editore. I suoi libri più recenti sono Dante (2019, “Premio

Amado Alonso”), Vesuvio (2021) e Blanca (2022). Tiene corsi presso la Fundación para las Letras Mexicanas. È membro del Sistema Nacional de Creadores.

IV Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano all’arabo:

Vincitrice: Fatmaelzahraa Abdalla (Il Cairo, Egitto)

Assistant Lecturer presso il Dipartimento d’Italianistica dell’Università del Cairo. Ha conseguito la Laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Vincitrice del Premio Kashaf al-Mutarjmeen (III edizione) per la traduzione dall’arabo all’italiano 2023 ‒ National Center for Translation (Egitto). Vincitrice del “Premio letterario Energheia Egitto 2022”. Vincitrice del “Premio speciale giovane traduttore ‒ M’illumino / d’immenso dall’italiano all’arabo 2020.

I Edizione di “M’illumino d’immenso” dall’italiano al portoghese:

Vincitrice: Mariangela Ragassi (Ourinhos, Brasile)

Si è laureata in Belle Arti presso l’UNICAMP (1998) e ha lavorato come designer e insegnante. Nel 1997, ha ricevuto il premio Uma Professora Muito Maluquinha dalla casa editrice Melhoramentos. Dal 2006 vive in Italia, dove lavora come traduttrice ed è laureanda in Lingue e Culture Straniere presso l’UNIPG. Come scrittrice ha partecipato a pubblicazioni collettive di racconti e poesie, l’ultima delle quali è l’antologia di racconti Antropocenas (2024). Ha ricevuto il “Premio Mapa Cultural Paulista” per il racconto Lucicleide na Janela (2004) e ha pubblicato il romanzo Memorial das Flores (2015).

Menzioni d’onore:

Valentina Cantori (Trieste, Italia)

È traduttrice e docente di Letteratura Italiana presso l’Università di San Paolo (USP). Traduce letteratura italiana in portoghese e poeti dell’America Latina in italiano; ha pubblicato la traduzione di Ancestrale, di Goliarda Sapienza (Âyiné, 2020).

Adriana Marcolini (Rio de Janeiro, Brasile)

È traduttrice, giornalista e ricercatrice sulle migrazioni. Tiene corsi su temi legati all’immigrazione italiana. Grazie al finanziamento alla traduzione, conquistato in un bando dell’Assessorato alla Cultura dello Stato di San Paolo, nel 2017 ha pubblicato Em Alto-Mar, dall’originale Sull’Oceano (1889), di Edmondo De Amicis (Nova Alexandria/Istituto Italiano di Cultura di San Paulo). Tra gli autori italiani che ha tradotto si segnalano Alberto Moravia e Maria Messina. Ha conseguito un post-dottorato in Letteratura italiana presso l’Università di San Paolo. È autrice della guida 50 Librerie di Buenos Aires (Cotia, Ateliê Editorial, 2011).

Poesie originali

Cuatro vilanelas

I

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

Ella tenía una estrella entre los senos.

O así lo veía él, porque la amaba.

No se exigieron boletos en la entrada

Pues cada uno andaba en su terreno.

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

En una cama angosta ambos quemaban

Su historia y el temor; o cuando menos

Así lo creía él, porque la amaba.

Los dos sabían muy bien la pendejada

Que es insistir en un amor del bueno;

Es todo lo que sé. (Que es casi nada.)

Marzo moría otra vez; y ya se daban

Café con leche mezclado con veneno.

O así lo sentía él, porque la amaba.

Supongamos que un día ella se enfada

Y se borra la estrella de los senos.

¿Qué más saben los dos? ¿No queda nada?

Así se dolía él, porque la amaba.

(Luis Miguel Aguilar, Medio de construcción, Città del Messico, Premià Editora, 1979).

***

***

Las Salinas

Yo nunca vi la nieve y sin embargo he vivido entre la nieve

      toda mi juventud.

En las Salinas, adonde el mar no terminaba nunca y las olas 

      eran dunas de sal.

En las Salinas, adonde el mar no moja pero pinta.

Nieve de mi juventud prometedora como un árbol de mango.

Veinte varas de sal para cada familia de cristianos. Y aún más.

Sal que los arrieros nos cambiaban por el agua de lluvia. Y aún

      más. 

Ni sólidos ni líquidos los blanquísimos bordes de ese mar.

Bajo el sol de febrero destellaban más que el flanco de plata del

      lenguado.

(Y quemaban las niñas de los ojos.)

A veces las mareas -hora del sol, hora de la luna- se alzaban

      como lomos de caballo.

Mas siempre se volvían.

Hasta que un mal verano y un invierno las aguas afincaron para 

      tiempos 

y ni rezos ni llantos pudieron apartarlas de los campos de sal.

            Y el mar levantó techo.

Ahora que ya enterré a mi padre y a mi hermano mayor y mis

      hijos están prontos a enterrarme,

han vuelto las Salinas altas y deslumbrantes bajo el sol.

Hay también unas grúas y unas torres que separan los ácidos

      del cloro.

(Ya nada es del común.)

Y yo salgo muy poco pero Luis -el hijo de Julián- me cuenta

      que los perros no dejan acercarse.

Si parece mentira.

Mala leche tuvieron los hijos de los hijos de la sal.

Puta madre.

Qué de perros habrá para cuidar los blanquísimos campos

      donde el mar no termina y la tierra tampoco.

Qué de perros, Señor, qué oscuridad.

(Antonio Cisneros, Comentarios reales, Valencia, Pre-Textos, 2003).

Poesie vincitrici ‒ traduzione di Valerio Nardoni

Quattro villanelle

I

È tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Lei aveva una stella in mezzo al seno.

O a vederla era lui, perché l’amava.

Non si chiesero biglietti all’entrata,

ognuno stava nel proprio terreno.

È tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Stesi in un letto angusto i due bruciavano

la propria storia e la paura; o almeno

così credeva lui, perché l’amava.

Sapevano che razza di scemata

è incaponirsi in un amore vero;

è tutto quel che so. (Che se ne cava?)

Marzo moriva ancora; e già si davano

caffellatte mischiato col veleno.

O a sentirlo era lui, perché l’amava.

Supponiamo che un giorno lei arrabbiata

si cancelli la stella dal suo seno.

