Vanni Santoni e il lavoro editoriale: un’intervista

Autore di Giusy Esposito

Leggere, leggere, leggere. Poi leggere ancora. Bisogna leggere tutto, prima di tutto coprire i buchi che si hanno sui classici (e se ne hanno sempre), rileggere i classici che si sono già letti, leggere i capolavori contemporanei – e anche qualche non-capolavoro perché è importante anche essere aggiornati su cosa esce in un dato momento storico –, e poi leggere i saggi e la poesia. E i libri che ci servono per il libro che stiamo scrivendo in un dato momento. E poi bisogna leggere ancora. La “dieta” è tutto. Dopo la dieta, c’è la disciplina. Scrivere tutti i giorni. La regolarità è essenziale. L’ho sempre sospettato e ho trovato conferma intervistando diversi grandi scrittori italiani e internazionali per i “Discorsi sul metodo”. Ma prima, leggere, leggere, leggere[1].

Leggendo queste parole non si può non pensare a Italo Calvino, sebbene Vanni Santoni non sia scrittore alla maniera calviniana, perché è ben lontano da quella scrittura e da quelle trame, anche se è uno scrittore impegnato. Come Calvino Santoni ha una ricca biblioteca personale di libri di altri, perché lavora come editor e sta consacrando tutta la vita alla scrittura.

Cenni biografici su Vanni Santoni

Nato nel 1978, a Montevarchi, nella provincia di Arezzo, ma residente nel capoluogo toscano, pur allontanandosi dalla provincia, sa sempre riconoscerla come casa.

Santoni si è laureato in Scienze politiche e i suoi esordi letterari sono stati sulle pagine della rivista «Mostro» nel 2004. Nel 2005 ha vinto il concorso “Fuoriclasse” della casa editrice Vallecchi con il testo Vasilij e la morte e l’anno successivo anche “Scrittomisto” della casa editrice indipendente RGB. Nello stesso anno è avvenuto il suo esordio letterario con Personaggi precari, un’opera sperimentale cui l’autore ha lavorato per un decennio (pubblicata tre volte, nel 2007, nel 2013 e nel 2017, ogni volta con delle aggiunte), che presenta personaggi che hanno perso identità, senso dello spazio e del tempo. Qui il precariato è inteso come fatto esistenziale: i personaggi senza identità, che hanno solo il nome e non vengono mai nominati per cognome, vivono un’esistenza precaria tipica del mondo contemporaneo. Il libro è stato segnalato da Tiziano Scarpa come:

Un piccolo libro, apparentemente leggero, ma lo metterei a fianco di Mi ricordo di Georges Perec, che Bollati Boringhieri ha ripubblicato di recente. Perec mostrava la sostanza vera della memoria, che è fatta di briciole, non di un’autobiografia lineare. Santoni mostra la sostanza delle relazioni di oggi: conosciamo gli altri a pezzettini, orecchiando due battute di conversazione, leggendo un tweet o uno status di Facebook. Il mondo si è trasformato in una raccolta di calcinacci relazionali, di frammenti presocratici[2].

I personaggi presentati sono più di cinquecento, ciascuno con la propria vita, il proprio sguardo, la propria precarietà. La ricostruzione della loro storia è affidata, e anche qui viene in mente Calvino, al lettore. In un’intervista ha ammesso che «un “padre nobile” il mio progetto lo aveva: era il Calvino delle Città invisibili, un testo per me fondamentale (torna tanto in Se fossi fuoco… quanto nel mondo fantastico di Terra ignota) che in quel caso mi aveva suggerito la possibilità della griglia analitica e del sistema di finestre come possibili formati narrativi»[3]. Altra caratteristica in comune con Italo Calvino è l’impegno nelle riviste, nella letteratura, nella scrittura, verso i giovani e il sociale. Infatti, nel 2007, fonda il progetto di scrittura collettiva SIC, dal quale viene fuori il romanzo storico, In territorio nemico, che esce nell’aprile 2013 per minimum fax. Nel 2008 pubblica per Feltrinelli il suo secondo libro, e primo romanzo, Gli interessi in comune , che vince il premio selezione “Scrittore toscano dell’anno”. Il suo terzo libro è il romanzo Se fossi fuoco arderei Firenze, uscito nell’ottobre del 2011 nella collana «Contromano» di Laterza. Anche qui un romanzo corale, le storie di ventitré personaggi nel loro rapporto con la città di Firenze. Nel 2012 pubblica il romanzo breve Tutti i ragni (:duepunti edizioni), nella collana «ZOO», diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini, tradotto in tedesco nel 2014.

