Recensione di Enrica Aragona, “Sangue sporco”

Autore di Marika Lauria

Due storie procedono incontrandosi solo in alcuni punti. Da un lato, una ragazzina fragile, proveniente da Isola nuova; dall’altra, una donna, ormai più che quarantenne, con uno scricciolo di figlia che ama da morire. I punti di incontro sono pochi: amicizie dimenticate, una famiglia che sarebbe stato meglio dimenticare, e Renata.

Il romanzo si divide in due, con due protagoniste che in parte si assomigliano, e si snoda tra una Roma della fine degli anni ’80, dai quartieri poveri e degradati per quanto nuovi, e l’odierna Monti. Le contrapposizioni fra le due realtà che descrive Aragona sono automatiche e necessarie per la comprensione di quanto il tempo possa far cambiare una di quelle persone che la società non avrebbe mai pensato potesse mutare. Eppure, lento e inesorabile, il tempo scorre, e con lui si cresce e ci si trasforma.

La storia ha effettivamente inizio con il trasferimento della famiglia Guarino a Isola Nuova, ai margini di una Capitale sempre in crescita, un luogo che doveva servire da riscatto alla famiglia, colorato di speranze e sogni, in primis quelli di Tony, padre di tre bambine. Le tre sorellastre, appena messo piede in quella gabbia di cemento ancora in costruzione, fanno il loro ingresso in un mondo diverso da quello da cui provengono e anche da come doveva essere.

Il primo incontro, quello che effettivamente segna tutto l’arco narrativo, è con Renata, una «ranocchia», una «mocciosa» di qualche anno più grande di Scilla, che ha voglia di sporcarsi e far dispetti («Ci arrampicammo su un muretto a secco, costruito attorno a un poligono di terra punzecchiato di sterpi, proprio sotto il Faro; stavo per prendere la mano della mia sorellastra e mettermi in posa, quando qualcuno ci strillò “BUH!”. […] Io invece non mi spaventai, anzi; mi venne da fissare incuriosita quella specie di ranocchia in tuta di jeans che mi ero trovata davanti quando mi ero voltata. Era una ragazzina secca e lunga, con un groviglio di riccioli neri che zampettavano come molle impazzite, la bocca larga e la pelle bianchissima che sembrava quasi trasparente. Ed esibiva tutto con una sfacciataggine tale che ti veniva da prenderla a schiaffi»: p. 21).

La narrazione principale, se così si vuol chiamare, è appunto l’amicizia con quella bambina, tremendamente travagliata, e procede accostando degli spiragli di vita di una Scilla adulta, che ripensa e reinterpreta quanto accaduto nella propria infanzia e nell’adolescenza, fino alla fuga da Isola Nuova e all’approdo a Monti.

Diversi sono i quadretti che vengono inseriti in questo arco temporale, dal 1978 al 1995, di amicizia, amore, scuola e, soprattutto, violenza e morte. Quest’ultima è una delle prime esperienze nel nuovo quartiere: «Eravamo già tutti a letto quando, quella notte, arrivò un boato che lasciò uno strascico cupo tra i portici spenti. Poi il rombo di una moto che si allontanava, e infine le urla, così tante e così forti che chi non si era svegliato per il botto, di sicuro lo avrebbe fatto per gli strilli. […] Nell’aria c’erano sirene che si avvicinavano e un odore pungente, amaro, che scendeva nella gola e raschiava giù fino ai polmoni. Capii che quell’odore avrebbe presto sostituito nei miei ricordi quello dei pomodori bolliti e del pane caldo: l’odore della morte» (p. 30).

La violenza caratterizza molti rapporti, come quello tra Natalina e il padre, tra i bambini del Quadrante e fra la stessa protagonista e la matrigna, donna complessa, che non ha mai perdonato a Scilla di essere nata. Tanto che nemmeno quando l’età comincia a farle da zavorra è disposta a tornare indietro, o magari ad andare avanti, dicendo poche semplici parole: «A lei stava bene vivere in quel modo, senza scusarsi, senza mettersi in discussione, senza mai dire “mi dispiace”. Come se tra noi non fosse mai successo niente. Come se anni di violenze, di corse al Pronto Soccorso, di costole incrinate, bastonate nella schiena e occhi neri non li avessi subiti io ma qualcun altro» (p. 262).

Tony, il padre, rimane sempre ai margini di questo rapporto difficile, cercando, ogni tanto («te lo ricordi solo quando ti fa comodo che sei mio padre»: p. 146) di fare il bene della figlia nata dal suo più grande amore. I rapporti sono rigidi e venali, quasi privi d’affetto, se non quelli d’amicizia, come se in una famiglia di Isola nuova non potesse esistere altro linguaggio che la violenza.

Unici spiragli di luce per Scilla sono i rapporti con Natalina e Renata. La prima rappresenta, forse, il secondo incontro importante per la bambina («Io intanto mi ero avvicinata alla biondina, che mi sembrava molto più interessante di quei noiosi discorsi da grandi, anche se era un po’ scipita e smorfiosetta. Stava saltellando sopra i cocci di una bottiglia rotta. “Vuoi essere mia amica?” le domandai. Stavo per dire ‘la mia migliore amica’, ma poi mi ricordai della bambina con le molle ai posto dei capelli: diventare migliore amica di quell’antipaticona sarebbe stato molto più divertente» (p. 28). Da quel momento le due saranno inseparabili, almeno fino all’assunzione in azienda di Natalina, che, disperatamente, cercherà di prendere le distanze dalla realtà in cui ha sempre vissuto e dalle persone che potrebbero riportarvela nuovamente.

Renata, invece, è più complessa. È un personaggio a tutto tondo, seppur appena accennato: tranquilla all’esterno, temibile quasi, e complessa all’interno. Ricopre un ruolo fondamentale nella vita della protagonista, eppure per anni quest’ultima ha provato a scacciare i sentimenti legati a quella che sarebbe dovuta essere un’amica, ma che doveva essere qualcosa di più.

Il loro rapporto si contrappone, in maniera diversa, a quello con Nicola e Serena. Da una parte, l’uomo che è riuscito in qualche modo a far rialzare Scilla da una tremenda esperienza; dall’altra, la bambina nata da una relazione che non avrebbe dovuto esistere. Paradossale è il fatto che Nicola non sia altro che una piccola parantesi dolorosa nella vita di Scilla, mentre Serena sarà il fulcro dei suoi pensieri e la indurrà a muoversi, come madre ansiosa e premurosa, su una strada che non le è proprio familiare.

Se alla sfera di un passato turbolento appartengono Natalina e Renata, rammentate a una Scilla adulta dalla figlia, a quella del presente appartiene Lucia. Quest’ultima compare all’inizio del racconto e alla fine, come la Sacher promessa da Renata a Scilla, chiudendo perfettamente il cerchio tra Isola Nuova e Monti. Lucia è la nuova Natalina, la persona che maggiormente comprende la protagonista e cerca in tutti i modi di essere una vera amica; eppure, di quella bambina, di quell’adolescente ribelle, non si sa quasi niente. Scilla si apre e non si apre con gli altri personaggi, permettendo solo alla figlia di scalfire la propria corazza.

Valeria Parrella, sul numero di maggio di «Grazia», ha descritto il lavoro di Aragona come quello di una «bella penna, potente, femminile, un esordio importante». Sicuramente è un libro audace, forte, di donne che combattono contro ruoli prestabiliti e fanno scelte coraggiose, spesso essendo tremendamente sole.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)

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