Recensione di Alisher Navoi, “Il linguaggio degli uccelli” (Sandro Teti Editore 2026)

Author di Leman Berdeli

 

Il Raduno degli Uccelli: foglio 11r da un Mantiq al-Tayr.

Dipinto di Habiballah di Sava, ca. 1600, Isfahan.

Inchiostro, acquerello coprente, oro e argento su carta, Metropolitan Museum of Art, New York.

Il Linguaggio degli Uccelli di Ali Şîr Nevaî, poema Sufi dell’Asia Centrale, XV secolo

Il viaggio spirituale raffigurato nel poema Lisan al-Tayr (Il Linguaggio degli Uccelli) di Ali Şîr Nevaî si diffonde all’interno della tradizione mistica di Mantiq al-Tayr (La Logica degli Uccelli) di Farid al-Din Attar, che presenta il cammino mistico dell’ascesa dell’anima verso l’unità divina, e Nevaî trasforma questa «logica» in un «linguaggio» poetico.

In turco, “mantık” significa ‘logica’, mentre “lisan” significa ‘linguaggio’, una distinzione semantica che diventa simbolicamente significativa nella reinterpretazione della narrazione di Attar da parte di Nevaî. Come osserva Marco Di Branco nella prefazione, «Nevaî entra in un dialogo simbolico con la precedente visione mistica di Farid al-Din Attar, il cui Mantiq al-Tayr stabilì l’allegoria degli uccelli come immagine dell’ascesa dell’anima verso l’unità divina». Lo stesso Nevaî afferma nel Lisan al-Tayr di aver reso il significato nel linguaggio degli uccelli e che le sue parole non dovrebbero essere comprese soltanto nel loro senso esteriore. Egli, pertanto, avverte il lettore di non lasciare nascosti gli strati più profondi del significato.

Secondo Nevaî, le sue parole sono comprensibili soltanto a coloro che conoscono il linguaggio degli uccelli, e un uccello intelligente sarà in grado di trarre quel significato dalle parole. Nel pensiero sufi, la verità (ḥaqīqat) è un’esperienza che trascende i limiti della ragione e del linguaggio. I testi sufi operano su due livelli: il significato apparente (ẓāhir) e il significato nascosto (bāṭin). Concetti come l’unità divina (tawḥīd), l’amore (ishq) e l’annichilimento dell’ego (fanā) non possono essere definiti direttamente. L’allegoria suggerisce questo indicibile attraverso un’espressione indiretta. Per questa ragione vengono utilizzate immagini come gli uccelli e i viaggi, i deserti e l’Amato, che in realtà rappresentano l’orientamento dell’anima umana verso il Divino.

Attraverso l’allegoria, lo stesso testo diventa o una favola o una guida mistica per il lettore. Per presentare questo viaggio spirituale in una chiara sequenza tematica, le sette valli sono ricostruite in questa recensione attraverso una selezione di passi che illustrano le fasi del dialogo tra l’Upupa e gli uccelli. Il viaggio ha inizio nella «Valle della Ricerca», quando gli uccelli riconoscono la loro separazione dal Divino e scelgono di seguire l’Upupa alla ricerca del favoloso uccello Simurgh.

Foglio d’album tratto dallo Shāhnāmeh. Dettaglio del Simurgh,

I. 5/77. Staatliche Museen zu Berlin, Museum für Islamische Kunst.

Guidati dall’Upupa, gli uccelli intraprendono un difficile viaggio attraverso le «Sette Valli», ciascuna delle quali simboleggia una fase dello sviluppo spirituale. Dopo aver ascoltato l’insegnamento dell’Upupa sull’amore, gli uccelli si rendono conto di quanto siano stati lontani dal Divino e di quanto abbiano sofferto a causa della separazione. Provando rimorso e pentimento, decidono di iniziare il viaggio verso il Simurgh. Mentre viaggiano, affrontano dolore, fatica e numerosi ostacoli. Alcuni uccelli si scoraggiano e abbandonano il viaggio. Quelli che rimangono cercano la guida dell’Upupa e desiderano condividere i loro dubbi e la loro sofferenza.