Vanni Santoni è uno stacanovista della scrittura. La sua produzione letteraria è ricca di titoli e pubblicazioni, tra cui In territorio nemico (2013), romanzo storico scritto dal collettivo SIC ideato da Santoni e Gregorio Magini; il romanzo fantastico Terra ignota (Mondadori 2013), cui segue Terra ignota 2 – Le figlie del rito nel 2014. Nel 2015 pubblica il romanzo Muro di casse che apre la collana «Solaris» della casa editrice Laterza. Sempre per Laterza, il romanzo La stanza profonda (2017), con il quale si aggiudica la prima partecipazione al Premio Strega della storia dell’editore. Il libro ha avuto immediato successo, andando in ristampa già alla prima settimana e altre quattro volte nel mese successivo. Sempre nel 2017 esce per Mondadori L’impero del sogno e l’ultimo libro è il capolavoro dei Fratelli Michelangelo, uscito nel 2019 per Mondadori. È un libro di oltre 600 pagine, un romanzo familiare che riporta Santoni al realismo, alla sua terra.

I luoghi di Vanni Santoni

Ho avuto il privilegio di intervistare di recente Vanni Santoni e, alla mia domanda sull’importanza dei luoghi, Santoni ha risposto distinguendosi dal Calvino ossessionato dalla geometria degli spazi. L’orizzontalità o la verticalità degli spazi e il vivere in città diverse hanno, ogni volta, influito non soltanto sulla sua scrittura, ma anche sul suo modo di osservare il mondo. Ho chiesto a Santoni quali siano i luoghi che hanno influenzato il suo modo di vedere il mondo e di conseguenza la sua scrittura:

Non so quanto la mia scrittura sia influenzata dai luoghi; credo lo sia più dalle persone e dalle esperienze interiori. È vero che tendo ad ambientare i miei romanzi in luoghi che conosco, anzi in cui ho vissuto per periodi anche lunghi – vale anche per i romanzi con ambientazioni più “esotiche” come ad esempio I fratelli Michelangelo, ma credo sia una questione, potremmo dire, metodologica: solo una permanenza di lungo corso mi permette di appropriarmi di quei dettagli i quali, più dei tratti evidenti e noti, permettono di dare l’impronta reale di un posto. Non si può poi non notare che, gira e rigira, per quanto possa ambientare un capitolo a Delhi, uno a Stoccolma e uno a Tel Aviv, finisco sempre per tornare alla provincia – e alla “mia” provincia. Anche nei Fratelli il fulcro attorno a cui girano le varie vicende è Vallombrosa, il paesetto di montagna dove andavo in villeggiatura da bambino; idem in Muro di classe, dove si esplora in lungo e in largo l’Europa, ma poi ci sono più scene chiave ambientate al teknival del Pratomagno che a quello, pure cruciale, di Mlýnec u Přimdy. Credo sia normale: pensa, ad esempio, a Philip Roth, che nonostante la conoscenza minuziosa di New York le preferiva quasi sempre la sua Newark… Quando si devono gettare le fondamenta di un romanzo, il fatto che almeno una parte di esse siano in un territorio che non solo si conosce bene, ma con cui si ha un rapporto originario e viscerale, emotivamente carico e sedimentato, aiuta molto.

Il ritorno alla provincia, al paese natale, resta ricorrente. Calvino diceva che spesso i suoi racconti non si situavano in alcun luogo riconoscibile, perché i processi dell’immaginazione seguono itinerari che non sempre coincidono con quelli della vita. Dato che Calvino non riusciva a respingere il paesaggio natale e familiare, Sanremo continuava a saltar fuori nei suoi libri, ed era ovviamente la Sanremo di quando era bambino. Del resto, «ogni indagine non può che partire da quel nucleo da cui si sviluppano l’immaginazione, psicologia, il linguaggio»[4]. Nell’infanzia di Santoni c’è la Toscana, la sua terra, la sua provincia con tutti i suoi paesaggi. È quello il paesaggio familiare da cui ha sviluppato l’immaginazione.

Vanni Santoni lettore

La formazione culturale di un autore è un elemento fondamentale. Ogni lettura o rilettura influenza, sia volontariamente che involontariamente, gli atteggiamenti, le abitudini, i modi di scrivere, di vedere o immaginare, dell’autore. Calvino ha letto e lavorato tutta la vita anche per i libri degli altri; Vanni Santoni lo sta facendo e continuerà a farlo. La lista di libri che lo hanno influenzato è ricca di titoli stranieri, di scoperte felici, di classici da leggere e rileggere. Durante il nostro incontro, gli ho chiesto anche quali fossero state le letture della sua formazione e credo si sia divertito a stilarmi la lunga elencazione che segue. Tante le letture in comune con Calvino che, fra le altre cose, era tra i nomi degli autori di libri che preferiva da ragazzo:

