Il ritorno di Machiavelli: Benedetto Croce lettore di Mario Mariani

Author di Anna Di Bello

Abstract: Scritto nel 1916, Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, in qualità di osservatore politico e saggista, di proporre il proprio pensiero politico. Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica sono da ricercare tra coloro che hanno permesso che si sviluppasse l’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. In questo modo, attraverso il recupero di Machiavelli, Mariani immagina un’etica politica più che umanitaria; l’impreparazione delle forze dell’Intesa – e in particolare dell’Italia – non è solo nelle armi, ma anche nello spirito. Se i tedeschi sanno fare bene la guerra, è perché hanno fatto propri i principi del machiavellismo, inteso come politica della forza. In questo senso, quindi, non è la guerra in quanto tale a essere condannabile, ma l’impreparazione a essa. Questa lettura attirò l’attenzione di Benedetto Croce, che gli dedicò una lusinghiera recensione su «La Critica» in cui, convinto anch’egli che la guerra sia l’ineludibile realtà storica degli Stati, ammette un necessario ritorno alla pura forza di Machiavelli, svincolata da letture intellettualistiche. Il testo di Mariani è, dunque, una preziosa testimonianza per registrare la rinnovata attenzione di cui godette l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica in cui si amplificava l’immagine di Machiavelli come ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

Abstract: Written in 1916, Il ritorno di Machiavelli (The Return of Machiavelli) is the first attempt by Mario Mariani as a political observer and essayist, to offer his own political thought. According to Mariani’s interpretation, those responsible for the war catastrophe are to be sought among those who allowed the military inferiority of European countries to develop in relation to Germany. In this way, through the recovery of Machiavelli, Mariani envisages a political rather than humanitarian ethic; the unpreparedness of the Entente forces ‒ and especially of Italy ‒ is not only in arms but also in spirit. If the Germans know how to wage war well, it is because they have made the principles of Machiavellianism understood as the politics of force their own. In this sense, therefore, it is not the war as such that is condemnable but the unpreparedness for it. This reading attracted the attention of Benedetto Croce who dedicated a flattering review to him in «La Critica» in which, also convinced that war is the inescapable historical reality of states, he admits a necessary return to Machiavelli’s pure force, freed from intellectualistic readings. Mariani’s text is therefore a valuable testimony to record the renewed attention enjoyed by the author of Il Principe during the Great War, in a historical phase in which the image of Machiavelli as the inspirer of politics as the exercise of force and expression of domination was amplified.

Tra intervento e neutralità: l’Italia nella Prima Guerra Mondiale

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nell’estate del 1914, l’Italia, alleata con Austria e Germania, dichiara lo stato di non belligeranza, appellandosi a una clausola inserita nel patto della Triplice Alleanza che la esenta dal partecipare a un conflitto nel quale uno dei contraenti attacchi un altro Paese. Proprio tale decisione divide l’Italia tra neutrali e interventisti, generando un acceso dibattito affidato anche alle manifestazioni di piazza.

Interventista è il gruppo dei nazionalisti, tra cui si annoverano Gabriele d’Annunzio, Alfredo Oriani, Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Enrico Corradini, Francesco Coppola, Gioacchino Volpe ecc., per i quali la guerra è necessaria a rinvigorire il popolo italiano e a restituirgli l’unità perduta: la vittoria potrebbe, infatti, rafforzare l’Italia nel Mediterraneo, dandole maggiore prosperità e potenza, e permettendole anche di migliorare le condizioni del proletariato. Inoltre, l’unione del popolo, necessaria durante il conflitto, potrebbe contrastare il flaccido liberalismo parlamentare e il democraticismo avanzante, che avvilisce le più alte aspirazioni delle nazioni e ne schiaccia le energie migliori.

A favore dell’intervento si dichiarano anche i democratici Eugenio e Damiano Chiesa, Cesare Battisti (capo dei socialisti irredentisti del Trentino), Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Giuseppe De Felice Giuffrida e Gaetano Salvemini, secondo cui battersi contro l’Impero Austro-Ungarico è un dovere per «completare il Risorgimento» con la liberazione delle terre italiane ancora irredente e delle altre nazionalità oppresse, creando un’Europa della solidarietà tra i popoli. Inoltre, rimanendo neutrale, l’Italia – e con essa il suo proletariato – rischia di rimanere esclusa dai progressi politici e sociali legati alla vittoria delle nazioni liberal-democratiche contro gli imperi autoritari.

Arturo Labriola, Filippo Corridoni, Paolo Orano, Angelo Oliviero Olivetti, Maria Rygier, Alceste De Ambris, sindacalisti rivoluzionari, invece, affermano che bisogna entrare in guerra per servire l’internazionalismo libertario e sociale: la guerra generale delle nazioni borghesi produrrà le circostanze della rivoluzione sociale e farà sorgere come “terzo litigante” il proletariato. Sarà, così, il popolo nella sua totalità a combattere; impiegati, operai e contadini, tornati dal fronte, “presenteranno il conto” ai governi borghesi ed esigeranno la parità sociale in cambio del sacrificio sopportato; la resistenza delle classi dominanti farà esplodere la rivoluzione.

Fanno eco a tali idee quelle dei Socialisti Rivoluzionari Dissidenti come Benito Mussolini, Guido Podrecca, Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Filippo Serra, per i quali il neutralismo della dirigenza del PSI è sterile e controproducente; è vuota retorica appellarsi all’internazionalismo proletario quando tutti i partiti socialisti d’Europa hanno compiuto scelte nazionali e l’Internazionale non esiste più. Il socialismo italiano non può impedire la guerra in Europa, giacché i socialisti tedeschi e francesi l’hanno favorita e non si può isolare il proletariato italiano dallo sviluppo degli altri movimenti socialisti che cresceranno grazie alla guerra. Un vero neutralismo dovrebbe essere realmente capace di impedire la guerra, ma il PSI non sa organizzare neppure la renitenza e la ribellione dei giovani proletari italiani alla chiamata alle armi. In mancanza di questa capacità, il restare spettatori neutrali significa far perdere al socialismo italiano – e alla classe operaia che esso pretende di rappresentare – l’occasione più importante del secolo di assurgere a protagonista della storia, e lasciare ancora una volta nelle mani della borghesia tutta l’iniziativa – e i meriti – di un’eventuale guerra vittoriosa. Se poi la guerra sarà perduta, la classe dirigente ne risulterà talmente indebolita da rendere facilissima la rivoluzione socialista. I capi del PSI, a loro dire, sono dei chiacchieroni inconcludenti che parlano di rivoluzione, ma sono pronti a lasciar passare tutte le occasioni di compierla sul serio. Tra le occasioni, la guerra internazionale che si prospetta è la maggiore.

I liberali conservatori come Antonio Salandra (capo del Governo), Sidney Sonnino (ministro degli Esteri), Luigi Albertini, Vittorio Emanulele Orlando affermano, infine, che l’Italia non può sfuggire alla necessità di rintuzzare l’aggressione austriaca all’area adriatica, se vuol seguire il corso tracciato da Cavour. Una vittoria austriaca in quella zona comprimerebbe, infatti, irreparabilmente le possibilità mediterranee dell’Italia. La partecipazione alla guerra, dunque, la condurrà finalmente a interloquire alla pari con grandi nazioni industriali (Inghilterra e Francia), e questa situazione – unitamente alle specifiche necessità di produzione bellica – definirà un ulteriore decollo produttivo dell’Italia stessa, con assorbimento dell’eccedenza di manodopera e crescita del denaro circolante. I seguaci di questo gruppo, inoltre, ritengono che la guerra sia un’imperdibile occasione per interrompere la linea parlamentarista e lassista scavata da tre lustri di giolittismo, e di dare alla Nazione quel governo agile e forte – tendenzialmente autoritario – che una cospicua parte della classe dirigente aveva sognato alla fine del secolo precedente. Il proletariato militarizzato – essi sperano – si abituerà alla disciplina e tornerà dal fronte meno incline alla sequela di dottrine e atteggiamenti ribellistici.

Contraltare di tali posizioni sono quelle che propendono per la neutralità.

Giovanni Giolitti, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, anch’essi liberali, ritengono che l’Italia non sia in grado né economicamente né militarmente di affrontare una guerra che sarà molto più lunga di quanto credono gli interventisti, mentre pacifiche trattative diplomatiche potrebbero ugualmente favorire il “completamento del Risorgimento”.

Anche il fronte cattolico si schiera per la neutralità con Don Luigi Sturzo, Guido Miglioli, Gaetano Della Torre, Ottorino Gentiloni, Filippo Meda, che reputano assurdo che uno Stato nato dal Risorgimento anticlericale e “dall’onta di Porta Pia” non ancora riparata, alleandosi con la Francia radicale, laicista e massona, con l’Inghilterra anglicana e con la Russia ortodossa, si armi contro l’Austria, la sola potenza cattolica sicura d’Europa e del mondo.

Infine, i socialisti Filippo Turati, Camillo Prampolini, Anna Kuliscioff, Enrico Ferri, Giacinto Menotti Serrati, Costantino Lazzari affermano, invece, che il proletariato non combatte per una guerra imperialista del capitalismo. I soldati delle altre nazioni, infatti, non sono nemici, ma fratelli proletari mandati a morire.

Tra i due raggruppamenti, gli interventisti danno interpretazioni molto diverse al conflitto: le speranze dei sindacalisti rivoluzionari e quelle dei socialriformisti, ad esempio, sono addirittura opposte a quelle dell’interventismo di destra. Tuttavia, soprattutto grazie al gruppo nazionalista, le varie componenti riescono a superare le loro profonde divergenze e a lottare con grande determinazione per la riuscita della campagna propagandistica.

I neutralisti, per contro, hanno indubbiamente un seguito molto più numeroso e rappresentano intere masse, ma risultano sempre meno decisi, soprattutto perché gli stessi gruppi che li rappresentano sono divisi al loro interno. I liberalprogressisti, ad esempio, soffrono dell’antipatia verso Giolitti che non accetta di sposare la tesi della neutralità “a tutti i costi”, e si limita prudentemente ad affermare che la guerra va “rimandata più a lungo possibile, finché è possibile”. Anche i cattolici sono insicuri: al loro interno – tra un’ala destra filoaustriaca e conservatrice e un’ala sinistra socialista e filocontadina – c’è una corrente di “centro”, che ritiene importante non autoescludersi e non essere antipatriottici.

Tra gli stessi socialisti, come si legge in alcune lettere della Kuliscioff a Turati e nei discorsi di Lazzari alla Direzione Nazionale del Partito, si discute sull’opportunità di opporsi a sentimenti patriottici così palesemente diffusi tra la gente.

Si aggiunga che i partiti presenti in Parlamento, ad esclusione del Partito Socialista, non hanno ancora un’organizzazione sicura e precisa, e, dunque, è più facile per il governo scompaginarli e convertirne il voto. Infatti, pur appoggiando Giolitti in maggioranza, il Parlamento italiano cede e vota i pieni poteri al governo Salandra che firma il patto (segreto) di Londra, alleandosi con Inghilterra e Francia in una logica di indebolimento del nemico storico austriaco, e opta, così, per la dichiarazione di guerra il 24 maggio 1915[1].

Mario Mariani, la Germania e la guerra

È nel contesto di tale dibattito, e in particolare nel contesto dell’interventismo, che emerge la figura di Mario (Mariano all’anagrafe) Mariani[2], scrittore, poeta, traduttore e giornalista dalle idee controverse.

Cresciuto tra Solarolo e Roma, grazie al padre entra in contatto con importanti personalità come Prampolini, Carducci, d’Annunzio, Pascoli. Il suo spirito d’indipendenza lo porta a viaggiare: tra il 1904 e il 1907 è a Berlino, Parigi, Londra e in Nord America, adattandosi a mestieri faticosi e costruendosi una cultura da autodidatta.

Alla fine del 1907 lascia definitivamente Solarolo per trasferirsi a Berlino. Qui dal 1909 al 1915 è corrispondente per «Il Secolo» e per «Il Messaggero». In Germania trascorre anche i primi mesi di guerra, viaggiando in vari posti del territorio tedesco e traendone ispirazione per i propri articoli.

Rientra in Italia a marzo del 1915, dopo l’ingresso italiano nel conflitto: chiamato alle armi, si guadagna la medaglia d’argento al valor militare proprio sul fronte tedesco dove, sino al marzo del 1916, sempre per «Il Secolo» e «Il Messaggero», continua la propria attività di corrispondente come inviato di guerra tra gli alpini.

Proprio la saggistica di Mariani a cavallo della Prima guerra mondiale è oggetto del presente contributo. Lo scrittore romagnolo, infatti, in questo periodo è profondamente legato alla Germania. Secondo il suo stesso racconto, vi trascorre nove anni[3], dal 1905 in poi, studia «per dieci anni con la massima diligenza uomini circoli problemi tedeschi»[4]. Italiano di cuore, acquisisce, quindi, un’educazione tedesca, come egli stesso scrive: «io sono capitato in Germania di ventun anni e me ne sono andato, con la guerra a trentadue. La mia anima è italiana». E ciò ha portato a una dicotomia tra cuore e cervello: «Io resto, nella vita, sempre perplesso, quando devo esaminare un problema, con il mio cuore italiano sulla mano sinistra e il mio cervello tedesco sulla destra in una posizione che è al tempo stesso irresistibilmente comica e spaventosamente tragica»[5]. Un contrasto che emerge nitidamente nel libro che Mariani pubblica nel 1915, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, e in cui il corrispondente, seppur con amarezza, afferma che la sconfitta tedesca è inevitabile e necessaria nell’interesse dell’Europa. Con profondo rammarico, infatti, Mariani vede nella Germania bellica una nazione forte, sana e ammirevole, resa colpevole dai suoi capi e maestri:

tutta la Germania è così: resta in piedi per decreto patriottico […] Ma per accorgersi di questo bisogna conoscerla e averla studiata con amore. Dico con amore senz’ombra d’ironia, perché molti lati del popolo tedesco mi sono antipatici, ma per moltissimi altri io ho dell’ammirazione, e avendo vissuto gli anni miei migliori, dieci non uno, in Germania, io vedo una nazione forte e sana andare verso la rovina per colpa dei suoi dirigenti e dei suoi educatori, con un senso di profonda pietà, sebbene per la libertà e l’avvenire dell’Europa sia assolutamente necessario che essa procomba[6].

Per il corrispondente italiano, il Paese che l’ha ospitato a lungo ha commesso il grande e imperdonabile errore di ritenersi una potenza imbattibile in Europa e nel mondo: «ormai tutto ciò che è germanico abbisogna del prefisso super. Il professore Von Eucken […] ha ora aggiunto al superuomo di Nietzsche il superstato. Il superstato naturalmente sarebbe la Germania»[7]. Particolare presunzione cui Mariani associa un analfabetismo affettivo che ha contribuito alla fin troppo impetuosa partecipazione al conflitto:

sembran cinici, quando si pensi che non fanno un grande sforzo per andare alla morte senza voltarsi addietro dappoi che addietro, data la loro atonia affettiva, non lasciano un bel nulla; sembran stoici invece quando si voglia credere alla loro affermazione di trascendentalismo patriottico: bisogna superare e scordare ogni nostro affetto o interesse e tutto sacrificare quando il pericolo incombe sulla patria[8].

Un’esaltazione dei tedeschi per la guerra che, continua lo scrittore di Solarolo, non trova sfogo esclusivamente nell’adesione di milioni di uomini – soldati e volontari – pronti a partire per il fronte, ma sfocia altresì nell’odio e nel disprezzo del nemico, anche se non ancora dichiarato. Per tale motivo, pur essendo profondamente legato alla Germania, Mariani reputa necessario convincere gli italiani della «necessità morale e politica del nostro intervento»[9].

E come è possibile sconfiggere la Germania? Proprio mutuando dal popolo tedesco le qualità patriottiche e militari che mancano ad altri. E perché la Germania ha queste doti? La risposta è nello scritto successivo di Mariani: Il ritorno di Machiavelli.

Il “ritorno” di Machiavelli

Il ritorno di Machiavelli è il primo tentativo di Mario Mariani, fiducioso in una raggiunta maturità di osservatore e saggista, di offrire al pubblico il proprio pensiero politico in modo compiuto e sistematico. Un primo tentativo compiuto nel contesto storico particolare del primo conflitto mondiale e che, di fatto, s’inscrive nel dibattito tra neutralisti e interventisti[10].

Del fatto che il suo sia un testo scomodo per l’argomento trattato, per le accuse all’Italia e all’Europa, Mariani è consapevole fin dalla prefazione:

Questo libro lascerà forse a qualche lettore un po’ d’amaro in bocca. Non è un libro buono; è un libro logico; di verità, duro, aspro. Non lo avrei scritto se non fossi convinto che in tempi ne’ quali stiamo tutti scontando innumerevoli errori di leggerezza, imprevidenza, incoscienza, nei quali alla utopia succede la realtà triste, alle illusioni le delusioni, sia d’uopo esaminare con freddezza le cause della presente catastrofe, i probabili effetti, additare sino da ora i responsabili e sopra tutto le idee responsabili perché non s’abbia, appena passata la burrasca, a ricadere negli stessi errori[11].

Secondo l’interpretazione di Mariani, i responsabili della catastrofe bellica vanno ricercati tra chi, credendo in principi quali l’ottimismo, il pacifismo, l’umanitarismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo, ha consentito lo svilupparsi dell’inferiorità militare dei paesi europei rispetto alla Germania. L’impreparazione delle forze dell’Intesa – e soprattutto dell’Italia – non è, quindi, solo nelle armi ma anche e soprattutto nello spirito:

Io, già a vent’anni, dopo mature riflessioni ero venuto nel convincimento che per coloro i quali non vedevano il mondo dietro i veli d’un ottimismo cocciuto, per coloro che s’erano nutriti dello scetticismo allegro e mordace o disperato di Erasmo, di La Rochefocauld, di Hume, di Hobbes, di Schopenhauer, di Leopardi la sola, la vera filosofia possibile fosse quella degli immoralisti: Guyau, Stirner, Nietzsche. Il mio anarchismo intellettuale giungeva all’abisso dell’Umwertung aller werte. Io mi dicevo: L’uomo è irrimediabilmente immorale. Millenni di tentativi, religioni, legislazioni, coercizioni non han valso a nulla. Abbiamo soltanto trasformato il bruto in gesuita. Il bruto esteticamente era bello, il gesuita è ripugnante. Tentiamo dunque una generale inversione dei valori morali. Dichiariamo buono, bello, giusto – trinità platonica – tutto ciò che serve all’uomo, all’uomo più scaltro, all’uomo più forte per il soddisfacimento dei suoi appetiti, delle sue voglie[12].

Al contrario, se i tedeschi sanno far bene la guerra è perché hanno fatto propri i principi di Machiavelli, che devono essere, allora, riscoperti e reinsegnati all’Europa e all’Italia, se si vuole evitare la catastrofe, perché non è il conflitto a essere condannabile ma l’impreparazione a esso. Il machiavellismo, afferma Mariani, è una teoria di politica pratica, è Realpolitik; solo la Germania ne ha compreso i principi, da qui il successo della sua politica:

Mi balenò il sospetto che valessero anche per il cuore delle nazioni i principî che, secondo me, valevano per il cuore dell’uomo, che al superuomo di Nietzsche corrispondesse veramente il superstato di von Eucken. E mi sovvenne che il superstato di von Eucken sott’altro nome mi aveva atterrito nella gioventù, in un libro del Rinascimento italiano, nel «Principe» di Nicolò Machiavelli. Allora mi ascrissi quasi a dovere di formulare per gli italiani chiaramente, esegeticamente questo consiglio: per vincere la Germania bisogna non soltanto imitarne le armi e i metodi di guerra, bisogna imitarne lo spirito. Cosa non difficile fra tutti gli alleati specialmente agli italiani in quanto che questo spirito è nostro; è del Rinascimento. Mi ascrissi quasi a dovere. Ma i libri?… Han mai giovato a nulla i libri? Da quando cominciai a scrivere – ottobre scorso – molte idee contenute in questo libro si son fatte strada. Ma non tutte. E si deve lottare per tutte, sperando[13].

La “civiltà tedesca”, continua Mariani, è stata abile perché ha fatto sua la crudele dottrina realistica di Machiavelli, ma usando le visioni cristiane e marxiste di un mondo “poggiato” su uguaglianza, fratellanza e pace come articoli da esportazione: «La Germania in casa si serviva di Federico Nietzsche, all’estero mandava il marxismo. La latinità è stata rovinata due volte da due visionari, entrambi ebrei: Cristo e Carlo Marx»[14].

L’arte del governo tedesco, il carattere del popolo, la sua energia, la sua forza, la fiducia cieca nei suoi capi, l’ordine, la disciplina e i frutti che ne sono scaturiti nella guerra si spiegano con il fatto che il machiavellismo non solo è stato la norma del governo fin da Federico il Grande, ma si è talmente radicato nello «spirito della nazione, nello spirito di ogni tedesco» grazie al lavoro di storici, scienziati, filosofi e capi militari, che la Germania è diventata «un blocco d’uomini di ferro senza sentimento e senza scrupoli»[15]:

il pensiero di Nicolò Machiavelli è sopravvissuto intatto per volger di tempi, regge ancora a qualunque critica, e […] i buoni successi della politica e delle armi tedesche sono dovuti soprattutto alla rigida e costante applicazione delle massime contenute nel “Principe”, nei “Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio”, nel “Libro dell’arte della guerra”; e […] coteste massime sono il fior fiore della saggezza politica e varranno fin quando non si muti la natura degli uomini e delle nazioni, fin quando uomini e nazioni abbiano appetiti e voglie proporzionate alla loro scaltrezza e alla loro forza, poi che scaltrezza e forza sono e saranno ancora – chi sa per quanti millenni – la sola legge, la vera giustizia, il supremo diritto. Il resto è letteratura, è sentimento: è fola[16].

Mariani, ponendo tutto ciò in una prospettiva storica più generale, afferma che una pura politica di potere e di Realpolitik non è, dunque, una novità storica né specificamente tedesca. Piuttosto, il machiavellismo è sempre e ovunque «la morale immorale di tutti i vincitori»[17]. Laddove ‒ afferma ancora il romanziere romagnolo ‒ il machiavellismo è Machiavelli, non una forzatura o una deviazione o una lettura estrema del suo pensiero messa in piedi da persone come Gino Capponi o coloro che spesso introducono o scrivono prefazioni alle opere machiavelliane[18]:

Ma giova constatare che il machiavellismo è l’arte di governo, la politica, la morale immorale – secondo i sentimentali – di tutti i vincitori: della Francia di Napoleone, dell’Inghilterra colonizzatrice – India, Egitto, Transvaal – della Germania del settanta, della Germania d’oggi. E io penso anche che il machiavellismo nel suo peggior significato, in quello che i moralisti gli attribuiscono con orrore sia il più morale dei metodi di governo e che nessun governo poi alla fin fine, oggi o in avvenire, possa eleggersi una diversa morale quando veramente voglia essere sempre parato alla difesa e all’offesa. E si noti che l’offesa può spesso esser soltanto saggezza in quanto che tende a prevenire l’offesa altrui, a far scoppiare il conflitto quando a noi torna comodo e non quando torna comodo al nemico. Io rido di quelli che hanno avuto bisogno di attribuire a Nicolò Machiavelli lo spirito profetico, di farne il divinatore della unità e indipendenza italiana per iscusarlo delle massime contenute nel Principe. Sono gli stessi che han ravvisato nel Veltro di Dante Vittorio Emanuele II; non si sa bene se ignoranti o idioti[19].

E continua:

Gli uomini di stato quando hanno riprovato Machiavelli lo hanno riprovato per ingannare nemici e amministrati sul loro animo sui loro intendimenti, cioè per puro machiavellismo, ma sempre secondo i suoi dettami han dovuto condursi. […] Machiavelli come pensatore è il machiavellismo, il machiavellismo è una teorica di politica pratica – in tedesco moderno: Realpolitik – teorica che è una derivazione, è un succo della storia esaminata senza apriorismi morali: della storia di prima di Machiavelli, di quella del suo tempo, di quella postecedente[20].

«La storia è immorale», conclude Mariani, non è altro che una serie di «delitti, delitti dei singoli degni di fama, delitti dei popoli degni di ricordo»[21]. Lo dimostra la Bibbia, «il libro più immorale»[22]; è stato così nella Francia di Napoleone; in Inghilterra durante la colonizzazione dell’India, dell’Egitto e del Transvaal, nel 1870 e ora in Germania. In definitiva, Mariani si basa sulla convinzione dell’«intima cattiveria dell’uomo»[23] e il machiavellismo, così come il darwinismo, è la dottrina del trionfo non del bene, ma della causa più forte, meglio adattata, secondo la quale il diritto spetta sempre al vincitore ‒ «A chi rimarrà la ragione? A chi vincerà»[24]. La causa della catastrofe europea è, pertanto, una «torbida decadenza dei costumi»[25]:

Ai tempi di Nicolò Machiavelli e di Valentino Borgia si adoperavano e il veleno e il pugnale […] Al tempo di Nicolò Machiavelli si rubava violentemente, armata mano […] Io non credo dunque che nel nostro tempo in fatto di moralità si vada di molto meglio di quel non s’andava ai tempi del Machiavelli; io anzi penso che parlare di moralità nel nostro tempo sia ridicolo, semplicemente ridicolo. Se il secolo ventesimo si riconoscesse dovrebbe sputarsi in faccia nello specchio[26].

La mentalità latina, “disadatta”, non è in grado di adottare i metodi politici e militari dei tedeschi, eppure, se la Germania non può essere sconfitta in una sola guerra, i giovani possono e devono essere educati secondo le teorie che servono a creare «la forza della Germania»[27]. E una è la teoria di Machiavelli:

Machiavelli non ha bisogno d’essere scusato, ma studiato. E con Machiavelli il machiavellismo perché io identifico i due termini, né so disgiungerli […] Ci voleva il millenovecentoquattordici per aprirci gli occhi. E siccome li abbiamo aperti troppo tardi ne scontiamo il fio tardando a vincere. Oggi però già che corriamo pericolo – almeno adesso lo avvertiremo – sembra che anche gli ingenui di allora permettano il ritorno di Machiavelli. Meglio tardi che mai[28].

Tornare a Machiavelli significa, quindi, optare per una netta rottura con i valori della società liberale e aderire a una concezione autoritaria dello Stato. Per Mariani, l’Italia si deve convincere, a partire dall’esperienza tedesca, della necessità di adottare il bellicismo, d’intraprendere una revisione dei valori politico-morali validi e di ammettere il fallimento storico delle ideologie umanitarie che predicano il diritto internazionale, il pacifismo, l’internazionalismo e l’antimilitarismo. È necessario comprendere che l’unico modo per mettere in ginocchio la Germania è utilizzare il “metodo tedesco”: «Bisogna odiare i tedeschi con cuore latino, ma pensare a vincerli con metodo tedesco. Opporre al loro spirito di conquista uno spirito di contraconquista, credere nella guerra e prepararla instancabilmente, avere fede nell’assoluta inconciliabilità degli interessi e dei sentimenti delle due razze, ritenere sempre inevitabile e immanente il conflitto, vivere aspettando l’allarmi»[29].

Per Mariani, quindi, vale il principio di «imparare dal nemico» ed è tale assunto a dare origine al tema della Parte II del libro: «Studiamo lo sviluppo dell’imperialismo tedesco da Federico II ai nostri giorni»[30].

La Parte II, che costituisce più della metà del libro, descrive così la storia della Prussia o della Germania da Federico il Grande al 1916, dal punto di vista dell’imperialismo tradizionale. Il «Meraviglioso edificio dell’imperialismo tedesco»[31], come lo definisce Mariani, è stato fondato dal re prussiano o già da suo padre. La grandezza della Prussia e della Germania moderna è stata creata da «quattro uomini senza scrupoli, senza lealtà, senza pietà»: Federico il Grande, York (che tradisce Napoleone a Tauroggen), Bismarck e Guglielmo II.

Tralasciando le oltre quaranta pagine dedicate a Bismarck, riguardo a Guglielmo II Mariani afferma di non voler anticipare il verdetto della storia e che è necessario superare l’accesa eccitazione della guerra in corso per giudicare con calma e obiettività. Nonostante ciò, sottolinea come la gente detesti Guglielmo, ribattezzato dagli slavi e dai latini «beccaio dell’umanità»[32], giacché attribuisce esclusivamente a lui la responsabilità della guerra europea.

Si tratta, tuttavia, di un “errore madornale”, scrive il romanziere italiano, perché il conflitto è stato voluto dalle classi dirigenti tedesche che hanno ingannato il popolo sui veri motivi delle ostilità, facendogli credere che si trattasse di una guerra difensiva contro una cospirazione internazionale tesa a distruggere la Germania. In realtà, la classe dirigente tedesca vede nell’“espansionismo” la conditio sine qua non dell’esistenza nazionale e ciò comporta obbligatoriamente la guerra. In ultima analisi, dunque, il conflitto è scoppiato perché la Germania non si è accontentata più di vivere entro i suoi confini, e incolpare una singola persona per tutto ciò è esagerato, chiosa Mariani.

Il fallimento dello sforzo di guadagnare terreno per la crescita dell’economia e della popolazione attraverso il colonialismo estensivo ha portato, prima, alla «sorda irritazione tedesca» nelle classi dirigenti e, poi, alla decisione «di aprirsi la strada con il ferro e con il fuoco»[33]. La politica imperiale è frutto dell’ambiente in cui s’inscrive: Guglielmo II ha, sì, di fronte alla storia una gravissima parte di responsabilità, ma la catastrofe europea è un fenomeno storico troppo complesso per attribuire la colpa a un uomo solo. E quest’uomo va considerato, prima di tutto, come un prodotto del suo paese e dei suoi circoli, secondo Mariani: infatti, Guglielmo è a capo di una nazione che ha considerato la conquista come il compimento di una missione civilizzatrice, come una crociata.

La Parte II del libro si conclude con diciotto pagine dedicate a Il carattere tedesco e il socialismo tedesco: pagine in cui Mariani abbandona il suo approccio moderato e oggettivo. La demonizzazione del nemico bellico e l’appello all’intervento sono presentati come una lotta per l’Humanitas latina; laddove Mariani intende Humanitas in un triplice senso: come cultura e civiltà, come amore dei bei studi – l’Humanitas del Rinascimento – e come Humanitas in senso moderno, cioè come amore del prossimo e come pietà[34]. La guerra condotta dagli italiani per estrema necessità ha, dunque, un contenuto etico, senza alcun sentimento di odio o di vendetta.

Nel Ritorno di Machiavelli la disumanità dei tedeschi nel presente è descritta da Mariani come un loro antico retaggio storico e insito nella loro natura: il popolo tedesco è rimasto sempre quel popolo che scende con i suoi capi barbari a rapinare fra le macerie della civiltà latina e che segue nell’evo medio i suoi imperatori, i suoi duchi, i suoi margravi. Ed è così che rimarrà anche in futuro perché ciò che connota la popolazione teutonica è l’assoluta amoralità.

Se lo si studia in sé, come persona, come cittadino, nella sua famiglia, nel suo modo di vivere, nei suoi affari, ci si rende subito conto che l’uomo tedesco è “un amorale perfetto” nel quadro delle leggi, che trae il suo vantaggio al di sopra di qualsiasi morale ereditaria, religiosa, intima. Si sente vincolato dalle leggi e dalla loro costrizione solo perché la loro violazione gli arrecherebbe danno. Questo è probabilmente vero per chiunque; ma per Mariani questo atteggiamento è per il tedesco più evidente e anche più sfacciato; su cento italiani o francesi, ce ne sono almeno cinque o sei capaci di sacrificare il proprio vantaggio personale, il proprio interesse, al “punto d’onore”; in Germania, invece, la rettitudine e il senso dell’onore sono sconosciuti. Tale è il carattere tedesco: una meta da raggiungere, il massimo guadagno, il massimo godimento, senza scrupoli, senza pregiudizi, senza ritegni. Ogni tedesco, anche senza averlo letto, è educato dalla vita a seguire le teorie di Machiavelli e Nietzsche. E una nazione che è composta di tali singoli individui non può, nel suo organismo statale, totalità di questi singoli, essere altro che imperialista.

La terza e ultima parte del Ritorno di Machiavelli, intitolata Della nostra involuzione ideologica, è dedicata alla necessaria autocritica italiana. I barbari capi del popolo ladro e amorale, che saccheggiano costantemente il mondo latino, dediti all’ubriachezza e alla ricchezza, diventano, dunque, il grande modello per l’agognata ascesa del mondo latino stesso. Emulazione che si rende necessaria, scrive Mariani, perché il sentimento di inferiorità delle nazioni latine rispetto a quelle germaniche è fin troppo diffuso. Fin dall’epoca di Crispi circola l’idea di un’Italia come nazione indebolita, poco virile e con un disperato bisogno di una guida forte: decadenza dell’Italia rispetto alla potenza del mondo germanico che trova, altresì, un appiglio nel darwinismo e nel darwinismo sociale.

«Noi siamo diversi dai tedeschi, noi siamo tutt’altro. Diversi di razza, di storia, di tradizione»[35], è la prima frase della Parte III. Mariani sottolinea in particolare che i fenomeni di «industrialismo borghese, società capitalistica» e «progresso» hanno avuto effetti completamente diversi nei due Paesi[36]: ciò che in Germania ha portato a uno sforzo disperato in Italia è diventato un elemento di dissoluzione e debolezza, «un elemento dissolvitore e un elemento di debolezza»[37]. Così emergono due mondi che corrono in direzioni divergenti: «uno verso un’esplosione di energia troppo a lungo contenuta, l’altro verso la decadenza»[38].

L’intensificazione della “lotta della vita”, l’orrore della competizione tra la vita e la morte ha prodotto in Germania “l’uomo senza scrupoli”, un combattente brutale, ma schietto, aperto, sincero nella sua brutalità. Forse a causa dei secoli di dominio sacerdotale che gravano sulle spalle del mondo latino, in Francia e in Italia, invece, l’uomo riceve un’educazione non basata sulla disprezzata “forza”, ma orientata «al gesuitismo, alla perfidia»:

Le massime che regolano la vita non sono che un pretesto, ma mentre il tedesco lascia ormai capire chiaramente che tali pretesti non hanno nessun valore, l’italiano, per esempio, insiste nella menzogna in una maniera certe volte ripugnante. Non so se in buona fede o no ‒ nessuno è a volte più del ladro convinto d’esser un galantuomo ‒ l’italiano e il francese scombiccherano idealismi a ogni piè sospinto e cercano di rovinarsi l’uno l’altro in nome della morale. E veramente battuti, nella vita, rimangono solo quei poveri che pigliano la morale sul serio[39].

Un’ulteriore differenza tra i due mondi lo scrittore di Solarolo la individua nel modo in cui si ottiene qualcosa nella vita: in Italia vige il “servilismo”, la servitù e la sicofania nei confronti dei cretini influenti, mentre in Germania le cose si ottengono con l’ingegno, il talento e l’attitudine[40].

Anche per quanto riguarda l’economia, c’è una differenza fra la psiche teutonica e la psiche latina, continua Mariani:

dinanzi al momento di crisi economica nazionale, in Germania si è scelta la guerra come via d’uscita, mentre in Italia è stata la massa a fare la differenza. I tedeschi di fronte alla crisi economica nazionale hanno pensato: la tasca è vuota, facciamo la guerra. I latini avrebber pensato: emigriamo in folla. Il primo sarà un pensiero barbaro quanto si vuole, ma è virile. Il secondo è un pensiero di rassegnazione, è una confessione di debolezza e di decadenza. L’emigrazione è il suicidio dei popoli. I tedeschi erano troppo esuberanti per uccidersi. Preferivano uccidere. Da ogni fenomeno della vita moderna esaminato – il tedesco e l’altro – nei due mondi risulta un’idea di forza in Germania, un’idea di debolezza fuori di Germania[41].

Secondo Mariani, questo vale anche per il mondo dell’arte e della letteratura: la Décadence francese e il Futurismo italiano sono «due escandescenze nevrotiche», due varietà di calore bianco nevrotico. Tra i contemporanei italiani, solo i migliori – Carducci, d’Annunzio e Sem Benelli , sono talvolta “energici”. I romanzieri Bontempelli, Panzini, Pirandello usano il loro talento solo per distruggere, «disfare, disfare, disfare, […] corrodere, corrodere, corrodere»[42].

É necessario un ripensamento mentale, «noi dobbiamo trasformare il nostro spirito»[43], scrive Mariani. Bisogna rivalutare “la forza” e, finché gli italiani disprezzano tutto ciò che costituisce i successi tedeschi, bloccano la loro stessa strada verso la vittoria. Che la contrapposizione tra la forza e la salute tedesca e la debolezza latina nell’ultima parte del Ritorno di Machiavelli non significhi un’attenuazione della germanofobia/germanofilia di Mariani lo si può ben intuire, ma è proprio in questo senso che è necessario il ritorno del Fiorentino, per far sì che l’Italia si riappropri dei principi e dei valori che, di fatto, le appartengono sin dal Rinascimento.

«La Critica» di Benedetto Croce

Come si evince da questa analisi, il testo di Mariani tocca molteplici punti, di cui due di particolare rilievo: il dibattito fra interventisti e neutralisti durante la Grande Guerra e la ricezione-reinterpretazione di Machiavelli nell’arco del primo quarto di secolo. Argomenti, entrambi, su cui interviene con la propria riflessione anche Benedetto Croce.

