All’interno dell’Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce escono ora i Primi Saggi con l’ottima curatela di Davide Bondì. Il volume riproduce il testo nell’ultima edizione del 1951, con il corredo di un solido apparato critico, degli indici dei riferimenti, dei rinvii e delle citazioni, delle citazioni anonime e dei nomi. Rinvio alle osservazioni preliminari del curatore per i criteri editoriali seguiti e per la limpida esposizione delle principali varianti dei singoli testi, a partire dalla loro genesi fino alla forma assunta nell’edizione finale. In essa rientrarono la Memoria pontaniana del 1893 La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte con l’aggiunta delle illustrazioni e delle discussioni che ne seguirono, l’ampio saggio del 1894 su La critica letteraria. Questioni teoriche e, in Appendice, due brevi scritti polemici sulla scienza della storia (1902) insieme con il contributo in lingua francese uscito anch’esso nel 1902 nella «Revue de synthèse historique» di Parigi.
Accingendosi nel 1918 alla ristampa dei suoi saggi di teoria della Storiografia e dell’Estetica, composti tra il 1893 e il 1894, Croce scriveva nella prefazione di non averne alterato la forma, lasciando che i testi parlassero da sé, di un tempo giovanile e di temi che non avrebbe a distanza di anni trattato alla stessa maniera e che neppure avrebbe potuto correggere nella loro sostanza di fondo. La prefazione fu scritta da Croce nell’anno in cui vedeva la luce con l’editore Ricciardi di Napoli in 100 copie f.c. il Contributo alla critica di me stesso, redatto tre anni addietro. Lo “scrittarello autobiografico”, così annunciato dal filosofo in una lettera all’amico Gentile, costituisce una delle fonti più preziose per ricostruire la riflessione sull’arte e sulla storia sin dalla prima prova teorica, paradossale già nel titolo e così ardita al tempo del prevalente Positivismo. La memoria pontaniana fu composta nel febbraio o marzo del 1893 «dopo lunghe titubanze», meditando un giorno intero, scritta e poi riscritta anche dopo aver consegnato il testo per la stampa (il racconto in un’intervista al «Marzocco» nel 1908), rivelandosi infine motivo di vera gioia intellettuale per aver sciolto con il calore del ragionamento alcuni nodi concettuali. Il giovane Croce aveva scoperto in sé stesso il limite del lavoro di erudizione se svolto con indifferenza e “senza cuore” e, al tempo stesso, il bisogno di non trovarsi più «tutto versato all’esterno» anche nell’affrontare questioni filosofiche che spesso si riducono a vane disquisizioni e astratte speculazioni.
Aveva Croce storicizzato sé stesso nel 1915, quando si decise a narrare il suo svolgimento intellettuale, muovendo dalla percezione che il mondo stesse entrando in una nuova epoca della storia. Evidente l’intreccio di storia e autobiografia, così come, per analogia, negli scritti teorici sarà sempre evidente il nesso di filosofia e problemi particolari da intendere di volta in volta nel loro significato storico. Nel 1918 Croce aveva alle spalle l’intera costruzione della filosofia dello spirito, giunta fino alla formulazione in apparenza bizzarra e sconcertante della «filosofia come metodologia della storiografia». Tempo dopo, nel corso degli anni Trenta, Croce terrà a segnalare che un tale svolgimento era nato sulla base della riconsiderazione giovanile delle facultates inferiores dello spirito che sono il senso e l’appetizione, da lui intese come la fantasia e l’economica volontà. Nella Prefazione ai Primi saggi Croce rinviava, infatti, agli sviluppi del suo pensiero con particolare riferimento all’Estetica (1902) e al Breviario (1912), alla Logica (1909) e alla Teoria della Storiografia (1915/1917), momenti di un cammino fedele al principio della storicità del vero, vale a dire al rapporto della riflessione filosofica con l’età che fu sua al tempo degli scritti giovanili, quando cominciò a sciogliersi anche per merito loro il «duro ghiaccio del positivismo». Croce guardava ai suoi primi testi filosofici con un sentimento di affettuosa distanza. Nel 1915 aveva affidato al Contributo il documento della «mutabilità organica» del proprio pensiero, come ebbe a dire Gianfranco Contini, un pensiero perciò trasformabile come la vita stessa, benché avvinto al costante di categorie “eterne”. Croce si trovò allora a sperimentare le difficoltà della critica di sé stesso con tutti gli inciampi propri della “interpretazione storiografica”, la quale – scriveva ancora nella Prefazione ai Primi Saggi ‒, trovandosi al cospetto di un passato talvolta lontano di secoli e millenni, rappresenta per lo storico della filosofia l’occasione di trasferirsi idealmente in diverse condizioni culturali, percependosi per lo più del tutto estraneo al mondo da studiare. Come l’interprete che analizza un autore del passato, ebbe anch’egli bisogno di compiere un “atto di intelligenza”, non senza l’ausilio della filologia, per colmare con ingegno e memoria la distanza non solo cronologica.