All’inizio la mia formazione è stata casuale e bulimica. In casa mia c’erano molti libri e fumetti; io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi, ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). Leggevo anche i libri di psicologia di mia madre. Quel che trovavo, leggevo. I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Pazienza e Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo il romanzo La pietra del vecchio pescatore, tutto Ende e, tra i fumetti, la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male. Rispetto alla lettura di romanzi ho avuto un calo deciso durante l’adolescenza, che tuttavia fu controbilanciato dai fumetti – erano anni gloriosi per chi frequentava un’edicola, esplodevano il manga con capolavori come Berserk o Slam Dunk, il nuovo fumetto inglese della 2000 AD orchestrata da Pat Mills, quello americano di Miller e dell’espatriato Moore, la Vertigo di Gaiman e Ennis… – e dalla poesia: a scuola, mentre sostanzialmente ignoravo tutto quello che cercavano di trasmettermi, scoprii la poesia in lingua inglese. Ecco, come quando a Ginsberg apparve Blake, a me una mattina, sfogliando annoiato l’antologia di inglese, fin lì intonsa (l’inglese del resto lo sapevo già per conto mio), apparvero non solo Blake ma anche Coleridge, Wordsworth, le visioni di trincee e gas di Wilfred Owen, e ancora Dylan Thomas, T. S. Eliot e su tutti Yeats, quell’Yeats che neanche la stessa professoressa sapeva ben spiegare – «perne in a gyre»: che vuol dire, prof.? – e che però brillava di una luce incontrovertibile; diceva, anzi urlava, una cosa molto chiara: che la letteratura può essere una strada per la verità. Anche se in quegli anni mi capitarono fra le mani diversi romanzi per me importanti, come 1984 (il primo libro che mi fece fisicamente sobbalzare) e Flatlandia, che pure lasciò un segno profondo, coi romanzi ripresi seriamente durante l’università: andavo in biblioteca e invece di studiare leggevo un romanzo dietro l’altro. Ricordo che riattaccai seriamente con la collana di letteratura fantastica «La biblioteca di Babele» della Franco Maria Ricci, diretta da Borges. Da lì, attraverso mi pare il Candido di Voltaire, anzi no, mi sa che era Micromegas, rientrai nella letteratura francese, mi feci tutti i maggiori romanzi ottocenteschi, e poi venne naturale passare a quelli russi e inglesi. Una ragazza arrivata da Bologna, invece, in quegli stessi anni e in quella stessa biblioteca, mi insegnò Rimbaud, Artaud e in generale la letteratura degli outsider. Fino a quel momento, però, mai avevo avuto la presunzione di scriverli io, i libri. Quindi, forse sto parlando della formazione del lettore.

