Sullo sfondo di una Roma tenacemente amata, «beata e sorniona nel suo decrepito frantume di ponti, campanili, alberi, cupole, acque e palazzi» (E. A., Le città del mondo, Feltrinelli 2024), antica e sempre nuova, percorsa da un esercito di uomini e donne spesso oscuro che agisce in autonomia nelle Chiese, nelle Parrocchie, nei numerosi Centri di recupero e assistenza (Caritas, S. Egidio, Centro Astalli) e sede, dal 1938 al 1973, del maestro elementare Giorgio Caproni, avanguardistico fautore di una didattica “fuori dalle aule” svincolata dalla drammatizzazione del voto, Eraldo Affinati – con passione pari solo al rigore – ricostruisce i profili degli educatori e delle educatrici che, nel corso dei secoli, vi hanno operato, lasciando una traccia indelebile.
Dai Padri fondatori della pedagogia – S. Pietro, che con l’irruente risposta al “Ma voi, chi dite che io sono” conferma la radice educativa del trattato evangelico fondato sull’assunzione indifferibile di responsabilità nei confronti dell’allievo lasciato libero di scegliere; S. Paolo, come Gesù in movimento nei luoghi minati del disagio sfidando, con l’afflato immenso della carità, il dissenso, la sconfitta, le ferite del fallimento e S. Agostino il quale, nelle Confessioni e nel De Magistro, scandaglia con discernimento le inquietudini giovanili che furono le sue – alle tante figure, particolarmente care e contigue all’autore, di quanti seppero operare, con tenace coerenza, “dalla parte degli ultimi”.
S. Filippo Neri (sacerdote a 36 anni, vicino a S. Girolamo della Carità e alla Chiesa Nuova in Via del Governo Vecchio si confonde fra i reietti, conquista la fiducia dei diseredati, «resta sul posto senza alibi interiori, mette le mani in pasta con fuoco, ferro, fede» e fonda, nel 1544, l’oratorio, postazione sociale extrafamiliare protetta e insieme aperta dentro la città in cui gli adolescenti, combattendo ozio e tristezza, vengono chiamati a prendere la parola da protagonisti e a valorizzare i propri personali talenti al di là di ogni rigida burocrazia imposta dall’alto), i contemporanei Albino Bernardini, Don Emilio Grasso, attivo nella Parrocchia di S. Giuseppe Artigiano a Casal Bruciato ai tempi dell’infanzia dell’autore; Don Roberto Sardelli sino all’empatico M° Manzi, del quale proprio l’iconico programma televisivo Non è mai troppo tardi (1960-1968) finì con l’oscurarne la complessa, straordinaria dimensione di pedagogista tout court.
Di ruolo nel Carcere minorile Aristide Sabelli, poi presso la Scuola Elementare Fratelli Bandiera a P.zza Bologna, seppe incarnare e far rivivere la lezione altissima di Don Milani: gratificare lo sforzo prima del risultato conseguito, assegnare agli studenti ruoli specifici elaborando collettivamente programmi individuali all’interno di gruppi di lavoro, promuovere esperienze didattico-conoscitive in aziende e luoghi di lavoro; con il conseguente, fermo rifiuto, nel 1981, di aderire alla normativa scolastica che aveva introdotto, nel primo quinquennio di studi, schede di valutazione in decimi costatogli la sospensione da parte del Ministero della Pubblica Istruzione. E le pagine dedicate al timbro “Fa’ quel che può” che Manzi sostituì al voto sono esemplari spunti di riflessione per chiunque insegni oggi.
Profondo e suggestivo rilievo assumono, poi, nel libro le individualità femminili. S. Francesca Romana – leggendaria erede delle matrone romane del IV sec. S. Paola e S. Marcella, ricche patrizie discepole di S. Girolamo votate all’amore del prossimo a conferma della gratuità di ogni dinamica educativa – che, nella Roma del ’400 in balia di saccheggi, lotte intestine tra famiglie nobiliari e indigenza, rinuncia al privilegio della propria condizione sconvolta dalla miseria dei più deboli ed emarginati, frequenta l’Ospedale del S. Spirito in Sassia, soccorre donne e vagabondi fra Via Merulana e S. Giovanni, esempio luminoso di un cristianesimo sociale concreto ed estraneo ad ogni misticismo medioevale; la dimenticata Luigia Tincani (1889-1976), emancipata e coinvolta in battaglie di civiltà, strenuamente impegnata a «predicare come un agente segreto dietro le linee nemiche», facendo filtrare il cattolicesimo nelle istituzioni culturali e scolastiche senza azzerarne la laicità, infine Maria Montessori.
L’incontro con i piccoli frenastenici in Via della Lungara ispirò un progetto divenuto presto modello insuperato, mirato a rispondere agli interrogativi nodali e imprescindibili posti dallo sviluppo infantile: lasciar crescere il bambino senza costrutto o guidarlo verso un valore? E, in questo caso, come plasmare le inclinazioni naturali senza mortificarle? La proposta operativa che ne conseguì – costruire una dimensione a sua misura, incentivandolo a pensare e ad agire autonomamente nel contesto di aule sinergiche con la realtà etica, familiare e umana delle madri stesse, direttamente coinvolte in un comune percorso formativo – costituì anche l’innovativo, attualissimo manifesto per una donna nuova che, «come farfalla uscita dalla crisalide, si sarà liberata da tutte le attribuzioni che un tempo la rendevano desiderabile all’uomo come fonte di benessere materiale dell’esistenza. Ella sarà, come l’uomo, un individuo umano libero, un lavoratore sociale e come l’uomo cercherà il benessere e il riposo nella casa rinnovata e riformata».
Tutte le testimonianze citate – unitamente al magistero di Mons. Carroll Abbing, fondatore nel 1953 della “Città dei Ragazzi” e alla basilare, preziosa esperienza della Penny Wirton per l’insegnamento gratuito dell’italiano agli immigrati, fondata dall’autore insieme ad Anna Luce Lenzi – contribuiscono, in diverso modo ma con pari intensità, a definire i parametri pedagogici fondamentali della sua instancabile attività di docente militante che, da sempre, affianca quella di scrittore. La necessità di porre al centro dell’azione educativa – al di là di una mera, sterile trasmissione di contenuti – l’integralità dell’alunno per orientarlo nel rispetto delle soggettive, peculiari attitudini. La rilevanza dell’ascolto, del coinvolgimento diretto del discente nell’attività didattica, di un giudizio non meritocratico e docimologico, ma in grado di intercettare, premiandolo, lo sforzo e il movimento verso un traguardo calibrato sulle personali, specifiche, potenzialità di ciascuno. Il dovere imprescindibile, per l’insegnante, di mettersi in gioco, accettare il confronto, abbandonare comode posizioni di autorità e conseguire autorevolezza, esercitando il proprio magistero «dalla parte degli ultimi», nelle zone della difficoltà e del disagio. Nuclei ispiratori, questi, tenacemente declinati e ribaditi in Per amore del futuro, “libro gemello” – per definizione dello stesso Affinati – di Testa, cuore e mani. Entrambi testimonianze tanto più esemplari e necessarie nel contesto di un sistema scolastico che stenta a rinnovarsi.
(fasc. 58, 31 dicembre 2025)