Quando gli uccelli entrano nella «Valle dell’Amore», il Gufo dice all’Upupa di essere troppo debole per intraprendere il viaggio verso il Simurgh. Preferisce vivere da solo tra le rovine perché spera di trovarvi un tesoro nascosto. Quando gli uccelli entrano nella «Valle della Conoscenza», essi sono spaventati dalle numerose difficoltà che affrontano. Il viaggio sembra troppo difficile, ed essi iniziano a dubitare di essere abbastanza forti per continuare. Sentendosi deboli e scoraggiati, chiedono all’Upupa di dissipare i loro dubbi affinché possano continuare il loro viaggio con fiducia e determinazione.

Quando entrano nella «Valle del Distacco», l’Usignolo dice all’Upupa di non poter vivere senza la rosa. Esso crede che la rosa sia il suo unico vero Amato e che, a causa di questo amore, non possa continuare il viaggio verso il Simurgh. L’Upupa risponde che l’amore dell’Usignolo non è vero amore, ma soltanto attaccamento a qualcosa di temporaneo. La rosa fiorisce, infatti, soltanto per un breve periodo prima di appassire.

Quando entrano nella «Valle dell’Unità», un uccello confessa all’Upupa di aver commesso molti peccati e di provare vergogna. Esso crede di essere troppo impuro per avvicinarsi al Simurgh. L’Upupa risponde che tutti sono peccatori e che, invece di perdere la speranza, l’uccello dovrebbe pentirsi sinceramente. Il vero pentimento porta, infatti, il perdono e la purificazione.

Quando entrano nella «Valle dello Stupore», un uccello dice all’Upupa che è sempre mutevole. Talvolta commette peccati, mentre altre volte compie buone azioni. Talvolta adora Dio e, altre volte, segue i desideri mondani. A causa di questa incostanza, teme di non essere mai in grado di seguire il giusto cammino spirituale. L’Upupa risponde che questo conflitto interiore è comune a tutte le persone e deriva dalla lotta tra l’ego e la coscienza. Una persona che controlla i propri desideri egoistici e pratica l’autodisciplina può diventare spiritualmente più forte. Attraverso la perseveranza e l’autocontrollo, l’uccello può superare le proprie debolezze e continuare sul cammino verso Dio.

Infine, gli uccelli entrano nella «Valle del Nulla», e un gruppo di falene desidera scoprire la vera natura di una candela. Essi decidono che chiunque raggiunga la candela debba ritornare e spiegare com’è. La prima falena vola vicino alla candela e ne vede la luce, ma la sua spiegazione non è sufficiente. Una seconda falena si avvicina ancora di più e si brucia più profondamente, ma anch’essa non riesce a descrivere la verità. Infine, un’altra falena vola direttamente nella fiamma e viene completamente consumata. Essa raggiunge la verità, ma, poiché diventa una cosa sola con la fiamma, non può più ritornare per raccontare agli altri ciò che ha sperimentato. La falena rappresenta il cercatore, la candela rappresenta Dio o la Verità divina, e la fiamma ardente simboleggia la perdita dell’ego per raggiungere la completa unione con il Divino. Soltanto coloro che attraversano questa trasformazione spirituale possono comprendere veramente il suo significato.

Un foglio miniato fronte-retro tratto dal Nahj al-Farādis,

Herat timuride, circa 1465. Christie’s, Londra.

La nostra lettura di Nevaî mostra come ogni valle sia una soglia trasformativa attraverso la quale la sofferenza diventa lo stimolo verso la destinazione finale: l’unione con il Divino. Il linguaggio degli uccelli, dunque, può essere compreso come un’allegoria della stessa condizione umana: la sofferenza, infatti, non è un ostacolo al cammino verso il Divino, ma la sua condizione essenziale.

 

(fasc. 60, 25 maggio 2026)

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