Sin dal 1886 Croce, non ancora ventenne, tornato a Napoli dopo il periodo trascorso a Roma in casa dello zio Silvio Spaventa (a seguito della tragedia familiare del 1883), aveva mostrato interesse per i temi dell’estetica e andava acquistando, com’egli racconta, numerosi testi sull’argomento in particolar modo di lingua tedesca. Nell’ambiente culturale della Napoli dell’epoca aveva poi occupato un posto significativo come studioso di ampie conoscenze, cercatore assiduo negli archivi di libri rari e notizie erudite. Nel 1892 aveva fondato con il poeta Salvatore Di Giacomo e lo storico Michelangelo Schipa, tra altri, la «Napoli nobilissima», rivista di arte, filosofia, storia. Temi che, nel decennio dal 1893 al 1903, costituiranno l’ossatura di un pensiero che darà frutti maturi nel corso dell’intera prima metà del Novecento.
Benché scritta in maniera all’apparenza estemporanea, come si è già ricordato, dopo la meditazione di un’intera giornata e frutto della scomposizione della prima stesura ritenuta insoddisfacente, la memoria del 1893 rivelò un vero e proprio cambiamento di vita, la svolta cioè dall’erudizione alla filosofia. I presupposti c’erano già tutti: una profonda conoscenza del pensiero europeo in particolar modo tedesco tra Romanticismo e Positivismo, numerosi approfondimenti dall’opera di De Sanctis e del Carducci, familiarità con i temi di filosofia morale appresi a Roma dal maestro Antonio Labriola, e una prima significativa consapevolezza dei problemi storici ricavata dalla lettura della Scienza nuova di Giambattista Vico. Rispetto alle idee ricorrenti di fine Ottocento il testo comportò una ventata di novità e di assoluta originalità teorica, come riconobbe lo studioso inglese Robin George Collingwood il quale, in una dissertazione del 1930 sulla Philosophy of History, scriveva: «Una sola suggestione veramente feconda si ebbe durante questo periodo, e fu fatta da un giovane italiano, a cui l’esperienza delle indagini storiche e della critica letteraria aveva dato una veduta fresca e originale del soggetto». Croce ricorda il giudizio dell’amico inglese nella prefazione all’edizione del 1951 dei Primi saggi, grato per quel giudizio molto gentile che in qualche modo lo aveva riconciliato con la “cattiva compagnia” di scritti giovanili poi superati e tuttavia riletti in vecchiaia con simpatia e tenerezza per la loro «quasi puerizia». Collingwood ne aveva tratto ispirazione, sicché la questione della storia congiunta all’arte, per la loro comune natura di conoscenza individualizzante e non di concetti e leggi generalizzanti, rappresentò per lui un punto di partenza ineludibile.
L’ispirazione del giovane Croce non fu affatto di tipo sociologico o di metodologia delle scienze storico-sociali, provenendo egli proprio dall’interesse per l’arte nell’esercizio della critica storica ed estetica. Il realismo di quegli anni aveva a che fare con la peculiarità delle opere letterarie e non con la datità delle scienze empiriche. Il confronto con le fonti tedesche (Dilthey, Rickert, Simmel, ancora superficiale il riferimento a Hegel) svelava inoltre una conoscenza seria delle problematiche metodologiche, mettendo però in evidenza la sensibile distanza dall’interesse “storicistico” dei cultori della specificità delle scienze dello spirito. Il nuovo della Memoria si può cogliere nella proposta che la storia “narra” il particolare e dunque si connette con il carattere generale dell’arte che è per sua natura “autonoma”, sinonimo di libertà da presupposti determinanti, e dunque più prossima alla “vita” che non alle strutture che la codificano. L’arte che è vita, libera e autonoma, “conosce” la realtà senza filtri concettuali di tipo astratto, cogliendola in definitiva nei significati che sono simboli di movimento e di trasformazione.