Che altro sanno quei due? Nulla restava?

Così soffriva lui, perché l’amava.

***

***

Le Saline

Io non ho mai visto la neve eppure tra la neve ho vissuto tutta la mia giovinezza.

Nelle Saline, dove il mare non finiva mai e le onde erano dune di sale.

Nelle Saline, dove il mare non bagna ma tinge.

Neve della mia giovinezza promettente come un albero di mango.

Venti braccia di sale per ogni famiglia di cristiani. E non solo.

Sale che i mulattieri ci scambiavano con l’acqua piovana. E non solo.

Né solide né liquide le bianchissime sponde di quel mare.

Scintillavano sotto il sole di febbraio più del fianco d’argento della sogliola.

(E bruciavano le pupille degli occhi).

A volte le maree – ora del sole, ora della luna – si alzavano come groppe di cavalli.

Ma sempre defluivano.

Finché una brutta estate e un inverno le acque ristagnarono ancora e ancora

e né preghiera né lamento poté scacciarle dai campi di sale.

E il mare vi prese dimora.

Ora che ho già seppellito mio padre e mio fratello maggiore e i miei figli sono pronti a

seppellirmi,

le Saline sono tornate alte e luccicanti sotto il sole.

Ci sono anche delle gru e delle torri che separano gli acidi del cloro.

(Ormai nulla è più in comune).

E io esco di rado ma Luis – il figlio di Julián – mi racconta che i cani non ti fanno

avvicinare.

Pare incredibile.

Che bastardi i figli dei figli del sale.

Fanculo.

Quanti cani ci saranno a guardia dei bianchissimi campi dove il mare non finisce e la terra

neppure.

Quanti cani, Signore, quanto buio.

(fasc. 53, 13 ottobre 2024, vol. II)

Recensione di “Alias. Antologia translingue di poesia italo-spagnola contemporanea” (Ensemble 2023)

Author di Giulia Rosato

‹‹…un volume di sostituzioni infinite, di parentesi lunari e pseudonimi fantastici, di trascrizioni mutile e versioni apocrife, di giochi di parole sospesi sul crinale tra agudeza e invenzione››: questo l’autentico distillato – consegnatoci in esergo dalla prefazione (p. 7) – di Alias. Antologia translingue di poesia italo- spagnola contemporanea, pubblicata nel 2023 a cura di Dalila Colucci[1] e Leonarda Trapassi nella serie «Erranze» della casa editrice Ensemble.

Nato per iniziativa di Gëzim Hajdari (il “poeta migrante” responsabile della collana: albanese per nascita, italiano per amore ed esilio), questo particolare florilegio rivela il frastagliato panorama della produzione in versi italo-spagnola del nostro tempo, dando mostra delle sorprendenti modalità in cui le lingue coinvolte nel progetto ‒ sorelle sì, ma che pure entrano spesso in contrasto nel processo di creazione e trasposizione reciproca ‒ possono confondersi e trasformarsi in quell’“altro da sé” evocato dal titolo.

Tra i diciassette autori antologizzati, oltre a figure già affermate in campo poetico (quali Laura Pugno e Miguel Ángel Cuevas) e della traduzione (come Matteo Lefèvre o José María Micó), vi sono del resto anche artisti, promotori culturali e attivisti che alla poesia sono arrivati in vari e singolari modi, sempre attraverso il filtro di lingue e tradizioni diverse. Inedita è, per inciso, una delle curatrici (le quali partecipano entrambe alla trama del volume, occupandosi talora della traduzione e revisione di versi altrui): Dalila Colucci, il cui primo testo, reso in spagnolo in collaborazione con Trinidad Durán, dà nome all’antologia tutta. Raccontando un personalissimo “destino del nome” – e delle sue inevitabili mutazioni di forme e accenti dettate dalla lunga peregrinazione accademica e geografica dell’autrice –, Alias è infatti il massimo esempio di come la traduzione e la trasformazione culturale riflettano questioni connesse all’identità. Ed è proprio a partire da questo nucleo che emerge l’approccio innovativo dell’antologia al translinguismo: un fenomeno di compresenza linguistica – qui radicato nella tradizione italo-spagnola sviluppatasi tra il 1500 e il 1600, in seguito alle reciproche influenze politiche e culturali tra i Paesi, e poi proseguita in modo discontinuo e difforme attraverso i secoli successivi – che sfugge ai limiti imposti dai modelli letterari e traduttivi, collocando i protagonisti del volume (come pure chi si cimenti nella lettura delle sue pagine) in una condizione di ubiquità, dovuta all’eterogeneità dei testi raccolti così come al loro perpetuo e libero transitare non solo da una lingua all’altra ma, si direbbe in virtù della componente fisica ed emotiva che da essi trasuda, anche tra spazi più o meno prossimi. Ciò è altresì enfatizzato dalla frequente intrusione – nella commistione di base tra italiano e spagnolo – di altri codici linguistici (con i rispettivi universi culturali, centrali o apparentemente periferici che siano): il francese, che compare nei titoli delle poesie di Roberta Buffi; l’inglese e il portoghese, che filtrano nelle poesie di Gaia Danese; il latino e il siciliano, assunti, in maniera più o meno marcata, da Ignacio Cartagena e Sebastiano Burgaretta (con risultati a dir poco sorprendenti nei versi di quest’ultimo, già informati da un’indistricabile presenza di italiano e spagnolo e dove non manca di manifestarsi pure il greco antico); il catalano, lingua d’origine delle poesie di Begonya Pozo, tradotte successivamente in italiano.

Il titolo dell’antologia – che coincide con l’avverbio “altrimenti”, conservando tuttavia la suggestione dell’aggettivo indefinito alias (‘altre cose’) e dell’avverbio quasi omografo alia (‘per altra via’) – si conferma, pertanto, il cartiglio ideale per riassumere tutta la complessità espressiva e identitaria, poliedrica e polisemica, del translinguismo. Una complessità, si badi, che si delinea come qualcosa di assolutamente naturale, alludendo anzi la scissione e la moltiplicazione dei soggetti, delle lingue e dei percorsi alla dimensione del desiderio: dove «Babel se reconoce y ama/ como una torre posible, donde la traducción/ es la empresa principal de las literaturas››, come scrive Bernardo Santos (p. 286), ricordando il contributo essenziale della traduzione, qui declinata nelle sue varie forme, all’esistenza stessa dell’antologia.