La formazione dello scrittore cominciò diverso tempo dopo. A ventisei anni entrai in contatto, per vie del tutto traverse, con una rivista autoprodotta, e lì davvero cambiò ogni cosa. Quelli leggevano seriamente. Nel senso che leggevano per scrivere. In modo, dunque, diverso da me, che leggevo per piacere. Si ponevano delle domande su cosa aveva fatto l’autore, sul perché lo avesse fatto. Ogni venerdì sera si incontravano, leggevano brani dei classici alternati ai loro racconti, si editavano a vicenda, facevano dibattito. Sul momento pensai che esagerassero, ma la verità è che il venerdì dopo ero di nuovo lì. Presi a scrivere anch’io, per spirito di competizione, mi dicevo, anche se in realtà si era attivato qualcosa di più profondo. Forse, era la prima volta che vedevo qualcuno prendere così sul serio qualcosa. Presi a scrivere, e presi anche a leggere in modo diverso. Sui classiconi a quel punto ero abbastanza preparato, ma feci presto a scoprire la mia ignoranza sul Novecento e sulla letteratura contemporanea. Si aprirono, dunque, mondi sterminati. Anche solo un libro di Hubert Selby Jr. – era Requiem per un sogno – bastava a sconcertarmi per lo stile mai visto prima; mi avvicinavo a casaccio a Welsh e un attimo dopo, ancora entusiasta, scoprivo che quel tipo di struttura veniva tutta da Faulkner; riprendevo in mano i Burroughs comprati ai tempi del liceo, e solo sfogliati, e realizzavo che ora iniziavo a capirli; mi esaltavo con le cose più diverse, dall’Opera al nero agli Indifferenti, dal Padiglione d’oro alla Campana di vetro ai racconti di Dürrenmatt a Tropico del cancro, e poi scoprivo i contemporanei veri e propri, e a me ignoti, uno dopo l’altro: ecco Wallace, Roth, Pynchon, Houllebecq, Bolaño, McCarthy, DeLillo, Vollmann… Periodo molto bello. Da lì, anche se vivaddio le scoperte in letteratura non finiscono mai – proprio quando credevo di aver coperto tutto il meglio di quanto prodotto dopo l’ultima guerra, incappo in Rayuela di Cortázar, faccio due passi e incontro il Capote di A sangue freddo… –, ho poi proceduto, in modo più strutturato, a tappare i buchi peggiori che aveva la mia preparazione: conoscevo centinaia di autori ma nessuno in modo completo. Così sono tornato indietro, anzitutto a quelli che preferivo, Tolstoj, Dostoevskij, Mann, Flaubert, Balzac, Céline, Goethe, cercando di completare le bibliografie, cosa che non sempre sono riuscito a fare, dato che ogni tot scattava una nuova scoperta impressionante – Controcorrente di Huysmans! I canti orfici di Campana! Lautréamont! Jung! Dick! –, e ogni tanto un classico di quelli che quando hai finito di leggerlo ti chiedi come avevi fatto fino a quel momento – penso a Lolita, a Moby Dick, all’Uomo senza qualità –, e poi, visto che ormai ero lettore da trent’anni, le riletture: quante volte avrò riletto L’Aleph e Finzioni? Quante The Waste Land? The Waste Land lo so a memoria, ne ho ritradotte alcune parti – una l’ho tradotta, per scherzo, pure in valdarnese, e quella traduzione è finita nella Stanza profonda –, l’ho distrutto, quel volumetto arancione, a forza di rileggerlo. A questo si affiancava anche un lavoro sugli autori italiani, che avevo ignorato per troppo tempo. Giunto a quel punto sapevo un po’ muovermi e mi autosomministrai una cura a base di Gadda, Manganelli, Vittorini, Pasolini, Buzzati, Malaparte, Cristina Campo… Pure Horcynus Orca mi son letto. Poi, quando mi sono sentito pronto a tornare agli stranieri, ho fatto ciò che dovevo, con gran gusto nel primo caso, con più fatica nel secondo, e ho letto la Recherche e l’Ulisse. Il tempo di finire entrambi a modino, ed eravamo già a metà anni dieci, periodo in cui lessi moltissima poesia, cosa che non ho poi smesso di fare. Amo molto Sylvia Plath, Paul Celan, Andrea Zanzotto, Ingeborg Bachmann, Allen Ginsberg, Rimbaud. Ho compreso l’enormità di Emily Dickinson. Ho capito che il Nobel a Tranströmer non è sciovinismo. Di recente ho scoperto Paul Éluard. Non smetto mai di rileggere Artaud le mômo e Ci-gît. E ancora Frost, Walcott, Cummings… Ma vedo che sto dimenticando il mio adorato Sebald, e tante nuove scoperte – Cărtărescu, Gospodinov, Krasznahorkai, che in questo momento determinano il “fronte d’onda” del romanzo e riscoperte come il Lanark di Alasdair Gray… Il fatto è che per scrivere bisogna leggere tanto, e quindi qualunque lista è parziale. Tanto più, poi, che ogni romanzo che si scrive impone una sua specifica lista di letture o riletture, ad esempio le stelle polari dei Fratelli Michelangelo sono il Niels Lyhne di Jacobsen e il Petrolio di Pasolini, e poi I Buddenbrook e ancor più il Doktor Faustus di Mann, i Karamazov, Cent’anni di solitudine, il Lessico Famigliare della Ginzburg, Bouvard & Pécuchet di Flaubert, senza i quali non esisterebbero Louis e Carletto, e poi naturalmente i due libri che al mio fanno da chiave, l’Ecclesiaste e la Bhagavad-Gītā. La letteratura riserva sempre grandi scoperte e queste scoperte nel corso della vita non finiscono mai.

È interessante notare come anche Santoni abbia iniziato le proprie letture partendo da fumetti trovati in casa, gli stessi che Calvino si divertiva a creare con le sue vignette caricaturali. Ancora più interessante è la differenza che Santoni traccia tra la sua formazione di lettore e quella di scrittore: la differenza che c’è, almeno teoricamente, tra i libri che lo hanno reso un accanito lettore e quelli che lo hanno avvicinato alla scrittura, soprattutto, come ha detto egli stesso, grazie all’avvicinamento a una rivista autoprodotta.

L’ambiente delle riviste affascina da sempre Santoni, che oggi scrive sulle pagine culturali del «Corriere della sera», su «La lettura» sempre del «Corriere della Sera», su minima&moralia, Rolling Stone. Scrive reportage, saggi, pubblica racconti e ha avuto occasione di realizzare grandi interviste ad autori di fama internazionale, tra cui Emanuel Carrère, Mircea Cărtăres, Dave Eggers, William Gibson o Irvine Welsh, della quale ha anche tradotto Immagino tu sia andato in buca. Dichiara di aver iniziato tardi a pensare di poter scrivere libri, un po’ come il Calvino che si è reso conto tardi di essere uno scrittore.

