Recensione di Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”

Author di Monica Lanzillotta

Pavese, sin dagli anni giovanili, fa coincidere il “mestiere di vivere” con il “mestiere di scrivere”, così come mostra il prezioso volume curato da Ivan Tassi, che raccoglie tutti i diari dello scrittore piemontese dal 1922 al 1950 – al più noto Mestiere di vivere, scritto tra il 1935 e il 1950, si aggiungono Un viaggio felicissimo (1922), Frammenti della mia vita trascorsa (1926-1928) e Il taccuino segreto (1942-1943).

Già a partire dal diario giovanile (Frammenti della mia vita trascorsa) lo scrittore allude ai Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, così come pure a Petrarca è riconducibile la prima parte del Mestiere di vivere, scritta durante il periodo di confino a Brancaleone Calabro (dal 6 ottobre 1935 al 15 marzo 1936), intitolato Secretum. Petrarca è preso a modello proprio in quanto fornisce un numero impressionante di dati sulle sue occupazioni, pubbliche e private, su amicizie, letture ecc., dati che non sono mai puramente documentari perché tutti, anche i più minuti, concorrono a tracciare l’autobiografia ideale per i lettori postumi.

Pavese, come Petrarca, crede essenzialmente nel valore della letteratura, confida nella letteratura come “esserci” e depone in essa il desiderio di gloria, costruendo la sua autobiografia per accreditare presso gli altri l’immagine che va costruendo di sé. Ivan Tassi, nella complessa introduzione, intitolata Alla letteratura non si sfugge (pp. V-XCIII), inserisce, infatti, il diario pavesiano nella «provincia a statuto speciale» costituita dai diari scritti da scrittori, sottolineando che non può essere giudicato in base agli «standard diaristici» perché gli scrittori scrivono di sé per «alimentare la letteratura» (p. LXXIX). Lo studioso invita, perciò, a non usare in modo strumentale il diario pavesiano, cercandovi ad esempio le ragioni del suo suicidio o per edificare biografie romanzate, come hanno ritenuto di poter fare Davide Lajolo in Il «vizio assurdo» o Dominique Fernandez in L’échec de Pavese. Per Tassi Il mestiere di vivere non è un diario “intimo” o dell’oeuvre perché «manca il racconto delle occasioni specifiche che hanno scatenato le “scoperte” di vita» (p. XVI). Pavese, per lo studioso, recita nel teatro del diario prendendo come modelli, per i meccanismi di costruzione e autorappresentazione spettacolare dell’io, lo Zibaldone di Leopardi e, soprattutto, Baudelaire e Nietzsche. Il mestiere di vivere è costruito su un reticolo di riprese e rimandi in modo da ricondurre qualsiasi elemento, anche minimo, a una vigile presenza interiore: Pavese ritorna sui propri appunti non solo per correggerli, ma per lavorarvi sopra, riflettervi, riutilizzarli anche nella scrittura creativa, contraddicendo l’immediatezza e la spontaneità che caratterizzano il genere. Lo studioso penetra nel sistema concettuale del Mestiere, individuando quattro fasi – Fase I: in lite con sé stessi (1936-38), Fase II: la maledizione del celibato (1939-41), Fase III: in teoria (1942-1945) e Fase IV: apoteosi di una divinità triste (1946-50) –, ciascuna dominata dal rapporto fallimentare con le donne di cui si innamora (Tina Pizzardo, Fernanda Pivano, Bianca Garufi e Constance Dowling) e rilevando che «il motore e la cifra distintiva dell’autorappresentazione che Pavese offre di sé» è «il contrasto, l’antinomia e l’ambivalenza» (p. VI).

Ivan Tassi è autore anche del commento ai diari pavesiani: nell’imponente apparato (pp. 479-728) di chiose brevi leggere esaustive ha fatto tesoro di un consiglio di Pavese, per il quale «le note di un commento dovrebbero essere caratterizzate da un tono “fulmineo e sferzante, e non dovrebbero mai trasformarsi in “succursali dei saggi”» (p. 477). Tassi, infatti, crea un fitto dialogo tra opere e scritture autobiografiche, dando conto di opere, eventi e persone a cui Pavese allude, fornendo veloci e utilissimi chiarimenti.

Il volume è corredato, infine, dall’Appendice critica (pp. 731-875) stilata da Anna Carocci, dove la studiosa ripercorre la “fortuna” critica del Mestiere di vivere, seguendo alcune piste tematiche (Pavese comunista, decadente, religioso, scrittore ecc.) dal 1952, quando esce la prima edizione censurata del diario, a cura di Italo Calvino e Natalia Ginzburg, al 1992, quando viene pubblicata l’edizione integrale a cura di Marziano Guglielminetti e Laura Nay.

I giudizi contrastanti e le strumentalizzazioni di carattere ideologico della critica mostrano come la compresenza dei contrari, rivendicata da Pavese in diverse occasioni come sua peculiarità, si ripercuota anche nelle vicende della sua ricezione critica: proprio la convivenza dei contrari, che costituisce la caratteristica più intrigante della personalità pavesiana, ha reso più faticoso il riconoscimento della grandezza dell’autore.

(fasc. 41, 5 dicembre 2021)

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