Uno dei casi più rappresentativi in tal senso è offerto dalle poesie di Miguel Ángel Cuevas, con un’enfasi particolare sull’autotraduzione (la forma, del resto, più insistente in Alias). In Del alisio / Dell’alisèo, o ancor più in Declaración / Dichiarazione ‒ ove Cuevas è autore di entrambe le versioni ‒, il suo intervento da traduttore risulta particolarmente incisivo, anche nella disposizione dei versi nel testo di arrivo, con l’evidente obiettivo di riprodurre non solo il contenuto, ma anche il significato profondo di quello di partenza. Anche il rapporto tra Roberta Buffi ‒ che in alcuni casi si serve, come già detto, di un terzo polo linguistico: il francese, origine forse prima del suo viaggio poetico ‒ e il translinguismo si esprime in modo predominante per mezzo dell’autotraduzione, a partire dall’italiano. È solo negli ultimi anni che l’autrice si è addentrata nella scrittura di poesia in spagnolo, sua lingua d’adozione: ne sono un esempio Palabra / Parola, Porvenir / Avvenire, Paisaje / Paesaggio e i tre haiku, componimenti che Buffi ha trasposto nella sua lingua madre riuscendo a restituire fedelmente la struttura dell’originale, approfittando dell’affinità tra le lingue coinvolte. Dell’espediente autotraduttivo dalla lingua acquisita a quella propria si serve pure Ignacio Cartagena in Apocryphi, un poemetto arditamente composto in italiano e poi autotradotto in spagnolo per la prima volta proprio nell’ambito di Alias, con il titolo Tres apócrifos de Montale. Più arduo forse l’esercizio di autotraduzione riscontrabile nei sonetti di Raffaele Pinto, che piega una forma metrica appartenente alla più consolidata tradizione italiana alle soluzioni linguistiche dello spagnolo, e dove dunque più visibili si fanno le difficoltà intrinseche alla traduzione poetica, che comporta talora la perdita inevitabile di sottili sfumature semantiche.

Diverso invece il lavoro autotraduttivo di Matteo Lefèvre ‒ critico, poeta, curatore e traduttore ‒ che costruisce le sue due versioni di Valdés tessendo una «silenziosa rete» (p. 140) di versi che fluiscono perfettamente dall’italiano allo spagnolo, complice una scelta metrica più aperta e varia. L’autotraduzione di Alessandro Mistrorigo, infine, si distingue per l’alternanza di spagnolo e italiano già nei testi di partenza – intitolati θ (theta), λ (lambda) e χ (chi), con evidente intromissione del greco –, il cui gioco linguistico si riproduce fedelmente anche nelle rispettive traduzioni; quella di Laura Pugno ‒ sostenuta dalla revisione di Violeta Medina ‒, per l’effetto straniante del poemetto gilgames’ gilgames’, la cui essenza profonda sembra risiedere nell’interstizio tra le due versioni, l’interazione ritmica e formulare delle quali sostanzia l’esistenza. Se quest’ultima è, per la poesia in quanto tale, sempre una scommessa basata sul silenzio – perché «para un poeta/ las palabras perdidas/ son las más necesarias››, come scrive Marisa Martínez Pérsico in Ovejas y palabras (p. 158) –, l’autotraduzione translingue vale allora come una prodigiosa eco di musica e silenzio: lo confermano, tra gli altri, gli esperimenti di José María Micó, il poeta-musicista che dei suoi testi (autotradotti e non) ha fatto canzoni, splendidamente accompagnate dalla chitarra; come pure quello di Francisco Deco, il cui poemetto Butes / Bute ‒ un naufragio dal sapore mallarmiano ispirato al viaggio degli Argonauti, da lui tradotto con Domenica Moranti conservando l’equilibrio grafico dell’originale ‒ è legato all’omonimo componimento musicale per coro, organo e orchestra di María Sánchez Verdú.

L’autotraduzione, in fin dei conti, è l’esatto punto di incontro delle altre modalità translingui annoverate in Alias: la traduzione allografa e la (ri)scrittura creativa. Basterebbe guardare, in tal senso, al particolarissimo trittico La voz humana / La voce umana di Miguel Ángel Cuevas, di cui Leonarda Trapassi evidenzia appunto il «triplice processo creativo» (p. 305). Alla poesia originale in spagnolo si accompagnano infatti due metaversioni italiane: una di Dalila Colucci ‒ che ha proposto una traduzione letterale, il più possibile fedele alla struttura e al significato iniziali ‒ e l’altra dello stesso autore, che però di fatto assottiglia i legami con il testo fonte fino a mutilarlo (si parla, infatti, di una «versione mutila», p. 87), (ri)creando una proposta che si appropria dell’originale trasformandolo in alias, qui nel senso di ‘altre cose’.

Quanto alla traduzione allografa in sé – il cui prodotto rappresenta sempre solo una delle possibili versioni nella lingua meta di un determinato testo –, anch’essa è, nell’antologia, fonte di suggestivi (e interconnessi) risultati, dato che spesso poeti e potesse svolgono in Alias pure il ruolo di traduttori o revisori di altri testi, da soli o in modalità collaborativa, rivelando così il profondo legame umano che presiede, nel tessuto del volume, alla trasposizione interlinguistica. Così, ancora Cuevas si fa traduttore del sodale Sebastiano Burgaretta, cui lo unisce la profonda conoscenza della multiforme (e multilingue) tradizione siciliana; Ignacio Cartagena traduce molte delle sue poesie in collaborazione con Matteo Lefèvre; Bernardo Santos con Gabriela Arribas. Le proposte poetiche di Rocío Nogales Muriel ‒ che, come un fiume in piena, denunciano le sfide del presente proponendo nuovi orizzonti ‒ trovano espressione anche in italiano attraverso il lavoro traduttivo curato dalla stessa autrice, in stretta intesa con Leonarda Trapassi e Simone Greco. Altre scritture translingui svelano, invece, un carattere più marcatamente individuale, combinandosi la commistione linguistica dei testi di partenza a traduzioni assegnate a traduttori professionisti nella lingua meta: così le poesie di Gaia Danese, nelle quali è evidente l’uso di costruzioni insolite dalla marcata influenza spagnola, sono affidate in traduzione a Juan Carlos Reche e a Concha García; allo stesso modo, i versi catalani di Begonya Pozo (che pure scrive in italiano i suoi tanka, poi trasferiti in spagnolo dall’argentino Carlos Vitale) sono tradotti da Daniele Comberiati; mentre Ángelo Néstore ‒ artista leccese naturalizzato spagnolo che all’italiano oppone un rifiuto letterario e identitario insieme ‒ si nega categoricamente all’autotraduzione dei suoi testi, concepiti nella lingua acquisita, affidandone la resa in quella “madre” a Carmela Simmarano.