Prima dell’avvento del nazismo, infatti, anche Croce, come Mariani, è mosso da una profonda «germanofilia» e la testimonianza più probante dell’antico amore di Croce per questo Paese è data dalle Pagine sulla guerra (1919), che riuniscono i cosiddetti saggi di guerra, scritti dal filosofo durante il primo conflitto mondiale. Essi attestano un atteggiamento stabilmente positivo nei confronti della Germania, che percorre come un filo rosso gli interventi crociani anche al di là delle diverse posizioni che il filosofo prende rispetto alla guerra (dal neutralismo dei primi mesi sino al sostegno leale e convinto delle decisioni di politica estera assunte dall’Italia nel 1915).

Questo atteggiamento amichevole nei confronti della Germania, questa germanofilia, trova le proprie radici nelle convinzioni culturali e scientifiche che portano a valorizzare la vitalità della tradizione filosofica italiana di impronta idealistico-hegeliana, affiancando e coniugando così il pensiero e gli studi italiani con la scienza germanica. Una sinergia teorica che riguarda anche e soprattutto il modo di considerare la storia e lo Stato: la Germania e la cultura tedesca insegnerebbero, infatti, a guardare alla storia con occhi nuovi e come ripuliti, rifiutando utopismo, umanitarismo ed eudemonismo, aborrendo giustamente l’egalitarismo e il democratismo, e stringendo viceversa stretti legami con una considerazione realistica e storicistica della vita storica[44].

Analoghi insegnamenti potrebbero trarsi dal modo tedesco di guardare allo Stato: la teoria dello Stato come potenza, e della vita dello Stato come lotta per l’esistenza, non giustifica in nulla i raccapricci che innanzi a essa provano le anime timorate. La storia mostra che gli Stati e gli altri aggruppamenti sociali sono tra loro perpetuamente in lotta vitale per la sopravvivenza e per la prosperità; e uno dei casi acuti di questa lotta è ciò che si chiama la guerra. Quando la guerra scoppia (e, che essa scoppi o no, è tanto poco morale o immorale quanto un terremoto o altro fenomeno di assestamento tellurico), i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della patria, per sottomettere l’avversario o limitarne la potenza, o soccombere gloriosamente, gettando il germe di future riscosse.

Nel fornire una lettura della stagione politica primo-novecentesca, dunque, Croce si augura che anche la cultura italiana attinga, come già ha fatto quella tedesca, a una visione realistica della politica mutuata da Machiavelli. Croce afferma la necessità, per la cultura italiana, di mettersi all’altezza di quella tedesca nella visione realistica della politica, recuperando l’eredità del Fiorentino, senza temere il suo immoralismo, «quando si osservi che esso è semplice avversione al moralismo pigro e ipocrita», né il suo pessimismo, dato che l’unica forma di ottimismo è il «pessimismo attivo»[45].

Nel filosofo abruzzese, tuttavia, in questi anni matura, altresì, un atteggiamento critico proprio verso la Germania, in nome dell’avvertita distanza fra la cultura ottocentesca e una realtà statuale impegnata, ormai, a convertire la forza in un autonomo istituto politico. In una lettera del dicembre 1914, poi pubblicata con il titolo Cultura tedesca e politica italiana, Croce ribadisce i termini di questo divorzio, sottolineando come la grande età del pensiero tedesco non appartenga più alla Germania, ma all’umanità, e come altre nazioni, tra cui l’Inghilterra e l’Italia, abbiano compreso e coltivato meglio dei tedeschi quello stesso pensiero filosofico:

Se da anni e anni io vado dicendo e stampando che la grande età del pensiero tedesco, quella che si svolse dal 1780 al 1830, non appartiene più in particolare alla Germania, alla stessa guisa che il classico pensiero ellenico non appartiene alla Grecia odierna, ma all’umanità? E che i tedeschi odierni, distaccati ormai da essa, sono rispetto ad essa nella medesima relazione di ogni altro popolo, e fors’anche con certa inferiorità rispetto ad altri popoli, perché quel pensiero è stato meglio inteso e fecondato in Italia e in Inghilterra, che non in Germania?[46]

Se Croce respinge la dialettica fra germanesimo e latinità, ripresa, come visto, da Mariani e diffusa nella cultura storica italiana di quegli anni, nondimeno, nel 1915, nell’articolo Lo Stato come potenza, egli invita gli italiani a ripensare alla dolorosa necessità della guerra e a riconoscere in quella concezione dello Stato sulla quale i tedeschi hanno fondato la Realpolitik una dottrina di matrice italiana, dovuta al «primo gran politico non più medievale»[47], all’italiano Machiavelli.

Già dal 1915, del resto, Croce respinge la parola stessa Realpolitik per le connotazioni che ha comunemente assunto, e ne ribadisce addirittura l’ovvietà, per dire che quel concetto non indica altro che la «realtà politica» o la «politica reale». Anzi, l’accezione realistica e pratica del termine va recuperata proprio dai popoli carenti nell’istruzione politica delle proprie classi dirigenti. Il rischio sotteso all’ignoranza politica, al fraintendimento della Realpolitik, praticata grossolanamente dai tedeschi «con aria spavalda e brutale», è piuttosto rappresentato dalla Phantasie-Politik, ovvero dall’alternativa di una politica ideale, poco concreta e «parolaia». Bisogna quindi, a giudizio del filosofo abruzzese, «fare Real-Politik […] meglio dei tedeschi»[48].

Più tardi, nell’articolo Il pensiero italiano e la guerra del 1916, un Croce lacerato nella sua fede liberale si spinge a riconoscere nella guerra l’ineluttabile realtà storica degli Stati, che sono potenze e devono confliggere, e ammette un ritorno a Machiavelli pura-forza, affrancato da letture intellettualistiche. A confermare questo indirizzo critico è la recensione lusinghiera di Croce proprio del libro di Mario Mariani.

Il testo è privo di note e apparati bibliografici, ed è scritto in una prosa venata di oratoria. Si tratta di un pamphlet politico volto a criti­care la cattiva influenza dei valori democratici e umanitari sulla politica estera italiana e in genere dei paesi dell’Intesa, auspicando un “ritorno di Machiavelli”.

Mariani, come Croce, è un grande estimatore della cultura tedesca e della Germania, dove ha vissuto a lungo, ma, soldato egli stes­so al fronte, desidera ovviamente la vittoria dell’Italia. Croce sa che Mariani, seppur politicamente impegnato, è un romanziere e che, giocando egli spesso sui paradossi, non sempre va preso alla lettera. Ciononostante, Il ritorno di Machiavelli è recensito molto positivamen­te su «La Critica», senza alcun commento sulla sua totale estraneità agli studi machiavelliani. Il volume viene definito «concreto, istruttivo e persuasivo», di «passione e intelligenza», un testo in cui «il pensiero dell’autore è quasi del tutto identico a quello che si è venuto svolgendo da più tempo nelle ‘postille’ di questa rivista pro­pugnanti sulla politica e sulla guerra concetti severi», coltivati dai tedeschi ma di origine machiavelliana. Croce si augura, pertanto, che il libro sia «divul­gato a migliaia di copie e meditato dappertutto in Italia e nei paesi alleati»[49].

Difficile che la recensione sia sfuggita a Mussolini, corregionale di Ma­riani, attento lettore di Croce, che alcuni anni dopo, già Presidente del Consi­glio, pubblica su «Gerarchia» il preludio alla sua tesi di laurea (per una honoris causa mai celebrata) proprio incentrata su un’interpre­tazione di Machiavelli alla Mariani: un Machiavelli, cioè, teorico di una politica senza scrupoli morali, al servizio di uno Stato in cui internamente non si accet­ta il conflitto.

Con questa interpretazione – ripresa poi nel ’26 da Francesco Ercole – polemizzano Gobetti, Matteotti, Fiore e Gramsci, quest’ultimo nella diver­sa visione di un Machiavelli «democratico-repubblicano»[50]. Certo è che anche grazie all’attenzione attirata da Croce sul testo di Mariani il Ritorno di Machiavelli negli anni immediatamente successivi ha una discreta eco e lo si trova citato in diversi testi. È lo stesso Croce, infatti, a informare Giovanni Laterza, in una lettera del 12 ottobre 1916, che «è stato messo in commercio, e poi ritirato, un libro ad opuscolo di M. Mariani, col titolo Il ritorno di Machiavelli», di cui «hanno parlato il Marzocco, il Giorn. d’Italia, ecc.»[51] e chiede all’amico di poterne avere copia. Laterza, a propria volta, in una lettera del 18 ottobre 1916, risponde che si sta interessando per trovare copia del volume di Mariani e, in un’altra del 3 novembre 1916, gli fa i complimenti per la recensione apparsa su «La Critica» di un testo letto e riletto, e del quale ha «procurato diverse copie ad amici che a leggerlo troveranno giovamento»[52].

La ricezione di Mariani

Come si legge proprio nella lettera di Croce, Mariani viene citato anche nel «Marzocco» del 20 agosto del 1916, laddove Gargano elogia Il ritorno di Machiavelli, riprendendone le critiche al moralismo italiano e la convinzione della necessità dell’intervento:

un libro, che è stato misteriosamente tolto di circolazione dopo il suo primo apparire, prova con argomenti che impressionano quale è stata la molla che ha spinta la Germania a conseguire i suoi successi. È il libro di Mario Mariani, un italiano che è stato lungamente in Germania e che là ha avuta la sua educazione, e s’intitola Il ritorno di Machiavelli. Libro amaro, che è bene non avere sotto gli occhi, ma che sarà utile leggere a guerra finita, pur modificato in qualche sua anticipazione, pur mutato in qualche suo assioma. L’autore prova che tutta la mentalità politica tedesca ha trovato i suoi successi nell’applicazione che ha fatto senza scrupoli delle massime del nostro grande scrittore. Egli finalmente nell’esaminare specialmente e il Principe e i Discorsi e l’Arte della Guerra, è dei pochi critici che non si affatichi a giustificare ogni massima che spaventi i timorosi della morale: ma afferma che la Realpolitik, non è di marca tedesca, ma di pura marca nostrale: è una delle più grandi cose che abbia prodotto la nostra Rinascita[53].

Altra testata in cui viene elogiato Mariani è il «Giornale d’Italia» del 25 giugno 1916:

Oggi i nostri libri sono migliori: rivelano una cultura nuova degli italiani cresciuta nel tumulto della guerra e fattasi adulta nella grande esperienza politica dell’Europa. Questo «Ritorno di Machiavelli» di Mario Mariani […] dovrebbe essere letto da ogni buon italiano, perché dà lezioni di energia ai queruli devoti dell’umanitarismo e del pacifismo, che pensano combattere nella Germania «sic et simpliciter» la guerra per instaurare la pace perpetua. Il Mariani, […] esorta […] gli italiani, non già a predicar la guerra santa o puritana contro il nemico, ma a proporre a se medesimi una meta e a fare un disegno di espansione politica ed economica. […] il Mariani, guardando con tanta acutezza di occhi la guerra europea, fa una critica tremenda del modo tenuto dalla Quadruplice per combattere gli Imperi, e deride ed ingiuria gli inventori di chiacchiere che ogni mese liquidano gli eserciti nemici e che quotidianamente asseriscono il diritto divino alla vittoria, quasi che la vittoria non debba essere conquistata coordinando ad un sol fine tutti i mezzi, e fissando coraggiosamente la realtà. È un libro del quale bisogna parlare per disteso[54].

Altri periodici sono «La Rivoluzione liberale», «Bilychnis» e «La Civiltà Cattolica». Su «La Rivoluzione Liberale» di Gobetti, nell’articolo Machiavelli su Misura, Galati, tra le innumerevoli, inverosimili e contraddittorie letture del Fiorentino, annovera anche quella di Mariani:

Durante la guerra. Tutto è mobilitato: naturalmente noi, avendo poche mitragliatrici, mobilitammo ‒ com’era nostro diritto ‒ le artiglierie di carta. […] In questo stato d’animo, spunta, vivo, beffardo, Nicolò Machiavelli. Anzi ritorna. Ritorna, si capisce, in fretta. Diavolo, sul Carso e sull’Isonzo si muore; non c’è tempo da perdere! E così, fatto su misura, assistiamo al Ritorno di Machiavelli (studi sulla catastrofe europea) di Mario Mariani. Non c’è che dire. La pubblicazione è tipica: la catastrofe. […] Il povero Machiavelli ‒ malvagio d’animo e d’ingegno – assurge (filosoficamente, alla tedesca, ma senza filosofia…) a prototipo dell’“immoralità morale”. E giù citazioni […] Le parole sono di Machiavelli. E dopo 68 pagine di buona insalata alla Macedonia, ce ne possiamo delibare altre 300 in cui Machiavelli (poveretto!) non c’entra più: e fa la figura dell’avallante d’una cambiale in cui la firma dell’accettante è falsa[55].

Rosazza su «Bilychnis» nel 1917 fa una lunga e dettagliata recensione, riprendendo gli argomenti del machiavellismo e dell’interventismo enucleati da Mariani[56]. Sempre nel 1917 su «Civiltà Cattolica», Il ritorno di Machiavelli viene citato soltanto in nota a proposito di libri e giornali che dibattono su intervento e neutralità[57]. Infine, a Mariani dedica un capitolo del proprio libro, Critica del terribilismo, Gallucci, in cui, dopo aver delineato la difesa del machiavellismo da parte del romanziere di Solarolo, ne critica le contraddizioni, le idee borghesi, la sua conversione al comunismo, presenti nella prefazione alla riedizione del 1919:

Mario Mariani è degno della fronda peneia; incoroniamolo dunque abbondantemente di lauro, come un fegatino di maiale; così sarà bell’e pronto per farsi friggere. E la padella sarà la prefazione alla seconda edizione del «Ritorno di Machiavelli». Nel 1919 Mariani, ripubblicando il libro, avrebbe potuto confermare con i fatti la sue teorie machiavelliche: la rivoluzione bolscevica, articolo d’esportazione tedesco! Il fiasco della società delle nazioni e dell’ottimismo ed umanitarismo da Wilson! L’Italia, impreparata alla guerra, dopo la vittoria miracolo si presenta a Versailles ancora più impreparata alla pace ed è oppressa dal machiavellismo delle nazioni ex-alleate! Invece la nuova prefazione è tutta una sconfessione di quanto c’è di ragionevole e di sensato nel libro; […] Uno scrittore onesto avrebbe, in una seconda edizione, rifatto da cima a fondo il suo libro. Invece Mariani ripresenta tale e quale al pubblico il suo «Ritorno di Machiavelli» e in una prefazione aggiunta […] ammazza la borghesia e fa un inno al comunismo[58].

Il ritorno di Machiavelli di Mariani, quindi, almeno inizialmente dà vita a un vivace dibattito, ma, forse anche complice la fine della circolazione del libro, di esso si sono poi perse le tracce, e ricostruirla non è facile. Nel dibattito s’inserisce lo stesso scrittore romagnolo, quando risponde alle critiche nel testo dal titolo L’equilibrio degli egoismi dove, introducendo il nuovo libro in cui andrà a parlare di borghesia, comunismo etc., riassumendo le sue idee politiche, scrive:

Cominciai con «Il ritorno di Machiavelli». Avevam generali senza ingegno, servizi male organizzati, poche artiglierie, poche mitragliatrici, munizioni insufficienti. […] Ci sentivamo sicuri di vincere perché eravam dalla parte della ragione. […] Ora contro questo ottimismo sentimentale e facilone io insorsi con «il ritorno di Machiavelli». Insorsi a spiegare che non sempre il diritto vince, che il ladro scappa più velocemente del derubato che lo insegue, che il torto armato può sopraffare la ragione inerme e così via. […] Io dunque badavo a dire: armiamo il diritto, il diritto senza cannoni muore. Gli imbecilli han dedotto: il diritto è il cannone. Nemmeno Machiavelli ha detto questo. E io non potevo farlo tornare per fargli dire sciocchezze. […] Eppure quando io, terminata la guerra, tornai a essere quel ch’ero sempre stato – un socialista a modo mio – ci furon delle brave persone che avevan letto male il mio libro […] che mi rimproveravano non so quale apostasia. […] per quel che riguarda «Il ritorno di Machiavelli» e alcuni atteggiamenti di pensiero dell’immediato dopoguerra, io ho dovuto spiegare più volte, troppe volte ormai che, con il fascismo della primissima ora i socialisti interventisti della primissima falange dovevan per forza avere qualcosa in comune[59].

Tuttavia, al di là delle sue interpretazioni, delle critiche, come scrive Isnenghi, l’opera di Mariani è un’opera di mediazione ideologico-politica rivolta al grande pubblico, a grande tiratura e diffusione (per i tempi di allora) di massa: lo scrittore di Solarolo conosce sin da giovanissimo l’America, la Francia e l’Inghilterra, e vive tra una città europea come Milano e la Germania, per cui la sua è una letteratura engagée, fosca, arrogante ed eclettica, barricadiera, in cui cerca di coniugare il superomismo dannunziano-nietzschiano con temi ribellistici e protestatari di tipo anarco-sindacalista. Come ha rilevato Isnenghi,

In realtà Mariani aveva interpretato ‒ a livello di una letteratura non solo d’intrattenimento, ma ideologico-politica, secondo il taglio, il livello, il linguaggio, il pubblico che s’era scelto, di cui recepiva le interne tensioni storiche e per cui tentava delle risposte – una fase aperta, pugnace e sia pure contraddittoria, ambivalente e reversibile della piccola borghesia italiana: quella dell’insubordinazione, della ricerca, tra l’interventismo e il fascismo, della rottura del blocco oligarchico tradizionale e d’un proprio rinnovato ruolo sociale. Quanto più è eclettica ed anche confusa l’opera di Mariani, tanto più diventa significativa e rappresentativa come luogo di incontro di tutte le posizioni sovversive, le contestazioni del tempo: dallo spontaneismo e anarco-sindacalismo all’interventismo rivoluzionario, dalla critica di classe alla guerra, al comunismo, all’anarchismo, da temi comuni al fascismo, arditismo, fiumanesimo, futurismo del Diciannove, all’antifascismo e a un Aventino non rinunciatario[60].

Il testo di Mariani, dunque, è una testimonianza preziosa per registrare la rinnovata attenzione di cui gode l’autore del Principe durante la Grande Guerra, in una fase storica nella quale viene amplificata l’immagine del Machiavelli ispiratore della politica come esercizio della forza ed espressione del dominio.

 

  1. Cfr. Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale, a cura di F. Cammarano, Firenze, Le Monnier, 2015; L. Compagna, Italia 1915. In guerra contro Giolitti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015; M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918, Roma, Donzelli, 2015; N. Merker, La guerra di Dio. Religione e nazionalismo nella Grande Guerra, Roma, Carocci, 2015; A. Varsori, Radioso maggio. Come l’Italia entrò in guerra, Bologna, il Mulino, 2015.
  2. Roma, 26 dicembre 1883-San Paolo del Brasile, 14 novembre 1951. Sulla biografia di Mariani: E. Falco, Mario Mariani tra letteratura e politica, Roma, Bonacci, 1980; G. Lazzeri, Mario Mariani, Milano, Modernissima, 1919; E. Tiozzo, Il poema di un’idea. Sovversivismo e critica della società borghese nell’opera di Mario Mariani, Roma, Aracne, 2007.
  3. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, Milano, SEI, 1916, p. 13.
  4. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari ed economiche dopo nove mesi di guerra, Milano, Treves, 1915, p. VII.
  5. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 188-89.
  6. M. Mariani, La Germania nelle sue condizioni militari, op. cit., p. 145.
  7. Ivi, p. 30.
  8. Ivi, p. 132.
  9. Ivi, p. xi.
  10. La prima edizione del Ritorno di Machiavelli ha come sottotitolo Studi sulla catastrofe europea e la prefazione è datata 1° marzo 1916. Il libro è suddiviso in tre parti: Parte I. Machiavelli e la morale, Parte II. Dello sviluppo dell’imperialismo tedesco, Parte III. Della nostra involuzione ideologica.
  11. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 5-6.
  12. Ivi, pp. 6-7.
  13. Ivi, pp. 7-8.
  14. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., p. 26.
  15. Ivi, p. 13.
  16. Ibidem.
  17. Ibidem.
  18. Il riferimento è alle opere machiavelliane che Mariani legge una volta rientrato in Italia, avendo lasciato in Germania l’edizione in otto volumi del 1813 stampata a Firenze dalla tipografia Piatti e curata da Francesco Tassi.
  19. M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli, op. cit., pp. 13-14.
  20. Ivi, pp. 15, 20.
  21. Ivi, p. 21.
  22. Ivi, p. 32.
  23. Ivi, p. 25.
  24. Ivi, pp. 36, 52.
  25. Ivi, p. 42.
  26. Ivi, pp. 43-46.
  27. Ivi, p. 58.
  28. Ivi, pp. 19-22.
  29. Ivi, p. 162.
  30. Ivi, p. 60.
  31. Ivi, p. 63.
  32. Ivi, p. 37.
  33. Ivi, p. 195.
  34. M. Mariani, Sulle Alpi e sull’Isonzo. Dal fronte nei primi quattro mesi della nostra guerra: 23 maggio-26 settembre 1915, Milano, SEI, 1916, p. 10.
  35. Ivi, p. 257.
  36. Ibidem.
  37. Ibidem.
  38. Ivi, p. 259.
  39. Ivi, pp. 259-60.
  40. Ivi, p. 261.
  41. Ivi, p. 264.
  42. Ivi, p. 265.
  43. Ibidem.
  44. B. Croce, La Germania che abbiamo amata, in «La Critica», 34, 1936, pp. 461-66.
  45. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra [1919], in Id., Scritti varii, vol. III, Bari, Laterza, 1950, pp. 152-154.
  46. B. Croce, L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla Guerra, op. cit., pp. 20-21.
  47. Ivi, p. 85.
  48. Ivi, pp. 77-79.
  49. B. Croce, Recensione di M. Mariani, Il ritorno di Machiavelli. Studi sulla catastrofe europea, in «La Critica», XIV, 1916, pp. 456-58.
  50. Tra le riletture di Machiavelli a cavallo del Ventennio fascista si vedano in particolare: G. M. Barbuto, Machiavelli e i totalitarismi, Napoli, Guida, 2005; F. Biasutti, Mussolini interprete di Mussolini, in Machiavelli: tempo e conflitto, a cura di R. Caporali, V. Morfino, S. Visentin, Milano, Mimesis, 2012, pp. 21-34; M. Ciliberto, Appunti per una storia della fortuna di Machiavelli in Italia: F. Ercole e L. Russo, in «Studi Storici», a. 10, n. 4, 1969, pp. 799-832; Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano, Bari, De Donato, 1982; A. J. Lien, Machiavelli’s Prince and Mussolini’s Fascism, in «Social Science», 4, 1929, pp. 435-41; L. Mitarotondo, Un “Preludio a Machiavelli”. Letture e interpretazioni fra Mussolini e Gramsci, Torino, Giappichelli, 2016.
  51. Lettera di B. Croce a G. Laterza, 12 ottobre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, a cura di A. Pompilio, Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 574.
  52. Lettera di Laterza a Croce, 18 ottobre 1916 e Lettera di Laterza a Croce,3 novembre 1916, in B. Croce-G. Laterza, Carteggio. Vol. II: 1911-1920, op. cit., pp. 576 e 581. Sulle posizioni di Croce su Machiavelli e la guerra cfr. in particolare: R. Colapietra, Benedetto Croce e la politica italiana, Bari, Ed. Centro Librario, 1969; S. Cingari, Dietro l’autonarrazione. Benedetto Croce fra Stato liberale e Stato democratico, Milano, Mimesis, 2019; F. Olgiati, Benedetto Croce e la guerra, in «Rivista di Filosofia Neo-Scolastica», vol. 9, n. 1, 1917, pp. 5-31; G. Sasso, Croce interprete di Machiavelli, in Benedetto Croce, a cura di F. Flora, Milano, Malfasi, 1953, pp. 305-22.
  53. G. S. Gargano, Avvertimenti per l’avvenire, in «Il Marzocco», a. 21, n. 34, 20 agosto 1916, p. 1.
  54. G. Bellonci, I libri. Pagine di quest’ora, in «Giornale d’Italia», 25 giugno 1916, p. 3.
  55. V. G. Galati, Machiavelli su misura, in «La Rivoluzione Liberale», a. IV, n. 6, 8 febbraio 1925, p. 28.
  56. M. Rosazza, Il ritorno di Machiavelli, in «Bilychnis», a. IX, n. IV, 1917, pp. 287-92.
  57. In «La Civiltà Cattolica», a. 68, v. I, 1917, p. 519.
  58. G. Gallucci, Critica del terribilismo, Milano-Roma-Napoli, Soc. ed. D. Alighieri, 1924, pp. 127-30.
  59. M. Mariani, L’equilibrio degli egoismi, Milano, L’Idea, 1924, pp. 10-25.
  60. M. Isnenghi, Mario Mariani, in «Belfagor», vol. 24, n. 1, 1969, pp. 46-47. Per approfondimenti su Mariani: L. Barile, Mario Mariani, in «Resine», 2, 1979, pp. 45-68; K. Heitmann, Das italienische Deutschlandbild in seiner Geschichte. Bd. II: Das lange 19. Jahrhundert (1800-1915), Heidelberg, Universitätsverlag Winter, 2008; Id., Ein italienischer Deutschlandkorrespondent im Ersten Weltkrieg: Mario Mariani, in «Jarhrbuch für Internationale Germanistik», 2, 2011, pp. 79-101; A Lacava, Mario Mariani, in Antifascisti romagnoli in esilio, a cura di A. Landuyt e P. Pombeni, Firenze, La Nuova Italia, 1983, pp. 457-64; Id., Un eretico del socialismo ufficiale. Il romagnolo Mario Mariani, in «Confini», 24, 2006, pp. 25-28; G. Toni, Mario Mariani. L’uomo dai tre nomi, in «Società di Studi Storici Fiorentini», 2, 2002, pp. 38-43; G. Rigotti, Il bolscevico che dipingeva Pirandello, in «Historia», XXI, 229, 1977, pp. 116-26.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Il discorso di Benedetto Croce contro il Concordato (1929): costruzione e delegittimazione del dissenso

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo articolo esamina il discorso pronunciato da Benedetto Croce al Senato italiano il 24 maggio 1929 durante il dibattito sui Patti Lateranensi. Concentrandosi sulla sua genesi – ricostruita attraverso i Taccuini di Croce e la corrispondenza con Francesco Ruffini, Luigi Albertini e Alberto Bergamini – e sulla sua ricezione nella stampa contemporanea, lo studio sostiene che l’intervento non fu un atto isolato, ma il risultato di un’opposizione liberale coordinata all’interno del Senato. Le reazioni dei giornali fascisti e cattolici rivelano ulteriormente i meccanismi di distorsione e delegittimazione che hanno plasmato la sua interpretazione pubblica.

Abstract: This article examines the speech delivered by Benedetto Croce in the Italian Senate on 24 May 1929 during the debate on the Lateran Pacts. Focusing on its genesis – reconstructed through Croce’s Taccuini and correspondence with Francesco Ruffini, Luigi Albertini, and Alberto Bergamini – and on its reception in the contemporary press, the study argues that the intervention was not an isolated act but the outcome of a coordinated liberal opposition within the Senate. The reactions of fascist and Catholic newspapers further reveal the mechanisms of distortion and delegitimization that shaped its public interpretation.

Una fotografia introduttiva

Una fotografia scattata a Roma il 25 maggio 1929 ritrae Luigi Albertini, Benedetto Croce e Francesco Ruffini seduti insieme su un divano[1]. Lo scatto li coglie nel giorno in cui il Senato approvava, con voto plebiscitario, la ratifica dei Patti Lateranensi. Tra i pochissimi voti contrari figuravano proprio i loro. Il giorno precedente Croce si era recato a Palazzo Madama e aveva interrotto il silenzio parlamentare che si era imposto sin da prima delle leggi eccezionali, pronunciando – ultima volta fino alla caduta del fascismo – un noto discorso di opposizione. Così, il 24 maggio 1929, sebbene riconoscesse il significato storico della soluzione della questione romana, espresse una netta riserva nei confronti del Concordato e delle sue implicazioni politiche, anche per preservare l’autonomia dello Stato rispetto alla sfera religiosa[2].

La genesi di tale intervento, in parte già nota, e la sua ricezione nella stampa contemporanea risultano ancora suscettibili di approfondimento. A questo proposito, le fonti disponibili consentono di ricostruire, con una certa precisione, sia il processo che condusse Croce a parlare in Senato su quel tema sia le modalità attraverso le quali il suo discorso fu interpretato, deformato e polemicamente utilizzato nel dibattito pubblico. Esse mostrano, più in particolare, come l’intervento del 24 maggio configurasse l’esito di un confronto maturato all’interno della residua minoranza liberale presente nell’assemblea. In una cornice siffatta il filosofo finì per assumere il ruolo di portavoce di una posizione condivisa, pur nella consapevolezza dell’isolamento politico in cui quella opposizione era destinata a rimanere.

Al tempo stesso, la reazione della stampa coeva consente di osservare i meccanismi di delegittimazione pubblica che lo colpirono. Mentre i principali quotidiani cattolici interpretarono il suo discorso come l’espressione di un liberalismo anacronistico o di un persistente anticlericalismo ottocentesco, i periodici più allineati al regime ricorsero, infatti, anche alla caricatura e alla satira per ridicolizzarne la figura.

Genesi del discorso

Fin dall’11 febbraio 1929, data della firma dei Patti Lateranensi, Croce lasciò trasparire la propria inquietudine di fronte all’accordo raggiunto fra lo Stato italiano e la Santa Sede, annotando sui Taccuini: «Grave tristezza per l’annunziata conciliazione e concordato col Papa, e simili delizie»[3]. Su tale vicenda ebbe ben presto un interlocutore privilegiato nel giurista Francesco Ruffini[4]. La loro corrispondenza è qui integrata con le missive di altri senatori della tradizione liberale, in particolare Luigi Albertini e Alberto Bergamini, già rispettivamente direttori, fino all’avvento del fascismo, del «Corriere della Sera» e del «Giornale d’Italia»[5].

Il 7 marzo 1929 Ruffini manifestò a Croce il desiderio di un confronto proprio sugli sviluppi determinati dai Patti Lateranensi: «Tu sei il solo uomo, con il quale agognerei di scambiare qualche idea ed impressione su quanto è emerso e ne seguirà»[6]. Ciò testimonia non soltanto la stima intellettuale del giurista piemontese nei confronti del filosofo abruzzese, ma anche la consapevolezza che la questione richiedesse una riflessione più ampia. Il dialogo si allargò, infatti, come anticipato, ad Albertini e a Bergamini. Dallo scambio epistolare intercorso in particolare tra il primo dei due giornalisti e Croce nel mese di maggio emerge la progressiva preparazione del dibattito in Senato. Così, il 10 maggio Albertini accennava alla necessità di un incontro con gli altri, al fine di discutere la «nota questione»[7]. Nei giorni successivi la corrispondenza proseguì con ulteriori indicazioni sui luoghi degli appuntamenti. Vanno in questa direzione le missive del 13, del 17 e del 18 maggio, nelle quali il senatore e giornalista marchigiano menzionava ripetutamente – sia pure citandoli soltanto con le iniziali del cognome – anche Bergamini e Ruffini, a testimonianza di come la riflessione avesse già assunto il carattere di un vero e proprio coordinamento[8].

I Taccuini confermano e a loro volta integrano la richiamata documentazione: il 15 maggio il pensatore abruzzese annotò di essersi recato a Roma per incontrare i tre interlocutori, mentre il 17 maggio registrò di aver steso «nelle prime ore della mattina il breve discorso da tenere al Senato, secondo gli accordi presi con gli amici»[9]. L’intervento appare quindi, fin dall’inizio, come il risultato di una decisione condivisa, di cui il filosofo si fece portavoce. Una sua successiva annotazione chiarisce ancora meglio questo aspetto. Sotto la data del 22 maggio scrisse, infatti, di aver letto ad Albertini, Ruffini e Bergamini «le parole» che avrebbe pronunciato anche a loro nome in Senato, ricevendone «piena approvazione»[10]. Tale registrazione si coniuga con una missiva che Ruffini gli inviò pochi giorni dopo il dibattito parlamentare e nella quale espresse riconoscenza al filosofo per aver posto la sua «alta parola a servizio» della loro «santa causa»[11]. Il documento sancisce il ruolo assunto da Croce nel fornire la veste pubblica più adeguata a un dissenso che, all’interno del Parlamento fascistizzato, poteva ormai contare soltanto su pochissime voci.

L’osservata dinamica riecheggia la genesi del Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Giacché quell’iniziativa, com’è noto, non era partita dal filosofo abruzzese, ma da Giovanni Amendola, che lo aveva sollecitato a redigere un testo capace di rappresentare pubblicamente la posizione degli intellettuali contrari al regime[12]. Come allora, anche nel 1929 Croce finì per assumere il ruolo di interprete e portavoce di una posizione condivisa da altri esponenti, trasformando una riflessione maturata in ambito privato in un intervento destinato alla sfera pubblica.

Il discorso del 24 maggio 1929

L’intervento crociano si collocava in un contesto politico nel quale l’approvazione degli accordi tra il Regno d’Italia e la Santa Sede era largamente scontata. Il dibattito parlamentare si svolse, infatti, in un clima di consenso quasi unanime, alimentato anche dalla forte mobilitazione propagandistica con cui il regime presentava la Conciliazione come uno degli eventi fondativi della nuova Italia. Il discorso del 24 maggio 1929, se sul piano strettamente parlamentare ebbe un’incidenza limitata, assunse tuttavia un valore simbolico non trascurabile, in quanto tra le rare manifestazioni di dissenso espresse nelle istituzioni durante il regime.

Per Croce non sussisteva un’opposizione di principio alla riconciliazione con la Santa Sede, bensì al modo in cui questa era stata attuata e alle convenzioni che la accompagnavano[13]. La sua linea si fondava su una distinzione precisa tra la Conciliazione come evento storico e il Concordato come atto giuridico-politico destinato a ridefinire i rapporti fra Stato e Chiesa.

Il filosofo riconosceva che la fine della lunga frattura apertasi nel 1870 poteva essere considerata un fatto positivo per la storia italiana. Tuttavia, riteneva che il Concordato introducesse nel sistema istituzionale elementi potenzialmente problematici, soprattutto per quanto riguardava l’equilibrio tra l’autorità civile e l’influenza della Chiesa nella vita pubblica. Il punto centrale della sua argomentazione riguardava, dunque, il rischio che l’accordo potesse alterare quella distinzione tra sfera religiosa e sfera politica che costituiva uno dei presupposti fondamentali della tradizione liberale, erede diretta della cultura politica del Risorgimento[14].

Nel corso del «nobile discorso»[15], Croce richiamò implicitamente tale tradizione, ricordando come lo Stato unitario fosse nato dall’iniziativa di uomini politici che avevano concepito il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa in termini di autonomia reciproca. La soluzione della questione romana non poteva, quindi, essere perseguita, a suo avviso, al prezzo di una nuova subordinazione della vita civile a principi di carattere confessionale. In tale ottica, il filosofo si presentava come il difensore di un equilibrio istituzionale che riteneva minacciato. In particolare, le clausole concordatarie rischiavano, secondo lui, di introdurre nella vita dello Stato una serie di vincoli, i quali avrebbero potuto limitare la libertà dell’autorità civile in ambiti quali l’istruzione, il matrimonio e la legislazione.

La sua critica, che si sviluppava con toni volutamente misurati, lontani da qualsiasi polemica anticlericale[16], non intendeva riaprire la contrapposizione tra Stato e Chiesa che aveva caratterizzato l’Italia dell’Ottocento; al contrario, il suo intervento si fondava sulla convinzione che proprio il riconoscimento reciproco delle due sfere dovesse garantire l’indipendenza statuale e la libertà della coscienza religiosa.

La posizione del filosofo, com’era prevedibile, risultò isolata nel contesto del dibattito parlamentare. Al termine della discussione il Senato approvò, infatti, la ratifica dei Patti Lateranensi, con soli sei voti contrari per appello nominale – quelli cioè degli stessi senatori che avevano condiviso la preparazione dell’intervento, oltre ai due di Emanuele Paternò e Tito Sinibaldi –, che divennero dieci nello scrutinio segreto[17].

Va, però, ricordato che la votazione era stata preceduta dall’intervento di Benito Mussolini, il quale aveva trasformato il discorso di Croce in un caso politico. Il capo del governo attaccò esplicitamente il filosofo con parole aspre, accusandolo di rappresentare il tipo dell’intellettuale incapace di partecipare agli eventi della storia e pronto soltanto a giudicarli a posteriori: «Accanto agli imboscati della guerra vi possono essere degli imboscati della storia, i quali, non potendo per ragioni diverse […] produrre l’evento, cioè fare la storia prima di scriverla, si vendicano dopo, diminuendola spesso senza obiettività e qualche volta senza pudore»[18]. Il riferimento alla figura del Croce storico mirava, all’evidenza, a delegittimarne l’autorevolezza morale e intellettuale.

