Recensione di Emiliano Peguiron, “Non chiedermi il perché”

Author di Marco Sbardella

Non chiedermi il perché di Emiliano Peguiron è una raccolta di poesie che riesce a coinvolgere il lettore in una dimensione di malinconia ed entusiasmo allo stesso tempo. L’opera, che rappresenta l’esordio dell’autore, è divisa in tre parti ed è caratterizzata da un’omogeneità nel contenuto e nello stile che diviene contaminazione verso dopo verso, componimento dopo componimento.

Il lettore si trova immerso in un contesto segnato dalla quotidianità, ottenuta attraverso l’utilizzo di un linguaggio che richiama l’ordinario: le situazioni di tutti i giorni, infatti, ricorrono spesso e vengono inserite, talvolta, in un mondo naturale che non è esente da riferimenti a paesaggi e animali. Ciò che, però, si nota sin dal principio in questo contesto naturale è il mondo sociale inteso come luogo d’incontro tra l’Io, il Tu, l’Altro. Gli occhi dell’Io, posti di fronte al reale, rompono la routine e la meccanicità del quotidiano, interrompendo la ripetizione, interrogandosi su ciò che li circonda:

Come un pesce o una tomba
nel silenzio di un acquario
o un cimitero
resto
in attesa che si rompa:
far esplodere l’ampolla
far straripare i crisantemi. (P. 22)

In questo modo i concetti vengono sottolineati con forza: in particolare, si può notare un significativo utilizzo delle contraddizioni e degli opposti («[…] Ci chiedono di essere umani / ma come possiamo, / se siamo formiche.»: p. 17) per enfatizzarli. Proprio le contraddizioni giocano un ruolo importante all’interno del testo perché mettono in luce il contrasto tra l’Io e il mondo. Un contrasto spesso oppositivo, presente e trasversale in tutta la raccolta, il quale apre le porte alla malinconia che pervade l’Io:

Ricorda che devi morire.
Mi ero quasi scordato
che a questo mondo vieni
per poi andartene
che da corpo diventi cenere
e così via
e via così,
fino al tramontare dei pensieri. (P. 53)

Nella seconda parte della raccolta, però, il contrasto appare in modo ancora più aspro:

La vita di un uomo
come una sigaretta.

È storia vecchia:
privare gli altri
per sentirsi meglio. (P. 30)

La maggior durezza del contrasto che emerge dalla seconda parte dell’opera unita all’introduzione dell’osservazione della realtà sociale permette di cambiare anche il modo in cui gli occhi dell’Io guardano al mondo. Ciò consente di sottolineare la condizione della necessaria limitatezza umana ma non si ferma a denunciarla, cerca anzi uno squarcio nella ripetizione malinconica. Tutto questo è reso possibile dai diversi Punti di vista, non casualmente titolo di una delle poesie, che permettono di capovolgere il modo in cui si guarda il reale:

Le cozze non si attaccano,
baciano gli scogli
[E non sono poi così brutte
quando le mangi]. (P. 18)

Il soggetto riesce, così, a uscire dagli schemi e a cogliere un momento di novità e speranza. Notevole non perché risponde a una volontà esortativa del soggetto, che è intrappolato nel disperato tentativo di cercare una via di fuga, ma perché è condizione che emerge dalla vita stessa, che ne traspare e che viene colta. È così che l’Io trova la possibilità nella differenza: del resto, «La più bella canzone è il disaccordo.» (p. 33).

Un ruolo decisivo viene svolto da uno specifico tipo di alterità che compare nella terza parte dell’opera: quello dell’Amore. Quest’ultimo è definito per un verso da una dimensione di evanescenza e inafferrabilità, la quale consente di inghiottire letteralmente il reale e in questo modo di risignificarlo:

L’ho vista aspirare un tramonto
e riempirsi il petto di raggi,
mangiare una margherita
e vomitare un campo di girasoli. (P. 43)

Per altro verso, però, il sussistere di una dimensione reale e concreta, quasi fisica, è in grado di fare da vero e proprio appiglio al soggetto:

Chiamami
e ti farò da incudine
tenendoti sul fondo
perché il vento ancora non ti merita. (P. 55)

È così che esso diventa una via di risoluzione, anche se mai certa, per quella dinamica oppositiva che poneva drammaticamente l’Io davanti al mondo. Questo tentativo di soluzione, infatti, non può mai essere definitivo, poiché non viene mai eliminata la condizione di precarietà del soggetto che, anzi, emerge continuamente, nell’illusorietà di un «paradiso soffice» (p. 52) o nella richiesta alla fantasia di rendere meno triste l’addio (p. 48), evidentemente senza certezza di riuscirvi. Eppure, è un’opportunità ineliminabile, sempre possibile, che permette di aprirsi al mondo e alla sua alterità, di superarlo in una sintesi tra soggetto e oggetto, in un’armonia nuova, che paradossalmente nasce dal contrasto, e che non è dunque esente da sfumature malinconiche.

In questo senso questa raccolta si pone come un continuo gioco e rimodulazione di intuizioni e significati in un’intersezione dinamica dell’Io con la realtà. È l’Io che, preso nella vita di questo mondo, deve trovare il senso, e non può che farlo nella vita stessa, senza sicurezza di riuscita, senza saperne il motivo (l’autore avverte subito il lettore mediante il titolo).

È tutta una dialettica all’interno dell’esistenza, tra caos e ordine, tra insignificanza e senso, tra fissità e movimento, quindi tra vita e morte, la cui precaria e mai definitiva soluzione è uno slancio vitalistico verso l’ignoto che nel finale di questa silloge trova la propria espressione completa:

ti ricorda che dal bozzolo
non sei ancora uscita.
E allora vola farfalla,
che un giorno di vita
non può essere abbastanza. (P. 56)

(fasc. 43, 25 febbraio 2022)

• categoria: Categories Recensioni