Alias, insomma, è davvero «un pozo de colores» (p. 176): l’immagine è del Caleidoscopio di José María Micó, il cui translinguismo si nutre, non a caso, di testi ora concepiti in italiano ora in spagnolo, come pure di traduzioni proprie e collaborative (con Francesco Luti, Giovanni Cara, Pietro Taravacci, Elisa Sartor, Paola Laskaris), e dove l’unica regola è quella di una «pasión rutinaria» (p. 178) che associa la pratica della poesia a quella, unica e formulare insieme, del cibo, dell’amore, della vita stessa. È, in tal senso, una felice coincidenza – che vale tuttavia a fare dell’antologia un percorso circolare perfettamente reversibile – che Alias apra sulla poesia Ritorno / Regreso di Roberta Buffi e chiuda su Venecia germinal / Venezia germinale di Bernardo Santos: fondendo insieme fine e inizio nel continuum translingue che sfuma i confini espressivi, culturali e temporali (tanto che nelle poesie raccolte l’escursione tematica muta continuamente, dal mito alla Storia al presente).

È proprio la fluidità policentrica – di prospettive, sguardi, sentimenti – a conferire ad Alias il suo carattere distintivo, rimarcandone la rilevanza all’interno del panorama italo-spagnolo attuale non solo poeticamente translingue, ma poetico in sé: dando cioè vita a un’esperienza eclettica, «scissa tra lingue» ‒ per dirla con la suggestiva immagine ricreata da Dalila Colucci nella poesia omonima all’antologia (p. 62) ‒, capace di trascendere ogni tipo di confine, sia esso linguistico, culturale o geografico.

  1. Cfr. D. Colucci, Poesía translingüe: identidad a través de la lengua literaria, Curso de Otoño de 2023 (13 novembre 2023), Facultad de Filología, Universidad de Sevilla, Sevilla. Cfr. L’URL: https://www.youtube.com/watch?v=BCh-90DAtWo.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

“Poetry matters”. Croce e il valore civile della comprensione

Author di Fabrizia Giuliani

Comunicare e comprendere

Nella raccolta di studi pubblicata nel 1999 in occasione del settantesimo compleanno di Gennaro Sasso, una Festschrift che anticipa fin dal titolo l’ampiezza degli ambiti trattati, Tullio De Mauro torna su temi crociani affrontando il tema della comprensione[1]. A rigore, non si tratta di una novità: la comunicazione è un nodo sul quale il linguista ha sempre insistito, dai primi lavori all’Introduzione alla semantica, agli ultimi interventi[2].

Nessuna discontinuità, dunque? Uno sguardo superficiale, fermo alla scelta del tema, potrebbe confermare il giudizio; se invece si osserva lo sviluppo dell’analisi, si comprende rapidamente come queste pagine rappresentino un vero e proprio tornante teorico, che tocca il giudizio sulla filosofia del linguaggio crociana, il modo d’intenderla e periodizzarla, il suo rapporto con le scienze del linguaggio. Ma andiamo per ordine, seguendo il testo e soprattutto i luoghi ai quali l’autore rinvia: saranno essi, infatti, a offrirci la chiave interpretativa corretta.

Il punto di partenza è la Filosofia della pratica: se De Mauro ha sempre riconosciuto un ruolo centrale al testo che chiude la trilogia sistematica, in queste pagine ne sottolinea soprattutto il carattere di apertura. Ribadisce che lo sviluppo teorico previsto e auspicato da Croce in ogni ambito della riflessione, il “Continua tu” che ritorna in più scritti, non esclude il linguaggio, ma anzi lo riguarda in modo particolare. Il linguista esclude una lettura rigida, statica, del

pensiero linguistico crociano, sostenendo, com’è noto, che l’identificazione di linguistica ed estetica propria del sistema e incompatibile con “qualunque linguistica possibile”, secondo il noto giudizio di Lepschy, viene poi superata nella fase più matura[3].

Questa interpretazione, diventata un punto di riferimento nella letteratura critica a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, sembrava destinata a non incorrere in ripensamenti e revisioni. Nel saggio citato si osserva uno sguardo diverso, se non un vero e proprio cambio di passo. Scrive De Mauro: «già mentre andava delineando il suo sistema, Croce elaborava in materia di linguaggio, di parole e loro senso e uso, riflessioni collaterali tanto acute quanto difficili da raccordare con la visione sistematica del linguaggio come arte e del parlare come poetare»[4].

Due ordini di considerazioni discendono da questo giudizio: non vi è più solo una “seconda” linguistica ma “un’altra” linguistica crociana che si sviluppa a partire dagli anni del sistema. Il linguista parla di riflessione “collaterale”: se è esclusa la successione, è ribadita l’alterità, l’assenza di conciliazione con la teoria delineata nella Filosofia dello Spirito.

Una periodizzazione da ripensare

Vediamo dunque quali sono i concetti coinvolti nello sviluppo di questa linguistica “altra”. Croce, afferma De Mauro, elabora una teoria attenta e articolata della comprensione linguistica: riconosce la natura processuale dell’accertamento del senso, la continua correzione in corso d’opera[5].

