Recensione di Donatella Di Pietrantonio, “L’Arminuta”

Autore di Lorenzo Larcan

Estate 1975: una ragazzina in piena pubertà, fino a quel momento figlia unica, viene “restituita” da quelli che credeva essere i genitori alla “vera” famiglia proletaria, ritrovandosi improvvisamente a essere parte della sua numerosa prole. I nuovi genitori educano severamente i figli, i fratelli – di età da uno a diciott’anni – dormono tutti in una stanza, i più grandi hanno lasciato la scuola, e trattano l’“Arminuta”, la ‘ritornata’, senza alcun riguardo. Su questo sfondo, sono costanti i dubbi e l’impossibilità di comprendere della protagonista, la quale si è vista da un giorno all’altro scaricata in quella casa dalle persone che l’avevano cresciuta e che considerava padre e madre.

L’arco temporale coperto dalla narrazione è di quasi due anni. In meno di cinque pagine, in ogni capitolo (cronologicamente successivo rispetto al precedente), l’autrice racconta attraverso la voce della protagonista un episodio della sua permanenza nella nuova casa, e non solo. Spesso si tratta di episodi di vita quotidiana, apparentemente irrilevanti, come quello in cui la ragazza assiste per la prima volta a una violenza fisica da parte del padre o quello in cui la madre rievoca un incontro con la figlia ancora bambina, ma che producono una notevole risonanza sia nella protagonista sia nel lettore. Altri episodi sono oggettivamente importanti per la svolta che segnano nella vita dell’Arminuta, come la morte di un personaggio o il primo incontro, dopo la “restituzione”, con la donna che l’ha cresciuta.

Il romanzo è popolato da una moltitudine di vari personaggi, dei quali alcuni fanno una fugace apparizione per poi non riapparire più, mentre altri sono costantemente presenti: alcuni fisicamente, altri soltanto nei pensieri della protagonista. Tra questi ultimi, troviamo sicuramente i due zii che l’hanno cresciuta e poi “restituita”. Legami fondamentali all’interno della sua nuova vita sono, invece, quelli con il fratello maggiore Vincenzo e con la sorella minore Adriana.

L’autrice fa scrivere il proprio personaggio in maniera letterariamente “esatta”, evocativa e insieme agile, scorrevole. Non si abbandona a esagerati psicologismi né descrizioni: leggendola si ha l’impressione che dia sempre informazioni utili, nel modo giusto. Lascia che il lettore tragga, o sospetti, quanto deve da ciò che descrive, il che risulta assai più efficace e illuminante di qualsiasi spiegazione, e tutto ciò che racconta o riporta si rivela interessante per chi legge: «I maschi non si fidavano ad allontanarsi, sono rimasti lì a consumare minuto per minuto l’attesa lunga e nervosa della cena. Appoggiato in verticale alla spalliera, il prosciutto ci fissava impassibile. Cresceva insieme alla nostra fame l’odore della sugna impepata che lo ricopriva. Di tanto in tanto Vincenzo mi guardava di sottecchi il corpo e la faccia dubbiosa sulla provenienza del suo regalo alla famiglia. Giuseppe gattonava attorno ai piedi della sedia, sentiva anche lui l’attenzione di tutti concentrata lì sopra».

Nei dialoghi l’autrice si adatta abilmente alle varie voci, registrando in particolare il marcato regionalismo della famiglia di arrivo, senza sfociare nel dialetto, che impiega in un caso solo:

A cena erano tutti eccitati per la novità del pollo, Adriana si è chiesta se fosse Natale d’estate. Io ero combattuta tra la fame e il disgusto di averlo visto sventrato, con le budella penzolanti nel lavandino, tra le tazze sporche della colazione.

– Una coscia a papà e una a essa che oggi è svenuta, – ha deciso la madre. Ma gli altri pezzi erano molto più piccoli e ossuti, dopo che il petto era stato messo da parte per il giorno successivo. Quello che chiamavano Sergio si è subito ribellato.

– Se sta male si mangia il brodino, no la coscia, – è insorto. – Attocca a me, oggi ho aiutato quella del piano di sopra a traslocare e ti sei pure pigliata i soldi che mi so’ guadagnato.

– E poi per colpa sua hai scassato la porta del cesso, – è intervenuto un altro scuotendo l’indice nella mia direzione. – Questa ecco fa solo danni, non potete ridarla a chi la teneva prima? Con una manata sulla testa il padre lo ha spinto a sedere e lo ha zittito.

La cifra più caratterizzante di questo romanzo è, forse, la felice soluzione di continuità trovata dall’autrice, la quale racconta sapientemente soltanto episodi per motivi diversi rilevanti, senza avere la pretesa di collegarli direttamente, e lo fa non stancando mai il lettore, anzi spesso compiacendolo, e a volte emozionandolo.

Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 2017.

(fasc. 26, 25 aprile 2019)

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