Ricezione e polemiche nella stampa italiana

Che il clima del periodo fosse poco favorevole alla diffusione del discorso del 24 maggio si ricava anche da una lettera del critico cortonese Pietro Pancrazi, il quale segnalò al filosofo la difficoltà di procurarsi il testo dell’intervento e, soprattutto, l’imposizione data ai giornali locali di limitarsi a poche righe di cronaca, che dovevano essere accompagnate da un «titolo “strafottente”»[19]. Tale testimonianza offre il quadro di un sistema informativo fortemente condizionato da direttive politiche e conferma come il discorso crociano fosse destinato a circolare in una forma filtrata e spesso distorta. A seguito della ratifica dei Patti Lateranensi, infatti, la stampa fascista e quella cattolica ripresero quell’intervento del 24 maggio, insistendo spesso sugli stessi motivi introdotti da Mussolini e accentuandone il carattere caricaturale[20].

Nei quotidiani più direttamente legati al fascismo la polemica assunse toni aspri fin dal 25 maggio. «Il Popolo d’Italia» presentò il discorso di Croce come l’espressione di un atteggiamento ormai estraneo alla nuova realtà politica italiana. L’articolo del giornale fondato da Benito Mussolini insisteva sull’idea che il filosofo fosse rimasto «fuori della storia», incapace di comprendere i grandi eventi che, secondo la retorica del regime, avevano segnato il destino dell’Italia: l’intervento nella Prima guerra mondiale, la vittoria di Vittorio Veneto, la marcia su Roma e infine la Conciliazione con la Santa Sede. In tale ottica Croce veniva rappresentato come un intellettuale isolato, chiuso nella propria biblioteca, distante dalle trasformazioni in atto nel Paese[21].

Ancora più aggressivo fu il tono adottato dal quotidiano romano «L’Impero», che pubblicò in prima pagina due articoli, uno di apertura e uno di fondo, accompagnati da altrettante caricature, destinate a ridicolizzare apertamente il pensatore abruzzese. Il giornale ne presentava le parole pronunciate in Senato come il residuo di un liberalismo incapace di adattarsi alla nuova Italia fascista, dunque calpestabili (tanto che nella vignetta di taglio basso i fogli del discorso crociano sono calpestati), trasfigurando l’autore in un senatore decrepito che “meritava”, secondo Emilio Settimelli, di essere messo alla gogna e ricordato con un monumento del disprezzo[22]. L’uso della caricatura e della polemica personale mostrava come la critica non fosse rivolta tanto agli argomenti esposti nel discorso quanto alla figura stessa del filosofo, ormai bersaglio di una satira denigratoria.

Un registro simile si ritrova nell’intransigente periodico romano «Il Tevere», che dedicò al discorso del 24 maggio altre vignette satiriche. In una di esse Croce veniva rappresentato mentre spegneva simbolicamente le candele che illuminavano la cupola di San Pietro, alludendo al voto contrario espresso in Senato[23]. L’immagine suggeriva che quell’opposizione equivalesse a un gesto di ostilità nei confronti della riconciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa, rafforzando così la rappresentazione propagandistica del dissenso come atto di ostinato rifiuto nei confronti di un evento celebrato dal regime quale momento di unità nazionale. Un’altra vignetta, intitolata «Benedetto e la storia», giocava invece sul rapporto tra il filosofo e la sua concezione della storia, riducendo ironicamente la sua posizione a una sorta di incomprensione della realtà contemporanea, in cui la sua stessa biografia si rifletteva in una puntata a lotto con la dicitura «47 Morto che parla»[24].

Accanto a queste reazioni della stampa fascista si collocarono anche gli interventi dei principali quotidiani cattolici, che, pur adottando toni meno satirici, non furono meno critici nei confronti del discorso crociano. «L’Avvenire d’Italia» lo definì un intervento «disgraziatissimo», accusandolo di riproporre argomenti tipici dell’anticlericalismo ottocentesco e, in quanto affetto da «cecità per la sua passione settaria», di non cogliere il significato storico della Conciliazione[25].

Una posizione analoga si rifletteva anche nelle pagine dell’«Osservatore romano», che il 26 maggio aveva sottolineato l’isolamento politico di Croce, interpretando il suo discorso come l’espressione di un atteggiamento contraddittorio. Secondo il giornale della Santa Sede, il filosofo avrebbe riconosciuto il valore della soluzione della questione romana pur continuando a rigettare il Concordato, finendo così per apparire come un oppositore privo di una posizione coerente[26].

Nel loro insieme queste reazioni mostrano come il discorso del 24 maggio 1929 venisse rapidamente trasformato in oggetto di polemica pubblica. Nei giornali fascisti Croce era ridotto a figura caricaturale e presentato come un intellettuale fuori dal tempo; nella stampa cattolica, invece, il suo intervento veniva interpretato come l’ultimo riflesso di un anticlericalismo ormai superato. In entrambi i casi, la discussione si spostava dagli argomenti del discorso alla delegittimazione della posizione crociana.

Sintesi conclusiva

La ricostruzione della genesi del discorso, alla luce della documentazione epistolare in parte già nota e di quella qui considerata nel suo insieme, riporta quell’intervento all’espressione pubblica di una posizione maturata all’interno di un ristretto nucleo di senatori liberali, che continuavano a riconoscersi nella tradizione politica dello Stato unitario.

Tuttavia, la reazione polemica che esso suscitò – dalla replica di Benito Mussolini fino agli articoli e alle caricature pubblicati nei giorni successivi da quotidiani fascisti e cattolici – conferma il rilievo che le parole di Croce continuavano ad avere nel clima politico dell’epoca. Difatti, le modalità con cui il discorso fu presentato, spesso ridicolizzato o deformato, evidenziano quanto quel dissenso fosse percepito come una voce anomala all’interno di uno spazio pubblico ormai fortemente condizionato dalla propaganda di regime.

L’intervento di Croce non può, del resto, essere isolato dal quadro più ampio della sua attività civile e letteraria negli anni del fascismo. Se il discorso del 24 maggio 1929 rappresentò l’ultima presa di posizione parlamentare, l’opposizione morale e culturale al regime continuò a manifestarsi soprattutto attraverso la sua riflessione a carattere etico-politico, destinata di lì a breve a trovare una delle sue espressioni più alte con quella «religione della libertà» che avrebbe aperto la Storia d’Europa[27].

In tal senso, il discorso contro il Concordato appare paradigmatico di una più ampia vicenda intellettuale e politica: quella di un filosofo che, pur privato degli strumenti dell’azione politica, continuò a difendere nello spazio della cultura e della coscienza storica i principi della tradizione liberale italiana, nei quali egli riconosceva l’eredità morale e civile del Risorgimento.

 

  1. La si veda in I. De Feo, Benedetto Croce e il suo mondo, Torino, Eri, 1966, p. 110.
  2. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 19816, pp. 246-47. Ma si veda anche D. Menozzi, Croce e il Concordato del 1929: “Parigi non vale una messa” [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/croce-e-il-concordato-del-1929-parigi-non-vale-una-messa_(Croce-e-Gentile)/ (ultima consultazione: 06/03/2026).
  3. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. 3 (1927-1936), Napoli, Arte tipografica, 1987, p. 118.
  4. Cfr. A. Frangioni, Francesco Ruffini. Una biografia intellettuale, Bologna, il Mulino, 2017, specie alle pp. 334-434.
  5. Tali missive, conservate dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e censite dalla segnatura archivistica s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», sono state digitalizzate e rese accessibili dall’Archivio storico del Senato al seguente link: https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/fondazione-croce/benedetto-croce/struttura (consultato in data 16/01/2026).
  6. Ivi, unità 299, doc. 58, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 7 marzo 1929.
  7. Ivi, unità 4, doc. 8, lettera di Luigi Albertini a Benedetto Croce del 10 maggio 1929.
  8. Ivi, docc. 9-11, lettere di Luigi Albertini a Benedetto Croce rispettivamente del 13, 17 e 18 maggio 1929.
  9. B. Croce, Taccuini di Lavoro, op. cit., p. 131.
  10. Ivi, p. 132.
  11. Digitalizzazione dell’Archivio Storico del Senato, s. 1 «Carteggio (1883-[1952]), fasc. «Corrispondenza di Benedetto Croce con senatori (1883-1952)», unità 299, doc. 63, lettera di Francesco Ruffini a Benedetto Croce del 27 maggio 1929.
  12. Sul tema resta fondamentale B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.
  13. L’intervento fu pubblicato coevamente, oltreché in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 24 maggio 1929, pp. 4-6, anche in opuscolo: Senato del Regno, La conciliazione e la politica ecclesiastica. Discorso del Senatore Croce Benedetto pronunziato nella tornata del 24 maggio 1929, Roma, Tip. del Senato, 1929. Qui si segue il testo pubblicato in B. Croce, Discorsi parlamentari, Roma, Bardi, 1966, alle pp. 167-75, al quale si rinvia, se non diversamente precisato.
  14. Su quella stessa cultura poggiava, del resto, l’opera del filosofo abruzzese: cfr. L. Arnone Sipari, Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione, in «Diacritica», XI, 2025, fasc. 55: https://diacritica.it/letture-critiche/il-risorgimento-come-archetipo-etico-politico-benedetto-croce-e-la-coscienza-della-liberta-tra-fascismo-e-liberazione.html
  15. Così E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in «Storia d’Italia. Dall’Unità a oggi», vol. XII, Dall’Italia fascista all’Italia repubblicana, Torino, Einaudi, 2005, p. 2199.
  16. Cfr. A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia dall’unificazione ai giorni nostri, op. cit., p. 247. Ma sui toni dei discorsi crociani si veda M. Panetta, Tra politica e letteratura: le ‘pacate invettive’ di Benedetto Croce, in Le scritture dell’ira. Voci e modi dell’invettiva nella letteratura italiana, a cura di G. Crimi e C. Spila, Roma, Roma TrE Press, 2016, pp. 145-58.
  17. Cfr., tra gli altri, G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IX, Il fascismo e le sue guerre, Milano, Feltrinelli, 19956, specie alle pp. 233-50.
  18. Si segue il testo pubblicato in «Atti Parlamentari», Senato del Regno, Legislatura XXVIII, 1ᵃ sessione, Tornata del 25 maggio 1929, pp. 2-8, cit. a p. 6. Il filosofo non avrebbe replicato: «Sdegnai di rispondergli perché proprio non ne francava la spesa; e solo quando mi chiamò “un imboscato della storia”, mi rivolsi al Ruffini, che mi sedeva accanto, per domandargli che diamine volesse intendere, e il Ruffini mi fece il viso di chi tacendo dice: Taci. Veramente io non avevo capito» (B. Croce, Relazioni o non relazioni…, op. cit., p. 70).
  19. B. Croce-P. Pancrazi, Caro Senatore. Epistolario (1913-1952), prefazione di E. Croce, Firenze, Passigli, 1989, p. 44. La lettera risulta trascritta con la data, evidentemente erronea, del 21 maggio 1929.
  20. Tali articoli, anch’essi conservati dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce e digitalizzati dall’Archivio storico del Senato (vedi supra nota 5), sono identificati dalla seguente segnatura archivistica: s. 2 «Miscellanea di scritti concernenti B. Croce (1885-1952)», fasc. 39 «luglio 1928-luglio 1929».
  21. Ivi, doc. 146, G.P., La storia che passa, in «Il popolo d’Italia» del 25 maggio 1929.
  22. Ivi, doc. 151, Il professor Benedetto Croce definitivamente massacrato dalla precisa, sferzante requisitoria del Duce del Fascismo e [E.] Settimelli, Alla gogna!, entrambi in «L’Impero» del 26 maggio 1929.
  23. Ivi, doc. 173, vignetta in «Il Tevere» del 29 maggio 1929.
  24. Ivi, unità 40 «giugno 1929-luglio 1930», doc. 2, vignetta in «Caffè del Tevere» del 2 giugno 1929.
  25. Ivi, unità 39 «luglio 1928-luglio 1929», doc. 158, trafiletto in «L’Avvenire d’Italia» del 28 maggio 1929.
  26. Ivi, doc. 170, trafiletto in «L’Osservatore romano» del 26 maggio 1929.
  27. Il riferimento va, ovviamente, al primo capitolo di B. Croce, Storia di Europa nel secondo decimonono, Bari, Laterza, 1932, pp. 9-25.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

La ricezione del Croce “etico-politico” di fine secolo (1989-1999). Alcuni ragguagli

Author di Luca Basile

Abstract: L’articolo ricostruisce i principali passaggi della ricezione del Croce etico-politico durante gli anni Novanta del secolo scorso. Si è trattato dell’avvio di una sorta di Renaissance di cui si cerca di esibire tanto il carattere di una ripresa liberale tout court quanto il significato di approfondimento del rapporto del filosofo di Pescasseroli con la crisi dello Stato liberale.

Abstract: This article reshapes the most important turning points of the “fortune” of Croce’s ethical-political position in the 1990s. It was the starting point of a sort of “renaissance”. The author has tried to show two main aspects: on the one hand, the liberal restart tout court, on the other hand the relationship between our philosopher and the crisis of the liberal State.

In uno scritto del 1985 dove rifletteva su Agonia e morte dell’idealismo italiano, in parte dando mostra di condividere alcune valutazioni di Bobbio, Eugenio Garin insisteva sul valore periodizzante del ’68 come momento di dispersione, se non di corrompimento, e di avvicendamento di molte spinte e tensioni culturali coltivate dal dopoguerra, entro un quadro di mancata «rottura netta» fra fascismo (la cui portata era, però, letta in maniera ben più ricca rispetto al pensatore torinese[1]) e “post-fascismo”: una mancata rottura destinata a pesare proprio su quella ulteriore cesura. Per chiarire il discorso Garin sentiva di doversi riferire alla funzione assunta nel secondo dopoguerra dalla lezione di Croce. Il filosofo meridionale affermava:

resta presente ben oltre il ’45 nel dibattito italiano […] quando, davvero, ma ormai sul finire degli anni Sessanta, la sua voce si è fatta sempre più tenue e lontana fin quasi a tacere […] ciò è avvenuto in un momento di rinnovata crisi di ogni fiducia nella ragione e nella storia, oltre le lotte in cui lo storicismo crociano era stato una delle forze in giuoco: quando nel panorama italiano si è esaurita la stessa antitesi ‘fascismo-antifascismo’, almeno nei termini in cui si poneva ancora nel ’45, e che tanto ha pesato sul dibattito filosofico[2].

Garin, tutto sommato, appariva propenso a una lettura “irrazionalistica” del ’68[3] e, forse – qualora ci venga concessa un’espressione un po’ ellittica –, taluni esiti della “contestazione” sarebbero stati diversi, se i giovani gruppi intellettuali da essa mobilitati avessero ripreso il confronto con Croce. Il che avrebbe necessariamente significato anche un’autentica assimilazione del contributo critico-categoriale dovuto a Gramsci. Non possiamo, ora, intrattenerci sulle ragioni di tale inevaso incontro[4]. Si deve dire, tuttavia, che, anzitutto nell’alveo della sinistra italiana, il colloquio organico con Croce come snodo fondamentale per maturare una precisa “autocoscienza storico-intellettuale della Nazione” si era esaurito perfino prima dell’avvento del ’68. Il fenomeno può essere spiegato in virtù delle difficoltà con cui si affermò e, poi, si arrestò, nel complesso, il disegno egemonico prospettato da Togliatti mediando le indicazioni gramsciane e, dunque, a fronte degli ulteriori limiti della successiva vicenda ideologica del movimento operaio[5]. In prospettiva, considerare ciò aiuta a render conto di molti aspetti della stessa “ripresa” del Croce etico-politico tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta. Essa si configurò, infatti, al netto della profonda originalità del “liberalismo” crociano, come il veicolo tanto di una rivendicazione di efficacia di quelle esperienze intellettuali che mai avevano dismesso, con accenti più o meno aderenti, il contatto rispetto all’eredità del filosofo di Pescasseroli[6] quanto dell’indicazione delle sue rinnovate ragioni proprio alla luce della “rivincita” del liberalismo che si riteneva venire avanti. Pochi furono, invece, i tentativi di rimotivare, grazie alla riflessione intorno a Croce, l’autonomia degli sviluppi dello storicismo assoluto (guardando anzitutto alla filosofia della prassi gramsciana[7]), malgrado utili spunti in tal senso risultassero apertamente coglibili o, almeno, in qualche misura, intravvedibili in taluni contributi dovuti all’impresa ‒ che assunse, in particolare, la forma di un importante volume nel ’93 ‒ di tornare a riflettere sulla portata europea della filosofia di Croce e Gentile proprio a partire dal loro ruolo nella tradizione di pensiero italiana[8].

Una certa diffidenza verso i sintomi di un “ritorno” a Croce venne manifestata da Gennaro Sasso già nell’88, nella Prefazione al suo studio uscito in un altro anno per molti periodizzante in vista della “rivincita” appena richiamata, quello successivo, e dedicato ai “taccuini di lavoro” del pensatore meridionale, quando ebbe a considerare che, se certuno avesse ritenuto tale libro mirato a favorire «qualche “rinascita”» o «qualche “ritorno”» di cui si sarebbe avvertito «l’indizio, oppure, per usare l’espressione più cruda,» ad «assecondare il vento che, appunto da qualche anno, avrebbe ricominciato a spirare nella direzione crociana», egli si sarebbe sentito di “disilluderlo”:

Per conto mio, infatti, – argomentava – non temo, ma nemmeno auspico, rinascite e ritorni; e per quanto concerne l’arte di assecondare i venti, posso ben dire […] che non la conosco […]. In realtà, l’unica cosa alla quale, in filosofia, si torni ed abbia senso ritornare, è altresì quella da cui, a rigore, è impossibile allontanarsi; e questa è la filosofia stessa[9].

Sasso rivendicava, così, un percorso che ha recato contributi cruciali sin dalla capitale monografia del ’75[10], e lo faceva – osserviamo da parte nostra – appellandosi a quell’idea di autonomia della teoresi che costituisce, ad ogni maniera, in termini storico-ideologici, uno dei vari, possibili precipitati della medesima concezione liberale. Ovvero offrendo una suggestione che riusciva tanto più problematica nel momento in cui si fossero voluti davvero sondare storicamente i nessi e le implicazioni della partecipazione di Croce alla “crisi della coscienza europea” – di contro giusto alla sua immagine “olimpico-goethiana”, avvalorata anche da un certo Gramsci, ma soprattutto restituita dal filosofo stesso – che proprio sia quella monografia sia il più recente volume sui “Taccuini” avrebbero contribuito, ad ogni modo e in maniera non marginale, a rendere ulteriormente avvertibile[11]. Non di meno, le parole di Sasso rinviavano, comunque, al problema dell’approccio sotteso all’eventuale “riscoperta” di Croce, cioè a quello di come leggerne e “situarne” la lezione e l’eredità.

Per approssimare la questione scegliamo di far richiamo alla pubblicazione, giusto nel ’90, del volume di Giuseppe Galasso Croce e lo spirito del suo tempo. In esso lo storico napoletano aveva messo in evidenza, di preciso, come «una linea di crisi» entro l’«armonica struttura dello Spirito assoluto» fosse venuta, via via, avanti perché alla porta di Croce «avevano […] battuto le guerre, le rivoluzioni, i crolli di Stati e di regimi più impreveduti e imprevedibili, i mutamenti più sconvolgenti del modo di vita». Nella postfazione all’ancora successiva edizione del 2002 Galasso avrebbe sentito la necessità di richiamare le parole di Paolo D’Angelo, oggi autore di una cospicua biografia sul filosofo di Pescasseroli[12], che in un testo dedicato appositamente a Il ritorno dell’interesse per Croce durante il decennio 1980-1990 formulava l’argomento della ricostruzione riassumendone, anzitutto, il significato generale. Egli, infatti, considerò:

È probabile che allo studioso che in futuro ripercorrerà la storia della ‘fortuna’ del pensiero di Benedetto Croce nel Novecento, il decennio che si è appena concluso apparirà come un momento di svolta, tale da segnare un passaggio importante nella ricezione dell’opera del filosofo napoletano. La filosofia di Croce, com’è noto, conquistò molto rapidamente, fin dal suo sorgere, un ruolo predominante nella cultura nazionale, che molto contribuì ad orientare e a far crescere […] Con la seconda guerra mondiale, anche se non immediatamente dopo di essa, e con la morte del filosofo stesso […] le cose sono tuttavia rapidamente cambiate […] è proprio rispetto a questa situazione che gli anni 1980-1990 rappresentano una novità […] Non si pensi, naturalmente, ad un ritorno a Croce, del quale francamente non si vedono i segni e che sarebbe comunque cosa storicamente impossibile; caso mai, direi, ad un ritorno di Croce, nel senso di una ripresa dell’interesse per l’opera crociana; di una ripresa di studi, di indagini particolari, di letture dell’opera di Croce che si è tradotta in monografie e studi specifici ma anche in ricostruzioni complessive del pensiero crociano, in indagini storiche dettagliate sull’azione storica di Croce e sulle vie del suo influsso culturale[13].

Come si vede, il giudizio di D’Angelo se, per un verso, tendeva a restringere ulteriormente, rispetto alle indicazioni di Garin, l’influsso di Croce, subito dopo il ’52, per un altro, appariva incline a retrodatare la ripresa dell’«interesse per l’opera crociana» all’avvio del decennio precedente. E, se vi erano stati episodi importanti che potevano giustificare tale osservazione (pensiamo al convegno catanese dell’82), l’indicazione risultava sintomatica da un punto di vista prettamente storico-ideologico. Durante gli anni Ottanta, infatti, si cominciarono a sedimentare, e poi trovarono largo protagonismo, i generali impulsi, presso i gruppi intellettuali italiani, a dismettere l’attrazione per il marxismo e a tornare a dislocarsi sul terreno liberale[14]. Benché il liberalismo di Croce fosse destinato a confermarsi radicalmente distante da quella cultura di matrice empiristica che avrebbe preso, in definitiva, il sopravvento, c’è da chiedersi, comunque, in quale misura la novella riflessione intorno alla sua opera non abbia funzionato anche da filtro proprio per rivendicare, appunto, un “ritorno della cultura liberale”. Un filtro, certo, quanto mai “paradossale”, giacché i termini in cui tale “ritorno” venne orchestrato riuscirono, in fin dei conti, almeno in diversi casi, contrastanti e alternativi nei riguardi di ogni autentica impresa di rifondazione della ragione e della coscienza storica[15].

Sempre nella Postfazione del 2002 Galasso evocava pure l’intervento che, precisamente nel ’90, alla questione della ripresa crociana dedicò Michele Maggi – l’allievo di Garin impegnatosi in misura maggiore sul filosofo di Pescasseroli[16] – nella rivista di area repubblicana «La Critica Politica». Scrivendo a Brissoni[17] e prendendo spunto giusto dalla recensione che questi aveva redatto della nuova edizione di Croce e lo spirito del suo tempo, Maggi metteva in discussione il modo nel quale, in relazione ai drammatici travagli del contesto europeo (a cominciare dalla “grande guerra”), entro quel libro Galasso aveva scandito, periodizzato e connotato la riflessione del filosofo e, in particolare, le articolazioni del suo “liberalismo”:

anche i mutamenti, o i riorientamenti – notava – sono intrinsecamente apprezzabili solo mettendo a fuoco le strutture concettuali e le continuità problematiche. Di questa rete di nessi Galasso, come indica la stessa ampiezza dell’impianto e degli ambiti di riferimento del suo discorso, si mostra consapevole. Ma le “scansioni”, le “svolte”, i mutamenti di “linea”, sono davvero quelli affermati nel suo libro? E meglio ancora: sono davvero comprensibili, nella loro natura o origine, nel modo con cui vengono configurati? Proprio per un’opera così pluridimensionata, dove la forza degli appassionamenti politici e della partecipazione civile non perde mai di vista, anzi lo esalta, il legame col piano della considerazione “metapolitica” […], proprio per un’opera come quella di Croce la filigrana valutativa fornita dalle ideologie politiche e dalle geografie dei partiti è troppo grossa, e ne risultano interpretazioni, più che riduttive, fuorvianti. Ciò che mi pare si sia verificato in più punti del discorso di Galasso sul “liberalismo” di Croce[18].

In tal senso Maggi, sulla scorta di un sentimento di pronunciata diffidenza verso il primato dell’aspetto ideologico-sociale (che esibisce lo stesso, comunque acquisito, impianto liberalistico nell’orientamento e nell’interpretazione), respingeva molti giudizi e molte prese di posizione storiografiche: dalla scelta di fissare nella data del ’27 il momento di piena assunzione d’una fisionomia di tipo, appunto, apertamente liberale da parte di Croce, sempre secondo un dimensionamento borghese-conservatore, alla denuncia di alcuni ingredienti della critica del sistema politico che egli ha avanzato via via, considerata non immune da tendenze esposte al rischio di sfociare tanto nel qualunquismo quanto nel trasformismo. Dal passaggio, reputato caricato di «significati allotri»[19], dal concetto di “aristocrazia”-“classe politica” a quello di “ceto medio” alla palinodia sulla democrazia che sarebbe stata compiuta solo con l’estrema maturità. Rispetto ai rilievi di Maggi, Galasso replicherà, nella Postfazione, che essi apparivano formulati all’insegna dell’idea per cui «è il mondo a cambiare, anche di molto. Non Croce, e assai meno»[20]. Questa divaricazione di opinioni rimandava, in definitiva, a due diverse accezioni del coinvolgimento del pensatore nei tormenti dovuti alla crisi della coscienza europea cui già abbiamo accennato. Da un lato, l’immagine, forse più consonante con le pretese dello stesso Croce e della sua “autonarrativa” – sulla quale si sono, di recente, appuntati i ludici sforzi decostruttivi dovuti agli studi di Salvatore Cingari[21] –, di una Filosofia dello spirito in grado di, in qualche modo, adattarsi a spiegare gli impetuosi mutamenti in corso senza flettere la propria architettura di fondo. Un’immagine che, sotto la scorza di un’artificiosa compattezza, occulterà forti punti di tensione e asimmetrie interne (pure sul piano peculiarmente teoretico; un caso per tutti: il tendenziale contrasto tra la rivendicazione dello statuto trascendentale delle categorie[22] e taluni spunti concernenti lo stesso ruolo del negativo[23] recati dalla tarda, e anche tardissima, riflessione riferita al mutamento dell’utile e, dunque, al “vitale”, operata passando per un rinnovato colloquio con Hegel). Da un altro lato, la propensione a rompere con ogni forzatura “continuistica” e a collegare gli svolgimenti della posizione crociana alle riarticolazioni della modernità avvenute, con toni e conseguenze drammatiche, dall’eclissi dello Stato liberale in poi. Non è chi non veda quanto abbia certamente pesato, peraltro, su un simile approccio il tentativo gramsciano di risignificazione dello storicismo assoluto, ben al di là di alcune varianti del profilo di Croce che il pensatore comunista serbò a riferimento interlocutorio. Tuttavia, malgrado le attenzioni e i debiti contratti, la storiografia di Galasso resta certamente inascrivibile al filone gramsciano[24]. Ad ogni maniera, al Galasso impegnato nel “verificare” il percorso di Croce e la possibilità di una certa investitura etico-politica della prospettiva liberale continuavano a risultare non persuasive, per esempio, peculiari sottolineature fuori misura, proprio entro l’insieme del tragitto tracciato dall’autore di Pescasseroli, di una determinata accezione dell’etica rispetto all’altra categoria dell’agire pratico, «l’economia comprensiva anche della politica». Donde la necessità dell’«accentuazione» periodizzante dello stesso «parallelo e graduale passaggio di Croce dalla logica all’etica»[25].

Galasso coglieva l’occasione di uno spunto polemico in merito dalla relazione di Cotroneo titolata Benedetto Croce dall’etica all’etica, tenuta all’interno del ciclo dei quattro convegni di studio promossi dall’Istituto di Studi Crociani, svoltisi dal novembre ’92 al novembre ’93 e poi riuniti nel volume Croce quarant’anni dopo. Lo storico notava che era certo possibile documentare, appunto, un percorso «dall’etica all’etica»[26], per stare alla suddetta formula, ma non sembrava convincerlo la maniera con la quale Cotroneo aveva restituito il formarsi del liberalismo crociano, «come ideale, non», s’intende, «come tecnica o arte di governo»[27].

La relazione di Cotroneo era affiancata, fra le altre, a quella di Renata Viti Cavaliere su Teoria e prassi in Croce – ove troviamo affrontata, per esempio, la questione del carattere in un certo senso comunque ancora “astratto” della prassi utilitaria, a muovere dalla Filosofia della pratica, nonché l’importanza primaria che il mondo economico-pratico detiene in La storia come pensiero e come azione –; a quella di Giuseppe Cacciatore su “storia etico-politica” e “storia della cultura”[28], a quella di Bonetti circa la categoria del “vitale” entro i “Taccuini”, su cui già Sasso aveva posato vigorosamente l’attenzione; a quella, infine, di Ocone a proposito del concetto di “interesse” nel giovane filosofo comparato alla fase matura. Una relazione, quest’ultima, che intendeva commisurarne il liberalismo alla catena equivalenziale «interesse = concretezza = individuo = libertà»[29].

Si aggiungeranno a simili studi, per esempio, attorno al nodo del Croce storico, il contributo di un “patriarca” della cultura liberale italiana come Nicola Matteucci, che, formatosi sotto l’egida dell’idealismo sincretico – ma di matrice prevalentemente attualistica – propugnato da Felice Battaglia, e pure dell’incontro con Chabod presso l’Istituto di Studi Storici, transiterà dall’attenzione per lo storicismo immanentista a quella per gli strumenti forniti dalle scienze sociali e, in generale, per la diagnostica dell’“ordine politico”, sulla scorta, però, di una sorta di serbato “crocianesimo empirico”[30], e che giusto nella tarda maturità tornerà sul nostro pensatore[31]; oppure il contributo di un vecchio studioso dell’opera crociana (specie delle sue origini) come Mario Corsi[32]. Se il primo ragionava sulla Storia d’Europa[33], cercando di giustificarne le «differenze concrete»[34] rispetto alla Storia d’Italia e individuandole, in consonanza con Galasso, innanzitutto nel ruolo storico periodizzante esercitato dalla Prima guerra mondiale, nei suoi riflessi sulla vicenda della libertà in Europa (donde, in definitiva, il problema dei caratteri del corso di maturazione del giudizio sul fascismo, con gli interrogativi che esso ulteriormente sollevava); il secondo si dedicava per intero al rapporto col liberalismo europeo[35]. Veniva privilegiato un atteggiamento che, pur avendo valutato «appieno la terribile crisi» attraversata dalle «istituzioni liberali […] nel mondo», appariva riaffermare «la forza» dell’ideale liberale al di là delle configurazioni storiche particolari; forza considerata consistere proprio «nella risposta» data al «problema della vita»[36].

Un richiamo al fatto che andava progressivamente dissolvendosi il «rifiuto aprioristico di Croce, proprio di troppi studiosi italiani, condizionati da mode e da tutto ciò che di deteriore alle mode si accompagna», e che, anzi, s’incominciava «a passare […] da un mero riconoscimento generico a una vera e propria utilizzazione»[37], fu operato da parte di un crociano piuttosto ortodosso quale Raffaello Franchini[38] nella Premessa a un volume del ’90 che riuniva gli atti di un breve convegno dedicato appunto a Il ritorno di Croce nella cultura italiana, tenutosi a Pescasseroli nell’ottobre dell’anno precedente.

Franchini si giovava, fra gli altri, del riferimento a un articolo di Rosario Villari su «L’Unità» per convalidare, nello scenario del mutamento storico contingente, la lezione di Croce circa l’asserita «impensabilità» dell’«integrale attuazione dell’utopia comunistica nella realtà»[39]; lezione tratteggiata rinviando, in definitiva, al generale rilancio storico delle idealità e delle misure liberali. Non a caso, del resto, Franchini, nella relazione al Convegno dedicata al significato della filosofia del Nostro, ne rimarcava l’aspetto di critica a Hegel, la quale sopravanzava – e fu davvero prevalentemente così per una distesa parte del suo tragitto – l’aggancio positivo al grande di Stoccarda e, di conseguenza, denunciava, a ragione, soprattutto la fallacia dell’assegnata, consueta formula del “neohegelismo”[40]. Fulvio Tessitore – esponente capitale della scuola sorta da Piovani e studioso giusto dell’Historismus a-hegeliano-antihegeliano, con tutto ciò che tale attributo ha comportato proprio nel confronto con l’eredità crociana – si era profuso, invece, sulla storiografia di Benedetto[41], accostandone il carattere etico-politico.

Un altro, più diretto esempio dell’attenzione per l’aspetto etico-politico sarà da riconoscere nella monografia del ’91, titolata giustappunto L’etica di Croce, dovuta a Paolo Bonetti, che per Laterza, sette anni prima, aveva già fatto uscire una fortunata Introduzione al filosofo. In tale monografia troviamo illuminata la pari ostilità dell’autore in questione per il moralismo e l’astrattismo politici quanto per «ogni organicismo politico-statale»[42]. Bonetti insisteva sui connotati di un realismo politico che avrebbe implicato, però, quando fosse stato maturamente tale, il rifiuto dell’«“errore casualistico”», ravvisato nella stessa matrice machiavellica, e di quello «biblico-teologico»[43], riconosciuto esemplarmente nella filosofia della storia hegeliana.

Ma un momento davvero significativo, potremmo spingerci a dire di svolta, sarebbe stato segnato dal convegno promosso dall’Istituto Gramsci a Orvieto nel ’91, su iniziativa di Michele Ciliberto (gli atti sarebbero usciti nel ’93). Esso venne dedicato, allargando il quadro, a Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, e fu aperto dallo stesso Garin. L’ispirazione del convegno risultava squisitamente etico-politica nella misura in cui intendeva sottrarre le due grandi figure della filosofia italiana del Novecento alle più trite categorie concettuali e storiografiche – facciamo riferimento, anzitutto, alla medesima nozione di “neoidealismo” – per calare la rinnovata attenzione verso di loro proprio nell’orizzonte storico del travaglio intellettuale europeo, senza eluderne il ruolo svolto entro la vicenda dei ceti colti, anzi partendo da tale funzione e marcandone le reciproche asimmetrie. Così facendo, il pensiero italiano tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento sortiva riconquistato nel suo pieno valore, nella sua facoltà reagente, senza, appunto, che se ne perdesse di vista il peculiare carattere civile, e anzi esaltandolo. Si tratta di una linea di ricerca poi approfondita da Ciliberto sul piano storiografico, orchestrando un rilevante lavoro collettivo[44]; una linea, in qualche modo, successivamente intersecata da differenti, originali apporti[45] (inclini, però, a risalire soprattutto all’Umanesimo e a reimpostare la problematica spaventiana del circolo Italia-Europa).

La relazione di Ciliberto al convegno portò l’attenzione su Filosofia ed autobiografia in Croce allo scopo d’incrinare la compattezza dell’immagine che di sé e della sua opera il filosofo aveva voluto veicolare nell’intento di contrastare il rischio della dispersione[46]. Con ciò Ciliberto metteva l’accento giusto sul nesso, destinato a essere investito anche e anzitutto in senso etico-politico, del pensatore di Pescasseroli con la modernità avanzata e con la sua crisi.

Sono, poi, da ricordare gli interventi appositamente dedicati proprio al Croce etico-politico: la relazione di Marcello Mustè su Libertà e storicismo assoluto, volta a tratteggiare un’apposita «interpretazione del liberalismo di Croce»; in certa misura quella di Giuseppe Cacciatore intorno alla nozione crociana di “vita”, e il rilevante contributo di Marcello Montanari dedicato a “primato del fare” e “religione della libertà”.

Con acutezza Mustè, che allora e in seguito avrebbe proposto studi crociani importanti[47], illustrava in che senso il carattere metapolitico della concezione del liberalismo avesse assunto, nella riflessione del Nostro, il significato di un esito storico dovuto all’«esaurimento di un ciclo egemonico», complessivamente risalente, nei suo germi, al 1870, e coincidente con la forma originaria, «‘classica’» del liberalismo stesso, «identificato» proprio «con il fecondo processo delle unificazioni nazionali»[48]. Nella monografia che aveva dedicato al Nostro pensatore nel ’90 il giovane studioso marcò la discontinuità della concezione liberale crociana nei riguardi della dottrina liberale classica, lungo un percorso che avrebbe mutato l’immagine iniziale della forza e del suo rapporto con il consenso[49], e sia pure volendo rilanciare le aspirazioni fondanti dell’equilibrio storico liberale. Osservava Mustè, scovando l’aporia e la difficoltà interne, connotate da un carattere anzitutto storico-politico, di tale concezione:

Rimaneva aperto, nella sistemazione data da Croce al concetto di libertà, un problema cruciale. Se il liberalismo, in quanto religione moderna e metapolitica, non poteva venire pareggiato e confrontato ai programmi politici, che pure continuavano a misurarsi nell’arena civile; se l’idea di libertà si ritraeva in una dimensione più profonda e alta, quale criterio doveva poi adoperarsi per giudicare le cose correnti? E soprattutto: che conto fare delle nuove spinte sociali e culturali, che reclamavano un allargamento democratico delle basi dello Stato? Quali forme istituzionali e giuridiche avrebbero potuto sanare la crisi in corso? Infatti, come si è detto, il problema della democrazia, sia nei termini politico-istituzionali sia per i suoi rapporti con lo sviluppo della grande industria, diveniva ormai lo spartiacque tra progresso e reazione: e proprio l’esacerbarsi di tale antitesi faceva vacillare l’egemonia del liberalismo di tradizione risorgimentale. La teoria metapolitica della libertà sgombrava il terreno dalle vecchie incrostazioni dottrinali, e poneva le condizioni di una rinnovata politica liberale: ma quale poi fosse, in concreto, questa nuova politica, rimaneva imprecisato, e lo sarebbe rimasto almeno fin quando non si fosse sciolto il nodo democratico. Questo fu, almeno fino al 1924, l’equivoco che accompagnò il liberalismo di Croce. Distinto, in modo acuto e fecondo, il principio liberale dalle sue configurazioni storiche, che l’avrebbero ormai inaridito in un’apologia dell’esistente, bisognava poi recuperare il discorso politico, le ragioni di un’azione pratica, e quindi schierarsi rispetto al problema nuovo che divideva gli animi e i sentimenti. La distinzione, più volte e nettamente affermata, tra teoria e pratica, se difendeva la cultura dalle più odiose degenerazioni, apriva nondimeno uno iato, che si ripercuoteva sulla vita civile[50].