Il punto di svolta, sostiene, si osserva nelle pagine dedicate alla Poesia di Dante, pagine note, alle quali filosofia e critica letteraria hanno dedicato nel tempo riflessioni importanti, ma che gli studi filosofico-linguistici hanno invece trascurato[6].. La scelta di porre al centro le parole, la possibilità di ricostruirne e accertarne il senso, rappresenta una novità rispetto all’assetto definito nel sistema, che porta a riconoscere la necessità delle conoscenze necessarie ai processi di comprensione e interpretazione dei testi. Ma vediamo il passaggio:

E se io dovessi designare in qualche modo l’interpretazione storica che è propria dell’interpretazione storico-estetica, ossia il momento analitico che precede quello sintetico, direi che è l’explanatio verborum, l’interpretazione, largamente intesa, del senso delle parole: senso che, come tutti sanno, si trae non dalla loro etimologia e dalla sequela di concetti e dei sentimenti che hanno concorso a formarle e che ne costituiscono una sorpassata pre-istoria, ma dall’uso generale dei parlanti in un dato tempo, dall’ambiente in cui sono adoperate e si determina e individua poi in relazione alla nuova frase che è composta di esse e insieme le compone e crea. Proposizioni filosofiche, nomi di persone, accenni a casi storici, giudizi morali e politici e via dicendo, sono, in poesia, nient’altro che parole, identiche sostanzialmente a tutte le altre parole, e vanno interpretate in questi limiti. Nella interpretazione allotria non sono più, e non debbono essere, parole, ossia immagini, ma cose[7].

Qui, l’autore dell’Estetica, fermo assertore dell’inconsistenza dei tentativi di distinguere e segmentare le classi di espressione, mostra un’oscillazione significativa rispetto alle affermazioni del sistema, secondo le quali:

É falso che il nome o il verbo si esprimano con determinate parole. L’espressione è un tutto indivisibile; il nome e il verbo non esistono in essa, ma sono astrazioni che vengono da noi forgiate col distrugger la sola realtà linguistica ch’è la proposizione, ossia l’espressione. Ciò suona paradossale ma è verità semplicissima[8].

Non vi è dubbio sul fatto che nel passaggio osservato più su si registri una considerazione nuova rispetto al ruolo delle parole e dunque della lingua, intesa come tessuto comune, patrimonio condiviso, termine di riferimento per ogni atto di produzione e comprensione.

Questa linea di riflessione, come noto, si svilupperà ulteriormente nel libro del ’36, La Poesia; occorre però chiedersi da dove tragga origine e, soprattutto, se sia interpretabile solo in chiave diacronica. Nelle prossime pagine proveremo a misurarci con questi interrogativi, assumendo una prospettiva che non oppone sincronia e diacronia. Come ha affermato Marcello Mustè, la “svolta” è già implicita negli studi preparatori dell’estetica ma manifesta le sue conseguenze teoriche solo in un secondo tempo – ossia dopo gli studi hegeliani. Serve uno sguardo d’insieme, capace di seguire l’intreccio che lega la riflessione sul linguaggio al pensiero etico-politico, tratto distintivo di tutta la filosofia crociana[9].

Le Parole da capire

Come emerge con chiarezza nelle pagine della Poesia, l’autonomia del giudizio estetico non va intesa come affermazione dell’irrilevanza delle conoscenze necessarie alla sua formulazione, a cominciare, nel caso dei testi poetici e letterari, dalle conoscenze linguistiche. Nel celebrare la grandezza di Dante e della Commedia, «opus poèticum cui si consertano l’opus philosophorum e l’opus praticum», se da un lato Croce condanna le «interpretazioni allotrie», gli studi fondati su aspetti esterni al momento poetico ‒ dove prevalgono analisi politiche, morali, filosofiche ‒, dall’altro ne sottolinea la necessità, data la vastità dei riferimenti contenuti e la molteplicità dei livelli di lettura dell’opera. L’esortazione non va fraintesa: il giudizio estetico è e resta prioritario rispetto alla sfera logica e pratica ‒ «anche se tutte le allegorie di tutte le liriche e di tutti i luoghi della Commedia fossero spiegate resterebbe poi sempre da interpretare quelle liriche, prescindendo cioè dalle allegorie come inutili e dannose distrazioni, e ricercandone il vero ‘senso specifico’»[10].

In quanto prodotto pratico, atto di volontà, l’allegoria è frutto di una decisione arbitraria – convenzione, diremmo oggi attingendo al lessico semiotico ‒ con cui si “decreta che questo debba significare quello”; altra cosa è la poesia, dove non c’è rigidità nel rinvio da un piano all’altro e non sono necessarie istruzioni: ciò che precede il giudizio è solo la conoscenza degli elementi del «vivo linguaggio che in quei luoghi si atteggiano a nuova sintesi»[11].

Non casualmente, nella parte della Poesia dedicata al tema della rievocazione e della traducibilità, torna ancora la metafora dell’albero per descrivere il lavoro di restituzione dei testi poetici che la filologia svolge: «niente è nell’universo che sia meramente naturale e non storico, e di una preparazione maggiore o minore o minima c’è sempre bisogno per ripigliare e continuare il lavoro della vita». Lo sforzo individuale di un autore che cerca di farsi tornare alla mente l’espressione originaria, quando ormai «son venute meno, in tutto o in parte, le condizioni soggettive e oggettive che possedeva al momento della creazione», è paragonabile al ruolo di ricostruzione del filologo, che opera per riparare allo smarrimento o alla dispersione provocati dallo scorrere del tempo e degli eventi, consentendo quei ritrovamenti o “scoperte” necessari alla costruzione del sapere e della tradizione. Va poi ricordato, prosegue il filosofo, lo sforzo delle discipline che insieme alla filologia concorrono all’accertamento del senso, come la paleografia e la critica del testo

alla quale seguono i glossari dei suoni e delle forme per singole opere e autori, e lessici di una lingua di un popolo, o più lingue insieme, in cui i vocaboli sono messi in corrispondenza tra loro e morfologie e sintassi e metriche e altri simili istrumenti, e commenti letterari e storici, in cui si determina il significato di vocaboli e frasi, che si pongono in relazione con notizie di cose, di fatti e di idee[12].

La forma espressiva che la lingua concorre a costruire non è mai individuale. Questo punto è dirimente: nella letteratura non è in gioco l’opera del singolo ma il “genio dell’umanità”. Per comprendere lingue lontane nello spazio e nel tempo non bastano i saperi; serve il “consenso” dei parlanti che partecipano all’atto comunicativo:

Per opera di questa magia si compie quotidianamente il miracolo dell’apprendere lingue che chiamiamo straniere: al quale effetto niente varrebbe avere innanzi ai sensi e all’intelletto gli oggetti, le costumanze. gli eventi, le persone di cui in quelle lingue si parla, né conoscere le approssimative e astratte corrispondenze di significato dei loro suoni articolati gli astratti suoni articolati desunti dal modo di parlare che ci è solito. Tutte le cognizioni forniteci dalla filologia, utilissime certamente, resterebbero disgregate e inerti se non ci fosse il fondamentale ed essenziale esercizio che noi siamo esseri parlanti e il nostro interlocutore di lingua straniera è un essere parlante, e che le vibrazioni nostre e quelle di lui sono omogenee, le une e le altre vibrazioni della comune umanità, e perciò, per consenso o simpatia quelle dell’uno finiscono con l’essere risentite dall’altro […][13].