Poliedrico alla maniera einaudiana

Santoni è dotato di un ingegno multiforme che gli permette di spaziare in tutti i campi della scrittura, da quella di romanzi e racconti a quella di articoli, saggi: un’indole volta ad evolversi continuamente verso il nuovo, il non conosciuto. È passato dall’essere un lettore ideale a un curatore di collana, da scrittore a editor. Infatti, è dal 2013 che dirige la collana di narrativa della casa editrice Tunuè, collana che nel panorama italiano si è rivelata una delle principali fucine italiane di scrittori esordienti:

Un mio obiettivo, come direttore di collana è anche quello di scoprire nuovi talenti, ai quali offrire un contesto ideale per esordire o crescere. Esiste un diffuso pregiudizio secondo cui l’editoria sarebbe sorda a ogni stimolo; non lo condivido e voglio contribuire a sfatarlo: la selezione sarà durissima ma leggeremo tutti i manoscritti e vaglieremo tutte le proposte che riceveremo. Parlo di “proposte” perché non cerchiamo soltanto romanzi già compiuti, ma anche autori che abbiano un’idea forte sulla quale lavorare assieme[5].

Ho pensato a quale domanda avrei rivolto a Calvino se avessi avuto la possibilità di incontrarlo, per cercare di capire quanto davvero il lavoro di scrittore possa influenzare quello di editor e viceversa. Così l’ho chiesto a Santoni, che ancora una volta ha confermato l’importanza del lavoro editoriale, il valore dei libri degli altri:

Come regola generale, accetto solo lavori che possano darmi qualcosa anche come autore. Spesso, poi, questi lavori sgorgano automaticamente: il mio scrivere di libri sui giornali è il precipitato inevitabile del mio leggere moltissimo; la mia attività di editor è figlia in qualche modo del lavoro fatto prima con le riviste e poi col progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva. Non so quanto il mio lavoro di scrittore influisca su quello di editor, al di là del fatto che, senza aver prima scritto, non mi sarebbe mai venuto in mente di aiutare gli altri a farlo; penso sia più il contrario: lavorare a fondo sui libri degli altri mi insegna sempre qualcosa che poi mi porto dietro nel lavoro sui miei.

Parlare con Santoni dà la sensazione che ho provato leggendo per la prima volta la storia della casa Einaudi. Il suo essere un instancabile lettore, il suo avvicinamento ai giovani scrittori con consigli su come iniziare, quali riviste seguire, dove pubblicare; la sua fitta produzione e il suo essere attivo nel sociale, nella quotidianità nutre la fortissima speranza che anche nel mondo editoriale di oggi, con tutte le difficoltà che si incontrano, sia ancora possibile fare qualcosa per migliorarlo. Leggendo le testimonianze della casa Einaudi ai tempi di Calvino, Pavese, Einaudi, Ginzburg, Bollati, infatti, pervade sempre un senso di nostalgia verso qualcosa che si può leggere nei libri ma che è più difficile ritrovare nell’epoca in cui viviamo. Ho cercato di comunicare a Santoni questo sentimento di malinconica nostalgia verso qualcosa che ho conosciuto soltanto attraverso lo studio e gli ho chiesto cosa ne pensasse:

È chiaro che quella Einaudi era il frutto, oltre che della somma delle competenze e delle sensibilità di personaggi enormi, anche di una determinata congiuntura storica – e parlo della storia d’Italia e d’Europa, con tutti i drammi da cui si era appena usciti, prima ancora che del modo in cui è cambiato, oggi rispetto ad allora, il lavoro editoriale – e per questo credo sia irripetibile. Facendo le debite proporzioni di dimensioni, influenza e portata, credo che la minimum fax degli anni d’oro, quella di Cassini, Testa, Grazioli, Raimo e Lagioia, con la quale ho avuto la fortuna di lavorare per In territorio nemico, le assomigliasse un po’, nel senso che era un laboratorio culturale ricettivo in entrata e determinante in uscita (basti vedere quanti autori italiani oggi imprescindibili sono passati dai suoi libri e dalle sue antologie!), e anche un vero e proprio tesoro a livello umano.

Parliamo ovviamente della casa editrice indipendente nata a Roma, nel 1994, fondata da Daniele di Gennaro e Marco Cassini. Marco Cassini e Daniele di Gennaro organizzavano corsi di scrittura presso l’associazione culturale Essere o non essere di Trastevere fino a quando non decisero di fondare una loro rivista e di diffonderla via fax negli uffici, nelle università, nelle scuole, nei circoli. Da qui nasce, infatti, il nome della casa che fin da subito si è distinta per l’attenzione alla letteratura straniera, pubblicando i testi Raymond Carver, Richard Yates, Charles Bukowski, David Foster Wallace, Lester Bangs, Donald Barthelme, John Barth, George Saunders, Lawrence Ferlinghetti. Non sono mancati i testi di narrativa italiana, ad esempio di Paolo Cognetti, Raffaele La Capria, Nicola Lagioia, Andrea Camilleri, Christian Raimo. L’idea di un ambiente editoriale che sia ancora “artigianale”, punto di riferimento per scambi di idee che vanno al di là dei semplici consigli letterari, forse è oggi rinvenibile soprattutto nelle piccole e medie case editrici.