L’affinità di storia e arte non avrebbe rappresentato una vera novità se si fosse limitata (come in Droysen e nello stesso Pasquale Villari) a indicare nessi e analogie soltanto formali. Il giovane Croce impostava una questione teoretica di largo respiro che finì per improntare il pensiero di filosofi, artisti e grandi scrittori del secolo scorso. Al centro della nuova teoria sta la nozione della “storia che narra” e dell’arte che è vita (altra cosa dalla vita che è arte in senso edonistico-retorico). Si gettarono le basi della “filosofia dello spirito” che culminerà a breve nell’estetica come “logica del sensibile” e, poco più avanti, nell’unità logica della storiografia con la filosofia.
La storia che narra segue altri criteri rispetto a quelli delle scienze fisico-naturalistiche (o delle scienze sociali che ne imitano le procedure), orientate a stabilire cause, costanti, nessi di precedente e conseguente. La storia per antica tradizione si occupa de singularibus e frequenta certo l’empiria come aveva sostenuto Aristotele, ma a differenza del filosofo greco Croce sottolineava l’esigenza di leggere nel particolare dei fatti umani il “possibile”, vale a dire l’universale in senso artistico e poietico, la chance di cambiamento futuro connesso all’“interesse” che induce lo storico a selezionare il passato e a scegliere tra i documenti in vista della costruzione di un intreccio narrativo. La “storia che narra” non è racconto d’invenzione, ed è comunque più vicina all’arte in quanto esprime una forma di vita non meccanica, refrattaria in ogni modo ai dogmi di carattere positivistico.
Croce ebbe da giovane il sostegno di una già consolidata idea dell’arte come “conoscenza” della realtà individua (non ogni Wissen è Wissenschaft, diceva con l’ausilio della lingua tedesca), la quale non è mera “scienza” di fatto, ma è logica poetica in senso vichiano, intuizione del particolare, simbolo o metafora del reale capace di aprire alla comprensione dell’ineffabile che è in ogni individualità, perché infinita è l’arte come la vita.
Tra le discussioni nate intorno alla Memoria del 1893 la più nota fu quella nei confronti dello storico Pasquale Villari, il quale, trasferitosi a Firenze a metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, si era fatto promotore in Italia del nuovo metodo storico ispirato alle nuove scienze della psicologia e della sociologia, sempre peraltro nutrendosi di un’ispirazione etico-civile di tradizione risorgimentale. Lo stesso Villari si era mostrato critico nei riguardi di una storiografia meramente quantitativa, meccanica e statistica. Croce fu però indotto a esasperare il tono della polemica, per molti aspetti poco comprensibile, in seguito al dibattito nato intorno ai contenuti della sua Memoria. Per segnalare la distanza dall’anziano storico non si limitò ad accentuare le differenze sul piano teorico ma si espresse in maniera “spregiativa” sul testo villariano La storia è una scienza?, definendolo «una filastrocca senza capo né coda» e l’espressione di un «miope empirismo». Sta di fatto che il giovane Croce opponeva al manifesto del Positivismo storico di cui si era fatto sostenitore Villari, così in linea con le istanze di un Ranke o della tradizione realistico-tucididea, la tesi suggestiva della storia riconducibile sotto il concetto generale dell’arte. Arte e storia sono esperienze che in modo analogo rifiutano il metodo naturalistico tipico del sapere scientifico del tempo. Il bello si contempla, anch’esso senza concetto generalizzante, così come la storia è anzitutto racconto. Si respingevano così in blocco il sensualismo e l’edonismo estetico, le romanticherie, lo sfogo di passioni immediate, l’intellettualistica normatività di regole astratte. Temi che saranno in negativo al centro dell’Estetica del 1902, un libro fondamentale ch’ebbe molta fortuna e consenso, un testo non solo per specialisti che mostrava già compiuto il progetto di un sistema filosofico ispirato alla libertà e spontaneità dell’umano in ogni sua manifestazione. Si spiega perciò l’incidenza al tempo stesso etica e politica di una concezione della vita che, escludendo l’appoggio a tesi di genere naturalistico-biologistico, relativamente non solo all’attività estetica, avrebbe anche in futuro rappresentato un baluardo in difesa dell’autonomia dello spirito rispetto a poteri esterni e a ogni ideologia scientifica o totalitaria.