Vale la pena tornare alle riflessioni sulla traduzione che attraversano, come noto, tutto il pensiero crociano con qualche ambivalenza. Se da un lato il filosofo sembra ammetterla solo per la prosa, dall’altro sottolinea la necessità di rendere accessibili in lingue diverse le stesse opere poetiche. Il punto, ribadisce, è comprendere a fondo quali siano il significato e la funzione del tradurre: non si capirebbe, oggi, ciò che Vico intendeva quando parlava di “certo del conoscere” distinguendolo e contrapponendolo al “vero”, perché quelle parole oggi hanno un senso diverso, sono pensate ed espresse con altri vocaboli. Il lavoro del traduttore consiste in questa ricerca e si misura costantemente con l’incertezza e l’errore. L’utopia della lingua comune, la “dotta lingua franca” finalizzata a stabilire un’equivalenza più stabile tra i segni è una risposta al riconoscimento di questo rischio, ma resta, appunto, un’utopia:

sebbene le proposte di unificazione abbiano avuto qualche pratica attuazione nelle scienze astratte, e sebbene le altre naturali si aiutino col latino e col greco, e sebbene la compenetrazione delle culture renda in un certo senso d’uso internazionale le stesse lingue nazionali, tanto da non far sentire urgente il bisogno di artificiali unificazioni, la varietà dei segni, e la conseguente necessità delle traduzioni persisterà sempre, perché i nuovi concetti sorgono sempre, nonché nella diversità dei popoli e dei loro linguaggi, negli individui, che sempre coi nuovi concetti creano nuovi segni[14].

Ancora sulla Communicatio idiomatum

Tradurre vuol dire, dunque, raggiungere un punto di mediazione tra le esigenze della comunicazione – “il reciproco intendimento” ‒ e il rispetto della diversità delle lingue. Come afferma De Mauro, si tratta di un processo «forzatamente non lineare» perché mira a circoscrivere e afferrare un senso particolare, dove i bisogni espressivi del passato s’incontrano con le forme linguistiche del presente

condizionate queste sia dall’ambiente e dall’uso generale, sia […] dal loro particolare comporsi e riattualizzarsi con modalità non interamente predeterminabili, ma piuttosto con un nodo di molti fili da rintracciare e sciogliere, come l’avvincersi e sorreggersi reciproco di molti tralci in una pergola[15].

Torniamo alla comprensione. Nell’Estetica Croce rifiuta la possibilità di collocare il processo su un terreno radicalmente arbitrario – convenzionale – che definisce un errore al quale è quasi preferibile la dottrina della “communicatio idiomatum”, rappresentazione in forma “mitologica” di quell’intendersi su basi comuni – universali – appena osservato[16]. Il problema della reciproca comprensione va posto nel luogo che gli è proprio, aveva affermato a proposito delle teorie di Hamann, ossia sul piano teoretico: si corre il rischio, altrimenti, di un approccio “mistico” quale quello dell’autore tedesco che individua la risposta del problema della comprensione nella “communicatio idiomatum con Dio”.

La posta in gioco è sempre l’autonomia della lingua: nell’interpretazione di Hamann, Croce legge la necessità di affrontare in maniera radicale la questione, andando oltre le teorie convenzionaliste che finiscono per rinviare, alla fine, «all’inconoscibile»[17]. Se non si riconosce che il linguaggio è «segno a sé stesso», il rischio di misticismo è inevitabile, come Croce spiega con chiarezza in questo passo tratto dal Breviario:

L’immagine significante è l’opera spontanea della fantasia, laddove il segno, nel quale l’uomo conviene con l’uomo, presuppone l’immagine e perciò il linguaggio; e, quando si insista a spiegare mercé il concetto di segno il parlare, si è costretti alfine a ricorrere a Dio, come datore dei primi segni, cioè a presupporre in altro modo il linguaggio, rinviandolo all’inconoscibile[18].

Non è diverso il riferimento che troviamo nelle Postille al capitolo dedicato all’Interpretazione storico-estetica nel libro del ’36: a paragone degli insufficienti tentativi delle «associazioni, inferenze o convenzioni», è preferibile ciò che, sia pure in «forma “mitologica”», esprime il fatto che ci si intenda sul «fondamento della nostra comune umanità». Se inizialmente il rinvio alla “communicatio idiomatum” è utilizzato in chiave polemica, contro le visioni convenzionali della lingua, nella fase più matura tali richiami vanno ricondotti al tentativo compiuto dal filosofo di misurarsi con il problema “pratico” della comunicazione[19]. Come afferma Marcello Mustè:

Osservato dal lato dell’estetica, il linguaggio, anche nella sua versione comunicativa, appariva come una medesimezza di contenuto teoretico traslata in una forma differente. Osservato, invece, dal lato della praxis, che ne era l’autentica artefice, la comunicazione non poteva che rivelare il volto della differenza, nel contenuto oltre che nella forma, quindi una radice convenzionale, persino arbitraria, esposta al fraintendimento e all’errore. Questo era il problema che si apriva a partire dalla Logica. La comunicazione, come si diceva, non presupponeva per Croce intersoggettività e pluralità di parlanti, né una vera e propria comunità̀ umana. Fu appunto sul versante dello storicismo e della riflessione etico-politica, più̀ che in quello strettamente linguistico, che questo aspetto venne ripreso e ripensato, perché, come scrisse nel libro su La poesia, «tutti sono, vivono e si muovono in Dio»[20] .

