Recensione di Edoardo Calandra, “I Lancia di Faliceto”

Author di Monica Lanzillotta

L’editore Robin di Torino, dopo aver pubblicato, nel 2019, La falce di Edoardo Calandra, torna a promuovere la lettura delle opere dello scrittore piemontese, dando alle stampe I Lancia di Faliceto, riprendendo dalla sua prima e unica edizione del 1886 anche la Prefazione di Giuseppe Giacosa e le illustrazioni dell’autore.

Il libro può essere sinteticamente definito un romanzo genealogico o famigliare perché protagonisti delle dieci novelle (Cronaca di Abellono, Madonna Isabella, Dame Isabeau, Signor Gasparo, Palazzo, 1799; Rodolfo, A Stupinigi, Decaduto e 1885-86) sono alcuni rappresentanti di un nobile casato piemontese, i Lancia di Faliceto, lungo un arco temporale che va dal 940 al 1886.

Le singole novelle sono collegate l’una all’altra a schidionata sia dalla presenza dei Lancia sia dal ricorrere di alcuni personaggi e motivi, per cui la raccolta si configura come un “romanzo a episodi” privo di cornice. Nella storia del casato è dato grande rilievo a tre rami dell’albero genealogico dei conti Lancia, quelli degli Arduinici, dei Cappa e dei Broccardo; inoltre Calandra concede ampio spazio al conte Emanuele Lancia, personaggio che compare in ben due racconti, che può essere identificato in Emanuele Tapparelli d’Azeglio, ultimo discendente del celebre casato, il quale aveva ricostruito in Une famille piémontaise au moment de s’éteindre, pubblicata nel 1884, due anni prima dei Lancia di Faliceto, l’albero genealogico della sua famiglia, colmando le lacune della storia famigliare contenuta nelle prime pagine dei Miei ricordi dallo zio Massimo d’Azeglio. Lo scrittore, attribuendo ai Lancia vicende realmente accadute, li fa interagire con i casati che hanno determinato la storia del Piemonte, cioè i Monferrato, i Saluzzo e i Savoia, ripercorrendo in tal modo la storia cavalleresca, militare, dinastico-diplomatica del Piemonte, narrata, a partire dall’età medioevale, da monaci e storiografi di corte, storiografia esaltante le imprese dei tre nobili casati.

A differenza degli storiografi, che hanno immortalato l’immagine del cavaliere valoroso, che sa difendere i diritti della dinastia contro ogni minaccia, invincibile in guerra e nei tornei, fondatore, in quanto cavaliere cristiano, di cappelle e monasteri e pronto a mettere la sua spada al servizio della fede, garantendo l’ordine e la giustizia, Calandra, man mano che procede con le novelle dal Medioevo all’Ottocento, fa assistere al progressivo declino dei conti Lancia, che si manifesta come degenerazione, morale e materiale, da mettere in relazione, come osserva Leonardo Lattarulo nell’introduzione che correda il volume, con l’«attrazione per il barbarico, il violento, il deforme» (p. 10) che anima il pensiero dello scrittore, per il quale la «forza negativa e distruttiva, nascosta ma sempre pronta a manifestarsi in improvvisi sfoghi, è sentita come ineliminabile e persistente in tutto il corso storico» (p. 11).

Lo scrittore piemontese lavora “a mosaico”, ossia si serve delle scritture altrui per comporre la propria, catalogando immagini, gesti, toni, colori, strutture morfologiche e sintattiche, che riutilizza come tessere delle trame e della lingua delle sue opere: la dipendenza dalle fonti (saggi storici, documenti d’archivio ecc.) si traduce anche nell’impiego di una pluralità di lingue, di linguaggi settoriali e di tipologie diverse di testi. In particolare Calandra istituisce un fitto dialogo con la cultura subalpina, con quella italiana fin de siècle e con quella francese, e prova del forte legame con quest’ultima è la preziosa osservazione di Lattarulo che rileva la suggestione, per la tessitura dei Lancia di Faliceto, da Guerra e pace di Tolstoj (specie per il racconto Il decaduto), ipotizzando che Calandra abbia letto il romanzo tolstoiano pubblicato a San Pietroburgo nel 1879 nella traduzione francese (La guerre et la paix. Roman historique traduit avec l’autorisation de l’auteur par une russe) pubblicata dall’editore parigino Hachette nel 1879: la Francia è, infatti, un punto di riferimento per la diffusione della letteratura russa e la prima traduzione italiana di Guerra e pace verrà pubblicata da Treves nel 1891.

La complessità strutturale, la pluralità dei linguaggi e il dialogo con la letteratura mondiale del tempo mostrano l’ambizione dell’autore poco compresa dal suo tempo, ma che oggi rende evidente come I Lancia di Faliceto sia in definitiva il suo capolavoro.

(fasc. 41, 5 dicembre 2021)

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