Tra le illustrazioni e discussioni, significativa la Nota del 1895 Intorno alla filosofia della storia. Per “filosofia della storia” si può intendere, nonostante le critiche cui fu sottoposta già nel secondo Ottocento, la rivelazione del significato complessivo della storia umana, non altro allora che “fantasticheria” e dunque sviamento dalla seria ricerca, oppure ci si può riferire all’indagine sui principi o leggi storiche all’interno di una rinnovata metodologia della storiografia. Nel primo caso, scriveva Croce, si indurrebbe al fatalismo, all’accomodantismo, là dove invece la storia la facciamo noi con i nostri sforzi e ideali, e nelle circostanze in cui ci troviamo. Nel secondo caso si tratterebbe di ricerche sulle scansioni fisiche e sociali dell’essere umano nel mondo: questo tipo di analisi ha già un nome ed è “sociologia”, scienza autonoma, legittima, che però non tocca la teoria della storia né può costituire l’“organismo scientifico” denominato “filosofia della storia”, mancando il presupposto teoretico di una fondata dottrina della conoscenza.
L’anno prima, nel 1894, Croce aveva letto all’Accademia Pontaniana una memoria intessuta di Noterelle polemiche rivolte ad alcuni critici della sua tesi sulla storia, come Cimbali, Mariano, Bernheim, Renier e Nitti. In particolare con Raffaele Mariano il dissenso fu radicale. Il giovane Croce dovette allora misurarsi con il pensiero di Hegel, il grande idealista tedesco del quale diceva di conoscere allora per lo più le dottrine estetiche. Non esitò a dirsi comunque antihegeliano rispetto all’hegeliano Mariano, ma non nel senso in cui si dice che un pensatore ha fatto il suo tempo, non meritando neppure l’onore della discussione. Raffaele Mariano negava che la storia fosse racconto in nome della natura scientifica della storiografia, la quale ha bisogno di indagare le ragioni dei fatti, aspirando a darne una spiegazione razionale. Muovendo da una considerazione concettuale degli eventi, Mariano finiva tuttavia per accogliere interamente la tesi speculativa di un aprioristico ordine determinante dell’Idea. Grandiosa concezione questa, di matrice hegeliana, ma per il giovane Croce una tra le visioni più assurde e inconcepibili. “Filosofia della storia” voleva dire far prevalere sui fatti una sorta di disegno divino definito svolgimento ideale sulla base di evidenti presupposti metafisici. Negli anni a seguire, tra il 1895 e il 1899, Croce studierà a fondo l’opera di Karl Marx, suggestionato seriamente dalla lezione di Antonio Labriola, che finì per accendergli la mente, svelando il ruolo che l’economico ha nella storia come scontro di forze che lottano e talvolta si elidono. A ben vedere tra il giovane Croce e il suo maestro di marxismo si aprì una contesa interpretativa che ebbe al centro proprio il tema della filosofia della storia. Attribuita al pensiero di Marx, la visione per dir così totalizzante della storia veniva da Labriola connessa alla necessità di indicare nel corso dei fatti la finalità di un processo rivoluzionario, laddove Croce, negandone la presenza, mirò al rifiuto della semplicistica riconduzione del pensiero di Marx alla metafisica storica hegeliana, a una concezione cioè ritenuta provvidenzialistica e necessitante del cammino umano. Croce riconobbe pertanto all’opera marxiana il merito non piccolo né secondario di aver offerto un nuovo canone di lettura storiografica, un criterio di indubbio valore per una più profonda e varia illustrazione dei fatti.