Non basta più riconoscere la natura categoriale del linguaggio e “presupporre” la comunicazione; se non si vuol restare “disarmati”, occorre provare a comprendere concretamente come tale processo si determina, individuare gli strumenti di cui si avvale:

La coscienza estetica, come la coscienza morale, è disarmata e non può combattere: solo la critica è armata e combattente. I moti del gusto e del disgusto, per vivacissimi che siano, tutto potranno operare, ma non già quell’unico atto che il giudizio compie e che è, semplicemente di dare il nome alle cose, e aprire così la via al modo di comportarsi verso di esse[21].

Riprendendo le parole demauriane con le quali avevamo aperto la nostra riflessione, la “ricchezza e fecondità” di queste riflessioni è evidente, com’è evidente la loro attualità. Non mi riferisco solo alle teorie linguistiche, alla traduzione, ma al presupposto che rende possibile il riconoscimento del ruolo della lingua, il valore delle parole, la necessità della loro condivisione; per riprendere un altro momento cruciale della filosofia crociana: le ragioni della Difesa della poesia[22].

Non appaia irrituale, allora, concludere queste pagine ricordando alcuni luoghi dove la «concreta arte e poesia»[23] confermano la teoria di Croce, mostrando la spinta alla traduzione impossibile ma necessaria, la scoperta delle parole da condividere nei momenti estremi, quando i moti «inferiori e barbarici»[24] sembrano prendere il sopravvento. Torna il racconto insuperato di Primo Levi, che nei campi di Auschwitz ricorda e traduce i versi dell’Inferno per l’amico francese: «Come se anche io sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono»[25]. Riecheggiano ora gli stessi versi e lo stupore che li accompagna nelle pagine di Ilya Kaminsky, poeta ucraino già tradotto in molte lingue. Scrive dell’incontro con Dante a Kyiv, di come anche nei rifugi antiaerei Virgilio appaia una guida salda, capace di immaginare il mondo oltre il buio[26]:

Dante has no need to defend his art. Poetry matters: he sees it as a primal ancient force and art form, one that’s been here long before our individual lifetimes and will stay long after (Vergil, who lived centuries before him, guides him into the present). What we need, Dante’s journey shows us, is to defend ourselves with it: a tune to walk to, even in the underworld, as long as one still walks[27].

Bibliografia

M. Boncompagni, Ermeneutica di Benedetto Croce, Napoli, Loffredo, 1980;

G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana, Torino, Einaudi, 1989;

“Continua tu”. Tullio De Mauro e le lezioni crociane, in Intorno a Tullio De Mauro, a cura di S. Gensini, Pisa, ETS, 2023, pp. 143-63;

B. Croce, Il linguaggio come causa d’errore. Henri Bergson, in «La Critica», 1904, pp. 50-53, poi ristampato in Id., Conversazioni Critiche, vol. I, Bari, Laterza, 1918, pp. 105-107;

Id., Breviario di estetica, Bari-Roma, Laterza, 1913;

Id., La Poesia di Dante, Bari-Roma, Laterza, 1921;

Id., La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura [1936], Bari-Roma, Laterza, 1946;

Id., Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e critica della poesia, Bari-Roma, Laterza, 1950;

Id., Filosofia. Poesia. Storia. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore [1948], Milano, Adelphi, 1966;

Id., Logica come scienza del concetto puro [1909], a cura di C. Farnetti, Napoli, Bibliopolis, 1996;

Id., Filosofia della pratica. Economia ed etica [1909], a cura di M. Tarantino, Napoli, Bibliopolis, 1996;

Id., Tesi fondamentali di un’estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Ristampa anastatica dell’edizione del 1900, a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 2002;

Id., Filosofia e storiografia [1949], a cura di Stefano Maschietti, Napoli, Bibliopolis, 2005;

Id., Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale [1902], a cura di F. Audisio, Napoli, Bibliopolis, 2014;

Croce filosofo del linguaggio. Dialogo tra Fabrizia Giuliani e Marcello Mustè, in «Filosofia Italiana», XVII, I, 2023, pp. 15-32;

P. D’Angelo, L’Estetica di Croce, Bari-Roma, Laterza, 1982;

T. De Mauro, Origine e sviluppo della linguistica crociana, in «Giornale critico della filosofia italiana», 15, 1954, pp. 376-39;

Id., Introduzione alla semantica [1965], Bari-Roma, Laterza, 1989;

Id., Croce la linguistica e noi (intervista ad Arturo Martone, in «Nord e Sud», 39, n. s., 1992, pp. 23-40;

Id., Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, Napoli, Bibliopolis, 1999;

M. Deneckere, Benedetto Croce et la linguistique, 2 tomi, Antwerpen Universiteit, Antwerpen, Rijksuniversitair Centrum, Hoger Institut voor Vertalers en Tolken, 1983;

F. De Saussure, Corso di linguistica generale [1967], introduzione, traduzione e commento a cura di T. De Mauro, Bari-Roma, Laterza, 1983;

F. Giuliani, Espressione ed éthos, Bologna, il Mulino, 2002;

I. Kaminsky, Reading Dante in Ukraine, in «Asymptote», 2024;

G. Lepschy, Linguistica strutturale, Torino, Einaudi, 1965;

P. Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958;

M. Mancini, Tullio De Mauro ‘paleo-crociano’, in «Incontri linguistici. Rivista a cura delle Università di Udine e Trieste», 41, 2018, pp. 41-76;

M. Musté, Croce, Roma, Carocci, 2009;

G. Nencioni, Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio, Firenze, La Nuova Italia, 1989;

Pro e contro Dante, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2021;