Nella relazione al convegno dell’anno dopo Mustè avrebbe indagato la dimensione metapolitica del liberalismo nella chiave dell’articolato, problematico intreccio tra il carattere di “immanenza” e quello di “eternità”; approfondendolo, quindi, alla luce del ripensamento della dialettica che scorre fino alla Filosofia della pratica e, poi, alla riformulata giustificazione del «circolo teoretico-pratico» in La storia come pensiero e come azione. Chiudendo le considerazioni, egli dichiarava il debito contratto verso certi suggerimenti dovuti alla critica liberale del liberalismo metapolitico, ma segnalava pure come il parziale filtraggio critico di essi domandasse, nel caso, di non essere in alcun modo confuso con l’adesione al loro impianto di fondo. Porre in rilievo «la crisi del liberalismo nel pensiero di Croce» non doveva, cioè, necessariamente implicare – così affermava – anche «una “critica liberale” del liberalismo crociano. Certo,», proseguiva,

abbiamo fatto risuonare, nel corso della ricerca, corde già vibrate da un Carlo Antoni o da un Noberto Bobbio […] Non si tratta, però – aggiungeva – di opporre una prima radice ‘liberale’ a un liberalismo ‘fallito’. Il problema si presenta, ai nostri occhi, molto più complesso e richiede, se non erriamo, uno sforzo inedito non solo di ‘teoria’, ma […] di ‘storicizzazione’[51].

Per questa via, l’acquisizione d’una peculiare fisionomia da parte del liberalismo crociano domandava il problematico collegamento storico al «passaggio, arduo e drammatico», diversamente articolato e approfondito, «dallo Stato liberale al quadro democratico: ma a condizione […] – diceva ancora – che oltre a ‘miti’ davvero improponibili, si sappia scorgere la non linearità, la dura complessità di tale processo, fatto di ‘rotture’ ancor più che di improbabili sommatorie fra concetti ed eventi eterogenei»[52].

Mustè proponeva, dunque, di lavorare a un’adeguata periodizzazione che mettesse debitamente a fuoco tanto l’ipotesi di riattivazione metapolitica del liberalismo avanzata da Croce quanto il nodo generale della cosiddetta crisi dello storicismo all’insegna del tramonto “di lungo periodo” dell’età liberale. Con accenti diversi, sarebbe stato un tema ripreso, in tempi più recenti, soprattutto da Salvatore Cingari attraverso un insieme di notevoli ricerche snodatesi per un ventennio e raccolte nel 2019[53].

In conclusione della disamina, Mustè rimarcava, meritoriamente, che il tentativo di Croce di “eternizzare” – per così dire – il liberalismo e di inverare la fiducia in esso doveva venir considerato quale espressione di una peculiare strategia per fronteggiare la crisi vastamente protrattasi del medesimo equilibrio classico-liberale. Una strategia che non collimava certo, però, con la completa assimilazione del significato integrale del difficile passaggio storico allo scenario democratico. Proprio tale mancata o incompiuta integrazione poteva, tuttavia, tradursi perfino in un effettivo avvertimento della contingente «perdita dei ‘valori liberali’»[54], tuttavia sempre accompagnata dalla rivendicazione di essi, con un perdurante sforzo egemonico. Osservava ancora lo studioso romano: «Paradossalmente, le aporie del pensiero di Croce non risalgono […] a un deficit di liberalismo, ma, al contrario, a una fiducia persistente, e mai dismessa, nell’attualità dell’‘orizzonte’ liberale, pur nella consapevolezza della crisi della sua forma classica»[55].

Insistendo, in maniera differente e talvolta alternativa, l’avvicinamento soprattutto dell’ultimo Croce ad alcuni presupposti della questione democratica entro il quadro della crisi della civiltà europea, Montanari convergeva con l’ispirazione che mosse il lavoro di Mustè in virtù di due ragioni tanto rilevanti quanto circoscritte. Da un lato, perché aveva alle spalle l’esame della filosofia crociana come strategia egemonica coincidente con la rimotivazione della funzione “epocale” della borghesia. Da un altro lato, perché, connessamente, respingeva una prospettiva di lettura critico-retrospettiva del liberalismo crociano ossequiosa – sia in forma artatamente “giustificatrice” della sua stessa rappresentazione storica sia di mero contrasto – nei riguardi dei canoni di quello corrente, di calco empiristico e/o positivistico-procedurale (basti richiamare l’influenza del medesimo Bobbio). Del resto, non solo Montanari si era da sempre collocato lungo una diversa, e alternativa, linea d’onda, ma nel 1987 aveva dato alle stampe un cospicuo Saggio sulla filosofia politica di Benedetto Croce centrato su un’interpretazione d’impianto gramsciano della vocazione egemonica di quest’ultima. Veniva, così, pienamente valorizzato il ruolo strutturante e formatore del “fare” nello storicismo del nostro autore (il motivo rinviava a ben ponderarne la relazione con Marx, al di là della stagione giovanile). Al contempo, si cercava di mostrare come l’impianto della logica dei distinti, seguitante nell’insieme dei passaggi principali della “filosofia dello spirito”, stretta fra l’idea integrale di storicità e il ruolo trascendentale delle categorie, e incline, in definitiva, a proporre un’immagine costante del circuito mediatore dei distinti, risultasse, comunque, congruente a un’accezione fissa delle funzioni egemoniche. D’altronde, giusto nel ’91 Montanari licenziò il libro La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, il cui primo capitolo[56] dava ulteriore risalto alle ragioni della critica gramsciana di Croce. In particolare, secondo una nota suggestione del Sardo, in lui era ravvisato, a ogni modo, «un passo indietro rispetto a Hegel» perché il filosofo di Pescasseroli appariva rischiare di disperdere l’istanza idealistica di ricomposizione unitaria del genere umano, cristallizzando l’endiadi fra “umili” e “sapienti”[57] e avvalendosi di un’accezione della prassi di fatto non ancora scevra da un certo, indesiderato, talvolta apparentemente paradossale, residuo economicistico.

Nella relazione al convegno Montanari mostrò come il medesimo divario dotti/semplici fosse inscritto all’interno di uno scenario della modernità inteso quale costitutivamente attraversato dal primato del “fare” e dall’immagine del Beruf luterano-weberiano che esso, passando per molte riconfigurazioni, ha spesso portato con sé, in senso costitutivo. Uno scenario che, però, durante le due guerre contemporanee all’espansione della società dei consumi di massa, apparve invaso “epocalmente” da una crisi radicale. Montanari evidenziava, ora, in positivo, guardando soprattutto alla recensione del ’20 delle manniane Considerazioni di un impolitico, come Croce contemplasse, certo, i distinti poli dell’endiadi, ma non concepisse il compito dei “dotti” al di fuori della mediazione con il “volgo”. Si trattava di una mediazione della quale non era ammessa la radicale riarticolazione dei termini, fino a superare i vincoli di subordinazione, come sarebbe stato, invece, con la reintepretazione gramsciana della “religione della libertà” – per cui la «lotta contro il nichilismo di massa» non poteva venir «affidata ad una élite», alla «testimonianza etica di ristretti gruppi intellettuali»[58] –, ma che escludeva, però, l’attivistica presunzione di “onnipotenza” dei dominanti e rendeva conto, inoltre, del formarsi di un’autentica “aristocrazia” giusto nello scambio con i semplici. Sarebbe stato questo, ad avviso di Montanari, anche un modo per rimodulare la tanto questionata dicotomia di Kultur e Zivilisation[59] (in seguito, non a caso, lo studioso pugliese avrebbe ripreso mirabilmente il tema, affrontando da vicino il colloquio Croce-Mann[60]).

Del resto, tre anni dopo Montanari sarebbe tornato su tali argomenti esaminando in un apposito saggio Il liberalismo dell’“ultimo” Croce. Enfatizzando la preoccupazione del nostro per il soggettivismo e l’attivismo quali ideologie che avevano esasperato in maniera radicale la tragica disgregazione della coscienza europea, egli metteva l’accento, ora, più che sull’esigenza di una ripresa dello Stato liberale, sull’inclinazione, da lui ravvisata, a intrecciare davvero liberalismo e democrazia, anche recependo istanze avanzate nell’alveo della stessa società di massa come quelle collegabili al keynesismo.

Distante in ciò dall’impostazione di Mustè, il quale era incline anche a far emergere le incongruenze interne del Croce liberale, Montanari riprendeva una suggestione dovuta a Leonardo Paggi[61] e affermava che per il Croce più tardo il «liberalismo» doveva «aprirsi alla democrazia», se non voleva «insterilirsi e morire». Doveva «trarre le sue energie dalle forze vitali della società e queste, a loro volta», dovevano «divenire forze eticamente rispettose del “metodo liberale”»[62]. Per la stesura di tale saggio, che apre ad argomenti successivamente riesplorati, a cominciare dal tema del confronto con Einaudi[63], lo storico del pensiero politico si sarebbe avvalso di studi coevi come l’ampio testo della Riccobono dedicato a La politica tra autonomia ed eteronomia in Benedetto Croce[64], dal quale, però, lo allontanava, comunque ‒ ci pare ‒, una concezione forse eccessivamente rigida della divaricazione fra dimensione etica e «qualità edonistico-individuale-utilitaria»[65] del sistema economico. Divaricazione che, a ogni modo, concorre a spiegare geneticamente il celebre discrimine instaurato tra liberalismo e liberismo.

Nel complesso, occorre rilevare che molti contributi dedicati al filosofo di Pescasseroli nel convegno del ’91 promosso dall’Istituto Gramsci – a cominciare proprio dalla comunicazione di Montanari, esito di un originale, e sostanzialmente isolato, esperimento di colloquio da parte dell’eredità dell’hegelomarxismo neogramsciano meridionale[66] – avrebbero cercato di orientare la ricerca al di fuori dei canoni, sempre più imperanti, dello stesso “provvidenzialismo liberale” (assecondato, in diverse occasioni, pure da un “certo” Croce). Si è trattato di una strada, in definitiva, da molti rifiutata, com’era chiaro, e che resta, dunque, ancora in gran parte da battere.

Nel corso degli anni Novanta, vi furono, poi, studiosi che con singoli lavori arricchirono la bibliografia sul Benedetto etico-politico. Pensiamo al contributo del già evocato Michele Maggi. Autore d’una monografia di primo piano dedicata al complesso della concezione crociana, uscita nell’89[67], dove l’esame del pensiero storico o la tematizzazione di particolari aspetti come quello della “sintesi volitiva” richiamavano tutti i nodi della filosofia della politica, via via, volens noles, vigorosamente ripensati (donde il problema di stabilire fino a che punto tale interpretazione si possa dire, anzitutto a fronte delle affermazioni precedentemente menzionate, tout court “continuista”, ferma restando l’opportunità di una simile qualifica), Maggi diede alle stampe, nel ’94, la raccolta La logica di Croce e altri saggi, ove venne evidenziato il testo del ’91, letto al convegno, promosso a Siracusa dal CESIC e dall’Istituto Gramsci veneto, su “Benedetto Croce, Giovanni Gentile e la filosofia italiana”, dal titolo Lo storicismo assoluto e l’ideologia sociale. Al suo interno il discorso portava l’attenzione proprio sulla nozione di “etico-politico” e sulla prospettiva che ne derivava, la quale era giudicata assai distante vuoi «da quella prassi onnieticizzante, da quel compito di fondazione-unificazione assoluta per cui vive l’io-idea della filosofia di Gentile», vuoi «da quell’egemonia integrale, da quell’istanza di conformazione culturale totale della società, che impronta tutta la visione politica di Gramsci»[68]. Rispetto a tale duplice discrimine – si potrebbe aggiungere –, se del tutto condivisibili riuscivano i termini del cruciale distanziamento concettuale a paragone del prassismo attualistico, era l’immagine del nesso Croce-Gramsci a far problema dal momento che, per come veniva restituita, l’egemonia-prassi gramsciana rischiava, in effetti, di finire più direttamente accostata al medesimo Gentile. L’ipotesi interpretativa avanzata da Maggi si rivelava, così, quella d’incrociare punti di vista certo cospicui, ma mossi da presupposti ben differenti, quali quello, anzitutto, di un Del Noce[69] e, poi, di un De Giovanni[70]. Essa, del resto, sarebbe stata successivamente approfondita, specie sette anni dopo, ma non solo, modulando l’alternativa fra lo storicismo di Croce in quanto filosofia della “riconquista” della realtà, comunque originalmente unitaria e antidualistica, da un lato, e, da un altro, la “filosofia della prassi” gramsciana in quanto “filosofia della realizzazione”[71].

All’avvio del decennio Novanta si segnalava, inoltre, l’uscita del volume dal titolo L’ultimo Croce e i nuovi problemi di un autore come Antonino Bruno, il quale nel ’75 diede alle stampe una monografia sul rapporto del nostro filosofo con le scienze politico-sociali[72]. Il libro comprendeva saggi che andavano dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta (Bruno rammentava, nelle pagine introduttive, di aver dedicato al tema un primo volumetto nel 1964[73]) e, affrontando da più versanti la tarda concezione della “vitalità”, rinviava ai suoi primordi e ai mutamenti della nozione dell’“utile” – in origine, e non solo, anzitutto motore primario della politica e categoria cardinale della riflessione del Nostro intorno alla filosofia della pratica e poi della sua complessiva “ricerca della dialettica”, per ricorrere alla formula di Sasso[74].

Sono, poi, da menzionare gli studi del maestro della scuola italiana dello “storicismo problematico”, formatosi e affermatosi rielaborando Piovani, Fulvio Tessitore: dal discorso pronunciato, nel novembre ’92, in occasione della celebrazione napoletana del quarantesimo della morte di Croce (Religione e modernità) al testo del ’93 sulla critica della sociologia[75].

Si tratta di contributi in cui hanno prevalso le ragioni del confronto fra Historismus e “storicismo assoluto”, sottendendo, sempre di nuovo, le radici per molti versi estranee, e talvolta avverse, all’hegelismo del medesimo Croce e, chiaramente, toccando tematiche che derivavano dal suo approccio etico-politico e dalla sua stessa, peculiare coscienza della storicità. Basti far riferimento alla questione della relazione che la modernità è andata intrattenendo con «il riconoscimento della fondazione cristiana della morale»[76], da Croce profilata senza, tuttavia, pervenire alle medesime conseguenze che Weber ha fissato, ragionando a proposito del processo di mondanizzazione.

Durante gli anni Novanta si segnalarono, inoltre, contributi specifici anche da parte di giovani studiosi. Uno per tutti: il libro di Barbara Troncarelli sull’idea di diritto declinata all’insegna della filosofia della pratica crociana[77]. Non si trattò della sola ricerca apparsa in quel periodo in merito ai riflessi particolari del Croce filosofo della pratica e della politica. Molto interessante risultava, poniamo, il saggio di Giuseppe Zarone titolato Passione, forza e ideologia. Realismo politico e serenità della filosofia in Benedetto Croce, incluso in un notevole volume uscito anch’esso all’avvio del decennio e che attende ancora, a nostro credere, un’adeguata riscoperta[78]. Qui Zarone comparava l’accezione coltivata da Gaetano Mosca, con chiara matrice positivistica, di “scienza politica” e quella desumibile dal Nostro. Zarone cercava, inoltre, di chiarire l’idea crociana di formazione e composizione interna della classe dirigente. Ma non vanno dimenticati anche i contributi specifici dovuti alla storiografia filosofica del periodo, a cominciare dalle annotazioni di Mario Agrimi, del ’94, sul rapporto, assai rilevante in termini di ricostruzione politico-ideologica, di Labriola con l’“allievo” Croce (e, poi, con Gentile[79]).

Nel ’98 apparve il già richiamato volume collettaneo, a cura di Paolo Bonetti, Per conoscere Croce. Volendo lumeggiarne sia i diversi aspetti del pensiero sia i nodi che essi individuano, il libro si componeva, dopo l’introduzione, di una parte di “conversazioni”, redatte dallo stesso Bonetti, di diverso argomento e intrattenute con alcune delle maggiori figure intellettuali italiane, e di una parte costituita da saggi appositi. Il merito etico-politico veniva in primo piano. Così, Giuseppe Bedeschi esaminava la critica del marxismo, evidenziandone tanto la denuncia dell’utopismo quanto il misurato riconoscimento del nucleo di «“storicità dialettica”»[80]; Bobbio tornava sulle proprie «antiche perplessità per il liberalismo» del pensatore di Pescasseroli, distinguendo tra la «filosofia della libertà» di Benedetto, inseribile «a pieno diritto […] nella storia del liberalismo europeo», e l’impossibilità di attribuirgli il carattere di «teorico del liberalismo»[81]; Sartori, del quale l’anno prima erano stati ripubblicati i corsi del ’53-’56 ad argomento crociano[82], formulava alcune considerazioni intorno, appunto, al nesso etica-politica e alle implicazioni che ne derivavano[83]; e ancora, Matteucci rifletteva sul confronto del liberalismo del nostro autore con il cristianesimo, inteso nella peculiare funzione civile[84]. Ma non si trattava dell’unico argomento toccato. Conviene ricordare, per esempio, in ordine all’operazione di avvicinamento alle scienze sociali – verso cui Croce avrebbe marcato sempre un approccio problematico[85] – sulla strada dei “distinti” che lo stesso Matteucci siglò[86], come venissero di nuovo fissate una continuità e una discontinuità prospettica, entro il percorso del filosofo meridionale, segnata dalla Prima guerra mondiale. Tale evento periodizzante avrebbe principalmente indotto il Croce etico-politico a dinamizzare praticamente le proprie «distinzioni di carattere concettuale»[87].

Inoltre, nella sezione dei saggi si evidenziava il contributo di Daniela Coli su Croce, filosofo europeo, che discorreva intorno alla corretta ricezione del tratto anche politico del pensatore che «assistì lacerato alla seconda guerra mondiale»[88] e partecipò sentitamente all’avvio della ricostruzione (la studiosa incorreva, però, a tal proposito, in una contrapposizione semplificata con il medesimo Togliatti totus politicus, sottendendo un’immagine della posizione di quest’ultimo segnata da una forte unilateralità. Ad essa era, appunto, opposta la figura di un pensatore «convinto […] di un poter vendersi l’anima al diavolo perché riteneva di appartenere a “una classe non classe, quella intellettuale, che Hegel chiamava ‘classe generale’”» e che Croce continuava a «chiamare ‘ceto medio’, nel senso di migliatore di tutti gli altri»[89]).

C’erano, poi, il testo di Ernesto Paolozzi sulla teoria della libertà[90] e quello di Corrado Ocone sul liberalismo come “fervore” e come “amore”[91]. In particolare, quest’ultimo, volendo collegarsi alla ripresa dell’egemonia liberale in corso, esaltava, in maniera piuttosto generica, la coincidenza della dimensione etico-politica e meta-politica del liberalismo crociano con una sorta di peculiare Gesinnung umana. In tutti questi testi, ancor più che in Bobbio, Matteucci e Sartori, Croce appariva, insomma, ricondotto, in misura maggiore o minore, ai contorni di tale ripresa[92]. Nel volume era presente pure uno studio di Giuseppe Cacciatore dedicato al ruolo di filosofia pratica e filosofia della pratica[93]. Allievo di Tessitore, con lui massimo studioso italiano dell’Historismus, e tuttavia sensibile alle tematiche del marxismo non dogmatico, Cacciatore rilevava che per capire il loro nesso era necessario considerare il coefficiente antinormativistico dell’impostazione di Benedetto e i termini in cui, via via, l’intreccio di vita e mondo storico si è definito[94].

I vari interventi di Cacciatore[95] si inscrivevano, analogamente ad altri, non frequentissimi, nel novero delle ricerche capaci di evitare un modulo storiografico-concettuale interessato più a confermare le ragioni generali del liberalismo che a investigare la peculiarità dell’accezione crociana di esso. Nell’ambito di un ripensamento organico della posizione filosofica in questione, e certo esibendo un’aperta aderenza al suo nerbo etico-politico, Maggi, per esempio, nel volume collettaneo suddetto, esemplando la propria lettura in quanto “riconquista della realtà”, più avanti, si sarebbe interrogato intorno alla fungibilità della nozione di “idealismo italiano” tematizzando, assieme ad altre posizioni, il compimento dello storicismo assoluto nella medesima “religione della libertà”, nel suo valore metapolitico affermato a partire dalle pagine della Storia d’Europa[96]. Simili, sparuti contributi avrebbero fatto da viatico, anche se solo in maniera parziale, a inedite ricerche, le quali, all’avvio del nuovo millennio, sarebbero sembrate affacciarsi al di là della mera rivendicazione liberale dell’eredità di Croce (su cui, comunque, Maggi sembrò fermamente convergere). Parliamo, cioè, di lavori che avrebbero seguito traiettorie più complesse.

Le nostre note s’arrestano all’avvio del nuovo secolo. E, tuttavia, conviene ancora richiamare, per esempio, gli studi di Salvatore Cingari. Studi che pure hanno affondato le loro radici generali nell’area culturale del liberalismo di sinistra per superarle progressivamente e fecondamente[97]. Essi hanno approfondito proprio il discorso sul Croce immerso nella crisi della civiltà europea, a cominciare da sondaggi interessati alla formazione giovanile[98], volti a favorire una crescente messa a fuoco che è culminata, poi, in una cospicua opera del 2003[99].

Lungo una direttrice analoga si muoveva pure Angelo Chielli[100], il quale, in seguito, andava accentrando l’attenzione sui concetti di “legge” e “Stato” entro il perimetro che va dalla Filosofia della pratica agli Elementi[101].

Si ricordano, inoltre, lavori su aspetti particolari come l’antologia di scritti dedicata al problema del partito curata giusto nel 2000 da Adelina Bisignani[102], così tornando su un nodo attentamente indagato da Carini nel 1975[103]; la monografia di Maggi del 2001 sull’Italia nella politica di Croce[104] (accentuatamente problematica proprio nello stesso, vigoroso taglio politico liberale) o il significativo convegno dell’ottobre dell’anno dopo dedicato a Croce e il marxismo[105]. Un convegno che ha aiutato a cogliere nel revisionismo crociano tanto un tornante della crisi dell’intelaiatura ideologico-culturale dello Stato liberale quanto il tentativo di un possibile “rilancio egemonico” di alcuni suoi ingredienti e precipitati ideologici.

Proprio nel senso comune dei recenti svolgimenti dell’ideologia italiana l’enfasi sul diretto e indiretto, spesso passivamente assimilato, prolungarsi di tale tentativo (la difesa del medesimo liberalismo e della “società liberale”, termine bisognoso di verifica anche da un punto di vista di matrice crociana) avrebbe prevalso sull’indagine storiografica davvero preoccupata di testarne l’effettiva e differenziata modulazione da parte del pensatore di Pescasseroli.

Ci sono state, certo, lo ribadiamo, isolate spinte in controtendenza, ma crediamo si sia trattato e si tratti di una sfida molto difficile. Una sfida che ci auguriamo ancora aperta.

 