Su questa dicotomia tra passato e presente ho cercato di continuare il discorso con Santoni, chiedendogli se oggi, considerando l’irripetibilità di una casa Einaudi, sia possibile invece, essere sì intellettuali, ma anche intellettuali aperti alla discussione, all’altro, al nuovo, al sociale, alla politica, alla militanza:

Premesso che, quando si parla di opere, credo nel primato dell’arte, e quindi che un autore non debba mai essere programmaticamente didattico (o, peggio, didascalico), penso che, per chi fa cultura, ragionare e vivere in termini “politici” non sia solo possibile ma doveroso. Specialmente in un periodo politicamente difficile quale quello odierno. Quello che è cambiato è magari la totale assenza di forze istituzionali davvero interessate alla cultura – di interlocutori politici di peso, insomma. In un panorama politico come quello italiano (o più in generale occidentale) di oggi, in cui esistono solo partiti di centro-destra, destra ed estrema destra, tutti piegati, in un modo o nell’altro ma sempre acondizionalmente, ai potentati economici, un intellettuale militante può trovare reali sponde politiche solo nel cosiddetto “movimento”, e questo ne limita necessariamente l’influenza. Detto ciò, comunque, non sopravvaluterei il livello di apertura del PCI di allora o della ghenga calviniana: sapevano essere molto rigidi e ideologici, a volte.

Calvino in un’intervista disse che la sua era stata una bella generazione, che avrebbe potuto fare di più sicuramente, perché per anni la politica aveva avuto su di loro un’importanza quasi esagerata, mentre la vita era fatta di tante altre cose. Ma era stata questa passione civile a dare un’ossatura alla loro formazione culturale: «Tra i giovani che sono venuti dopo di noi negli ultimi anni, in Italia, i migliori ne sanno più di noi, ma sono tutti più teorici, hanno una passione ideologica tutta fatta sui libri; noi avevamo per prima cosa una passione a operare; e questo non vuol dire essere più superficiali, anzi»[6]. Santoni accenna pure al livello di apertura del PCI di quegli anni e all’aspetto più ideologico degli amici einaudiani. Calvino se ne rese conto più tardi, dopo il 1956. Definì schizofrenici i comunisti italiani, perché volevano essere i testimoni della verità, i difensori della giustizia, ma d’altra parte giustificavano la violenza, i torti, Stalin, solo in nome della Causa. Notò ironicamente o forse, soprattutto, tristemente che, quando si ritrovava in qualche paese dell’area del socialismo, si sentiva profondamente a disagio, totalmente estraneo. Poi tornava in Italia e si domandava cosa potesse essere in quell’Italia se non comunista: parlava di «qui, in Italia, in questa Italia»[7], come di un luogo in cui non si avesse ampia scelta, dal punto di vista politico.

Il lavoro editoriale oggi

Casa Einaudi ha un posto molto grande nella mia biografia, è stata la mia università. Ho cominciato a lavorarci quando ero un ragazzo senza arte né parte, e trovarmi in un ambiente interdisciplinare, aperto alla cultura mondiale, ha avuto un’importanza decisiva sulla mia formazione. Libri buoni ne sono usciti da tutti gli editori, però Casa Einaudi è stata il modello tenuto presente anche da altre case editrici, dal Saggiatore come da Feltrinelli, oltre che da quelle come Boringhieri e Adelphi animate da nostri ex colleghi, quasi rami staccatisi dal nostro tronco. Credo sia questa l’importanza storica della Einaudi: l’importanza contemporanea sta in caratteristiche che nessun’altra casa editrice ha. Per esempio, quella di tenere in vita il catalogo. La Einaudi non va dietro ai best-sellers, ma un numero notevole dei suoi libri, tra cui i miei, vengono ristampati quasi ogni anno: evitando così il fenomeno, ora sempre più generale, dei libri che spariscono dalle librerie appena smettono d’essere novità, e che nessuno vede più. Questo è il segno di una grande civiltà editoriale. Queste sono cose serie, al di là del mito Einaudi e delle rievocazioni sentimentali[8].