Nel 1894 Croce aveva scritto un lungo saggio sulla Critica letteraria, primo cimento di scienza estetica modulato sul versante dell’interpretazione e del commento del testo poetico. Si trattò di un «libricciuolo polemico», scriveva nel Contributo, sul metodo e sulle condizioni di essa in Italia, che mise a rumore un pur circoscritto mondo degli studi, impegnandolo in non poche discussioni per parecchi mesi. Assai nota la controversia non solo dottrinale, fatta anche di offese personali e contumelie, con il prof. Zumbini, succeduto a Luigi Settembrini sulla cattedra di Letteratura italiana nell’Università di Napoli, e con il suo allievo Trojano. Si spiegano così i rimaneggiamenti, le esclusioni di interi brani nella successive edizioni del testo (rinvio all’esauriente Apparato critico redatto da Davide Bondì). Andava in ogni modo difesa l’eredità di Francesco De Sanctis, maestro di intere generazioni, lettore non pedante di Hegel, del quale il critico irpino riprese la concezione dell’arte, ma purgandola dell’impianto metafisico di stampo idealistico. Croce aveva appreso che da fanciullo soleva incontrare il grande studioso per le scale di palazzo Iorio, dove abitava con la sua famiglia, ricevendone qualche paterna carezza. Consegnò una volta questo ricordo al giovane Raffaello Franchini, il quale, in alcune Note biografiche raccolte dalla viva voce del filosofo nei suoi ultimi anni di vita, sottolineava il senso di quel gesto che al filosofo era parso quasi un segno di gratitudine rispetto al futuro lavoro di continuazione da lui svolto per oltre sessant’anni.
Le pagine di De Sanctis erano tutte ricche di filosofia, cioè di una profonda intelligenza della natura dell’animo umano, sicché la Storia della letteratura italiana era stata condotta con i documenti materiali non però separati dal documento principale che è lo spirito dell’interprete. «Chi ha più vissuto ed osservato, meglio intende la storia». Centrale fu dunque per Croce il tema desanctisiano dell’“impressione” che l’arte produce nel critico, il quale legge l’opera non già esponendone il contenuto in forma di sommario, ma rappresentandolo ogni volta in una diversa forma letteraria, «creazione sopra un’altra creazione», metaforicamente incedendo a piccoli passi nella cella del nume. Il lavoro del critico procede, come dirà con pari suggestione Walter Benjamin, alla stessa maniera dell’alchimista che mira alla verità dell’opera, mentre con il commento si analizzano i contenuti come fa il chimico che seleziona gli elementari componenti.
In Appendice ai Primi saggi Croce volle inserire la sua risposta all’intervento di Gaetano Salvemini sulla «Rivista di sociologia» del 1902 dal titolo di evidente ispirazione villariana: La storia considerata come scienza. Il prof. Salvemini aveva letto il testo l’anno prima, inaugurando il suo insegnamento nell’Università di Messina. Croce ravvisava in quel discorso, pur a distanza di tempo dalla pubblicazione della Memoria del 1893, ancora il tono di «fanatismo scientifico e intellettualistico» che tante polemiche aveva suscitato proprio in nome della difesa di una scienza che si credeva disonorata per l’accostamento alle frivolezze della pratica artistica. L’arte, confusa Da Salvemini con la categoria degli «eccitanti emozioni», era stata invece compresa da Croce, in contrasto con un diffuso senso comune, nella sua natura contemplativa, come attività teoretica, vale a dire conoscenza dell’individuale e dunque prima forma del vero. Consigliava allora all’illustre interlocutore una rilettura della filosofia di Giambattista Vico, possente antidoto contro l’intellettualismo, allo scopo di familiarizzare con un concetto moderno della fantasia e della poesia il quale, inaugurato nella Scienza Nuova, aveva trovato poi degna prosecuzione nell’insegnamento del De Sanctis. Sta di fatto che Croce nel 1902 Croce aveva già dato alle stampe l’Estetica per la quale si era impegnato, come scriveva all’amico Gentile, ad approfondire tutte le questioni filosofiche in relazione con essa. Aveva a tal fine sostenuto che l’arte appartiene al cammino della civiltà umana e che la storia va collocata definitivamente fuori dagli schemi oggettivistici del superato Positivismo. Un punto fermo era stato già d’allora la scoperta dell’unità organica dello spirito umano, “unità nella distinzione”, per cui non è lecito sostituire la parte al tutto. Si trattò del prologo indispensabile alla successiva concezione dell’unità logica e non mitologica di filosofia e storiografia.
(fasc. 55, 25 febbraio 2025)