  1. Esemplare appare in questo senso il volume Intellettuali italiani del XX secolo, Roma, Editori Riuniti, 1974. Per una sintesi sul tema ci permettiamo di rinviare al nostro contributo “Cultura” fascista e intellettuali antifascisti. Appunti per una possibile ricognizione, in La forza della libertà. L’antifascismo dall’Aventino alla Seconda guerra mondiale, a cura di P. Chiantera-Stutte e M. Pagano, Pisa, Pacini, 2023, pp. 181-99.
  2. E. Garin, Agonia e morte dell’idealismo italiano, in Id., A. Bausola, G. Bedeschi, M. Dal Pra, M. Pera, V. Verra, La filosofia dal dopoguerra ad oggi, Bari, Laterza, 1975, p. 23.
  3. Cfr. in merito le condivisibili osservazioni critiche di M. Montanari in 1968: i filosofi e la rivoluzione, in Ideologia del Politico, Manduria, Lacaita, 1989, pp. 207-12.
  4. In proposito ci pare utile la lettura di quella sorta di breve “apologo” che è rappresentato da M. Montanari, Di un episodio sconosciuto della storia italiana del Novecento, in Pinocchio e altre favole, Roma, Aracne, 2014, pp. 65-69.
  5. Sul tema ci permettiamo di rinviare al nostro contributo Croce e la sinistra italiana. Dalla caduta del fascismo ai primi anni Settanta, in Filosofia civile e crisi della ragione. Croce filosofo europeo, a cura di A. Musci e R. Russo, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016, pp. 255-70; ma anche all’importante e, a nostro avviso discutibile, recente volume di M. Maggi, Il vuoto alle spalle. Croce, Togliatti e la memoria nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2024, pp. 127-341.
  6. Un esemplare, precedente compendio di esso si ritrova nel volume che raccoglie gli atti del Convegno presso l’Università di Catania del maggio 1982, Benedetto Croce trent’anni dopo, a cura di A. Bruno, Bari, Laterza, 1983.
  7. Risulta esemplare in tal senso la sostanzialmente isolata ricerca di M. Montanari dal Saggio sulla filosofia politica di Benedetto Croce, Milano, F. Angeli, 1987 (e ancor prima dal I capitolo, La rifondazione della ragione storica in Benedetto Croce, di Crisi della ragione liberale, Manduria, Lacaita, 1983, pp. 19-80) a La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 3-21; fino a uno studio come lo stesso Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, in Il pensiero politico europeo (1945-1989), a cura di S. Mastellone, Firenze, CET, 1994, pp. 148-60.
  8. È il caso del volume Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, a cura di M. Ciliberto, Roma, Editori Riuniti, 1993. In tal senso fra i saggi raccolti è opportuno richiamare, oltre a quello, preliminare, di Garin (Gentile e Croce interpreti di Marx, pp. 3-12); e a quello di Ciliberto (Filosofia e autobiografia in Croce, pp. 16-36); i contributi di M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto. Per una interpretazione del liberalismo di Croce (ivi, pp. 33-116); dello stesso Montanari, Il primato del “fare” e la “religione della libertà” in Benedetto Croce (ivi, pp. 113-43); e pure il testo, segnato, comunque, dalla tradizione dello storicismo “problematico”, di G. Cacciatore, Il concetto di vita in Croce (ivi, pp. 145-80). Si tratta di ricerche alle quali dovremo, appunto, fare ulteriore riferimento. Ciliberto riprenderà e amplierà il filo di un simile lavoro curando il fondamentale Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2016.
  9. G. Sasso, Per invigilare me stesso. I taccuini di lavoro di Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 1989, pp. 9-10.
  10. G. Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, Morano, Napoli, 1975; ma bisognerebbe richiamare anche, almeno, La “Storia d’Italia” di Benedetto Croce. Cinquant’anni dopo, Napoli, Bibliopolis, 1979; e il primo volume del ’94, dedicato al pensatore di Pescasseroli, di Filosofia e idealismo.
  11. Sempre più centrale si è fatta avanti negli studi l’immagine di Croce quale, appunto, pensatore della crisi della civiltà europea e della sua coscienza. Cfr. a tal proposito, fra gli altri, S. Cingari, B. Croce e la crisi della civiltà europea, vol. II, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003; Id., Dietro l’autonarrazione. B. Croce tra Stato liberale e Stato democratico, Milano, Mimesis, 2019; A. Chielli, La vita e il vivere. Croce nella crisi della cultura europea, Lecce, Pensa Multimedia, 2004; i testi raccolti da M. Ciliberto in Croce e Gentile: biografia, filosofia, Pisa, Edizioni della Normale, 2021; D. Conte, Storia universale e patologia dello spirito. Saggio su Croce, Bologna, il Mulino, 2009; B. De Giovanni, Libertà e vitalità. B. Croce e la crisi della coscienza europea, Bologna, il Mulino, 2019; e i saggi raccolti in Filosofia civile e crisi della ragione, op. cit.
  12. P. D’Angelo, Benedetto Croce. La biografia, Vol. I, Gli anni 1866-1918, Bologna, il Mulino, 2023.
  13. P. D’Angelo, Il ritorno dell’interesse per Croce (1980-1990), in «Cultura e scuola», 116, 1991, pp. 142-43.
  14. Per un’acuta panoramica storica d’insieme cfr. L. Paggi, La strategia liberale della Seconda Repubblica. Dalla crisi del PCI alla destra di governo, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, a cura di L. Paggi e F. Malgeri, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 59-123.
  15. La sottolineatura dei caratteri di tale impresa in Croce, posta in alternativa proprio ai motivi, che venivano avanti, della “rivoluzione neoconservatrice”, fu tentata da M. Montanari soprattutto in Crisi della ragione liberale, cit.; ma anche in Tra liberalismo e “Welfare State”. Due momenti dell’ideologia italiana del ’900, in Ideologie del Politico, op. cit., pp. 237-62.
  16. Cfr. soprattutto i volumi: La filosofia di Benedetto Croce, Firenze, Ponte alle Grazie, 1989; La logica di Croce e altri scritti, Napoli, Bibliopolis, 1994; L’Italia che non muore. La politica di Croce nella crisi nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2001; ma anche molti dei materiali raccolti in La formazione della classe dirigente. Studi sulla filosofia italiana del Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2003; in Archetipi del Novecento. Filosofia della prassi e filosofia della realtà, Napoli, Bibliopolis, 2011; e, infine, in Machiavelli e il bisogno di Stato e altri saggi di politica e filosofia, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017, pp. 105-53. Dovremmo accennare più avanti a diversi di questi testi. Sul rapporto di Garin con Croce cfr. M. Maggi, Garin e il confronto con Croce, in Archetipi del Novecento cit., pp. 169-86; M. Mustè, La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di Eugenio Garin, a cura di G. Vacca e S. Ricci, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2011, pp. 323-39; C. Cesa, Eugenio Garin tra Croce e Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», V, 2009, pp. 299-339.
  17. Armando Brissoni era il direttore responsabile della rivista «La Critica Politica».
  18. M. Maggi, Nuove prospettive per Croce? Parliamone, in «La critica politica», 3, 1990, p. 15.
  19. Ivi, p. 16.
  20. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 938.
  21. Cfr. S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  22. Si pensi, per fare un solo esempio, alle perduranti affermazioni presenti nei testi di interlocuzione con Il mondo magico di Ernesto De Martino apparsi nel ’48 (il più ampio articolo Intorno al magismo come età storica si trova ricompreso in B. Croce, Filosofia e storiografia, Bari, Laterza, 1949, pp. 195-208). Per due punti di vista molto differenti in merito cfr., da un lato, G. Sasso, Ernesto De Martino. Fra religione e filosofia, Napoli, Bibliopolis, 2001, pp. 253-83; da un altro, i lavori di F. Izzo, Natura e Storia: “Il mondo magico” di Ernesto De Martino, in «La Politica», 1, 1986, pp. 53-68; e Crisi della presenza e riscatto magico-religioso, in «Nostos», 6, 2022, pp. 95-114; nonché l’introduzione di M. Massenzio, Un pensiero inquieto, alla nuova edizione einaudiana, del 2022, dello stesso Il mondo magico.
  23. Di recente, su questa tematica si è soffermato lo stimolante contributo di B. De Giovanni, Libertà e vitalità, op. cit. (svolgendo un discorso che, fondandosi su una veduta originalmente hegeliana, evita di eccedere nell’enfatizzare unilateralmente, però, la “ripresa” di Hegel da parte dell’ultimo Croce).
  24. Al riguardo cfr. anche G. Galasso, Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1969.
  25. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 541.
  26. Ibidem.
  27. G. Cotroneo, Benedetto Croce dall’etica all’etica, in Croce quarant’anni dopo, a cura dell’Istituto Nazionale di Studi Crociani, Chieti, Ediars, 1993, p. 239.
  28. G. Cacciatore, Storia etico-politica e storia della cultura in Benedetto Croce, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 211-39.
  29. C. Ocone, Sul concetto di “interesse” nel Croce giovane (e in quello maturo): un’ipotesi di lavoro, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 305-16.
  30. Pagine esemplari del confronto di Matteucci con Croce sono, poi, state fuse in Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Bologna, il Mulino, 1972 (in particolare, quelle dovute allo studio B. Croce e la crisi dell’Europa, in «Il Mulino», 1, 1967, pp. 84-104); e poi dobbiamo ricordare gli scritti La filosofia della politica di Benedetto Croce, in Tradizione e attualità della filosofia della pratica, a cura di E. Berti, Genova, Marietti, 1988, pp. 95-108; Il filosofo dei distinti, in B. Croce. Una verifica. Testi di Giulio Carlo Argan, Norberto Bobbio, Natalino Sapegno, Giuseppe Galasso, Antimo Negri e molti altri, Roma, L’Opinione, 1978, pp. 74-76; Omaggio a Croce. Una filosofia politica del liberismo, in Il liberismo nel XXI secolo. Atti del Convegno Internazionale della Fondazione “Amici di Liberal”, Roma, Atlantide, 1997, pp. 71-75; Croce, la grande guerra e la crisi dell’Europa, in «Nuova Storia Contemporanea», 3, 1999, pp. 35-52. Cfr. sul tema, P. Vinceri, Nicola Matteucci, un liberale di oggi, in «Biblioteca della libertà», 142, 1997, p. 68; G. Cotroneo, Teoria e pratica del liberalismo, in Il liberalismo di N. Matteucci, a cura di T. Bonazzi e S. Testoni Binetti, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 15-35; M. Griffo, Il discepolo di F. Chabod, in Il liberalismo di N. Matteucci, op. cit., pp. 105-21; ma per certi aspetti ci permettiamo di rinviare al nostro Tra autonoma e traducibilità. Nicola Matteucci interprete di Antonio Gramsci, Milano, Mimesis, 2022, pp. 7-18.
  31. Cfr. N. Matteucci, Omaggio a Croce. Una filosofia politica del liberalismo, op. cit.; Croce, la grande guerra e la crisi dell’Europa, op. cit.
  32. Esemplare è il suo volume Le origini del pensiero di Benedetto Croce, Firenze, La Nuova Italia, 1951; cfr. R. Martorano, Estetica e teoria della storiografia: note su Mario Corsi interprete della prima filosofia di Benedetto Croce, in «Giornale critico della filosofia italiana», 3, 2008, pp. 506-19.
  33. N. Matteucci, Croce e la storia d’Europa, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 333-41.
  34. Ivi, p. 337.
  35. M. Corsi, Croce e il liberalismo europeo, in Croce quarant’anni dopo, op. cit., pp. 341-50.
  36. Ivi, p. 346.
  37. R. Franchini, Premessa, in Id., G. Lunati, F. Tessitore, Il ritorno di Croce nella cultura italiana, Milano, Rusconi, 1990, p. 5.
  38. Cfr., tra l’altro, R. Franchini, Croce interprete di Hegel, Napoli, Giannini, 1964; Id., La teoria della storia di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966; Id., Intervista su Croce, a cura di A. Fratta, Napoli, SEN, 1978.
  39. R. Franchini, Premessa cit., pp. 5-6.
  40. Cfr. R. Franchini, Il significato della filosofia di Croce, in Il ritorno di Croce nella cultura italiana, op. cit., p. 15.
  41. F. Tessitore, Sulla storiografia di Benedetto Croce, in Il ritorno di Croce nella cultura italiana, op. cit., pp. 31-56.
  42. P. Bonetti, L’etica di Croce, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 27.
  43. Ivi, p. 43.
  44. Cfr. il già richiamato Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit.
  45. Cfr. esemplarmente, R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Torino, Einaudi, 2010; alla cui menzione si dovrebbe aggiungere quella di determinate altre ricerche affiliabili alla cosiddetta linea dell’Italian Thought (cfr., fra gli altri, C. Claverini, La tradizione filosofica italiana, Macerata, Quodlibet, 2021).
  46. Ciliberto si era già occupato di Croce, accennando alcuni motivi destinati a tornare, in Approssimazione alla “Storia come pensiero e come azione”, in Id., Filosofia e politica nel Novecento italiano. Da Labriola a “Società”, Bari, De Donato, 1982, pp. 250-62; e soprattutto nel saggio del 1983 Malattia/sanità. Momenti della filosofia di Croce fra le due guerre, ora in Id., Figure in chiaroscuro. Filosofia e storiografia nel Novecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2001, pp. 243-83. Certuni spunti saranno poi ripresi anche in Croce, Gentile, l’amicizia, in Italia laica. La costruzione della libertà dei moderni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012, pp. 67-96. Sul tema dell’autobiografia in Croce e delle sue perturbazioni interne sono almeno da segnalare le osservazioni presenti in D. Conte, Storia universale e patologia dello spirito. Saggio su Croce, op. cit.; la monografia di A. Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce, Macerata, Quodlibet, 2018; e il bel saggio di G. Cacciatore, Croce e l’autobiografia, in Id., Filosofia pratica e filosofia civile nel pensiero di Benedetto Croce, op. cit., pp. 93-103. Sul piano della riflessione prettamente politica il riferimento torna di nuovo al recente volume di S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  47. Basti ricordare M. Mustè, La filosofia dell’idealismo italiano, Roma, Carocci, 2008; Id., Croce, Roma, Carocci, 2009; Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi, Roma, Aracne, 2011; ma anche il lavoro, collocato proprio all’avvio del decennio in esame, Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1990; e il saggio Benedetto Croce e il problema del diritto, in «Novecento», 3, 1992, pp. 60-72. In quest’ultimo testo Mustè ha puntato a esibire l’asimmetria (il «tratto illiberale» lamentato da più parti) recata, entro la veduta generale crociana, della soluzione consistente nel ridurre il diritto all’utile: «La riduzione del diritto all’utile – conclude Mustè – comporterebbe, quindi, almeno nelle intenzioni crociane, la soluzione della plurisecolare dicotomia tra utilitarismo e giusnaturalismo: ambedue le impostazioni si rivelerebbero, così, unilaterali, ma le loro interne ragioni verrebbero, nondimeno, accolte e tesaurizzate dalla filosofia della pratica. L’esigenza di un’autonomia del momento individuale è messa a frutto nella sfera economica; mentre l’istanza dell’ideale e dell’universalità trova soddisfazione nel superiore ambito morale: il nesso che congiunge le due categorie, cioè la volontà in tutta la sua estensione, garantirebbe, infine, il conseguimento di quella koiné cercata invano dalla filosofia hegeliana. Eppure, la critica del “dualismo” (che emerge, dunque, come il tratto saliente della posizione di Croce nei confronti delle teorie giuridiche) rischia di aprire una serie non secondaria di nuovi e incontrollati “dualismi”: da quello tra il “diritto” e le “leggi” (onde le leggi vengono rabbassate a pseudoconcetti), e quindi tra il diritto e i diritti, all’altro, non meno serio dualismo, tra il “diritto” come categoria spirituale e la “politica”: la quale, allorché intende manifestarsi, come nei Frammenti di etica, all’interno della dimensione economica, non può che apparire piegata, essa sì, all’unica legge della forza, dell’utile fine a sé stesso, smarrendo ogni rapporto tanto con il puro diritto quanto con la moralità. Il tratto “illiberale” – tante volte segnalato dagli interpreti – della concezione giuridica di Croce viene alla luce proprio in tale mancato, e al fondo impossibile, passaggio dal “diritto” ai “diritti”: o, meglio, dal “diritto” allo “stato di diritto”» (ivi, pp. 72-73).
  48. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 93.
  49. Cfr. M. Mustè, Croce, op. cit., pp. 112-15.
  50. Ivi, p. 108.
  51. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 115.
  52. Ivi, pp. 114-15. Su certe graduali aperture di Croce allo scenario democratico, ritenute da registrare opportunamente, si soffermerà un altro studioso quasi ortodossamente crociano come Vittorio Stella nel suo felice e coinciso “medaglione” del ’94, fissando anch’egli il ruolo periodizzante del primo conflitto bellico e così argomentandolo: «Nello svolgimento della riflessione sulla pratica la modificata posizione politica di Croce coincide con l’inflettersi della considerazione filosofica della politica. Si spiega, per questa via, la minore insistenza e intensità, che si verifica nel terzo decennio del secolo, dell’avversione alla democrazia, pur nel permanere di un radicale antiegalitarismo e antigiacobinismo. L’ideale della libertà come la creatività medesima dello spirito, che trova in storicamente determinati e mai rigidi ordinamenti le situazioni favorevoli al suo esplicarsi, lo dissuade gradatamente dal pensare, con la stessa sicurezza di prima, la libertà politica e la democrazia quasi termini antitetici. Diventa così possibile un progressivo avvicinamento alla valutazione delle forme e degli istituti liberali come tale che la loro attuabilità e il loro funzionamento trovino protezione e condizioni di svolgimento relativamente migliori in ordinamenti giuridici retti da principi democratici. Ciò sebbene l’“accadimento” della prima guerra mondiale, divenuto ormai anche per lui l’orizzonte principale del riferimento contemporaneo per i mutamenti apportati, ben poche volte abbia testimoniato a favore della generalizzabilità di questo auspicato avvio, ad onta della vittoria delle potenze occidentali dove gli ordinamenti parlamentari democratici erano già in vigore» (V. Stella, Benedetto Croce, Genova, L’Arcipelago, 1994, pp. 64-65).
  53. Cfr. S. Cingari, Dietro l’autonarrazione, op. cit.
  54. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto, op. cit., p. 116.
  55. Ivi, pp. 115-16.
  56. M. Montanari, La libertà e il tempo. Osservazioni sulla democrazia tra Marx e Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 3-21 (La “filosofia della prassi”. Da Croce a Hegel).
  57. Ivi, p. 7. Il riferimento gramsciano corre al § 41 del Quaderno 10.
  58. M. Montanari, Il “primato del fare” e la “religione della libertà” in Benedetto Croce, op. cit., p. 141.
  59. «Accanto alla dimensione spirituale e creativa dell’agire sta, dunque – scrive Montanari –, l’opera del volgo. E questo suo operare a rendere il volgo componente insopprimibile e partecipe della creatività della storia, anche se in forma limitata e subalterna. La storia, comunque (questo è il senso ultimo delle considerazioni crociane), non è solo opera dello “spirito” ma anche del volgo. Nel mondo moderno lo spirito non può più procedere senza l’opera del volgo: il volgo resta e non può mai essere distrutto. La Kultur non può sopravvivere senza la Zivilisation; ha bisogno di questa per potersi riprodurre come “aristocrazia”» (ivi, p. 122).
  60. Ci riferiamo al saggio M. Montanari, Benedetto Croce e Thomas Mann, in Id., Politica e storia. Saggi su Vico, Croce e Gramsci, Bari, Publierre, 2007, pp. 101-23.
  61. Cfr. L. Paggi, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., pp. 155-56. Il riferimento corre a L. Paggi, Le strategie di potere in Gramsci, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. XVI-XVII.
  62. M. Montanari, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., p. 159.
  63. M. Montanari, Croce e Einaudi, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit., pp. 704-11.
  64. M. Montanari, Il liberalismo dell’“ultimo” Croce, op. cit., p. 163.
  65. M. G. Riccobono, La politica tra autonomia ed eteronomia in Benedetto Croce, in L’ordine eccentrico. Ricerche sul concetto di ordine politico, a cura di R. Cubeddu, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1953, p. 423.
  66. Nell’esperienza della cosiddetta “scuola di Bari”, ad eccezione dei contributi di A. Leone De Castris, che però sembrano, invero, esorbitare dal suo ambito perché segnati da un certo dellavolpismo (cfr. Croce, Lukàcs, Della Volpe, Bari, De Donato, 1948; e Id., Egemonia e fascismo, Bologna, il Mulino, 1981, pp. 133-71), non si segnalarono, infatti, contributi prettamente dedicati a Croce, a parte le pagine, straordinariamente nitide, di B. De Giovanni in Il revisionismo di B. Croce e la critica di Gramsci all’idealismo di Stato, in «Lavoro critico», 1975, pp. 131-66. De Giovanni, la cui ricerca fu segnata in molti passaggi dall’influenza di Gentile, riprese il colloquio con Croce nel tardo Libertà e vitalità, op. cit.
  67. M. Maggi, La filosofia di Benedetto Croce, Firenze, Ponte alle Grazie, 1989.
  68. M. Maggi, Lo storicismo assoluto e l’ideologia sociale, in Id., La logica di Croce e altri saggi, Napoli, Bibliopolis, 1994, p. 63.
  69. Cfr. esemplarmente A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Milano, Rusconi, 1978; Giovanni Gentile. Per un’interpretazione filosofica della storia contemporanea, Bologna, il Mulino, 1990.
  70. Cfr. esemplarmente B. De Giovanni, Il Marx di Gramsci, in B. De Giovanni, G. Pasquino, Marx dopo Marx, Bologna, Cappelli, 1985, pp. 5-30; B. De Giovanni, Alle origini della democrazia di massa, Napoli, Editoriale Scientifica, 2021, pp. 53-68; Id., Marx filosofo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2018.
  71. Oltre al saggio inserito nel volume collettaneo a cura di Bonetti del ’98, Per conoscere Croce, titolato, appunto, Croce o della riconquista della realtà; cfr., in particolare, lo studio Filosofia del Novecento: un confronto di archetipi, in Archetipi del Novecento, op. cit., pp. 41-75. L’interpretazione di Gramsci in tal senso era già stata avanzata da Maggi, fra l’altro, in La filosofia della rivoluzione. Gramsci, la cultura e la guerra europea, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2008 (ma le radici di tale lettura sono da far risalire allo scritto del ’92, di interlocuzione con J. Ranke, Storicismo e marxismo di Gramsci, raccolto in La Logica di Croce e altri saggi, op. cit., pp. 199-212). Per una convincente critica cfr. Ancora una risposta di Montanari a De Giovanni in Sentieri interrotti. Lettere sul Novecento, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2011, pp. 115-16.
  72. A. Bruno, Croce e le scienze politico-sociali, Firenze, La Nuova Italia, 1975.
  73. A. Bruno, La crisi dell’idealismo nell’ultimo Croce, Bari, Laterza, 1964.
  74. Cfr., appunto, G. Sasso, B. Croce. La ricerca della dialettica, op. cit., pp. 424-715; ma anche, fra gli altri, B. Visentin, B. Croce, la riflessione su Marx e l’organizzazione categoriale dell’“utile” in Croce e il marxismo un secolo dopo, a cura di M. Griffo, Napoli, Editoriale Scientifica, 2004, pp. 11-123.
  75. F. Tessitore, La critica della sociologia, prima pubblicato nel volume Croce e la sociologia a cura di M. Losito, Napoli, Morano, 1995, e ora raccolto in La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012, pp. 43-55, ove sono presenti anche gli altri testi menzionati. Nel volume a cura della Losito si evidenziavano, fra gli altri, un contributo della stessa curatrice (Il dibattito napoletano sulla sociologia del 1909 e Croce, pp. 121-37); quello di G. Cacciatore (Scienze dello spirito e conoscenza storica. Croce, Dilthey, Rickert, pp. 33-59); quello di C. Mongardini (Il dibattito fra Croce e Pareto. Individualismo e sociologia. Alcuni scenari interpretativi, pp. 105-21); e in ultimo quello di D. Coli (Il “provinciale” Benedetto Croce, pp. 75-105). Ai fini del nostro discorso quest’ultimo studio merita di essere valorizzato per l’utile contributo alla decostruzione del mito dell’“egemonia” crociana; dato che di essa si può parlare, a nostro avviso, solo rispetto agli inizi del secolo scorso e, poi, ad alcuni risultati del primissimo dopoguerra; al netto della questione più generale della vocazione del ruolo effettivo di leader egemonico di “Papa” del revisionismo europeo, di corrispettivo teorico dell’americanismo, assegnato lucidamente da Gramsci, in alcuni luoghi dei Quaderni, al filosofo di Pescasseroli (cfr. in merito M. Montanari, Introduzione all’antologia dei Quaderni da lui curata Pensare la democrazia, Torino, Einaudi, 1997, pp. XXXIX-XLIII; e l’Introduzione ad A. Gramsci, La questione mondiale, Bari, Palomar, 2007, pp. 41-43). “Mito” che, aggiungiamo, a un’attenta considerazione storica, si rivela per molti versi privo di fondamento effettuale anzitutto per quanto attiene la vicenda accademica.
  76. F. Tessitore, Religione e modernità, in La ricerca dello storicismo. Studi su Benedetto Croce, Bologna, il Mulino, 2012, p. 332.
  77. B. Troncarelli, Diritto e filosofia della pratica in Benedetto Croce 1900-1952, Milano, Giuffrè, 1995.
  78. G. Zarone, Classe politica e ragione scientifica. Mosca Croce Gramsci, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1990, pp. 163-96.
  79. M. Agrimi, Labriola tra Croce e Gentile, in «Giornale critico della filosofia italiana», LXXIII, 1994, pp. 184-223.
  80. G. Bedeschi, Croce e il marxismo, conversazione in Per conoscere Croce, a cura di P. Bonetti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998, p. 27.
  81. N. Bobbio, Croce maestro di vita morale, conversazione in Per conoscere Croce, op. cit., p. 39.
  82. G. Sartori, Studi crociani, vol. II, Bologna, il Mulino, 1997.
  83. G. Sartori, Croce, l’Etica, la Politica, conversazione in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 67-79.
  84. N. Matteucci, Croce, il liberalismo e il cristianesimo, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 57-66.
  85. Cfr. sul tema A. Bruno, Croce e le scienze politico-sociali, op. cit.; F. Focher, Croce e la scienza empirica della politica, in Logica e politica in B. Croce, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. 73-86; Croce e la sociologia, op. cit.
  86. Cfr. esemplarmente N. Matteucci, Il filosofo dei distinti, op. cit.; e in proposito A. Bisignani, Intellettuali e Stato, Firenze, CET, 2015, pp. 65-66.
  87. N. Matteucci, Croce, il liberalismo e il cristianesimo, op. cit., p. 62.
  88. D. Coli, Croce, filosofo europeo, in Per conoscere Croce, op. cit., p. 111.
  89. Ivi, p. 111. Coli cita da B. Croce, La nuova disciplina del pensiero, in Id., Nuove pagine sparse, Bari, Laterza, 1962, p. 156.
  90. E. Paolozzi, La teoria della libertà in Croce, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 259-65.
  91. C. Ocone, Croce, il liberalismo come “fervore” e come amore, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 215-70.
  92. Una simile inflessione si avverte, ci pare, anche nel disegno restituito in C. Ocone, L’interpretazione del pensiero di Benedetto Croce 1975-1992: rassegna di studi crociani, in «Storia, antropologia e scienze del linguaggio», 2-3, 1992, pp. 87-105.
  93. G. Cacciatore, Filosofia della pratica e filosofia pratica in Croce, in Per conoscere Croce, op. cit., pp. 215-30.
  94. Sul complesso del confronto di Cacciatore con Croce ci permettiamo di rinviare al nostro Storicismo e filosofia pratica: G. Cacciatore interprete di Croce, in «Logos», 12, 2018, pp. 131-71.
  95. Gli studi di Cacciatore su Croce si trovano raccolti in Filosofia pratica e filosofia civile sul pensiero di Benedetto Croce, op. cit.
  96. Cfr. M. Maggi, Ma è davvero esistito l’idealismo italiano?, in «Nuova storia contemporanea», 5, 1998, pp. 81-99.
  97. Cfr. l’approdo costituito da S. Cingari, Dopo l’autonarrazione, op. cit.
  98. S. Cingari, Il giovane Croce. Una biografia etico-politica, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000; Alle origini del pensiero ‘civile’ di Benedetto Croce. Modernismo e conservazione nei primi vent’anni dell’opera, Napoli, Editoriale Scientifica, 2002.
  99. S. Cingari, Benedetto Croce e la crisi della civiltà europea, op. cit.
  100. A. Chielli, La vita e il vivere. Benedetto Croce e la “crisi” della cultura europea (1893-1909), op. cit.
  101. A. Chielli, La volizione dell’ideale. “Legge” e “Stato” nella filosofia politica di Benedetto Croce dalla “filosofia della pratica” agli “Elementi di politica”, Lecce, Pensa Multimedia, 2008.
  102. Croce. Il partito politico, a cura di A. Bisignani, Bari, Palomar, 2000.
  103. C. Carini, Benedetto Croce e il partito politico, Firenze, Olschki, 1975.
  104. M. Maggi, L’Italia che non muore. La politica di Croce nella crisi nazionale, Napoli, Bibliopolis, 2001.
  105. Croce e il marxismo un secolo dopo, op. cit.

(fasc. 59, 25 febbraio 2026)

Recensione di Rossella Pace, “Roma, Via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza” (Franco Angeli 2025)

Author di Alberto Aghemo

Antifascismo d’élite. A proposito di Roma, Via Gregoriana 5 di Rossella Pace

Un po’ sommersa, un po’ volutamente omessa dalla storiografia “democratica e popolare”, la storia della cultura e della militanza antifascista liberale e aristocratica sta da qualche tempo ritrovando una sua opportuna collocazione nel panorama del Novecento italiano grazie all’opera tenace e assai documentata di Rossella Pace, che da anni ne va scrivendo sulla base di documenti, testimonianze e carte d’archivio di prima mano. A lei si deve il recente e approfondito saggio che porta il titolo evocativo Roma, via Gregoriana 5. Le élites liberali dall’Aventino alla Resistenza (FrancoAngeli 2025) che, vale ricordarlo, è il quarto studio di una serie dedicata al medesimo ambito tematico e che ha visto uscire in rapida successione le sue precedenti monografie – Una vita tranquilla. Partigiane liberali e I liberali non hanno canzoni (uscite per i tipi di Rubbettino nel 2018, 2020 e 2022): tutti lavori che raccontano una storia “altra”, sia per l’ideale che le muove sia perché trattano vicende prevalentemente declinate al femminile.

Via Gregoriana 5 non fa eccezione: il saggio – che prende il titolo oltre che dagli appartamenti dei Cesarò, dall’indirizzo della Lega teosofica indipendente, che fu uno dei più importanti centri culturali romani di inizio secolo e in seguito snodo di incontri tra aristocratici e intellettuali che alimentarono l’opposizione al regime fascista – inizialmente tratta, infatti, della vita e dell’evoluzione politica del duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, ma lascia, poi, ampio spazio al ruolo che in quell’ambiente culturale e ideale, e più tardi nella Resistenza, ebbero, dopo la scomparsa del duca avvenuta nel 1940, la moglie, Barbara Antonelli, e le figlie Simonetta e Mita.

Ma quella raccontata da Pace non è una storia familiare. È, piuttosto, la storia o, meglio, l’intreccio di storie di un “ambiente”, di una rete associativa e sociale dell’aristocrazia romana di radicata cultura liberale che si sviluppa e si ricompone negli anni del primo dopoguerra e che, dopo l’ascesa del fascismo e l’esperienza dell’Aventino, matura una posizione profondamente avversa al regime, impegnandosi a contrastarlo: prima a livello culturale e poi, dopo l’armistizio e l’occupazione nazifascista di Roma, nella Resistenza militare e civile.

Quello delle élite e delle loro reti è tema assai caro alla saggistica di Pace, che si sviluppa e cresce attraverso l’analisi del fitto intrecciarsi di relazioni personali, familiari, intellettuali e culturali che muove dai salotti della Capitale e dai grandi palazzi patrizi per lambire, in un percorso di contatti sempre più complessi, il Quirinale e la Santa Sede, traducendo progressivamente un’istanza culturale in un’azione che si sarebbe trasformata, durante la guerra, in lotta politica clandestina oltre che in originale elaborazione intellettuale.

L’antefatto di questa complessa stagione politica e intellettuale si ritrova nella formazione del primo protagonista di questo racconto corale, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, nobile romano di origini siciliane, esponente del Partito radicale con una forte connotazione antigiolittiana – era nipote di Sidney Sonnino – e una prima adesione al nazionalismo, tuttavia temperato dalla cultura liberale nella quale si riconosceva. Eletto in Parlamento nel 1909, a soli 25 anni, negli anni Venti ricopre la carica di Ministro per le Poste i telegrafi nel primo governo Facta e poi nel primo gabinetto di Mussolini, sino al febbraio del 1924. Massone e cultore dell’antroposofia – come già Giovanni Amendola e molti intellettuali e aristocratici del tempo, attratti dall’esoterismo e dalla filosofia steineriana –, nella primavera del 1924 Colonna di Cesarò matura, dopo una breve simpatia nei confronti dei fasci di combattimento, una forte avversione nei confronti di Mussolini. Rompe decisamente con il nascente regime con un discorso durissimo nei confronti del fascismo che, sull’onda della denuncia di Matteotti del precedente 30 maggio, tiene alla Camera il 4 giugno nel 1924, ovvero una settimana prima nell’assassinio del segretario del PSU.

Quella data segna un punto di non ritorno: Colonna di Cesarò lascia l’esecutivo ed entra a tutti gli effetti delle file dell’antifascismo, divenendo uno degli animatori della secessione dell’Aventino, nella quale rappresenta il partito, di cui era stato cofondatore, di Democrazia sociale. A certificare il suo antifascismo interviene da lì a poco la stretta sorveglianza alla quale viene sottoposto dal regime a partire dal 1925 e che gli vale la matricola 30133 del Casellario politico centrale dello Stato.

L’anno successivo la sua vicenda personale si incrocia con un evento che segna uno degli atti più estremi contro Mussolini, che tuttavia il regime saprà prontamente reprimere, traendone anzi opportunità e motivazioni per una stretta ancor più liberticida con l’emanazione delle leggi fascistissime. Colonna di Cesarò vi è coinvolto suo malgrado, per la chiamata di correità di Violet Gibson, la nobildonna irlandese, che la mattina del 7 aprile del 1923 (lo stesso giorno della morte, in esilio, di Giovanni Amendola), in Campidoglio spara a Mussolini ferendolo di striscio al naso. L’attentatrice è persona mentalmente squilibrata e rilascia deposizioni contraddittorie, alternando al mutismo affermazioni incoerenti. E tuttavia, pressata dagli inquirenti che sono alla ricerca di un movente politico per il gesto, non esita a fare il nome del duca come colui che l’avrebbe indotta all’attentato e le avrebbe armato la mano. Le accuse della Gibson non trovano conferma nelle indagini, ma certamente contribuiscono a stringere la sorveglianza nei confronti di Colonna di Cesarò. Il quale peraltro, negli anni successivi, non esita a sostenere Lauro De Bosis nell’avventura dell’Alleanza Nazionale, rete associativa fondata a Roma nel 1928. Tre anni più tardi, assieme a Umberto Zanotti Bianco, il duca collabora alla realizzazione del gesto eroico nel novello Icaro, che muore pilotando l’aereo dal quale, il 3 ottobre nel 1931, aveva lanciato 400mila manifestini antifascisti su Roma.

Cesarò muore nel 1940 ma la sua eredità morale e politica gli sopravvive. Come sottolinea Rossella Pace, il “seme sotto la neve” della sua opera di fondatore e animatore di una rete liberale avrebbe dato i suoi frutti a partire dal 1942 grazie alle donne di casa Colonna di Cesarò. La moglie e le due figlie del duca, infatti, avrebbero svolto un’intensa attività di organizzazione clandestina nella Roma occupata dai tedeschi conoscendo il confino, il carcere, la fame e ogni genere di privazione fino alla liberazione della Capitale nel giugno del 1944.

È a questo punto che la ricostruzione storica assai ben documentata di Rossella Pace si fa particolarmente originale e preziosa, arricchendosi di originali osservazioni sullo sviluppo delle “gilde femminili”, nate sul modello della massoneria e in qualche modo eredi delle antiche confraternite e corporazioni di mestiere. Sviluppando un’area tematica già brillantemente trattata nelle sue opere precedenti, l’Autrice racconta le origini di questo movimento aristocratico emancipazionista femminile che prende le mosse già da fine Ottocento grazie a personalità straordinarie quali Lavinia Taverna, Amelia Rosselli, Virginia Nathan-Mieli, Etta De Viti De Marco, Bice Tittoni.

La rete si consolida negli anni successivi grazie alle fitte relazioni che si intrecciano nei salotti di palazzo Taverna e negli appartamenti di casa Cesarò, in via Gregoriana 5. Non si tratta di mera mondanità, e ne fa fede la stretta vigilanza attuata dal regime in occasione di quegli incontri, nei quali si organizzavano le trame di collaborazioni che si sarebbero sviluppate poco più tardi, con la corona, e in particolare con Maria Josè di Savoia, con il Vaticano, grazie all’efficace mediazione del Sostituto di Stato Giovan Battista Montini e con l’esercito alleato, per il tramite dell’OSS (Office of Strategic Services), al cui interno operava l’Organizzazione resistenza italiana (ORI) diretta da Raimondo Craveri, marito di Elena Croce.

Oltre che nei salotti romani, la cultura democratica liberale trova dei punti di aggregazione preziosi nella penisola sorrentina: a Villa Tritone, dove Benedetto Croce e la famiglia si trasferiscono stabilmente nel 1943 a causa dei bombardamenti su Napoli, e a La Rufola, dove la marchesa Giuliana Benzoni apre quel porto sicuro a Gaetano Salvemini, Umberto Zanotti Bianco, Ugo La Malfa, Luigi Albertini e a molti altri intellettuali perseguitati dal fascismo.

Particolarmente vivida ed efficace, nella ricerca di Pace, è la ricostruzione dell’occupazione di Roma, accuratamente documentata attraverso le carte dell’Archivio Privato Fabio Grassi, che offrono uno spaccato inedito della drammatica stagione che precede la Liberazione e testimoniano quanto a Roma la vita fosse dura, in balia delle SS e della banda Koch.

Di particolare interesse sono, in quei mesi, gli eventi che si coagulano intorno a San Gregorio al Celio, dove una parte del monastero, che già aveva ospitato la Scuola superiore fascista, viene adibita a carcere. Qui vengono internate personalità molto in vista della Roma del tempo: nobildonne come la marchesa Ippolita Solaro del Borgo o la contessa Sandra Spalletti, l’ammiraglio Bruno Brivonesi con la moglie inglese, il senatore Roberto Bergamini. In un simile contesto, che diviene particolarmente critico dopo l’attacco gappista al battaglione Bozen in via Rasella del marzo del 1944, risulta preziosa l’opera di mediazione svolta dalla Santa Sede, come emerge dal fondo Commissione Soccorsi dell’Archivio Apostolico Vaticano, che offre una documentazione inedita quanto illuminante sui rapporti tra il Vaticano e i patrioti nella “Città Aperta” durante l’occupazione tedesca.

Dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine, dove trova la morte anche Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, la contessa Barbara Antonelli in Colonna di Cesarò si rivolge direttamente al Santo Padre, pregandolo di intercedere per la sorte delle due figlie Simonetta (che già aveva patito il confino per ordine di Mussolini) e Mita, detenute alle Mantellate con i rispettivi fidanzati, a Regina Coeli, il conte Galeazzo Visconti di Modrone e il conte Umberto Corti, ambedue di famiglia milanese. Nonostante la polizia repubblichina continuasse a vessare con estenuanti interrogatori la “banda di via Gregoriana”, la Santa Sede si impegnò molto per far sì che la situazione delle sorelle Cesarò si risolvesse nel migliore dei modi. Il successivo 4 giugno l’ingresso in Roma della V armata del generale Clark metteva fine a quell’incubo, pur con una tragica coda di sangue.

Nella ricostruzione di Pace, la conclusione del drammatico periodo dell’occupazione della Capitale rimane significativamente contrassegnata dall’intervento della rete aristocratica antifascista liberale e dalla sua triangolazione con il Vaticano, che consentì di arginare la violenza degli invasori e di organizzare la resistenza contro di essi. In quei nove mesi di assedio, conclude l’Autrice, era esistita

quella che potremmo definire un’altra Roma. Una Roma clandestina sotterranea, la città della resistenza morale e della solidarietà nei confronti degli antifascisti ricercati e degli ebrei che venivano nascosti come meglio si poteva in case di amici, in conventi, chiesa o monasteri. Una città che collaborava senza sosta con le organizzazioni caritatevoli sia laiche che cattoliche.

Merito non ultimo di Roma, via Gregoriana 5, è averci descritto una città in cui le donne dell’aristocrazia, già a partire dalla fine dell’Ottocento, avevano intessuto una rete che si era andata consolidando nel tempo e che nel momento del bisogno aveva agito con efficacia, preparando, nonostante le indelebili ferite inflitte alla “Città Aperta”, il terreno alla rinascita nazionale.

 

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

Recensione di Benedetto Croce, “Goethe”, a cura di D. Conte, Ed. Nazionale (Bibliopolis 2024)

Author di Davide Membrini

Con la recente pubblicazione dei due volumi di Goethe. Con una scelta delle liriche nuovamente tradotte presso la casa editrice Bibliopolis si è giunti al trentacinquesimo titolo delle Opere di Benedetto Croce nella loro Edizione Nazionale. I volumi, a cura di Domenico Conte – autore, tra l’altro, della nota in coda al testo –, sono corredati da apparati critici curati da Chiara Cappiello, in modo da permettere allo studioso di risalire alle prime edizioni dei diversi saggi, di ripercorrere con piglio filologico le varianti strutturali e stilistiche intercorse tra la prima edizione del 1919, in un volume, e la quarta, in due volumi, del 1946, e inoltre, grazie agli indici dei riferimenti e delle citazioni, di conoscere i testi, le edizioni e le pagine delle opere, goethiane e non, presenti sullo scrittoio del filosofo.

Come osservato da Conte nella sua nota, la prima caratteristica della riflessione di Croce sul poeta tedesco è quella di apparire stratificata, e stratificata da molteplici punti di vista: cronologico certamente, ma anche strutturale e contenutistico. Gli scritti originari della prima edizione del ’19 vengono, infatti, successivamente affiancati dai Nuovi saggi sul Goethe della terza edizione del ’38 e dai Terzi Saggi della quarta. Segnale, questo, che l’attenzione per Goethe rappresenta una costante nella vita del filosofo napoletano; egli è appunto presente nei giorni tormentati della Prima guerra mondiale, ma lo è anche «nel più triste tempo del regime di oppressione e di vergogna in cui l’Italia era caduta» (I, p. XII), il tempo del regime fascista, e in quello della Seconda guerra mondiale e delle «stragi, torture, deportazioni di italiani, rapine dei frutti del nostro lavoro» (ibidem) a opera della Germania nazista. Nelle pagine di un poeta «esperto quanto altri mai in ogni forma di umanità» (I, p. IX) Croce ritrova quindi «lenimento e rasserenamento» (ibidem), una condizione d’animo fertile e aperta al lavoro critico e concettuale. Il carattere lenitivo della poesia di Goethe è, inoltre, alla radice della scelta di Croce di tradurre una parte delle sue liriche – traduzioni largamente presenti tanto nel primo quanto nel secondo volume –, della voglia, cioè, «di carezzare la poesia che ci ha recato piacere: di carezzarla coi suoni della lingua che ci è nativa o familiare» (I, p. X), nonostante l’autore ribadisca l’idea dell’«assoluta impossibilità» (ibidem) delle traduzioni. Ritorneremo sul tema più avanti.

Bisogna per il momento evidenziare come il carattere terapeutico di cui parla Croce non sia quello superficiale e passeggero della distrazione, dello svago, del divertissement; non si tratta di un fenomeno epidermico. L’arte di Goethe non offre unicamente il sollievo della perdizione nel bello – quasi in odore di narcosi –, ma dona piuttosto la chiarezza morale necessaria a una vera e propria guarigione. In un’Europa funestata dal nazionalismo, da filosofie attivistiche e irrazionaliste, dal culto pseudo-scientifico della razza e da ciò che, in ultima istanza, separa gli uomini e li divide, Croce decide al contrario di rivolgersi a ciò che li affratella e li unisce; di rivolgersi al poeta della Weltliteratur, la letteratura universale, l’uomo la cui «virtù tranquilla» (I, p. 2) intrisa di saggezza, equilibrio, moderazione e «di tutto ciò che si suole irridere come “borghese”» (ibidem) rappresenta l’esatto opposto dell’estremismo fanatico dei romantici, dei mistici e dei «cultori del “superuomo”» (I, p. 4).

Il lavoro critico-letterario sul corpus goethiano assume allora le sembianze di un intervento di chirurgia: si tratta di sezionarlo interamente, liquidando quanto merita di essere liquidato – produzioni errate sarebbero, a giudizio di Croce, i “drammi della rivoluzione” e quelli psicologico-morali Die Geschwister, Clavijo e Stella – e sgravando il restante dai travisamenti della critica e dalla sterile erudizione sedimentatasi negli anni, restituendo ai testi il loro più genuino potenziale.

A questo proposito, è in primo luogo necessario per Croce rigettare uno dei più diffusi pregiudizi di un’epoca distorta dalle passioni politiche, quello cioè per cui un italiano non dovrebbe leggere un tedesco, un compatriota di quelli che Croce stesso – nel 1944 – definisce gli «odierni barbari» (I, p. XII). A una tale affermazione il filosofo ribatte: «Non mai come in questa occasione ho veduto rifulgere in me la spesso disconosciuta verità di filosofia del linguaggio: che la parola è creazione sempre nuova e propria della personalità del parlante» (ibidem), e di conseguenza «la lingua in cui sono scritte le opere di Goethe non è tedesca, ma è la lingua di Volfango Goethe» (ibidem).

I due volumi sono perciò attraversati da un pervasivo confronto con la critica letteraria goethiana, in particolar modo quella italiana e tedesca.

Nel secondo capitolo del primo volume, intitolato Vita poetica ed artistica, Croce ribadisce un concetto per lui di estrema importanza: il graduale passaggio che porta Goethe dalla «disposizione agitata, ribelle» (I, p. 9) della gioventù a quella «pacata, moderata ed armonica» (ibidem) della maturità. Passaggio che non vedrà mai un Goethe partecipe dello Sturm und Drang e degli eccessi romantici, ma che lo vedrà, anzi – come nell’interpretazione crociana del Werther – proiettare tali eccessi all’esterno, nell’opera d’arte, quasi in una catarsi artistica, con l’ingenuità e l’umana compassione che è propria dell’autentico genio poetico. Questo concetto serve a Croce per due motivi: per dimostrare «inutile, vana e aberrante, per molte delle opere di lui, la ricerca dell’unità e del motivo poetico unitario» (I, p. 13), ma allo stesso tempo per rendere aduso il lettore ad apprezzare le opere di Goethe nella loro disomogeneità. Troppe volte era successo, infatti, che sulla base di ragioni estrinseche un Goethe venisse usato contro l’altro: il classicista contro il romantico, il romantico contro il classicista, il primo Faust contro il secondo Faust e viceversa. A incorrere in un errore di questo tipo era stato ad esempio il tedesco Friedrich Theodor Vischer, il quale aveva lodato lo stile a suo dire germanico del primo Faust e bocciato invece quello del secondo, accusando Goethe di essere ormai giunto all’«estremo della perversione» (II, p. 130). Albergava in siffatti giudizi la mistificazione del carattere poetico della poesia, ridotta a «cosa pratica» (II, p. 129), a cantrice di una «missione che sarebbe propria del popolo tedesco» (ibidem). Una simile condanna politica era d’altronde giunta a Goethe da più parti anche in Italia: Giuseppe Mazzini l’aveva giudicato politicamente indifferente e sulla stessa linea si era mosso il traduttore Giovita Scalvini; Vittorio Imbriani poi l’aveva addirittura accusato di aver sperperato la sua vita «“in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi, fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d’una corte granducale, in un ambiente accuratamente depurato d’ogni egregio affetto, patriottismo, grandi ambizioni, libertà politica e simili”» (II, p. 112). Nel complesso quindi, eccezion fatta per il solo De Sanctis e pochi altri «articoli di giornali e di riviste, dovuti a poco scolastici e poco dotti critici» (I, p. 130), i giudizi della critica italiana, al pari di quella tedesca, apparivano deformati da valutazioni non propriamente artistiche.

Occorreva al contrario leggere e comprendere tanto il primo quanto il secondo Goethe sulla base delle ragioni intrinseche delle opere, senza gravarlo di arbitrarie sovrastrutture o di inappellabili e inconsistenti giudizi di condanna. Infatti, sebbene Croce convenga che «forse non più egli raggiunse di poi la schietta classicità della maggior parte delle scene del primo Faust o di taluni frammenti drammatico-lirici giovanili» (I, p. 11), allo stesso tempo ritiene che «l’ala della poesia, di una poesia senza dubbio diversa dalla precedente» (I, p. 12) non abbia mai abbandonato l’animo e le opere di Goethe. Di conseguenza, nella valutazione di un’opera stratificata come il Faust, scritta e rielaborata per l’intera durata dell’esistenza del suo autore, Croce consiglia di considerare le due parti come indipendenti l’una dall’altra, e di leggere in particolare il secondo Faust come «opera a sé, e giudicarlo solo in sé stesso e non già in relazione e con la misura propria dell’altra opera» (I, p. 103). Soltanto così esso potrà essere apprezzato. Perché, se nel primo Faust – quello concepito da Goethe tra 1769 e 1775 – troviamo il cuore poetico dell’intera opera, con il suo culmine nella tragedia di Margherita, nel secondo Faust scopriamo una disposizione d’animo diversa, più giocosa e ironica, ma comunque pregna di saggezza e maturità d’artista.

La posizione di Croce non mancò di attirargli numerose critiche e di imbarcarlo in una dura polemica con Guido Manacorda, esponente di rilievo della germanistica dell’epoca. Alcune tracce del confronto tra i due studiosi affiorano dalle pagine dei volumi crociani, ma è soprattutto merito della nota del curatore se riusciamo a ricostruire le ragioni del contendere. A differenza di Croce, Manacorda riteneva che il Faust dovesse essere letto unitariamente e apprezzato nella sua organicità, in quanto al suo interno Goethe si sarebbe mantenuto – scrive Conte – «nel più profondo spirito non simile, ma in tutto eguale a sé stesso» (II, p. 285). Una lettura a blocchi compartimentati, giudicava Manacorda, avrebbe così portato a fraintendere la natura del capolavoro di Goethe. Al dissenso sull’interpretazione del Faust si aggiunse ben presto quello sulle traduzioni poetiche. Croce aveva sottoposto le traduzioni goethiane dello studioso a una serratissima analisi, concludendone che fossero inadeguate ed estranee allo spirito dell’autore; Manacorda aveva quindi risposto nel ’32, riversando una altrettanto categorica stroncatura sulle traduzioni di Croce.