M. Salucci, Segno ed espressione in Benedetto Croce, Città di Castello, Arnaud, 1987;

G. Sasso, Filosofia e idealismo, VI. Ultimi paralipomeni, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 107-54.

  1. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, Napoli, Bibliopolis, 1999; il saggio è stato ripubblicato nello stesso anno anche nella raccolta Capire le parole, Bari-Roma, Laterza, 1999, pp. 151-58.
  2. A titolo esemplificativo si vedano: T. De Mauro, Origine e sviluppo della linguistica crociana, in «Giornale critico della filosofia italiana», 15, 1954, pp. 376-91; Id., Croce la linguistica e noi (intervista ad Arturo Martone, in «Nord e Sud», 39, n. s., 1992, pp. 23-40.
  3. Cfr. G. Lepschy, Linguistica strutturale, Torino, Einaudi, 1965. Sulla periodizzazione vedi T. De Mauro, Introduzione alla semantica, Bari-Roma, Laterza, 1989, pp. 103-26; cfr. anche G. Nencioni, Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio, Firenze, La Nuova Italia, 1989, pp. 103-17 e G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana, Torino, Einaudi, 1989, pp. 50-51. Nella direzione opposta la lettura di G. Sasso, Croce: la questione del linguaggio, in Id., Filosofia e idealismo, VI. Ultimi paralipomeni, Napoli, Bibliopolis, 2012, pp. 107-54.
  4. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, op. cit., p. 848.
  5. «Forse il Prezzolini esagera quando afferma che la filosofia bergsoniana, la filosofia della Contingenza, ha intrapreso una guerra contro la parola. Si può dire che la filosofia non abbia fatto altro, da quando è al mondo, che battagliare contro i concetti empirici, i nomina realizzati e introdotti nel mondo del pensiero»: B. Croce, Il linguaggio come causa d’errore. Henri Bergson, in «La Critica», 1904, pp. 50-53, poi ristampato in Id., Conversazioni Critiche, vol. I, pp. 105-107, da cui si cita.
  6. Cfr. lo studio recente Pro e contro Dante, a cura di E. Giammattei, Roma, Treccani, 2021, pp. 30-36.
  7. B. Croce, La poesia di Dante, Bari-Roma, Laterza, 1921, p. 24.
  8. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale [1909], Napoli, Bibliopolis, 2014, p. 167. Cfr. anche B. Croce, Filosofia della pratica. Economia ed etica, a cura di M. Tarantino, Napoli, Bibliopolis, 1996, dove la comunicazione si identifica con l’errore, pp. 60-61.
  9. In altra prospettiva cfr. G. Nencioni, Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio, Firenze, La Nuova Italia, 1989, pp. 103-17 e G. Contini, La parte di Benedetto Croce nella cultura italiana, op. cit., pp. 50-51.
  10. B. Croce, La Poesia di Dante, Bari-Roma, Laterza, 1921, p. 9.
  11. Ivi, pp. 12-21.
  12. I brani sono tratti da La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura, Bari, Laterza, 1946, pp. 68-69.
  13. Ivi, pp. 78-79.
  14. Ivi, p. 101. Interessante il confronto con la Logica: “ogni vocabolo porta seco, in maniera maggiore o minore, l’appiccico dei vocaboli, perché si aggira in questo basso mondo ch’è pieno di tranelli; e la ricerca di vocaboli che impediscano assolutamente gli equivoci” non è che il sospiro di “molte anime candide” Logica come scienza del concetto puro, a cura di C. Farnetti, Napoli, Bibliopolis, 1996.
  15. T. De Mauro, Le porte della comprensione, in Storia, filosofia e letteratura. Studi in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling, M. Reale, op. cit., p. 851.
  16. Cfr. B. Croce, La poesia. Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura [1936], Bari-Roma, Laterza, 1946, p. 270.
  17. B. Croce, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Napoli, Bibliopolis, 2014, p. 287. Sul segno cfr. M. Salucci, Segno ed espressione in Benedetto Croce, Città di Castello, Arnaud, 1987, p. 30. Si rinvia poi, ovviamente al commento di De Mauro al Corso di linguistica generale sul punto relativo all’arbitrarietà: «certo, anche nelle concezioni convenzionalistiche, da Aristotele a Whitney, il consenso sociale ha una parte: ma trova un limite nel fatto che la lingua, concepita come una nomenclatura ingloba una parte dei “significati” che coincidono con le “cose” e sono dunque dei dati precostituiti». Si veda F. De Saussure, Corso di linguistica generale [1967], introduzione, traduzione e commento a cura di T. De Mauro, Bari-Roma, Laterza, 1983, pp. XVII e pp. 141-42.
  18. B. Croce, Breviario di estetica, Bari-Roma, Laterza, 1913, p. 51.
  19. Paradigmatiche, a proposito, le interpretazioni di T. De Mauro, Introduzione alla semantica [1965], Bari, Laterza, 1989, pp. 124-26; M. Boncompagni, Ermeneutica di Benedetto Croce, Napoli, Loffredo, 1980, pp. 78-100 e P. D’Angelo, L’Estetica di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1982, pp. 113-18.
  20. Cfr. F. Giuliani, Croce filosofo del linguaggio. Dialogo tra Fabrizia Giuliani e Marcello Mustè, in «Filosofia Italiana», XVII, I (2023), p. 26.
  21. B. Croce, Sulla natura e l’ufficio della linguistica, in Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e critica della poesia, Bari, Laterza, 1950, p. 249.
  22. B. Croce, Difesa della poesia (lettura tenuta a Oxford il 17 ottobre 1933), in «La Critica», I, XXXII, 1934, pp. 1-15, poi in Id., Ultimi saggi, Bari, Laterza, 1935. Cfr. ancora Pro e contro Dante, a cura di E. Giammattei, op. cit., p. 22.
  23. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro [1909], a cura di C. Farnetti, Napoli, Bibliopolis, 1996, p. 354.
  24. B. Croce, Filosofia e storiografia, a cura di Stefano Maschietti, Napoli, Bibliopolis, 2005, p. 209.
  25. P. Levi, Se questo è un uomo [1958], Torino, Einaudi, 2014, p. 111.
  26. Il nesso tra poesia, letteratura e civiltà è ribadito a più riprese, a partire dal volume del ’36. Qui ne troviamo forse la definizione più chiara: «la luce che la poesia ha acceso nell’anima e che è luce inestinguibile […] E quella luce che li ha rivestiti, o che li rivestirà, li ingentilisce, sgombra da essi la barbarie, li rende “urbani” (άστεΐοι, come dicevano i greci); e la letteratura che compie tale opera e rende civili le espressioni immediate o naturali, è parte di quella che si chiama appunto civiltà» (B. Croce, Filosofia. Poesia. Storia. Pagine tratte da tutte le opere a cura dell’autore [1948], op. cit., p. 358). Mi permetto, a proposito, di rinviare anche a F. Giuliani, Espressione ed éthos, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 114-34.
  27. I. Kaminsky, Reading Dante in Ukraine, in «Asymptote Journal», Jan 2024, consultabile sul sito https://www.asymptotejournal.com/search/?query=kaminsky (ultima consultazione: 10 febbraio 2024).

(fasc. 51, 25 febbraio 2024)