Partendo da queste parole di Calvino, del 1983, nasce la curiosità di sapere cosa ne penserebbe del mondo editoriale odierno. Negli anni Ottanta già si avvertiva il cambiamento che stava avvenendo: Calvino parlava delle case editrici industriali che lanciavano ogni mese bestsellers, che si arricchivano puntando su titoli nuovi e veloci, delle meteore editoriali che poi sfociavano nel nulla. Che l’Einaudi sia stata per tanti il modello da seguire è innegabile: un’editoria di cultura che ha avuto un ruolo fondamentale nella letteratura internazionale. La vita di una casa editrice, il viaggio che compie un libro, le correzioni non più fatte a mano o a macchina, i carteggi che non sono più lunghe lettere ma infinite e-mail; i rapporti con gli autori, non più riuniti attorno al tavolo o lungo il Po’, ma magari soltanto virtuali sono davvero un nuovo mondo rispetto a quello di trent’anni fa. Ricollegandomi a quel periodo, ho chiesto a Santoni come vivesse il lavoro editoriale:

Come accennavo prima, è cambiato molto, sia per i cambiamenti tecnologici che tu stessa accenni, sia per il sopravvenuto dominio, a tutti i livelli e specialmente nelle grandi case editrici, della dimensione commerciale. Un autore, e anche un singolo libro, ha dei risultati minimi attesi, a prescindere dalla sua qualità, e se non li rispetta si storce la bocca più di un tempo. Un editor o un direttore editoriale ha meno tempo per sviluppare un progetto, se non arrivano subito risultati anche sul piano commerciale. Questo ha fatto sì che nei cataloghi delle major sono entrati sempre più libri e autori che un tempo non avrebbero mai e poi mai potuto fregiarsi del marchio Einaudi o Mondadori o Feltrinelli. È sotto gli occhi di tutti: il tasso di sciocchezze pubblicate dalle major, ormai senza neanche curarsi di metterle in qualche collana secondaria, è più elevato di una volta. La questione è un po’ diversa per le piccole, dato che i risultati attesi sono significativamente più bassi e quindi ci si può rivolgere anche solo al pubblico più “alto” e attento alle novità letterarie di qualità, e magari far pari solo con le poche migliaia di copie che possono venire da quello, sebbene le indie patiscano un’altra stortura, quella del monopolio distributivo e di vendita da parte dei grandi gruppi, che inevitabilmente le penalizza e impedisce loro di lanciare una sfida reale alle grandi anche laddove abbiano proposte di considerevole potenziale.

Qualcosa di positivo nel nuovo modo di comunicare, però, forse c’è. Leggendo le Lettere di Calvino, soprattutto quelle da editor, ho provato a trasportarle nel mondo contemporaneo, immaginando Lalla Romano che manda messaggi vocali a Vittorini, Calvino che scrive mail per ricordargli le scadenze, videochiamate su Skype dal suo studio di Parigi o testimonianze video dal viaggio americano. Ho pensato alla giornata tipica di Calvino presso la casa editrice, quella che iniziava dagli uffici della tipografia e arrivava a quello di Giulio Einaudi. Ho provato a immaginare anche quella di Santoni, per provare a confrontarle, a metterne in risalto le differenze e magari anche le caratteristiche in comune nel meticoloso lavoro da editor. Se avessi avuto la possibilità, però, avrei chiesto a Fenoglio, all’Ortese, alla Morante o a qualcuno degli autori seguiti da Calvino come fosse lavorare con lui. Per questo, anziché chiedere a Santoni, ho preferito chiedere a uno degli autori che ha esordito nella sua collana, uno dei suoi «pupilli»: l’ho chiesto a Giorgio Biferali, che con Vanni Santoni ha pubblicato nel 2018 il suo primo romanzo, L’amore a vent’anni, edito da Tunuè, nella collana di narrativa diretta, appunto, da Santoni:

La mia esperienza con Vanni è cominciata un sabato come tanti, in un bar dell’Eur, durante la fiera Più libri Più liberi: eravamo entrambi di corsa. Io avevo scritto un romanzo d’amore e volevo tanto che lui lo leggesse. «Cos’è per te l’amore oggi?», mi ha chiesto, e mi ricordo che ci ho pensato per un po’. Come editor, lui, se leggesse quello che sto raccontando, mi correggerebbe, dicendomi che non è andata proprio così. In effetti, la mia esperienza con lui è cominciata due anni prima di quell’incontro al bar: io avevo scritto il mio primo romanzo, che non aveva trama, struttura, che non riusciva a reggersi sopra un filo narrativo coerente, e lui l’aveva scartato, dicendo che era scritto bene, che era una delle cose più interessanti che aveva letto negli ultimi tempi, ma che questo non sarebbe bastato per essere pubblicato. Quella sera al bar, invece, mi ero fatto avanti con un nuovo romanzo, quello che poi sarebbe diventato L’amore a vent’anni, pubblicato nel 2018 da Tunué, nella collana di narrativa diretta da lui. In quel romanzo, nella sua prima versione, mancava ancora un motore narrativo forte che muovesse tutta la storia, e lui, un po’ come se fossimo a scuola o in uno studio di Hollywood, mi aveva dato una settimana per trovare venti motori narrativi forti, originali, coerenti. Venti, mica uno. Alla fine, il vincitore l’abbiamo scelto in una chiamata su Skype, visto che io stavo a Roma e lui in quel periodo viveva a Tel Aviv. E così sono state le nostre sedute di editing, da quando mi ha chiesto lo storyboard a quando mi consigliava dei libri da leggere, dei libri che mi avrebbero ispirato, fino a quando lavoravamo direttamente sulle scene e sui personaggi, con noi che ci parliamo seduti, attraverso una web cam che ogni tanto rallenta il labiale o taglia qualche parola. Durante gli ultimi giorni, poco prima del “visto si stampi”, quando non potevamo sentirci, ci scrivevamo tutto il giorno, non solamente per correggere le ultime cose, ma anche perché lui voleva farmi qualche raccomandazione, sul mondo dell’editoria, sulle mie aspettative, su quello che sarebbe stato, sul mio futuro, sui mille significati di un esordio. Voleva proteggermi, sentiva nel profondo che quel romanzo era anche suo, non potevamo fare errori stupidi e darci in pasto al brusio del mondo. E così è stato anche dopo, dalla prima presentazione, in cui era proprio lui a presentarmi, a raccontare la nostra avventura, il nostro viaggio, dove ho scoperto un lettore, uno scrittore, un editor, e soprattutto un essere umano.

Nell’ultima domanda che ho posto a Vanni Santoni parto ancora una volta dalle parole di Calvino, quando disse: «A un certo punto mi sono trovato a essere uno scrittore, ma abbastanza tardi: ho lavorato molto nell’editoria, nei momenti liberi scrivevo tanta di quella roba da cui poi venivano fuori dei libri, ma il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicata ai libri degli altri, non ai miei. Ne sono contento, perché l’editoria è una cosa importante nell’Italia in cui viviamo e l’aver lavorato in un ambiente editoriale che è stato di modello per il resto dell’editoria italiana, non è cosa da poco». La domanda è quasi ovvia: essere uno scrittore o dedicare più tempo ai libri degli altri?

Se uno scrittore è serio, dedica sempre più tempo ai libri degli altri, anche laddove non sia un editor. La lettura, lo studio, la rilettura, l’attenzione alle novità come l’approfondimento dei classici, sono la base per qualunque ambizione letteraria che voglia dirsi tale.
Non vedo quindi alcuna dicotomia: interessarsi più ai libri degli altri che ai propri è per me condizione necessaria per provare a fare qualcosa di decoroso in questo campo.

La letteratura, dunque, ha anche il compito di unire personalità lontane per tempo, spazio e carattere, che però si riconoscono nella comune devozione per i medesimi valori. La funzione dello scrittore e della letteratura, scriveva Calvino, è qualcosa che qualcuno cerca di capire facendola:

La letteratura è un aspetto della civiltà, un aspetto della vita che ci circonda e senza la quale credo che la vita sarebbe molto più povera. Possiamo dire che la letteratura arricchisce, moltiplica, rispecchia la vita e che la nostra vita senza i grandi scrittori, i grandi poeti del passato, sarebbe molto più povera e che una letteratura vive quando ha una continuità, quando c’è qualcuno che bene o male la porta avanti. Quindi potrei dire che scrivo per portare avanti un qualcosa che penso sia molto importante e che è il passato della letteratura[9].

  1. V. Santoni, Sulla scrittura, dialogo con gli scrittori: Intervista a Vanni Santoni, su http://www.zestletteraturasostenibile.com, giugno 2019.
  2. T. Scarpa, in «L’Unità», 30 dicembre 2013, p. 21.
  3. Si legge in Personaggi precari: un’intervista a Vanni Santoni, a cura di Tiziano Toracca, 21 maggio 2018.
  4. I. Calvino, Sono nato in America. Interviste 1951-1985, a cura di L. Baranelli, Milano, Mondadori, 2012, p. 655.
  5. Tunué vara una collana di narrativa, sul sito della casa editrice (cfr. la URL: https://www.tunue.com/tunue-vara-una-collana-di-narrativa/).
  6. Album Calvino, a cura di L. Baranelli ed E. Ferrero, Milano, Mondadori, 1995, p. 131.
  7. I. Calvino, Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche, Milano, Mondadori, 1994, p. 113.
  8. I. Calvino, Sono nato in America. Interviste 1951-1985, op. cit., p. 554.
  9. Ivi, p. 534.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)