La disputa può tornare utile per ricollegarci a un tema cui abbiamo soltanto accennato: la questione dell’impossibilità delle traduzioni. Oltre ai già citati accenni fatti da Croce nell’introduzione del ’18, il problema delle traduzioni ricompare nel saggio Intorno a un’antologia di traduzioni italiane delle liriche di Goethe, dove l’autore, prendendo spunto dalla pubblicazione della nuova antologia delle liriche di Goethe a cura di Tommaso Gnoli e Amalia Vago – antologia peraltro giudicata «uno dei migliori volumi venuti fuori in Italia per il centenario del Goethe» (II, p. 139) –, cerca di fare chiarezza sui problemi intrinseci all’arte del tradurre. Abbiamo già osservato come, da un certo punto di vista, Croce ritenga impossibile la traduzione: se la poesia è data da una precisa armonia di forma e contenuto, ne consegue allora che una traduzione non potrà mai restituire la stessa forma e lo stesso contenuto dell’originale. Per spiegare il concetto Croce ricorre all’immagine del tiro al bersaglio: sarebbe un errore considerare l’originale come un bersaglio da colpire e i traduttori come tiratori che, uno dopo l’altro, s’approssimano sempre più al centro. Una buona traduzione non deve puntare ad avvicinarsi il più possibile all’originale né seguire pedissequamente le regole del vocabolario e della trasposizione letterale; un buon traduttore deve sforzarsi di penetrare nell’opera e, dopo aver «còlto lo spirito e il tono di una poesia» (II, p. 148), godere di una larga libertà nel variare, eliminare e aggiungere. Perché al di là dell’insopprimibile dualismo tra originale e traduzione, per Croce «il fine vero delle traduzioni poetiche e del sentimento di nostalgia che non solo non temono ma vogliono suscitare, si ritrova nel loro spontaneo movente che è l’amore per la poesia originale e il desiderio di appropriarsela, assimilandola, e pur non assimilandola del tutto, alla propria anima diversa» (II, p. 152).

Altra questione dirimente del duello intellettuale tra Croce e la critica letteraria – in particolar modo quella tedesca – è quella del cosiddetto biografismo. Nello scritto Ricordo di un vecchio critico italiano del Goethe il filosofo rende merito a Vittorio Imbriani, grande conoscitore della cultura tedesca – nonostante le già ricordate riserve su Goethe – di aver messo in evidenza alcune patologie della critica tedesca, quali ad esempio il germanismo, la «germanomania» (II, p. 109), una tendenza reazionaria del romanticismo e, appunto, il biografismo, ovvero «l’annullamento dell’opera d’arte nello sforzo di ricondurla alle sue fonti materiali» (II, p. 111). La questione è dirimente e ricompare nel saggio Sullo svolgimento della lirica e poesia del Goethe, quando, discutendo del «concetto mistico della personalità» (II, p. 157), Croce rintraccia l’errore nella monografia del tedesco Friedrich Gundolf, il quale aveva fatto del biografismo un vero e proprio metodo d’indagine critica. Sulla scia di una tradizione estremamente radicata in Germania, Gundolf aveva setacciato la biografia di Goethe disarticolandola in diverse fasi e aveva poi spiegato le opere del poeta incasellandole, di volta in volta, in una fase piuttosto che in un’altra. Gundolf, insomma, dalla vita di Goethe aveva derivato l’opera. Mai distanza sarebbe stata più netta con Croce. Il filosofo ribatte affermando che «l’opera sola è reale e la persona, criticamente scrutata, si dimostra irreale o, meglio, priva di verità» (ibidem). Questo perché ogni tipo di opera è, a giudizio di Croce, non «della persona ma dello spirito del mondo che la crea» (ibidem), e il concetto stesso di persona sarebbe privo di consistenza e veridicità teorica, frutto soltanto di un’esigenza pratica. Inoltre, sotto il concetto di persona rischiano di proliferare l’esaltazione e il culto del genio, con i suoi correlati pericoli di carattere pratico-politico. Dimostrazione, questa, delle diverse prospettive da cui poter leggere le pagine dei volumi crociani, risplendenti tutte, per l’autore, del vero merito di Goethe come di ogni altro vero poeta: «di essere stato lui proprio, Goethe, e non questo o quel poeta, diverso da lui» (I, p. 116).

 

 

 

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo saggio esplora la posizione di Benedetto Croce durante il Fascismo e nell’Italia post-liberazione, a partire dal suo Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Esso adotta il Risorgimento come paradigma etico e politico alla base della sua idea di libertà. Attraverso gli scritti storici e civici di Croce, il saggio ne sottolinea l’autorità morale e l’impegno critico. Per Croce, la storia è una storia di libertà: il pensiero storico diventa un esercizio di responsabilità e coscienza civica, e la storiografia un mezzo per resistere all’oppressione e rinnovare i valori democratici.

Abstract: This essay explores Benedetto Croce’s stance during Fascism and in post-liberation Italy, beginning with his 1925 Manifesto of the Anti-Fascist Intellectuals. It adopts the Risorgimento as the ethical and political paradigm underpinning his idea of liberty. Through Croce’s historical and civic writings, the essay underscores his moral authority and critical engagement. For Croce, history is a history of freedom: historical thinking becomes an exercise in responsibility and civic conscience, and historiography a means of resisting oppression and renewing democratic values.

Il Manifesto del 1925: la rottura, la misura e l’inizio

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e pubblicato il 1° maggio 1925, segna una svolta nella coscienza culturale e civile dell’Italia. In quelle poche pagine, misurate nel tono ma recise nei contenuti, il filosofo assunse una posizione inequivocabile di rottura con il fascismo[1]. Non si tratta solo di un atto di opposizione morale, ma anche dell’intervento di chi, erede della tradizione liberale e interprete dello spirito risorgimentale, si pose a difesa della libertà contro ogni pretesa totalizzante del regime.

Tale documento nacque, com’è noto, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, stilato da Giovanni Gentile, pubblicato il 21 aprile e rivolto al mondo della cultura europea, per giustificare il fascismo come espressione dello spirito nazionale[2].

Proprio una siffatta pretesa fondativa, di matrice assieme filosofica, storica e politica, rese necessaria una replica. Giovanni Amendola ne scrisse a Croce, proponendogli la stesura. E Croce accettò subito: «L’idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta […] breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente»[3].

Ma il Manifesto non era una mera risposta contingente. Era la traduzione di una convinzione maturata negli anni precedenti, e rafforzata dagli eventi del 1924, catalizzati dall’assassinio di Giacomo Matteotti. In quello snodo, Croce comprese che il dissidio teorico con Gentile – fin lì vissuto come una differenza tra sistemi filosofici – si era ormai trasformato in un dissidio pratico e politico, come scrisse nella nota lettera del 24 ottobre 1924: «Noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale […]. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica […]; e questo è più aspro»[4]. Il nuovo livello del dissenso, ormai insanabile, segna la fine dell’amicizia e inaugura la stagione crociana della vigilanza etico-politica.

Nel testo del Manifesto Croce rivendicò, con uno stile asciutto e antiretorico, la funzione autonoma e critica della cultura, ancorata a un principio di libertà che nessuno Stato poteva assorbire o dirigere. L’atto culturale, secondo il filosofo abruzzese, era sempre un esercizio di responsabilità individuale, che non poteva essere subordinato ad alcun programma politico. In tal senso, la figura dell’intellettuale fascista, cioè l’intellettuale organico, gli appariva come una contraddizione in termini, perché, mettendosi al servizio del potere, rinunciava alla sua funzione più autentica, dissolvendo il senso stesso della cultura come autonomia critica[5].

Il punto più significativo del Manifesto, tuttavia, risiede nel richiamo al Risorgimento come fondamento della tradizione civile italiana. Tale rievocazione, lungi dall’essere un ornamento o uno strumento, assumeva il valore di un’eredità storica e morale. Per Croce, infatti, il Risorgimento era l’archetipo dell’agire politico libero e responsabile, fondato sulla coscienza nazionale e sul rifiuto del servilismo. Quando scriveva che gli uomini del Risorgimento gli sarebbero parsi «offesi e turbati» dall’identificazione tra fascismo e italianità[6], non svolgeva un’operazione celebrativa, ma richiamava un principio di continuità storica: la libertà, in Italia, aveva radici precise, che il fascismo tradiva[7]. Il Manifesto appare, pertanto, la dichiarazione di fedeltà a una tradizione spirituale, ossia la riaffermazione della storia come criterio etico contro ogni tentazione autoritaria. Nel cuore di un’Italia che si avviava alla dittatura, Croce definiva un punto fermo: la libertà non è un’opinione tra le altre, ma il fondamento stesso della civiltà.

Il Risorgimento come principio attivo

Il richiamo al Risorgimento si configura, dunque, come un principio etico-politico che continua a operare come radice attiva della coscienza civile. Ed è contenuto in uno scritto, il Manifesto, che rappresenta un elemento connettivo del più vasto disegno intellettuale che Croce delinea in quegli anni: l’opposizione al fascismo come decadenza dello spirito e della libertà, e la riaffermazione della storia come coscienza critica.

Proprio in quel torno di tempo, non a caso, egli inaugura la pubblicazione della sua tetralogia storica, a chiara impronta etico-politica: dalla Storia del Regno di Napoli (1925) alla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928), dalla Storia dell’età barocca in Italia (1929) alla Storia d’Europa nel secolo XIX (1932). Nell’esame delle vicende delle province napoletane, l’unificazione italiana viene presentata come una soluzione della crisi del Mezzogiorno, in linea con l’evoluzione storica e con i principi morali, mentre la Storia d’Italia si apre con un chiaro omaggio al Risorgimento come fondamento dell’unità politica e culturale del Paese. In queste opere l’autore non esalta l’Italia come entità statuale o mitica, ma ne celebra la faticosa e concreta costruzione storica come espressione del principio di libertà.

Come ha sottolineato Federico Chabod, la storia, per Croce, è sempre storia della libertà[8]. Non è una libertà astratta o idealistica, ma un elemento vivo che, consapevole del movimento storico, dà senso agli eventi e ne permette la comprensione. Perché non c’è storia vera senza giudizio e non c’è giudizio senza un criterio etico. È per questo che il fascismo non può essere considerato, nell’elaborazione crociana, un semplice fatto storico: è un’involuzione che, prima di essere condannata, va compresa, in quanto «morbo» che affligge lo spirito pubblico contemporaneo[9]. Fare storia, allora, diventa per il filosofo una forma di resistenza.

Anche Giuseppe Galasso ha insistito su questo punto: a partire dal 1924, l’interesse di Croce si sposta progressivamente sul piano etico-politico, ma senza mai rinunciare al rigore della lettura storica[10]. Anzi, proprio la storia diventa per lui la via privilegiata per riaffermare valori universali, quali la giustizia, la responsabilità e l’autonomia della coscienza. Il Risorgimento, in uno schema siffatto, non è un semplice capitolo del passato, ma la manifestazione esemplare di una maturazione collettiva, certo contraddittoria, ma orientata verso una più ampia coscienza della libertà. Ed è con questa chiave che il filosofo legge anche il presente.

È stato mostrato, del resto, come in Croce il patriottismo non sia mai un sentimento chiuso o identitario, ma sempre un atteggiamento etico: il legame alla patria è giustificato solamente nella misura in cui essa realizza la libertà dei suoi cittadini, una concezione figlia del Risorgimento e opposta a ogni nazionalismo[11]. La Storia d’Europa si inserisce appieno in questo quadro: il vecchio continente non è una realtà geografica o politica, ma un processo spirituale, una civiltà fondata sul libero sviluppo della persona e del pensiero[12].

In tale prospettiva, il confronto con Gentile si chiarisce ulteriormente. Se per il filosofo siciliano la storia è un atto puro, cioè l’immediata identificazione tra volontà e realtà, per Croce essa è il pensiero riflessivo, il giudizio critico e il discernimento morale[13]. Dove Gentile può inglobare anche la violenza fascista entro una legittimità storica, il secondo la sottopone, invece, al tribunale della libertà. È questo che lo conduce a rigettare ogni forma di storicismo assoluto, in cui tutto ciò che accade è giustificato, in quanto accade. Per Croce, ciò che accade è sempre giudicabile, perché la storia non assolve, ma distingue.

In tal modo, il Risorgimento diventa la chiave di lettura della storia italiana: l’archetipo di una politica della libertà che continua ad avere valore anche, e soprattutto, nel tempo della crisi. Non si tratta di nostalgia, ma di fedeltà a un principio; e, come ogni principio, vive nel modo in cui viene pensato, ricordato, rinnovato.

Croce di fronte al fascismo: una religione civile della libertà

Dalla metà degli anni Venti, il pensatore abruzzese si collocò sempre più visibilmente nella posizione dell’oppositore morale. Fu proprio attraverso la sua rivista che mantenne viva una forma di resistenza culturale. Così egli stesso descriverà, in seguito, il ruolo assunto dalla «Critica» negli anni bui del regime:

Ebbe nuovo stimolo e nuova ragion di vita nella opposizione che prese ad esercitare contro il fascismo […] cosicché finì ad essere in Italia l’unica superstite forma di opposizione […] che fu fondamentale e radicale, e perciò escludente ogni concessione e transazione, ma procurò tuttavia di serbare costante la calma e la dignità necessarie a imporre rispetto e si guardò dalle intemperanze, sconvenevoli a chi aveva potuto conservare una sua libertà di parola in mezzo a un intero popolo piegato al silenzio[14].

Croce, difatti, senza aderire a iniziative eclatanti, ma grazie alla forza del pensiero e alla coerenza intellettuale, diventò un punto di riferimento per un’Italia in cerca di parole di verità.

Proseguì questa azione anche nelle sue principali opere degli anni Trenta, tra cui Storia d’Europa e La storia come pensiero e come azione (1938), nelle quali riaffermava la visione della libertà come principio spirituale e morale, che era destinato a scontrarsi con i nazionalismi emergenti.

Ma è soprattutto tra il 1943 e il 1944, quando il Paese era diviso in due sfere di occupazione, che la sua riflessione sull’opposizione al fascismo, intesa come vera e propria religione civile, si fece più matura, sia pure nell’ambito degli scritti “minori”. Due testi di quel periodo, Il fascismo come pericolo mondiale e La libertà italiana nella libertà del mondo, ne rappresentano il compendio. Nel primo, Croce denuncia il carattere regressivo e barbarico del fascismo, collocandolo all’interno di una crisi più vasta della civiltà europea[15]. Nel secondo, afferma che il fascismo non è frutto di un destino necessario, ma rappresenta un’interruzione, una parentesi, appunto, nella storia d’Italia[16]. Tale metafora non ha valore consolatorio, ma serve a ribadire che la storia ha senso soltanto se rimane legata alla coscienza della libertà. In altri termini, è possibile tornare a essere liberi, perché la libertà non è stata obliterata, ma soltanto sospesa.

Il fascismo è, per il filosofo, la negazione stessa della storia, perché là dove regnano sopraffazione, violenza e dogma il pensiero è soffocato, e con esso la storia. È per questo che ricostruire criticamente il passato, durante la dittatura, equivale per Croce a un atto di libertà e di verità. Non c’è differenza tra il lavoro dello storico e il gesto di chi resiste eticamente al presente: entrambi fondano la propria azione sulla responsabilità del giudizio.

Tale visione della storia come coscienza assume i toni di una dolorosa consapevolezza quando, il 14 ottobre 1943, il filosofo apprese dell’incendio dei depositi dell’Archivio di Stato di Napoli da parte dei tedeschi e tristemente annotò: «Sono con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica»[17]. Quei documenti, su cui aveva fondato la sua Storia del Regno di Napoli, non erano semplici carte d’archivio, ma parte viva del suo lavoro e della memoria collettiva.

In questo orizzonte, lo studio del passato si configura, per Croce, come la forma più alta della libertà: un esercizio morale e civile, capace di contrastare l’oblio e la violenza, di restituire dignità al pensiero e continuità alla coscienza storica. In tale ottica, la Storia d’Europa offre sia una riflessione sul secolo delle libertà sia un intervento polemico contro i nazionalismi e i totalitarismi del presente. Il celebre primo capitolo di essa, La religione della libertà, ne esplicita la funzione: la libertà non è solo una categoria politica, ma una fede, un orizzonte spirituale che dà senso alla vita storica.

La distinzione tra patriottismo e nazionalismo, su cui Croce insiste in più luoghi[18], diventa cruciale. Il patriottismo, per lui, è una virtù morale: è l’amore verso una patria che si identifica con un ordine di valori, non con una razza o un potere. Il nazionalismo, invece, è una degenerazione, è la pretesa che la forza valga più della ragione, che l’appartenenza giustifichi la violenza.

Nel confronto con Gentile, ormai definitivamente chiuso dopo il 1925, emergono due visioni inconciliabili del rapporto tra storia e potere: da un lato, la concezione dello Stato come totalità etica che assorbe ogni libertà individuale; dall’altro, il primato della coscienza morale che valuta, giudica, distingue. Se Gentile poteva ancora giustificare storicamente il fascismo, il pensatore abruzzese lo respingeva alla luce di un’etica della storia[19]. Quella frattura non oppose solo due filosofi, ma due idee radicalmente diverse della modernità. Se il primo tendeva a storicizzare ogni evento, anche la violenza, Croce, invece, difendeva una storicità critica, fondata sul discernimento e sulla responsabilità. La sua non fu una storiografia impegnata in senso ideologico, ma un esercizio di vigilanza etica: ricordare agli italiani che il Risorgimento – e con esso la libertà – non era una reliquia, ma una promessa ancora aperta[20]. La storiografia crociana si prefigura, dunque, come l’antidoto alla barbarie e come il veicolo della fedeltà alla libertà.

Croce, il Risorgimento, la coscienza morale della nazione

Durante il ventennio fascista, l’opposizione silenziosa ma costante del filosofo abruzzese, fondata sulla forza del pensiero e sulla coerenza civile, lo aveva reso un punto di riferimento morale.

Nel dicembre 1952 Piero Calamandrei lo commemorò con parole emblematiche: «Nella coscienza di ogni italiano Benedetto Croce era diventato, anche per chi non se ne rendeva conto, una misura, un termine di giudizio, una riprova. […] E fu lui che nell’ultimo ventennio, anche quando pareva che parlasse d’altro, da ogni pagina ci consigliò serenamente di resistere: per molti di noi la Resistenza ebbe inizio da lui»[21].

Negli anni successivi alla caduta del regime, il filosofo rimase un interlocutore privilegiato per chi guidava la ricostruzione politica e istituzionale. Simbolo vivente della cultura liberale italiana, fu persino indicato come primo Presidente della Repubblica, carica che rifiutò con umiltà, ribadendo il proprio ruolo di uomo di pensiero[22]. Il suo prestigio non derivava da incarichi: risiedeva nella coscienza che rappresentava.

Tuttavia, accanto alla figura pubblica del Croce venerato come guida morale, sopravviveva in lui un dubbio antico, mai del tutto sopito: quello di non essere un uomo politico. Così si sfogava il 13 novembre 1943, dopo aver constatato la scarsa efficacia dei suoi tentativi di mediazione tra gli alleati e le forze della nuova Italia:

Mi pare dunque di essere fallito finora in ogni mia azione politica, e mi torna il dubbio, che ha sempre regnato in me, circa le mie attitudini politiche: dubbio che, giovane e adulto, mi tenne lontano da quella forma di attività e tutto dedito agli studî. […] io ero un semplice uomo di pensiero che aveva procurato di adempiere il suo dovere nelle condizioni dolorose in cui l’Italia si era trovata e che avrei continuato ad adempierlo secondo le mie forze, ma che non bisognava contare su di me per una grande e creatrice azione politica […][23].

Quella voce, pur così lucida e presente nella vita della nazione, si sapeva lontana dalla prassi del comando. Era, e rimase, una coscienza. E, come tale, proseguiva a operare là dove poteva: nel pensiero, nella scrittura, nella difesa della storia e della libertà.

Il Risorgimento, evocato nel Manifesto del 1925 come fondamento dell’identità nazionale, non abbandonò mai la sua visione. Al contrario, si consolidò come archetipo etico-politico: l’unità d’Italia, nella sua lettura, non era un evento concluso, ma un principio da rinnovare. Lo stesso vale per tutto ciò che il Risorgimento aveva rappresentato: la libertà, la laicità dello Stato, l’autonomia della cultura.

Nella raccolta Per la nuova vita dell’Italia il pensatore abruzzese insiste su questa dimensione morale della rinascita[24]. La nuova Italia non può essere solo una Repubblica fondata su istituzioni democratiche; deve essere anche un Paese educato alla libertà, alla responsabilità civile, alla dignità della cultura. L’esperienza del fascismo ha reso evidente che non basta proclamare dei valori, giacché essi devono essere vissuti, trasmessi, praticati. La libertà è una conquista, non uno stato di fatto.

Per questo, anche dopo la fine del regime, Croce continuò a pensare la storia non come una semplice sequenza di eventi, ma come un processo spirituale, in cui ogni generazione è chiamata a rispondere delle proprie scelte. Assunse così il ruolo di educatore della nazione, non in senso paternalistico, ma come interprete di un’etica civile che non tollera indifferenza né rassegnazione. La storiografia, in un orizzonte siffatto, ha un compito che trascende la pura erudizione, perché serve a comprendere il passato, per costruire un futuro consapevole.

Nel suo modo di pensare la libertà, il filosofo resta fedele al Risorgimento, ma lo supera in profondità. Non idealizza i suoi protagonisti né ne fa un pantheon di eroi. Ne coglie la tensione civile, la capacità di far nascere un’etica pubblica in un Paese diviso, segnato dall’arretratezza e dalla dominazione straniera. In quel movimento colse un’energia storica ancora attiva, che era suscettibile di orientare l’Italia verso una modernità non tecnica o burocratica, ma spirituale. Ciò spiega perché, a distanza di un secolo, il Manifesto del 1925 conserva la sua forza. Non è tanto il documento di un’epoca quanto il simbolo di una scelta: optare per la libertà quando è più difficile farlo. Per Croce, la libertà non è assicurata. È, insieme, un’esigenza, una responsabilità e un rischio. È la forma storica della coscienza, la voce di una tradizione viva, quella del giudizio, della fedeltà, della dignità. E, soprattutto, della libertà come principio.

 

  1. Registrato con titoli diversi, a seconda del periodico in cui fu pubblicato – Da La replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile («Il Popolo») a Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degl’intellettuali fascisti («Il Mondo») –, il filosofo lo raccolse, successivamente, sotto La protesta contro il «Manifesto degli intellettuali fascistici», in B. Croce, Propositi e speranze (1925-1942). Scritti varî, Bari, Laterza, 1943, pp. 7-12. Qui si segue il testo pubblicato in G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, prefazione di A. Cazzullo, Firenze, Passigli, 2024, pp. 51-58.

  2. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 23-35.

  3. Carteggio Croce-Amendola, a cura di R. Pertici, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982, p. 83. Sulla genesi del documento si veda anche B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.

  4. B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile (1896-1924), a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, pp. 670-71.

  5. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 52-53. Ma si veda anche B. Croce, Gl’«intellettuali» e il fascismo [1925], in Id., Propositi e speranze…, op. cit., pp. 17-22.

  6. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., p. 56.

  7. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, in Id., Nuove pagine sparse…, op. cit., p. 6.

  8. F. Chabod, Croce storico, in Id., Lezioni di metodo storico con saggi su Egidi, Croce, Meinecke, a cura di L. Firpo, Bari, Laterza, 1969, pp. 179-253. Il concetto, compulsato nel 1938, com’è noto, nella Storia come pensiero e come azione, venne reso più immediato nel titolo della corrispondente traduzione inglese: B. Croce, History as the story of liberty, translated from the Italian by S. Sprigge, New York, Norton, 1941.

  9. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, in Id., Per la nuova vita dell’Italia. Scritti e discorsi, 1943-1944, Napoli, Ricciardi, 1944, pp. 13-20.

  10. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, Il Saggiatore, 1990, pp. 339-66.

  11. M. Rosati, Benedetto Croce e il patriottismo liberal-risorgimentale, in Id., Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 57-69. Sul punto anche G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 342.

  12. Il riferimento è, ovviamente, al cap. I, La religione della libertà, di B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono (a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991).

  13. Per questi aspetti si rinvia a G. Sasso, Ripensando la Storia d’Europa [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/ripensando-la-storia-d-europa_%28Croce-e-Gentile%29/ (ultima consultazione: 17/01/2025).

  14. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, art. cit., p. 6.

  15. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, art. cit., pp. 13-20.

  16. Un brano estratto da B. Croce, La libertà italiana nella libertà del mondo (ivi, pp. 50-57) è stato riprodotto con il titolo Il fascismo come parentesi, in Il Fascismo. Antologia di scritti critici, a cura di C. Casucci, Bologna, Il Mulino, 1961, p. 174.

  17. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. IV (1937-1943), Napoli, Arte tipografica, 1987, pp. 459-60.

  18. B. Croce, Una parola desueta: l’amor di patria [1943], in Id., L’idea liberale contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti varî, Bari, Laterza 1944, pp. 21-23; Id., L’amore verso la patria e i doveri verso lo Stato [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, pp. 240-45. Su questi aspetti si veda anche G. Sartori, Stato e politica nel pensiero di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966, pp. 105-11.

  19. M. Rosati, Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, op. cit., pp. 87-95.

  20. F. Chabod, Croce storico, op. cit., pp. 179-253; G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., pp. 339-66.

  21. P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi scritti ed epigrafi, Bari, Laterza, 1965, II ed., p. 121.

  22. La vicenda è documentata in B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. VI (1946-1949), op. cit., pp. 473-74.

  23. Ivi, vol. IV (1937-1943), pp. 46-48.

  24. Si vedano specialmente, in B. Croce, Per la nuova vita dell’Italia, op. cit., i seguenti scritti: Manifesto per la chiamata dei volontari affisso in Napoli il 10 ottobre 1943 (pp. 9-12); La gioventù italiana (pp. 40-43); L’Italia e l’avversione suscitata contro di lei in Europa dal fascismo (pp. 77-80); Saluto a Roma liberata (pp. 81-83); Movimento liberale e partiti politici (pp. 87-89); Nota sui partiti e la libertà (pp. 90-92); La libertà innanzi tutto e sopra tutto (pp. 109-12); Liberalismo e democrazia (pp. 115-18).

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Perché gli intellettuali non possono dirsi fascisti. Sul Manifesto di Benedetto Croce

Author di Ilenia De Bernardis

Abstract: il saggio affronta una delle questioni centrali del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce: il ruolo e la funzione degli intellettuali nel contesto politico dominato dal fascismo. Croce sottolinea l’importanza di mantenere una netta distinzione tra politica e cultura, affermando che gli intellettuali devono conservare la loro autonomia e indipendenza dalla politica. Croce, infatti, vede gli intellettuali come portatori di valori universali e non di parzialità, e ritiene che il loro coinvolgimento nella politica possa compromettere la purezza e l’integrità della cultura. Inoltre, come precisa con forza in questo manifesto, Croce è convinto che la cultura sia da considerarsi statutariamente refrattaria a un ordine e a un forzoso controllo sociale e perciò, conclude, fascismo e cultura sono opposti che si respingono l’un l’altro.

Abstract: The essay is about one of the central issues of Benedetto Croce’s Manifesto of Anti-Fascist Intellectuals: the role and function of intellectuals in a political context dominated by fascism. Croce emphasizes the importance of maintaining a clear distinction between politics and culture, asserting that intellectuals must preserve their autonomy and independence from political influence. This is a crucial theme, as Croce views intellectuals as bearers of universal values rather than partial interests, believing that their involvement in politics could compromise the purity and integrity of culture. Furthermore, as Croce firmly states in this Manifesto, he is convinced that culture is inherently refractory to an imposed order and forcible social control. Thus, he concludes that fascism and culture are mutually exclusive and repellent to each other. 

Nel 1943 Benedetto Croce raccolse in un opuscolo intitolato Propositi e speranze vari scritti tra cui, in apertura, La protesta contro il «Manifesto» degli intellettuali fascistici seguita dal suo discorso alla riunione del Consiglio nazionale del partito liberale del 28 giugno 1925 e dall’articolo dell’ottobre dello stesso anno Gli «intellettuali» e il fascismo. Leggendoli in sequenza, così come proponeva l’autore, emerge con nettezza che la questione che più stava a cuore a Croce, nella polemica durissima con il manifesto stilato da Gentile, era il ruolo e i compiti dei “colti”, dei “letterati” ovvero degli “intellettuali” «come ora li chiamano»[1]. E già la presa di distanza ironica dall’appellativo rivela la frattura incolmabile che divide, ormai anche sul piano personale, i due filosofi, la cui collaborazione, per quasi tre decenni, aveva rinnovato, marcandola in profondità, la cultura dell’Italia novecentesca[2]. Sì, perché il termine “intellettuali” risuonava alle orecchie di Croce con il timbro della “decadenza” e gli rievocava la diffidenza e il rifiuto che già il suo antico maestro Labriola aveva opposto al suo uso. Eppure, la parola aveva cominciato a circolare, in concomitanza con l’esplosione de l’affaire Dreyfus, per

indicare gli uomini di lettere, gli scienziati, gli artisti e soprattutto i professori universitari […] che, trascendendo le attività specifiche in cui erano impegnati, si presentavano (ed erano percepiti) come un’entità collettiva, rivendicando la propria autonomia dal potere politico e il diritto di esprimersi sulle più gravi questioni del momento; e ciò non tanto in nome delle rispettive competenze tecniche, ma di valori universali[3].

Ma in Italia la parola stessa “intellettuale” portava un marchio di anarchismo estetizzante. Era stato D’Annunzio a tradurre il termine francese intellectuel con ‘intellettuale’, a introdurlo nel suo vocabolario già dal 1892 e a usarlo con intento progettuale nel Proemio scritto per la rivista «Il Convito»: «Gli intellettuali raccogliendo tutte le loro energie debbono sostenere militarmente la causa dell’Intelligenza contro i Barbari, se in loro non è addormentato pur l’istinto più profondo della vita», chiamando a raccolta i giovani esteti individualisti, i simbolisti, i romanzieri “decadenti”[4].

Ciò che urtava profondamente Croce era il progetto di Gentile, abbozzato nel Manifesto, di dotare il fascismo di una dottrina filosofico-politica, di dare fondamento dottrinale allo Stato etico in contrapposizione allo Stato liberale, perché ciò metteva in crisi il suo giudizio e il suo atteggiamento politico nei confronti del fascismo, considerato un movimento passeggero, buono solo a mettere un po’ di ordine nella confusione anarchica succeduta alla guerra[5]. Ancora durante l’estate del 1924, come ha notato Salvatore Cingari, «Croce prefigurava un ineluttabile ritorno al regime liberale, in cui il fascismo non si sarebbe dissolto se avesse avuto l’intelligenza di accettare di essere una forza fra le altre forze»[6]: «E tutti noi conosciamo le condizioni di fatto, non tanto sociali ma parlamentari, che produssero in Italia il movimento fascistico, e che lo fecero a tutti, o a molti di noi, accogliere come una crisi che speravamo benefica, e, come tutte le crisi benefiche, passeggera. Non ci si può adagiare in una crisi!»[7].

In cosa consistesse il beneficio che poteva apportare il movimento, rendendolo meritevole di appoggio agli occhi dell’élite liberale, Croce lo dice a chiare lettere, fissandone nel contempo il circoscritto, limitato orizzonte di azione:

Il “fascismo” è stato un moto di difesa dell’ordine sociale, patrocinato in prima linea dagli industriali ed agrari, e come tale, esso non solo è indifferente alla letteratura e alla cultura, ma intimamente ostile, sentendo che dalla cultura e dal pensiero sono venuti i pericoli […] all’ordine sociale. Gl’“intellettuali” si ingannano dunque, quando sperano che in quel partito ci sia luogo per loro[8].

In effetti, la riunione dei rappresentanti degli Istituti fascisti di cultura a Bologna il 29 e 30 marzo intendeva dimostrare, come avrebbe detto Farinacci, che «non risponde al vero che il fascismo sia isolato dall’intellettualismo. Abbiamo tutto: fede, muscoli, cervello»[9]. La partecipazione al convegno di circa 250 professori, intellettuali, artisti che sarebbero stati poi i firmatari del Manifesto fascista spronava Gentile a stendere un documento che sintetizza i temi emersi al convegno e che venne pubblicato il 21 aprile, Natale di Roma, dal «Popolo d’Italia» e da diversi altri giornali, con il titolo Il Manifesto degl’intellettuali del Fascismo agli intellettuali di tutte le nazioni.

L’intento era quello di offrire, dopo il superamento politico della crisi legata all’assassinio Matteotti, soprattutto all’opinione pubblica internazionale, un’immagine forte e credibile del nascente regime e della sua classe dirigente, i cui meriti non dovevano apparire solo legati alla violenza esercitata contro i “sovversivi”.

Al di là della rapida sintesi delle ragioni che avevano portato il fascismo alla vittoria, il manifesto gentiliano aveva il suo nocciolo più interessante nel tipo di figura intellettuale che disegnava e nel differente rapporto che delineava tra cultura e potere, tra pensiero e azione rispetto al progetto di rinnovamento del liberalismo che Croce veniva elaborando.

Come scrive Alessandro Campi in un recentissimo contributo,

Gentile rivendica a sé, in una logica in senso lato “interventista” e militante, questa figura parzialmente nuova, dal punto di vista politico e sociale, che è per l’appunto l’intellettuale, destinata a segnare in profondità la storia culturale dell’intero Novecento […] non semplicemente l’uomo di studi che si impegna nella sfera politica, ma l’uomo di studi che ha un rapporto organico e strategico con la dimensione della politica, alla quale offre la propria competenza specifica e della quale condivide finalità obiettivi e programmi, sulla base di una relazione fatalmente ambigua[10].

Per gli intellettuali liberali Gentile, con il suo Manifesto, aveva invaso, politicizzandolo, uno spazio, quello della cultura e dell’arte, percepito come riservato e comunque estraneo al fascismo, favorendo così l’emersione pubblica di una frattura nel Neoidealismo italiano e tra letterati sino ad allora confinata alle polemiche sulle riviste e nei carteggi. Una frattura che, come abbiamo sopra accennato, si rivela già nei termini usati nei due Manifesti: “intellettuali fascistici” sottoscrivono l’uno, mentre l’altro raccoglie, secondo la dizione ufficiale con cui verrà presentato, «scrittori, professori e pubblicisti italiani»[11].

Il Manifesto crociano traccia con netta decisione il terreno dello scontro:

E, veramente, gl’intellettuali, ossia i cultori della scienza e dell’arte, se, come cittadini, esercitano il loro diritto e adempiono il loro dovere con l’ascriversi a un partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno il solo dovere di attendere, con l’opera dell’indagine e della critica, e con le creazioni dell’arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini e tutti i partiti a più alta sfera spirituale[12].

Inequivocabile è la distinzione tra il campo della politica e quello della cultura: gli uomini delle scienze, delle lettere e delle arti debbono conservare e difendere la loro autonomia e indipendenza dalla “contaminazione” con la politica, perché sono portatori non di una parzialità ma dell’universale, e perché debbono salvaguardare la dimensione dell’etico-politico dalla commistione con la pur necessaria forza dell’economico-politico.

Fascismo e cultura sono degli opposti che, contraddicendosi, si respingono l’un l’altra. L’uno, essendo una manifestazione della pura forza, esaurisce in questo ambito, parziale e limitato, tutto il suo significato storico e non può accogliere nel proprio seno la cultura, espressione di eticità e universalità. La pretesa gentiliana non solo di farli convivere ma di determinare una nuova e più alta eticità assumeva, allo sguardo del filosofo liberale, sembianze grottesche, svelando pubblicamente gli effetti perversi indotti dagli errori della filosofia attualista. Di qui l’amara irrisione che Croce riservò, qualche mese dopo, a tutti i tentativi di «rinsaldare, foderare o fondamentare il regime con una dottrina filosofico-politica, che gli mancava, con la dottrina dello “Stato etico”, da contrapporre alla dottrina dello Stato liberale»[13]. Una fatica vana, perché lo «Stato etico è rimasto confinato nelle dissertazioni dei maestri di scuola e non viene adoperato a sostituire lo Stato liberale nella ideologia del partito, al quale basta, a giustificazione del fatto, il fatto stesso»[14]. La forza è forza e non servono a nulla le opere dei “Soloni” per elevarla a una sfera che non è la propria: «Agli intellettuali, che si sono posti ai servigi del regime, tocca non solo quest’accoglienza gelida e infastidita (…) ma qualcosa d’altro che, eufemisticamente, si può chiamare “assoggettamento a ferrea disciplina”, ma non eufemisticamente si deve dire grave mortificazione e umiliazione»[15].

Quindi, gli intellettuali che, secondo Croce, si piegano a funzioni di “instrumentum regni” non solo corrompono la cultura e il sapere, ma distruggono la loro libertà e cadono in una “trappola”: «Per colpa loro, certamente, perché non hanno saputo considerare e intendere, come dovevano la natura e la legge necessaria del presente regime e perché non hanno mantenuto, come dovevano, l’indipendenza e la dignità, proprie degli uomini di studio e di pensiero»[16].

E alla difesa di tale distinzione Croce affida il nucleo più vitale della sua ribadita fede nel liberalismo, come scriverà il 10 ottobre 1925:

il mio liberalismo è cosa che porto nel sangue, come figlio morale degli uomini che fecero il Risorgimento italiano, figlio di Francesco De Sanctis e degli altri che ho salutato sempre miei maestri di vita. La storia mi metterà tra i vincitori o mi getterà tra i vinti. Ciò non mi riguarda. Io sento che ho quel posto da difendere, che pel bene dell’Italia quel posto dev’essere difeso da qualcuno, e che tra i qualcuno sono chiamato anch’io a quell’ufficio. Ecco tutto[17].

Croce, dunque, oppone un netto rifiuto ai processi di politicizzazione innescati dalla Prima guerra mondiale, al ribaltamento della figura dello studioso au dessus de la melèe e al coinvolgimento dei funzionari del sapere nella direzione e organizzazione della vita collettiva che ha così profondamente segnato il Novecento.

Ma il Manifesto del 1° maggio e l’adesione al Partito liberale non sono solo i simboli del passaggio di Croce all’antifascismo, segnano anche una svolta nel suo modo di intendere la sua stessa funzione e i nuovi compiti che spettano agli “intellettuali” nella crisi ormai irreversibile del vecchio stato e ordinamento liberale. Negli scritti di questo periodo, infatti, «si assiste all’invenzione (o piuttosto alla forte accentuazione) di un liberalismo teorico […] che consente un giudizio morale immanente alla storia [..] appunto l’equiparazione della morale con la libertà, la “religione della libertà”»[18]. Per questo la figura del “colto” che comincia a delineare è più complessa e per certi aspetti più lungimirante di quanto non appaia, ad esempio, nelle parole di Campi, che giustamente sottolinea il tratto più critico della filosofia crociana ossia l’inconsistenza categoriale della volontà collettiva sia essa espressa dallo Stato o dal partito politico: «Croce, insomma, non disdegna l’intervento pubblico-politico degli intellettuali, ma in una chiave che si può definire civica, occasionale e individuale: non come gruppo sociale e non in vista di un disegno collettivo organico»[19]. Essa ha a che fare con i nuovi sviluppi del suo pensiero, connessi alla riflessione sulla crisi dello Stato e l’elaborazione dell’etico-politico che prende forma con gli Elementi di politica per svolgersi, poi, nelle grandi Storie d’Italia e d’Europa. «Il pensiero di Croce ci appare dunque come un tentativo di audace risposta a un processo di crisi che, obiettivamente, investiva la politica liberale in Italia e in Europa»[20]. Dopo la guerra e l’ascesa del fascismo, il forte vincolo, permeato di riconoscenza e venerazione, che legava Croce alla tradizione risorgimentale si incrinò. Lo Stato vede scemare, nei suoi scritti, qualsiasi consistenza concettuale. Infatti, proprio dagli anni 1924-1925, come scrive Francesca Izzo,

la sua meditazione si volge esplicitamente, al pari di altri pensatori europei coevi come Carl Schmitt o Hans Kelsen, a tematizzare la separazione della politica dallo Stato, a fissarla nella sua purezza categoriale e a ricercarne il passaggio all’etica, non più assicurato dalla forma statale liberale. La prospettiva cui Croce lavora è appunto volta alla formazione di élite politico-intellettuali nella società civile, non più quindi funzionari dello Stato, come ancora era nella visione di Hegel, ma neppure agenti del dissolvimento del nucleo etico-politico della libertà nella dimensione tecnico-giuridico-procedurale[21] che tanta cultura liberale avrebbe propugnato.

Nel 1925 Croce, criticando la teoria sociologica di «ceto medio», scriveva:

Come si può pensare che tramonti mai una categoria spirituale essenziale dell’umanità? […] Intermediaria di questo errore è appunto l’identificazione della ‟politica” con la classe borghese, col ‟ceto medio” […]. Il ‟ceto medio” di cui qui si parla, è una ‟classe non classe”, simile a quel ‟ceto generale” […] al quale lo Hegel riconosceva come cerchia dell’attività che gli spettava, come suo proprio affare, gl’‟interessi generali”[22].

Coloro che fanno parte di questa “classe non classe” sono individui-istituzioni, vere incarnazioni di quel manifestarsi dell’universale rappresentato dalle azioni e dalle opere che vanno oltre l’accidentale. Il momento storico richiedeva, a parere di Croce, la presenza e l’azione di uomini “morali” che, dotati di virtù pratiche, diffondessero in ogni cerchia della vita una visione e uno slancio che le innalzasse oltre la sfera dell’utile così che «anche la parola “Stato” acquista nuovo significato: non più semplice relazione utilitaria […] ma incarnazione dell’ethos umano e perciò Stato etico o Stato di cultura»[23]. E Croce intendeva, appunto, rivolgere la propria azione ad alimentare la formazione e la cura di tali individui-istituzioni, capaci di esercitare egemonia, forza e consenso, autorità e libertà, e di rivitalizzare la politica oltre i confini statali.

Una delle conseguenze della dilatazione dell’etico-politico oltre i confini giuridico-istituzionali dello Stato è il significato metapolitico che assume il liberalismo crociano, che si distingue per la sua indifferenza, se non diffidenza, verso ogni sedimentazione della libertà in istituti determinati e in particolare per la sua ostilità verso ogni contaminazione della libertà con la democrazia. Ma nello stesso tempo esso esprime «il lucido disegno di slegare l’ideale della libertà da ogni vincolo storicamente definito, sia esso il mercato o gli istituti liberal-democratici, per destinarlo alla formazione di élite eticamente – meglio sarebbe dire religiosamente – dedite al Bene, all’Universale, la vera risorsa scarsa del tempo presente»[24].

Croce accompagna alla critica dell’istituzionalizzazione statale della politica e della riduzione del liberalismo alle procedure giuridiche e alla difesa dei diritti il rifiuto di ogni etica moralistica, immettendo a pieno titolo il tema del potere nel pensiero filosofico e storico. I presupposti della sua filosofia della pratica rendevano la volontà, tutta passione e spontaneità, inadatta alla razionalità della previsione come alla dimensione sovraindividuale.

Nasce da tale impianto filosofico la sua teoria delle ideologie: «Aristocrazia, democrazia, conservatorismo, progressismo, liberalismo, socialismo, militarismo, imperialismo, e via discorrendo sono astrazioni; e la realtà è l’uomo che vuole vivere meglio»[25]. Le ideologie non hanno alcuna consistenza né pratica né tantomeno teorica, sono solo delle schematizzazioni astratte che vengono sovrapposte, per consuetudine e per risparmiare lavoro, al solo dato effettivamente esistente e operante: l’uomo di buona o cattiva volontà. Ancora più radicalmente critica è la valutazione dei partiti politici che, fuori dalle analisi e classificazioni dei sociologi, non hanno alcuna utilità: «Quando poi non si tratti né di costruire sociologie né di accettare risultati, ma di cercare che cosa si debba promuovere praticamente nel proprio paese, e di promuoverla col fatto, operando politicamente, [i partiti] sono concetti estranei, che bisogna allontanare dalla mente[26] .

Il massimo riconoscimento che Croce è disposto a concedere all’esistenza dei partiti è quello di «essere modi offerti alle varie personalità per foggiarsi strumenti d’azione e affermare sé medesime […]. Quel che vale è, dunque, il vigore della personalità, in cui si raccoglie e si esprime l’ideale etico: i partiti (si suole ammettere) sono quel che sono gli individui che li compongono e li impersonano»[27].

Ritroviamo quel Leitmotiv che accompagna tutta la meditazione filosofica crociana e che era al cuore del suo Manifesto: la distinzione di teoria e pratica, che non permette alcuna forma di rapporto tra le idee e le volizioni. Gli individui sono e permangono l’unica realtà, tutte le entità sovraindividuali sono astrazioni intellettualistiche, meri strumenti che possono essere solo un aiuto allo storico o al politico nei loro rispettivi campi di azione.

Da quanto siamo venuti ricostruendo intorno al Manifesto, si comprende senz’altro meglio l’idea coltivata da Croce riguardo al presente storico: la versione corrente del liberalismo, come scrive Francesca Izzo,

gli appare troppo esile e inadeguata a fronteggiare le potenze dell’epoca moderna, che sono all’origine di una duplice deriva: la frammentazione individualistica e utilitaria della libertà come totalità ideale e la compressione autoritaria della libertà nel principio della forza. La sua persuasione è che soltanto élite diffuse ed educate alla religione della libertà siano in grado di approntare di volta in volta le strumentazioni più adatte a tenere sotto controllo e a plasmare eticamente le forze della vitalità[28].

 

Parole-chiave: Antifascismo, Cultura, Intellettuali.

  1. B. Croce, Gli «intellettuali» e il fascismo, in Id., Propositi e speranze (1925-1942): scritti vari, Bari, Laterza, 1943, p. 17. I due Manifesti si possono leggere nel volume Gentile, Manifesto degli intellettuali fascisti – Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti, introduzione di A. Tarquini, Milano, RCS, 2023.
  2. Croce scriverà, alla notizia dell’uccisione di Gentile, nei suoi Taccuini: «Tale fine di un uomo che per circa trent’anni ho avuto collaboratore, e verso il quale sono stato sempre amico sincero, affettuoso e leale. Ruppi la mia relazione con lui per il suo passaggio al fascismo, aggravato dalla contaminazione che egli fece della filosofia con questo; e perciò nella rivista la “Critica” non lasciai di combattere e ribattere molte delle cose che egli veniva asserendo in oltraggio della verità» (cfr. B. Croce, Taccuini di guerra, Milano, Adelphi, 2004, p. 121). La gravità della “contaminazione” di filosofia e politica, esplicitata nel Manifesto, è tale da produrre una rottura sul piano personale che ancora nell’ultima lettera di Croce a Gentile (24 ottobre 1924) veniva esclusa: «Certo, noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale, che per altro non era tale da riflettersi nelle nostre relazioni personali. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica, e anzi il primo si è convertito nel secondo; e questo è più aspro. Non c’è che fare. Bisogna che la logica delle situazioni si svolga attraverso gl’individui e malgrado gl’individui. Ma io non ho mai pensato a romperla con te, come tu dici»: B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile (1896-1924), a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, p. 670.
  3. R. Pertici, Appunti sulla nascita dell’«intellettuale» in Italia. Postfazione a C. Charle, Gli intellettuali nell’Ottocento, Bologna, il Mulino, 2002, p. 309.
  4. Sulle differenti sfumature semantiche assunte dal termine cfr. R. Pertici, Appunti sulla nascita dell’«intellettuale» in Italia cit., pp. 331 e sgg.
  5. «Il fascismo, dunque, per Croce e per molti liberali, non poteva e non doveva essere altro che un “ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime liberale”, ma certo, non era in grado di esprimere un progetto culturale né, tanto meno, possedeva un profilo etico-politico»: cfr. F. Cammarano, I due Manifesti cent’anni dopo. L’impegno politico e culturale nel Manifesto degli intellettuali antifascisti, in Treccani.it; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/i-due-manifesti-cent-anni-dopo-l-impegno-politico-e-culturale-nel-manifesto-degli-intellettuali-antifascisti.html.
  6. S. Cingari, Croce e il fascismo, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2016, p. 390.
  7. B. Croce, Parole pronunciate nella Riunione del Consiglio Nazionale del Partito liberale in Roma, in Id., Propositi e speranze, op. cit., p. 14.
  8. B. Croce, Gli intellettuali e il fascismo, op. cit., p. 20.
  9. A. Campi, I due manifesti cent’anni dopo: per una rilettura critica, in Treccani.it; cfr. https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/i-due-manifesti-cent-anni-dopo-per-una-rilettura-critica.html .Campi (ultima consultazione: 15/05/2025).
  10. Ibidem. Campi richiama anche un’altra questione che «riguarda non tanto il contenuto e l’impostazione dei due testi, quanto la questione – solo all’apparenza formale e nominalistica – dei loro firmatari e aderenti», a cominciare dall’«esattezza degli elenchi dei sottoscrittori».
  11. Il manifesto uscì sotto questa dicitura: Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti; cfr. P. D’Angelo, Come Croce arrivò al Manifesto degli intellettuali fascisti, in «Diacritica», a. X, n. 55, 25 febbraio 2025.
  12. B. Croce, La protesta contro il «Manifesto» degli intellettuali fascistici, in Id., Propositi e speranze, op. cit., pp. 7-8.
  13. B. Croce, Gli intellettuali e il fascismo, op. cit., p. 17.
  14. Ivi, p. 20.
  15. Ivi, p. 21.
  16. Ivi, p. 22.
  17. Ibidem.
  18. C. Galli, Elementi di politica in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2016, p. 375.
  19. A. Campi, I due manifesti cent’anni dopo: per una rilettura critica, art. cit.
  20. M. Mustè, Libertà e storicismo assoluto. Per un’interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra tradizione nazionale e filosofia europea, a cura di M. Ciliberto, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 95.
  21. F. Izzo, Croce: Machiavelli e la storia della filosofia della politica, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, op. cit., p. 380.
  22. B. Croce, Etica e politica, a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1994, p. 392.
  23. Ivi, p. 268.
  24. F. Izzo, Croce: Machiavelli e la storia della filosofia della politica, op. cit., p. 381.
  25. B. Croce, Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, a cura di M. Frangipani, Napoli, Bibliopolis, 1993, p. 186.
  26. Ivi, pp. 186-87.
  27. B. Croce, Etica e politica, op. cit., p. 277.
  28. F. Izzo, Croce: Machiavelli e la storia della filosofia della politica, op. cit., p. 386.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Cento anni dal Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce (e Amendola)

Author di Maria Panetta

Quest’anno il consueto primo numero di «Diacritica» dedicato a Croce si allarga a una dovuta riflessione sul Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo su proposta di Giovanni Amendola e uscito contemporaneamente su varie testate il primo maggio del 1925.

In alcuni dei saggi di questo fascicolo ne viene ripercorsa la genesi e ne vengono analizzate le caratteristiche e le motivazioni ideali, a distanza di cento anni esatti dalla sua stesura e pubblicazione.

L’Antimanifesto rappresenta, forse, il primo atto corale di dissenso forte nei riguardi del regime, a pochi mesi dall’uccisione di Giacomo Matteotti. Esso fu firmato in prima battuta da 40 intellettuali (Antonino Anile, Giovanni Ansaldo, Giovanni Amendola, Sem Benelli, Leonardo Bianchi, Roberto Bracco, Carlo Cassola, Emilio Cecchi, Giuseppe Chiovenda, Benedetto Croce, Vincenzo De Bartholomaeis, Cesare De Lollis, Guido De Ruggiero, Roberto De Ruggiero, Luigi Einaudi, Carlo Fadda, Guglielmo Ferrero, Nicola Festa, Giustino Fortunato, Tommaso Gallarati Scotti, Alfredo Galletti, Piero Giacosa, Ettore Janni, Arturo Carlo Jemolo, Giorgio Levi della Vida, Alberto Marghieri, Rodolfo Mondolfo, Bartolo Nigrisoli, Silvio Perozzi ,Enrico Presutti, Giuseppe Ricchieri, Tullio Rossi Doria, Francesco Ruffini, Luigi Salvatorelli, Giuseppe Sanarelli, Matilde Serao, Arturo Solari, Giuseppe Tarozzi, Leonida Tonelli, Guido Villa) e in seguito da centinaia di dissidenti, anche se solo 270 firme vennero rese pubbliche.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Croce a Pollone: le premesse culturali della Resistenza negli incontri di intellettuali ed editori antifascisti

Author di Maria Panetta

Abstract: Il saggio rievoca, a partire dalle memorie della nipote Marta Herling, alcune estati nelle quali Benedetto Croce trascorreva le vacanze a Pollone, nel Biellese, e ricorda la nutrita schiera di intellettuali (fra i quali tanti editori) che, alla fine degli anni Trenta, partecipavano a incontri fra sodali a casa Croce e nella Villa Cernigliaro di Sordevolo. Lo scopo del contributo è quello di dimostrare che le radici culturali della Resistenza del biennio 1943-1945 sono rintracciabili sia nel Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925 sia, a seguire, anche nelle riunioni estive di certa intellighenzia prevalentemente torinese nelle quali Croce rivestiva un ruolo di primo piano.

Abstract: The essay recalls, starting from the memories of his granddaughter Marta Herling, some summers during which Benedetto Croce spent his holidays in Pollone, in the Biella region, and recalls the large group of intellectuals (including many publishers) who, at the end of the 1930s, participated in meetings among companions at Croce’s home and at the Villa Cernigliaro in Sordevolo. The purpose of the contribution is to demonstrate that the cultural roots of the Resistance during the years 1943-1945 can be traced both in the Manifesto of antifascist intellectuals of 1925 and, subsequently, in the summer meetings of a certain predominantly Turinese intelligentsia in which Croce played a leading role.

Pollone

C’è stato un tempo in cui Benedetto Croce amava trascorrere le proprie vacanze estive in un’amena località collinare in provincia di Biella, Pollone[1].

Borgo prealpino, Pollone fa parte della Comunità montana Valle dell’Elvo: lo attraversa, infatti, un suo affluente, il torrente Orémo. Si trova a est di Sordevolo, a ovest del capoluogo di provincia, Biella, e a nord di Occhieppo Superiore. Lo domina il Monte Mucrone, un’imponente cima che supera i duemila metri e dalla quale si ha accesso al territorio montano e boschivo della Riserva Naturale del Sacro Monte di Oropa, ai confini con i comuni di Fontainemore e Lillianes, che fanno parte della vicina Valle d’Aosta.

A nord-est della cittadina, poi, sul colle o bric Burcina, si trova il meraviglioso Parco Burcina-Felice Piacenza ‒ area naturale protetta dal 24 aprile 1980[2] ‒ voluto, appunto, a metà dell’Ottocento dagli imprenditori tessili Giovanni (1811-1883) e Felice (1843-1938, il figlio) Piacenza, ispiratisi allo stile del giardino paesistico in voga in Inghilterra a partire dal Settecento. Il parco ospita latifoglie tipiche delle latitudini dell’area mediterranea quali faggi, castagni, aceri, frassini, querce, ciliegi e betulle; inoltre, meli, magnolie etc.; i Piacenza, però, hanno voluto aggiungere a questo patrimonio naturalistico locale alcune “piante esotiche” e vi hanno fatto impiantare, fra gli altri, grosse sequoie e, in seguito, meravigliosi rododendri, in una conca di circa due ettari nota in tutto il mondo per la loro magnifica fioritura, specie nei mesi di maggio e giugno. Dal parco della Burcina si può godere della vista spettacolare del complesso collinare morenico della Serra di Ivrea, della pianura del biellese in direzione del Canavese (e di Torino) e delle risaie del vercellese.

I soggiorni estivi di Croce

I soggiorni piemontesi di Croce sono stati ricostruiti qualche anno fa, in un libriccino ormai raro[3], dalla nipote Marta Herling, Segretario generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Il testo esordisce con un ricordo della madre di Marta, Lidia, che inscrive Pollone in una «geografia spirituale»[4] e nomina per primi Laura e Gustavo Colonnetti (ingegnere e politico torinese), dall’autrice definiti «numi tutelari»[5] fin dall’estate del 1938, epoca in cui, sedicenne, li aveva conosciuti.

Marta Herling parte dalla testimonianza di Lidia (a lei e a Silvia Croce è dedicato il libriccino) per riandare con la memoria a «una stagione di vita che ha lasciato un segno profondo nella nostra memoria familiare»[6]. Nel 1937 – ci viene raccontato ‒ Croce e Adele Rossi acquistarono la casa di Pollone (ancora oggi graziosa dimora, rilassante e intima, nella quale recuperare energie e allontanarsi dal caos cittadino di Napoli).

Il rifugio di Croce viene appaiato a un’altra nota dimora storica della zona: la meravigliosa Villa Cernigliaro sita a Sordevolo, gioiello architettonico degli anni Ottanta dell’Ottocento in stile Liberty, proprietà del notaio Annibale Germano[7], suocero di Franco Antonicelli[8]. I due edifici fanno parte, per citare Marta Herling, della «geografia spirituale di un’epoca – gli anni del fascismo, della guerra e dopoguerra ‒ e si congiungono fra loro non solo nel paesaggio armonioso e nella quiete delle valli e dei monti che le circondano, ma nel primo soggiorno nell’estate del 1938»[9].

Con l’ausilio dei preziosissimi Taccuini di lavoro del filosofo, veniamo a sapere, infatti, che il 6 agosto Croce aveva iniziato a preparare un articolo sul De rerum natura e sulle Georgiche; e che il 15 agosto del 1938 aveva scritto una “noterella” sul concetto di ambiente nella storiografia e un’altra sulla Natura come storia senza storia scritta. In tale prospettiva – puntualizza Herling ‒ va letta la sua recensione del volume Spiritualità della natura di Alberto Geremicca[10], apparsa sulla «Critica» nel 1939[11]. Di tale scritto gioverà rammentare tre passaggi: in primo luogo, l’affermazione che «l’intelligenza della natura non può trovarsi se non nella storia, in una storia non diversa intrinsecamente da quella che si delimita come storia umana, spirituale come questa»[12], che affianca alla “geografia spirituale” anche una “storia spirituale”. In secondo luogo, l’omaggio a Geremicca, definito studioso di scienze naturali ma che ‒ «incontro ben raro e quasi singolare ‒ possiede insieme precisa coscienza di quel che veramente sono filosofia e storia e, come si dice, ha senso speculativo»[13], affermando, «risoluto, l’unità della vita o storia della cosiddetta natura con la cosiddetta storia umana»[14]. E, infine, il periodo conclusivo:

L’abbattimento della barriera tra storia dell’uomo e storia della natura, non coll’abbassare la prima (come usavano i deterministi) al determinismo e meccanismo con cui è stata falsificata la seconda, ma con l’elevare questa alla spiritualità dell’altra, è un’esigenza da me posta e ragionata già da lungo tempo nella mia filosofia e nelle mie trattazioni di teoria storiografica. […] col tempo e con la persistenza ed insistenza si verrà facendo familiare alle menti perspicaci la concezione (che, in certo senso, è un ritorno dialettico all’ingenuo e primitivo) della storicità e spiritualità della natura[15].

Nell’estate del 1938, e precisamente il 24-25 luglio, i Taccuini crociani registrano anche la revisione delle bozze della Storia d’Europa (libro notoriamente pervaso da un robusto afflato spirituale), oltre all’incontro a Torino con Leone Ginzburg (replicato il 30 agosto). Le bozze sarebbero state oggetto della cura di Croce per tutto il mese di agosto, intervallate da incontri con “i due Treves”, lo storico ed economista Antonello Gerbi e Ada Gobetti col figlio Paolo (si ricordi che Piero Gobetti era scomparso il 15 febbraio 1926 anche in seguito alle reiterate percosse fasciste).

Herling ci ricorda che il 2 settembre 1938 Croce annotava nei Taccuini la propria angoscia e la propria «depressione per le orrende notizie della persecuzione contro gli ebrei» e il 21 settembre scriveva: «Perso tempo, perché in questi giorni in cui si decidono le sorti della nostra civiltà, mal si riesce a lavorare. Sono stato coi Laterza in gita al Santuario di Oropa». Sappiamo bene quanto rari fossero i momenti in cui Croce si concedeva di non mettere a frutto il tempo per studiare o correggere bozze o scrivere, momenti che corrispondono ai giorni più cupi e drammatici della sua esistenza[16]. E forse, in questo caso, la visita al maestoso santuario di Oropa, incastonato fra le montagne piemontesi e attorniato da alberi rigogliosi e rocce brulle, anche per un non credente ha il sapore di una ricerca di ossigeno spirituale, in un momento cupo e senza speranza.

Durante i mesi trascorsi a Pollone fra il 1938 e il 1942, nella compagine spiritualmente concentrata del ritiro fra la rigogliosa natura piemontese, Croce si dedicò alla lettura della Bibbia (6 e 10 settembre 1938), alla scrittura di una “noterella” sul Dies irae e alla stesura del notissimo saggio Perché non possiamo non dirci cristiani del 1942: ce lo ricorda con la usuale precisione Marta Herling nel suo illuminante libriccino. Lo scritto ‒ com’è noto ‒ nacque da un’esigenza improvvisa emersa in una notte d’insonnia, quella fra il 15 e il 16 agosto. Dopo una serie di letture e di appunti, venne alla luce il 26 agosto per «scuotere la malinconia» e uscì sulla «Critica» a novembre.

Gli incontri a casa Croce e a Villa Cernigliaro

Tornando al sontuoso contesto della villa Cernigliaro di Sordevolo, in cui ancora oggi si possono ammirare gli affreschi originali e gli arredi dell’epoca, giova ricordare che alla fine degli anni Trenta grazie ad Antonicelli vi s’incontravano una serie di intellettuali di raffinata cultura e grande rilievo della scena politica, editoriale e istituzionale italiana.

Frequentavano, infatti, casa Croce e la Villa Cernigliaro: Luigi Albertini (direttore del «Corriere della Sera» dal 1900 al 1921), il pollonese Alfredo Frassati (direttore della «Stampa» dal 1900 al 1926); lo storico Norberto Bobbio, Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Massimo Mila (tutti allievi del noto liceo classico torinese “Massimo d’Azeglio”, poi arruolati da Giulio Einaudi nella propria casa editrice); il critico letterario Umberto Cosmo (docente dei suddetti allievi del liceo “d’Azeglio”), l’economista e futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, l’editore Giulio Bollati, il tipografo ed editore Carlo Frassinelli, l’editore Giovanni Laterza. Ancora: il filosofo Zino Zini (venuto a mancare proprio a Pollone nel 1937), Eugenio Montale, i cui Ossi di seppia erano stati pubblicati dalla casa editrice di Gobetti nel 1925; il citato Gustavo Colonnetti, lo storico Federico Carandini, il politico biellese Anton Dante Coda (con la sorella Anita), la germanista veneziana Anita Rho (che a Torino viveva nella casa della zia, la traduttrice torinese Barbara Allason, divenuta punto di ritrovo per antifascisti come Leone Ginzburg, Giuliana Segre e Croce; che nel 1931 iniziò a collaborare con Frassinelli grazie ad Antonicelli, traducendo autori della letteratura tedesca per la collana «Biblioteca europea»; e che fu arrestata nel 1934 per propaganda antifascista assieme alla zia), Ada Prospero Gobetti, l’avvocato liberale cuneese Marcello Soleri, gli Olivetti, il poeta Delio Tessa, il musicologo napoletano Andrea Della Corte, lo storico torinese di famiglia ebraica Giorgio Falco, il conte milanese Alessandro Casati (Ministro della Pubblica istruzione fra 1923 e 1924, dimessosi dopo il delitto Matteotti), Francesco Flora (critico letterario e redattore capo della «Critica» di Croce), Mario Fubini (protetto e nascosto in una baita del Biellese da Antonicelli, dopo il 1938, perché di origine ebraica), Adolfo Omodeo, Luigi Russo (con la figlia Nanda), lo storico Luigi Salvatorelli, il poeta e critico letterario Francesco Pastonchi, lo scrittore e traduttore Carlo Linati (tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925), il critico bresciano Domenico Bulferetti etc. Tra questi nomi, rievocati in ordine casuale, è agevole riconoscere una serie di intellettuali e politici dissidenti in piena epoca dittatoriale: esponenti rilevanti dell’élite liberale e antifascista.

Antonicelli ricordava, nel 1973, quella «comunità che condivise passioni intellettuali, civili e politiche, legami umani e di amicizia profondi»[17] come «un piccolo gruppo di amici fidati», che si ritrovavano con piacere ‒ ora a casa Croce («meta di illustri visite, non troppo segrete e in parte tollerate») ora nella Villa di Sordevolo (per ascoltare le notizie politiche della Radio Francese) ‒ per «liberare l’animo dall’odioso peso del sospetto, del silenzio prudente, delle preoccupazioni e dei pericoli improvvisi».

Sodalizi intellettuali, politici e culturali

Già arrestato per aver sottoscritto, nel 1929, la lettera di solidarietà a Croce per il suo voto contrario e per il suo discorso al Senato sui Patti Lateranensi, Antonicelli, dal 1932 al 1935, diresse «La Biblioteca Europea» inaugurata da Frassinelli nel 1932. Sul finire del 1931, infatti, era stata registrata presso la Camera di commercio, artigianato e industria di Torino la Ditta Carlo Frassinelli editore, che proseguiva l’attività di tipografo da lui intrapresa nel 1924. La sua «Biblioteca europea» rinviava, fin dal titolo, a Gobetti: la cultura torinese del dopoguerra, infatti, desiderava instaurare un dialogo con gli intellettuali d’oltre confine (e soprattutto d’Oltralpe).

Sulla scia dell’esempio vociano[18] (specie prezzoliniano)[19] si avverte, infatti, nelle imprese giornalistiche ed editoriali torinesi degli anni Venti, l’aspirazione a un ricambio generazionale nella cultura, il bisogno di rinnovare le infrastrutture e di ammodernare le istituzioni, l’ambizione a un riconoscimento del ruolo degli intellettuali da parte della società civile e politica. In particolare, le riviste di Piero Gobetti, e specialmente l’ultima, «Il Baretti» (1924-28); la casa editrice Slavia fondata da Antonio Polledro nel 1926, nota per le traduzioni integrali in lingue estere; la casa dei Fratelli Tipografi Ribet (poi Buratti) ‒ per citarne alcune ‒ vanno in tale direzione, ispirandosi all’editoriale di Gobetti uscito nel dicembre del 1924 nel primo numero del «Baretti» e intitolato Illuminismo.

La terza rivista fondata e diretta da Gobetti ospitava, tra le altre, le firme di Croce, Montale, Sapegno, Cecchi, Cajumi, Saba. Non fu mai solamente un supplemento letterario ma divenne un ulteriore spazio di lotta libertaria[20]: l’attenzione del periodico, infatti, era, sì, dedicata all’informazione letteraria e alla scoperta di giovani talenti, ma alcune scelte d’indirizzo furono, di fatto, consapevolmente politiche, come la decisione di aprirsi allo spirito europeo proprio quando il regime italiano tagliava i ponti con i prodotti culturali esteri. Inoltre, la collaborazione di Croce tra l’agosto del 1926 e il gennaio del 1928, e il gran numero di contributi dedicati all’approfondimento del suo sistema[21] possono essere interpretati come una dichiarazione d’appartenenza non solo culturale, specie se si considera la rilevanza della figura di Croce quale rappresentante della cultura in lotta contro il fascismo.

In questo clima, nel quale il crocianesimo era molto presente, maturò anche il gusto un po’ snob di Franco Antonicelli, prima direttore editoriale delle Edizioni Frassinelli e poi anche socio della Casa. Accanto a lui figurava un nutrito gruppo di collaboratori che traducevano, scrivevano introduzioni, suggerivano testi: ad esempio, il già citato Leone Ginzburg, che, pur non comparendo nell’impresa, ne fu uno dei consiglieri più lungimiranti.

In quella fase Torino soppiantò, dunque, Firenze come centro propulsore di cultura anche grazie all’attività di Gobetti (e Gramsci) e alla sua capacità di rimpiazzare la cultura accademica con la cultura militante. L’eredità di Gobetti, come ha osservato Angelo D’Orsi, si configurò «non in un messaggio politico, bensì, essenzialmente, in una rete culturale»[22]. Egli segnò la via che l’intellettuale doveva seguire per operare nella società: essere un organizzatore, ma anche un protagonista dei rivolgimenti sociali della nazione. Prezzolini era stato un modello per il giovane torinese, nonostante le diatribe, perché incarnazione di quell’idea di intellettuale intraprendente, dinamico, operoso; e rimase un interlocutore privilegiato per la Torino intellettuale anche dopo la morte di Gobetti, non solo per i “grandi” come Einaudi ma anche e soprattutto per i coetanei di Piero: Mario Gromo, Sergio Solmi e Giacomo Debenedetti.

Dopo la scomparsa di Gobetti, a Torino vennero inaugurate una serie di esperienze culturali non allineate alle direttive di regime, spesso per iniziativa di intellettuali che avevano collaborato con lui. Si trattò di case editrici o di riviste dalla vita, in genere, piuttosto breve, ma che anticiparono alcune linee editoriali della Casa Einaudi: editori che si riconoscevano appieno nel ritratto dell’editore ideale delineato da Gobetti e non desideravano essere considerati “mercanti” alla stregua di Treves, ma organizzatori di cultura nonché intellettuali nella nuova accezione che tale termine aveva assunto all’epoca, ovvero quella di studiosi intenzionati a incidere sulla realtà a loro contemporanea. Possiamo ricordare, oltre ai già menzionati Alfredo Polledro e la sua russofila Slavia, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli, Mario Gromo, il più vicino alla letteratura che fu vociana; inoltre, tutta una serie di loro collaboratori fra i quali Arrigo Cajumi, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Ettore Lo Gatto etc., la maggior parte dei quali ‒ come ricordato ‒ avevano studiato al liceo “Massimo d’Azeglio” di Torino con due professori antifascisti di italiano e latino: Augusto Monti, collaboratore della «Rivoluzione Liberale», e il già nominato Umberto Cosmo.

Carlo Frassinelli era nato nel 1896 ad Alessandria d’Egitto; il suo sodalizio professionale con Franco Antonicelli fu il motore per la creazione della sua casa editrice. Antonicelli, invece, era nato nel 1902 a Voghera; trasferitosi a Torino, aveva conseguito una laurea in Lettere e una in Giurisprudenza, discutendo una tesi, come Gobetti, col professor Solari. Non fu impegnato politicamente ma, gravitando attorno all’orbita del professor Monti, sviluppò un certo spirito antifascista. Nel 1929, come ricordato, fu arrestato e detenuto per un mese circa per aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce; la condanna gli diede problemi anche in seguito, quando nel 1933 fu costretto ad abbandonare l’insegnamento nella scuola pubblica, essendo ormai stato marchiato come antifascista. Nel 1932 divenne curatore della collana «Biblioteca europea», che ebbe breve vita ma ampio respiro, e in tre anni circa pubblicò titoli originali, inediti nel panorama italiano. Il primo fu Moby Dick di Melville, nella traduzione che Pavese aveva pronta da un paio d’anni. A seguire vennero L’armata a cavallo di Bàbel (su segnalazione di Ginzburg, nella traduzione di Renato Poggioli, il quale avrebbe tradotto in seguito anche per Einaudi); Riso nero di Anderson e Dedalus di Joyce, tradotti da Pavese etc. La Casa diede alle stampe anche altre prime edizioni italiane di classici come Siddharta di Hermann Hesse nel 1945, nella versione di Massimo Mila. Il catalogo si componeva di opere mai edite in Italia e perlopiù sconosciute a gran parte dei lettori italiani, proposte in vesti tipografiche eleganti e curate. La Frassinelli in quegli anni, con queste scelte non necessariamente popolari, seppe essere baluardo «di anticonformismo, di gusto non provinciale, di sicuro intuito nel cogliere autori e testi non caduchi, di abilità nel mettere le mani su ciò che non era stato ancora scoperto e meritava di esserlo»[23]. Antonicelli operò scelte coerenti che seppero caratterizzare la collana, rifiutando volumi anche validi perché non rispondenti alle esigenze da lui individuate[24]. Chiaro anche il proposito di sprovincializzare il panorama letterario italiano. Il 15 maggio 1935 Antonicelli, attivo in un gruppo di esponenti di Giustizia e libertà che gravitava attorno alla rivista «Cultura», venne arrestato e condannato al confino ad Agropoli fino al 1936, con l’accusa di aver frequentato luoghi avversi al regime. Dal confino continuò la collaborazione con la Frassinelli, la quale, però, incontrò inevitabili scogli al proprio lavoro; così, la collana «Biblioteca europea» ebbe fine.

Nel 1942, però, egli diede vita alle Edizioni Francesco De Silva (prosecuzione ideale della linea editoriale portata avanti sino ad allora), il cui primo titolo pubblicato fu Germania di Madame di Staël, per sottolineare la scissione tra la Germania del passato e quella del Terzo Reich. Per le Edizioni De Silva uscì anche, nel 1947, la prima edizione di Se questo è un uomo di Levi, rifiutato da Einaudi, nella collana «Biblioteca Leone Ginzburg». L’anno successivo venne pubblicata la prima Antologia della Rivoluzione Liberale gobettiana, a cura di Nino Valeri, ancora a conferma della vicinanza a un intellettuale dedito alla lotta da parte di una casa editrice che aveva scelto, nonostante fosse proibito, di non utilizzare nei volumi stampati la data dell’era fascista[25].

Einaudi si presentò sul palcoscenico dell’editoria italiana avendo raccolto varie esperienze che l’avevano da poco preceduta: le traduzioni integrali proposte da Polledro (che Einaudi non mancò di riprendere), e l’impegno educativo che possiamo far risalire ad Augusto Monti e, tramite lui, a Gobetti, Ginzburg, Pavese, Antonicelli, alla «Cultura» di Cajumi, a tutte quelle esperienze torinesi che miravano all’educazione delle masse grazie al connubio fra letteratura e politica. La Casa Einaudi, che, com’è noto, nel 1933 mosse i primi passi in una situazione davvero problematica per gli intellettuali che proponevano un modello culturale militante, aprì la propria produzione a un pubblico sempre più ampio, perché coltivava con dedizione e fermezza il convincimento per cui qualsiasi lettore avrebbe potuto trarre giovamento dalle buone letture, che lo avrebbero educato alla reazione contro gli abusi di potere, rendendolo cosciente del valore della propria identità.

Conclusioni

Se, dopo questa prima brevissima e parziale disamina sull’argomento (che ci riproponiamo di approfondire in altra sede), torniamo con la memoria all’elenco iniziale, non possiamo non notare che tanti dei più eminenti esponenti dell’antifascismo italiano si ritrovano fra i partecipanti agli incontri di Pollone degli anni Trenta; e che numerosi di quei sodali provenivano dal mondo dell’editoria, cui Mussolini, rendendosi bene conto del suo potenziale “eversivo”, aveva già tarpato le ali con le “leggi fascistissime” del 1925-1926 (per l’esattezza, promulgate fra il 26 novembre 1925 e il 12 dicembre 1926).

Se, infine, consideriamo che fra quei nomi ci sono anche numerosi intellettuali che parteciparono alla Resistenza, possiamo affermare che le radici culturali del movimento resistenziale italiano possono essere fatte risalire al cuore degli anni Venti: di certo, la reazione indignata all’omicidio Matteotti[26] condusse alla stesura del Manifesto degli intellettuali antifascisti del primo maggio 1925, uscito in contemporanea su numerose testate periodiche di rilievo[27] con titoli diversi (alcuni caustici) fra i quali: Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degl’intellettuali fascisti, Il pensiero degli intellettuali non fascisti espresso da Benedetto Croce oppure L’“intelligenza” liberale risponde agli “intellettuali” fascistici.

In seguito, però, il movimento antifascista continuò ad alimentarsi degli apporti di tante menti di varia provenienza: esso, infatti, non consta soltanto di una serie di azioni politiche e di atti pratici, ma a lungo fu un solido anche se silenzioso baluardo di coscienze che rendeva poco agevole al regime estendere la propria influenza perlomeno in certi ambienti. Una serie di intellettuali accomunati da affinità morale e spirituale alimentava, allora, un’altra Italia, parallela a quella ufficiale; e molti di essi negli anni Trenta partecipavano, assieme a Croce, agli incontri estivi di Pollone e Sordevolo.

Se ne può dedurre che le radici culturali della Resistenza degli anni Quaranta si ritrovano anche fra le dolci colline del Biellese, che alla fine degli anni Trenta hanno rappresentato un rigenerante rifugio, circonfuso di bellezza e intriso di spiritualità, per tante menti brillanti e attive, oppresse dal violento e soffocante clima del regime.

 

  1. Si propone la parte conclusiva del testo della Conferenza tenuta il 19 agosto 2022 presso la Biblioteca “Benedetto Croce” di Pollone (Biella), su invito della dottoressa Marta Herling, Segretario generale dell’Istituto di Studi Storici di Napoli, e della dottoressa Maria Ametis, Vicepresidente della Biblioteca Croce, in occasione delle Celebrazioni per i 70 anni dalla scomparsa del filosofo. Si ringrazia nuovamente anche Filippo Testa per il decisivo supporto all’organizzazione dell’evento e per la gentile disponibilità a fare da guida sapiente attraverso i luoghi di Croce.
  2. Sulla quale si veda almeno: R. Gualinetti, Collina di perle, fotografie di G. Bini e G. Simonetti, Gaglianico (BI), Tipolitografia Botalla, 2018.
  3. Cfr. M. Herling, Benedetto Croce e Pollone, Torino, Centro Pannunzio, 2016.
  4. Ivi, p. 9.
  5. Ibidem.
  6. Ibidem.
  7. Nel 1945 sarebbe subentrato il notaio siciliano Carmelo Cernigliaro; attualmente l’edificio è giunto, per successione ereditaria, a Carlotta Cernigliaro.
  8. Franco Antonicelli era il marito di Renata Germano, figlia del notaio.
  9. M. Herling, Benedetto Croce e Pollone, op. cit., pp. 9-10.
  10. Bari, Laterza, 1939.
  11. A. XXXVII, 1939, pp. 371-74.
  12. Ivi, p. 371.
  13. Ivi, p. 372.
  14. Ibidem.
  15. Ivi, p. 374.
  16. Ce ne siamo occupati in Croce e la catastrofe. Gli scenari apocalittici dei terremoti di Casamicciola e Reggio, in Apocalissi e letteratura, n. 15 di «Studi (e testi) italiani», a cura di I. De Michelis, 2005, pp. 155-71.
  17. M. Herling, Benedetto Croce e Pollone, op. cit., p. 13. Cfr. Ci fu un tempo. Ricordi fotografici di Franco Antonicelli 1926-1945. Catalogo della Mostra Torino novembre 1977, presentazione di M. Mila, Torino, Regione Piemonte, 1977 (si ringrazia ancora la dott.ssa Maria Ametis anche per il prezioso e indispensabile supporto alla consultazione del volume).
  18. Abbiamo tracciato una linea ideale che collega la strategia editoriale vociana con quella einaudiana attraverso Gobetti in Spiritus durissima coquit. Dalla vanga vociana allo struzzo Einaudi, in Tra cultura e mercato. Storie di editoria contemporanea, a cura di A. Leonetti, Dueville (VI), Ronzani editore, 2022, pp. 93-116.
  19. Ci siamo occupati della profonda influenza di Croce sui vociani anche in Due “letterati editori” nel primo quindicennio del Novecento: Croce e Papini fra polemiche, riviste e collaborazioni editoriali, in «Diacritica», a. VII, 1 (37), 25 febbraio 2021, pp. 136-235.
  20. Cfr. G. P. Marchi, Il viaggio di Lorenzo Montano e altri saggi novecenteschi, Padova, Antenore, 1976, pp. 103-104, cit. anche in C. Angelini, «Il Baretti» (1924-1928): l’ultima rivista di Piero Gobetti, in «Bollettino dell’Istituto di Filologia moderna dell’Università di Macerata», 1978, pp. 7-13.
  21. Ad esempio: S. Caramella, G. Prezzolini, S. Timpanaro, Inchiesta sull’idealismo. 1, a. 2, n. 15, novembre 1925, p. 61 e A. Crespi, R. Mondolfo, Inchiesta sull’idealismo. 2, a. 3, n. 1, gennaio 1926, p. 72.
  22. A. D’Orsi, Il modello vociano. Esperienze culturali nella Torino degli anni Venti, in «Studi storici», XXXI, 1990, n. 4, p. 872.
  23. N. Bobbio, Trent’anni di storia della cultura a Torino (1920-1950), Torino, Cassa di risparmio di Torino, 1977, p. 63; e N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 377-78.
  24. Cfr. F. Antonicelli, La pratica della libertà, Torino, Einaudi, 1976, pp. X-XI.
  25. Cfr. N. Tranfaglia, A. Vittoria, Storia degli editori italiani, op. cit., pp. 377-79.
  26. Al riguardo si veda anche il fascicolo 54 di «Diacritica» del dicembre 2024.
  27. I giornali erano: «Il Mondo», «Il Popolo» di Roma, «Il Mattino», «Il Giornale d’Italia», «Il Corriere della Sera», «La Voce Repubblicana» e «La Stampa».

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

Progresso tecnico e progresso morale: Benedetto Croce, l’atomica e il futuro dell’umanità

Author di Nunzio Allocca

Abstract: Questo saggio ricostruisce la drammatica interazione tra le conquiste della fisica quantistica e le implicazioni etiche e politiche dell’uso della bomba atomica, con particolare attenzione alle riflessioni di Benedetto Croce. La prima parte del testo ripercorre le tappe fondamentali della scoperta e dello sviluppo della fisica nucleare, dai lavori pionieristici di Enrico Fermi e del gruppo di Via Panisperna alla realizzazione della bomba atomica nel Progetto Manhattan, evidenziando l’angoscia morale di figure centrali come J. Robert Oppenheimer all’indomani della distruzione di Hiroshima e Nagasaki. La seconda parte analizza l’intervento di Croce, pubblicato pochi giorni dopo i bombardamenti, in cui il filosofo italiano esprime chiaramente la sua condanna morale dell’uso della nuova arma, sottolineando l’insufficienza della scienza e della tecnologia in assenza di una bussola etica e spirituale. Croce ribadisce la necessità di subordinare il progresso tecnico a un progresso morale superiore, ribadendo la sua critica al Positivismo e la sua visione della scienza come forma utile di conoscenza, ma non portatrice di verità assoluta. Alla luce delle attuali preoccupazioni sui rischi posti dall’intelligenza artificiale, il saggio evidenzia anche la perdurante attualità del monito di Croce contro l’esaltazione acritica del progresso scientifico slegato dai valori umanistici.

Abstract: This essay reconstructs the dramatic interplay between the achievements of quantum physics and the ethical and political implications of the use of the atomic bomb, with particular attention to the reflections of Benedetto Croce. The first part of the text retraces the key stages in the discovery and development of nuclear physics, from the pioneering work of Enrico Fermi and the Via Panisperna group to the realization of the atomic bomb in the Manhattan Project, highlighting the moral anguish of central figures such as J. Robert Oppenheimer in the aftermath of the destruction of Hiroshima and Nagasaki. The second part analyzes Croce’s intervention, published just days after the bombings, in which the Italian philosopher clearly expresses his moral condemnation of the use of the new weapon, emphasizing the insufficiency of science and technology when lacking an ethical and spiritual compass. Croce reaffirms the necessity of subordinating technical progress to a higher moral progress, reiterating his critique of Positivism and his view of science as a useful form of knowledge but not a bearer of absolute truth. In light of current concerns about the risks posed by artificial intelligence, the essay also highlights the enduring relevance of Croce’s warning against the uncritical exaltation of scientific advancement detached from humanistic values.

Los Alamos: il Fisico quantistico e il Generale

Durante la cerimonia ufficiale tenutasi il 16 ottobre 1945 presso il Fuller Lodge di Los Alamos, il generale Leslie R. Groves, direttore responsabile del Progetto Manhattan, consegnò l’Army and Navy “E” Flag Production Award all’imponente team di scienziati, ingegneri, personale militare, accademici che aveva lavorato al laboratorio scientifico segreto Progetto Y per la costruzione dalla prima bomba atomica. Al termine della cerimonia Groves donò al grande fisico quantistico J. Robert Oppenheimer una pergamena di benemerenza per il suo eccezionale ruolo-guida nella direzione scientifica e tecnica del Progetto Manhattan, il cui straordinario successo, si sottolineava, aveva accelerato la fine della Seconda guerra mondiale.

Era, quel 16 ottobre, l’ultimo giorno di direzione per Oppenheimer, il quale, nel ringraziare dell’attestato ricevuto, scelse di parlare in termini affatto celebrativi. Anzi. Di fronte all’orrore della devastazione nucleare in Giappone, Oppenheimer si espresse dolorosamente, da scienziato consapevole delle implicazioni morali e storiche delle proprie azioni:

La nostra speranza è che negli anni a venire si possa guardare con orgoglio a questa pergamena e tutto ciò che essa significa. Oggi questo orgoglio dev’essere temperato da una profonda preoccupazione. Se le bombe atomiche diverranno le nuove armi negli arsenali di un mondo in guerra, o degli arsenali di nazioni che si preparano alla guerra, allora verrà un tempo in cui il genere umano maledirà i nomi di Los Alamos e Hiroshima.

I popoli del mondo devono unirsi, altrimenti periranno. Questa guerra, che ha devastato tanta parte della terra, ha scritto queste parole. La bomba atomica le ha scandite lettera per lettera, affinché gli uomini capiscano. Altri uomini le hanno pronunciate, in altri tempi, parlando di altre guerre e di altre armi. Non sono riusciti. E vi sono alcuni, fuorviati da un falso senso della storia umana, i quali ritengono che non riusciranno oggi. Non è giusto per noi lo si creda. Il nostro lavoro ci ha lasciato un impegno: un impegno per un mondo unito, davanti al comune pericolo, nella legge e nell’umanità[1].

Questa riflessione cupa e carica di rimorso cadeva di fatto nel ventesimo anniversario della nascita di una “nuova” fisica atomica, capace di riunire i fenomeni quantistici scoperti nel primo quarto del Novecento in un corpo coerente di ipotesi, deduzioni, previsioni e protocolli sperimentali. Una rivoluzione esplosa nel biennio 1925-26, quello della nascita della meccanica quantistica (in particolare grazie ai lavori seminali di Werner Heisenberg, Max Born, Pascual Jordan, Erwin Schroedinger, Paul Dirac e Louis de Broglie), che avrebbe ridefinito il ruolo della fisica ‒ in campo militare prima ancora che in quello civile ‒ nel progresso scientifico-tecnologico e nella costruzione del futuro mondo contemporaneo. Un complesso di eventi di epocale portata storica, oggi pienamente riconosciuta dalla Nazioni Unite, che hanno scelto di celebrare il 2025 come anno internazionale della scienza e delle tecnologie quantistiche (fitto di centinaia di eventi in programma sparsi in tutto il mondo), la cui cerimonia inaugurale si è tenuta nella sede Unesco il 4 e 5 febbraio a Parigi.

Occorre qui sottolineare che, a partire dal 1925, sbalorditivi furono gli sviluppi in un decennio della fisica atomica e molecolare, della fisica dello stato solido e della fisica nucleare. Nell’aprile del 1934 Enrico Fermi e i “Ragazzi di via Panisperna” furono protagonisti di una scoperta sperimentale che segnò un punto svolta nella microfisica: la scoperta della radioattività provocata dal bombardamento di nuclei atomici con neutroni. Grazie a un infaticabile lavoro, a cui parteciparono sotto la guida di Fermi i giovanissimi Edoardo Amaldi, Emilio Segré e Franco Rasetti, oltre al chimico Oscar D’Agostino, furono prodotti e studiati nell’Istituto di Fisica dell’Università la Sapienza di Roma oltre nuovi quaranta isotopi radioattivi. Quando, nell’autunno successivo, al gruppo di Fermi si aggiunse Bruno Pontecorvo, vennero scoperti i sorprendenti effetti prodotti da alcune sostanze, come l’acqua e la paraffina, nell’intensificare la radioattività indotta quando si trovavano nelle vicinanze della sorgente di neutroni e dell’elemento bombardato, effetti la cui spiegazione Fermi individuò nel rallentamento subito dai neutroni nel ripetuto urto contro i nuclei di idrogeno contenuti nell’acqua o sostanze simili. All’analisi dei diversi prodotti derivati dal bombardamento dell’uranio, ultimo degli elementi del sistema periodico, seguì una nuova ondata di scoperte di isotopi radioattivi[2].

Poco dopo l’arrivo negli Stati Uniti di Fermi (che aveva appena ritirato in Svezia il Premio Nobel e si era rifiutato di rientrare in Italia, colpita la sua famiglia dalle Leggi razziali), giunse vertiginosamente all’inizio del 1939 l’irrefutabile prova sperimentale della scoperta, ad opera di Otto Hahn e Fritz Strassman, del fenomeno della scissione nucleare dell’uranio in frammenti più piccoli, con i calcoli relativi delle alte energie prodotte: se in tale processo si fosse liberato un numero sufficiente di neutroni, questi avrebbero potuto provocare una reazione a catena.

Da tale scoperta spartiacque alla realizzazione della bomba atomica il passo non fu breve, benché quest’ultima iniziasse immediatamente a esistere nella mente dei fisici quantistici, come avrebbe confessato con grande franchezza Carl F. Von Weizsäcker, uno dei membri del team di ricerca sul nucleare diretto allora da W. Heisenberg nella Germania di Hitler:

A una persona che si trovi all’inizio di una nuova Era i suoi caratteri più semplici e fondamentali possono risultare visibili come paesaggio lontano sotto la luce di un lampo. Ma il sentiero che porta fino ad esso nell’oscurità è lungo e mal segnato. A quell’epoca [cioè nel 1939] davanti a noi stava una logica molto semplice. Delle guerre condotte con bombe atomiche e ricorrenti con regolarità, ovvero le guerre atomiche come istituzioni, non sembravano compatibili con la sopravvivenza delle nazioni partecipanti. Ma la bomba atomica esiste. Esiste nella mente di alcuni uomini. Stando alla logica degli armamenti e sistemi di potere storicamente conosciuta, presto farà la sua comparsa fisica.

Einstein, scienziato pacifista che si era stabilito in modo permanente negli Stati Uniti nell’ottobre del 1933, e che giocò un ruolo non di secondo piano nella costituzione della meccanica ondulatoria, fu pienamente consapevole, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, delle tremende conseguenze del possibile uso militare dell’atomica. Molto si è discusso riguardo alle lettere inviate da Einstein nel 1939 e nel 1940 al presidente Roosevelt, che lo avvertivano del pericolo che la Germania potesse sviluppare una bomba usando la fissione dell’uranio, e suggerivano l’avvio di un programma di ricerca sul nucleare. Roosevelt istituì un Comitato consultivo sull’uranio il giorno stesso in cui rispose alla prima lettera firmata da Einstein (e redatta dal fisico ungherese Leó Szilárd), ma fu soltanto nell’ottobre del 1941 che fu presa la decisione, che avrebbe portato alla creazione del Progetto Manhattan, di procedere senza indugio a livello federale allo sviluppo di armi atomiche.

La costruzione del grandioso laboratorio di Los Alamos richiese uno sforzo logistico eccezionale. Oppenheimer più di chiunque altro sapeva che il primo test (ovviamente segreto) dell’esplosione dell’ordigno atomico sarebbe stato un evento inaudito. Denominò Trinity la sede e la prova dell’arma a implosione con carica di uranio completa. Il nome, chiarì Oppenheimer in una lettera inviata al Generale Groves anni più tardi, nell’ottobre 1962, non era stato scelto perché sarebbe passato più facilmente inosservato in quanto comune a molti fiumi e monti dell’Ovest degli Stati Uniti. «L’ho proposto io ‒ affermò ‒ non mi è chiaro perché l’ho scelto, ma so che cosa mi passava per la mente. C’è una poesia di John Donne, scritta poco prima di morire, che conosco e che amo. Ecco una citazione:

Come son uno Oriente ed Occidente

nella piattezza delle carte e mia,

così la morte e la Resurrezione[3].

«Non è ancora una Trinità», continuò Oppenheimer nella lettera, ma, aggiunse, in un altro più celebre sonetto religioso che lui aveva a cuore, Donne aveva esordito in questo modo: «Sfascia il mio cuore, Dio in tre persone!», concludendo che, a parte ciò, «non ho proprio altre spiegazioni»[4].

Anche la lettura del solo incipit del sonetto di Donne può dare qualche misura del tumulto interiore millenaristico in cui versò Oppenheimer mentre dirigeva l’immensa macchina scientifico-militare per la costruzione di un’arma di distruzione di massa che si sperava capace di redimere l’umanità, ponendo fine alle guerre:

Sfascia il mio cuore, Dio in tre persone! Per ora

tu solo bussi, aliti, risplendi

e tenti di emendare. Ma perché io sorga e regga,

tu rovesciami e piega la tua forza

a spezzarmi, ad esplodermi, bruciarmi e farmi nuovo[5].

Alle 5.29.45 del 16 luglio 1945, poco prima dell’alba, l’innesco della fissione nucleare nel deserto del New Mexico produsse un’enorme palla di fuoco che raggiunse oltre una decina di milioni di gradi, espandendo in milioni di chilogrammi di pressione un materiale dalle inziali dimensioni di un globo oculare. Nell’osservare la scena al riparo del campo base, a circa 14 chilometri dall’esplosione, Emilio Segré, disteso accanto a Fermi, pensò immediatamente all’apocalisse:

Malgrado gli occhiali neri sembrava che tutto il cielo brillasse di una luce assai più viva di quella del sole splendente […]. In una piccolissima frazione di secondo, a quella distanza, ricevemmo abbastanza luce da prendere una bella scottatura. Io ero accanto a Fermi al momento dell’esplosione, ma non ricordo che si sia detto nulla. Per un momento mi passò per la testa l’idea che l’atmosfera potesse incendiarsi causando la fine del mondo, per quanto sapessi che ciò non era possibile[6].

Anche Oppenheimer era sdraiato faccia a terra, a dieci chilometri dal punto zero, appena all’esterno del bunker di controllo. Il fratello Frank, vicino a lui, così ricorda il proprio stato d’animo dopo la terribile vampata di luce («che rimbalzò dal terreno attraversando le nostre palpebre») della sfera di fuoco seguita dal boato dell’esplosione: «Ma io pensavo che la cosa più terribile fosse quella nube purpurea e brillante, nera per la polvere radioattiva, inquietante, che non si sapeva se si sarebbe allontanata oppure si sarebbe diretta verso di noi»[7]. La sera precedente Fermi aveva, in effetti, messo non senza ironia in guardia i presenti sull’impossibilità di essere certi di un esito non incontrollato del primo test nucleare, mai riuscito sino ad allora. Fermi, ricorda Groves, «improvvisamente propose ai colleghi di scommettere se la bomba avrebbe incendiato o no l’atmosfera e se avrebbe, in tal caso, distrutto solamente il Nuovo Messico o tutto il mondo. Disse anche che dopo tutto non faceva gran differenza se la bomba scoppiava o no, perché sarebbe comunque stato un esperimento scientifico che valeva la pena di fare»[8].

Lo stato di agitazione colse anche Oppenheimer, il Prometeo americano. Controllato a vista da un generale dell’Esercito da quando era iniziato il conto alla rovescia, Oppenheimer «era sempre più teso via via che passavano i secondi. Quasi non respirava […]. Negli ultimi secondi guardava diritto davanti a sé ma poi, quando l’annunciatore disse “Ora!”, e arrivò quella tremenda vampata di luce, seguita immediatamente dal profondo boato dell’esplosione, il suo viso si rasserenò con un’espressione di grande sollievo»[9]. Il suo rientro dal bunker avanzato fu così descritto: «Quando tornò stava lì, come sapete com’è, col suo cappello. Avrete visto delle foto del cappello di Robert. E venne dove stavamo noi: nel quartier generale, così per dire. E camminava tipo alla Mezzogiorno di fuoco ‒ credo che sia il modo migliore di descriverlo – una camminata così. Ce l’aveva fatta»[10].

Quando vide la nuvola a forma fungo che si innalzava dal luogo dell’esplosione, disse in seguito Oppenheimer, aveva pensato alla Bhagavadgītā: «Avevamo capito che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Poche persone ridevano, poche persone piangevano. Ma molte erano in silenzio. Mi erano tornati alla mente alcuni versi della Bhagavadgītā, con Visnu che cercava di convincere il principe a fare il suo dovere; per far colpo su di lui, assunse la sua forma a molte braccia e disse “sono diventato Morte, il distruttore del mondo”. Penso che tutti stessero pensando a questo, in un modo o nell’altro»[11].

Benedetto Croce, la cecità della tecnica e il bombardamento atomico in Giappone

Tre settimane dopo, il 6 agosto 1945: «Erano le prime ore di un mattino calmo, caldo e bello», riporta nel suo diario Michihiko Hachiya[12], direttore dell’ospedale delle comunicazioni della popolosa città di Hiroshima, obiettivo che nessuno poteva considerare come puramente militare. La temperatura sul luogo dell’esplosione nucleare raggiunse i 3000 °C. Nel cuore della città, avvolto nella palla di fuoco, nessuno sopravvisse per raccontare il lampo luminoso dell’esplosione termonucleare.

«In un attimo fummo accecati, poi ci fu solo una frenesia delirante»[13]: chi, lontano dall’ipocentro, sopravvisse perché fortuitamente al riparo, descrive con orrore la pelle staccata che pendeva dai visi e dai corpi delle vittime. Le parole non meno agghiaccianti delle immagini fotografiche che ci sono giunte:

L’aspetto della gente era… ecco, avevano la pelle tutta nera per le bruciature… non avevano capelli perché erano bruciati, e al primo sguardo non si capiva se li si vedeva di fronte o di spalle… Tenevano le braccia in avanti… e la pelle – non solo sulle mani, ma anche sulla faccia e sul corpo – pendeva giù… Se solo uno o due fossero stati così… forse non avrei avuto un’impressione così forte. Ma dovunque andassi trovavo di queste persone… Molte morivano per strada – ho ancora in mente la loro immagine – come fantasmi ambulanti… Non sembravo persone di questo mondo… Camminavano in un modo tutto particolare – lentissimo… Ero anch’io uno di loro[14].

Il 10 agosto 1945 Croce consegnò alla stampa un articolo, pubblicato il giorno seguente nelle pagine del «Risorgimento» di Napoli, scritto all’indomani dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki. Con tono grave e misurato, Croce reagiva allo sgomento suscitato nel mondo dalla rivelazione della potenza distruttiva contenuta nel cuore della materia. «L’ottenuta disgregazione dell’atomo», scriveva, «non è stata salutata con giubilo universale, ma accolta, se non generalmente, da larghe correnti del pubblico sentimento, con inquietudine e tristezza, perfino con orrore»[15].

Croce non si limitava a un commento emotivo. In quelle righe brevi ma densissime, egli riaffermava la necessità di un orientamento spirituale e morale in grado di dominare, e non semplicemente subire, le conseguenze della scienza applicata. Ed è a partire da tale prospettiva che si può comprendere il significato della critica crociana al Positivismo e alla tecnica. Nel pensiero crociano la scienza, e più in generale il sapere empirico, non è oggetto di ripudio, ma di collocazione critica all’interno della vita dello spirito. Le scoperte scientifiche non vanno valutate secondo il criterio della verità assoluta – concetto che per Croce resta appannaggio dell’attività filosofica –, ma secondo quello dell’utilità. La scienza non è falsa, ma non è vera in senso assoluto: essa non coglie l’universale concreto, bensì fornisce schemi funzionali alla prassi[16].

Questa distinzione era già presente nelle opere giovanili e verrà ribadita costantemente, non per negare il valore conoscitivo della scienza, ma per chiarire che essa appartiene a un diverso ordine del sapere. In altri termini, Croce non contrappone scienza e filosofia in quanto vero e falso, ma afferma la necessità di non confondere l’una con l’altra, evitando di attribuire alla scienza un valore salvifico o totalizzante, come spesso accade nella visione positivista.

Nel testo scritto a caldo sulla bomba atomica, di straordinaria densità etica, Croce esprime con chiarezza una concezione della tecnica come potenza neutra, capace di generare il bene o il male a seconda dell’orientamento morale che l’accompagna. Non vi è in lui alcuna tecnofobia: la scienza e la tecnica sono strumenti, e come tali esposte all’uso o all’abuso. Solo la crescita dello «spirito» – inteso come sintesi di intelligenza, sensibilità etica, immaginazione e religiosità – può costituire il principio armonizzatore che impedisce la catastrofe.

Questa tematica verrà ulteriormente sviluppata da Croce nel saggio Progresso tecnico e progresso morale, redatto per la giornata inaugurale (3 settembre 1947) della seconda delle Rencontres internationales svoltesi a Ginevra, organizzate da personalità elvetiche per la riapertura del dialogo tra i saperi dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, e pubblicato sul «Corriere della Sera» il 21 settembre 1947[17]. In tale occasione, Croce ribadisce che «tutta la vita, tutta la realtà si muove per contrasti, e il mondo non perisce per questo, e anzi ha vita dai contrasti che risolve di continuo in armonia»[18].

Il progresso non è un processo lineare né garantito. La storia non conosce finalismi[19]: anche le epoche di decadenza, le guerre e le regressioni morali fanno parte di un movimento più ampio, in cui si prepara la rinascita. In questo quadro, la tecnica non è né bene né male: essa non è di per sé progressiva. Essa può accompagnare il progresso dell’umanità, ma può anche servire alla sua rovina.

Le riserve di Croce nei confronti della scienza moderna si dirigono contro un suo uso ideologico. Non è la scienza a essere criticata[20], ma la sua pretesa egemonica. Croce denuncia il contrabbando dell’esattezza per la verità, cioè la riduzione della conoscenza alla misurabilità e alla quantificazione. È questo, e non la tecnica in sé, il vero bersaglio della sua polemica: l’illusione che la scienza e le tecniche possano assorbire e sostituire i saperi spirituali (filosofia, arte, religione), negando la pluralità e la complessità della vita e della conoscenza umana. In tale prospettiva, la posizione crociana si distanzia sia dal fideismo antiscientifico sia dallo scientismo riduzionistico, per proporre una teoria pluralistica dei saperi, in cui la scienza ha un suo ruolo insostituibile, ma non esclusivo né dominante.

La tecnica, dunque, per Croce è continuamente esposta agli abusi, al pari della filosofia, dell’arte, della religione. Immaginare di impedire gli abusi della tecnica, infatti, «col restringerne o impedirne l’opera necessaria e benefica val quanto, per aborrimento dell’intellettualismo, pretendere di diminuire l’intelletto o chiederne l’abolizione a vantaggio del sentimento; o per aborrimento dell’estetismo, osteggiare poesia, pittura e musica; o per aborrimento dell’odioso moralismo, professare l’immoralismo. L’unico rimedio che lo spirito umano possiede e al quale si rivolge spontaneo è di mantenere e rinvigorire in sé il principio armonizzatore, a vita morale»[21].

L’ultimo Croce si mostra ancora saldamente ancorato a una visione della storia come manifestazione dello spirito. La crisi prodotta dalla bomba atomica non è per lui una prova della fine dell’umanità, ma del bisogno sempre rinnovato di una rinascita etica. Si tratta di una «lotta», sottolinea Croce in Progresso tecnico e progresso morale, che può portare il mondo anche a una lunga decadenza, «e tuttavia quali che siano per essere gli incidenti e le vicende di questa lotta, il principio, intrinsecamente invincibile, che è la creatrice azione morale dell’uomo, ripiglierà il suo dominio e il suo corso, perché vive in fondo alle coscienze degli stessi feroci avversari»[22]. La responsabilità etica, dunque, per Croce non è un attributo accessorio dell’agire tecnico, ma il suo principio regolatore. Solo una civiltà che coltiva la coscienza morale può sopravvivere alle proprie invenzioni. In questo senso, Croce riafferma il primato della libertà interiore sulla potenza materiale, e della vita dello spirito sull’automatismo dei meccanismi storici e dello sviluppo delle tecniche.

L’intelligenza artificiale rappresenta oggi una delle frontiere più avanzate dello sviluppo tecnologico, capace di trasformare radicalmente l’economia, la società, i saperi. Come ogni grande mutamento, essa si presenta in forma ambivalente: al tempo stesso strumento di progresso e fonte di nuovi squilibri, promessa di emancipazione e rischio di alienazione. Analizzare con lucidità i potenziali benefici e i pericoli che l’IA comporta è oggi un compito ineludibile, che chiama in causa tutti, non solo scienziati e tecnologi. Numerosissime e rivoluzionarie appaiono oggi le principali opportunità di potenziamento delle attività umane nei settori più diversi. In ambito medico, ad esempio, algoritmi avanzati già supportano diagnosi precoci, consentendo di elaborare terapie personalizzate, e nel mondo del lavoro l’IA promette di sollevare gli esseri umani da mansioni ripetitive o logoranti, aprendo a nuove impensate professioni. In campo ambientale, le tecnologie intelligenti produrranno modelli predittivi sofisticati, monitoraggi continui e interventi tempestivi. Tuttavia, i rischi sono altrettanto reali e pressanti, come la questione della trasparenza e dell’etica degli algoritmi (molti sistemi di IA risultano al momento “scatole nere”, i cui criteri decisionali sfuggono alla comprensione persino dei loro creatori). Ne derivano gravi problemi di responsabilità, equità e discriminazione, come dimostrano i casi di bias nei software utilizzati per l’assunzione di personale o nella giustizia predittiva. A ciò si aggiunge la fragilità sociale derivante dall’automazione, con la concreta possibilità di perdita massiccia di posti di lavoro, soprattutto nei settori meno qualificati, e il rischio di acuire diseguaglianze economiche e territoriali, a meno di politiche lungimiranti in ambito formativo e redistributivo. Un ulteriore aspetto critico è il potenziale distorsivo dell’IA nel campo dell’informazione e della formazione culturale. Tecniche come i deepfakes o l’uso di chatbots generativi possono falsificare dati, erodere la fiducia nelle fonti, manipolare l’opinione pubblica. Anche la privacy è minacciata da sistemi di sorveglianza pervasivi e da pratiche invasive di raccolta dati. Infine, sullo sfondo si profila il tema inquietante della possibile autonomia decisionale delle macchine, anche in ambito militare e nucleare. La sfida dell’IA non è dunque semplicemente tecnica.

Come sottolineava Benedetto Croce a proposito del progresso tecnico, ciò che conta non è solo l’efficacia, ma la capacità dell’essere umano di armonizzare la potenza prometeica della scienza con i valori della vita morale. Solo un’umanità capace di guidare il proprio progresso materiale sarà in grado di non subirlo moralmente. Occorre, oggi più che mai, un’alleanza fra innovazione e responsabilità, fra intelligenza artificiale e intelligenza etica.

 

  1. Cit. da R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, Milano, Rizzoli, 1990, pp. 829-30.
  2. E. Segrè, Enrico Fermi, fisico. Una biografia scientifica, Bologna, Zanichelli, 1971, pp. 72-88.
  3. R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, op. cit., p. 625.
  4. Ibidem.
  5. J. Donne, Poesie amorose, poesie teologiche, a cura di C. Campo, Torino, Einaudi, 1971, p. 79.
  6. E. Segrè, Enrico Fermi, fisico. Una biografia scientifica, op. cit., p. 150.
  7. K. Bird, M. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, Milano, Garzanti, 2023, p. 377.
  8. R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, op. cit., p. 729.
  9. K. Bird, M. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, op. cit., p. 377.
  10. R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, op. cit., p. 743.
  11. K. Bird, M. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, op. cit., p. 378.
  12. R. Rhodes, L’invenzione della bomba atomica, op. cit., p. 784.
  13. Testimonianza di una studentessa liceale che stava aiutando ad aprire spazi antincendio al momento del bombardamento: ivi, p. 784.
  14. Testimonianza di un droghiere che era uscito in strada: ivi, pp. 788-89.
  15. Pubblicato con il titolo Pensiero sulla bomba atomica in «Il Risorgimento», III, 11 agosto 1945, e ripreso da vari giornali, fu incluso in B. Croce, Pensiero politico e politica attuale, Bari, Laterza, 1946, pp. 58-59 e quindi in Id., Scritti e discorsi politici (1943-1947), 2 voll., Bari, Laterza, 1963, vol. II, pp. 188-89. Riprendo e sviluppo qui alcune considerazioni svolte in N. Allocca, Einstein e Croce: la libertà, la guerra, l’olocausto nucleare, in «Diacritica», a. VIII, n. 1 (43), 2022, pp. 23-37.
  16. Cfr. N. Allocca, Einstein e Croce: la libertà, la guerra, l’olocausto nucleare, op. cit.
  17. Il saggio è incluso in B. Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), op. cit., vol. II, pp. 432-35.
  18. Ivi, p. 432.
  19. Benché la storia sia concepita da Croce come storia di progressi, giacché nei tempi di decadenza o di catastrofi «si prepara, con vario travaglio e molteplici prove e tentativi, nuova materia di vita per nuove opere, e cioè nuovi progressi, non attingibili e non concepibili senza quell’intermedio, che per sé non è soggetto di storia, ma nota di cronaca dolorosa o vergognosa»: B. Croce, Il progresso come stato d’animo e il progresso come concetto filosofico [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, p. 325. Su progresso e catastrofe in Croce cfr. M. Panetta, Croce e la catastrofe. Gli scenari apocalittici dei terremoti di Casamicciola e Reggio, in Apocalissi e letteratura, n. 15 di «Studi (e testi) italiani», a cura di I. De Michelis, 2005, pp. 155-71; poi in «Diacritica», 25, 25 febbraio 2019.
  20. Così in proposito scrive Croce nell’Avvertenza del 1916 alla seconda edizione della Logica come scienza del concetto puro: «Quando questo libro fu la prima volta pubblicato, parve a molti che esso fosse in guisa precipua una assai vivace requisitoria contro la Scienza; e pochi vi scorsero ciò che soprattutto era: una rivendicazione della serietà del pensiero logico, di fronte non solo all’empirismo e all’astrattismo, ma anche delle dottrine intuizionistiche, mistiche e prammatistiche, e a tutte le altre, allora assai poderose, che travolgevano col positivismo, a giusta ragione avversato, ogni forma di logicità. Né, a dir vero, la stessa critica che esso faceva della Scienza favoriva una filosofia, come si suol chiamarla, “aborrente dai fatti”: anzi il motivo di quella critica era il rispetto meticoloso dei fatti, non osservato né osservabile nelle costruzioni empiriche ed astratte, e nelle congiunte mitologie del naturalismo […]. E il distacco che vi si compie della filosofia dalla scienza non è il distacco da ciò che nella scienza è verace conoscere, ossia dagli elementi storici e reali della scienza, ma solo dalla forma schematica, nella quale questi elementi vengono compressi, mutilati e alterati; e perciò è, nel tempo stesso, un ricongiungimento con quanto ha di vivo, di concreto e di progressivo nelle scienze» (B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza, 1967, p. VIII).
  21. B. Croce, Progresso tecnico e progresso morale, op. cit. p. 433.
  22. Ivi, p. 435.

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)