Recensione di Paul Valery, “L’Opera umana. Corso di poetica 1937-1945” (Feltrinelli 2025)

Author di Mariolina Bertini

Il 10 dicembre 1937, al Collège de France – la prestigiosa istituzione, fondata nel 1530, che offre ancora oggi corsi di alta cultura gratuiti e aperti a tutti –, Paul Valéry inaugurava il suo Corso di poetica. Possiamo immaginare le aspettative del pubblico: il titolo lasciava sperare che il maggior poeta francese vivente, l’autore della Jeune Parque (1917) e del Cimetière marin (1920), si preparasse ad esporre la sua concezione della poesia, magari illustrandola con inedite rivelazioni sulla genesi delle proprie opere. Valéry aveva in realtà intenzioni molto diverse, e le chiarì già in quella prima lezione. Si proponeva di prendere il termine “poetica” in senso etimologico, ricollegandolo al verbo greco poiein, che significa ‘fare’: «il fare, il poiein di cui voglio occuparmi – spiegava – è quello che si realizza in certe opere che è convenzione chiamare opere dello spirito. Sono quelle che lo spirito si vuol fare a proprio uso e consumo, utilizzando a tal fine tutti i mezzi fisici che gli posson servire».

La poesia, l’arte di scrivere in versi, non era certo esclusa da questo progetto, ma vi figurava accanto a tutte le altre attività creative dello spirito umano. Osservare tali attività sin dai primi, tenui stimoli sensibili che le mettono in moto; seguirne gli sviluppi, dall’ambito sensoriale a quello dell’intelletto, e le mille ramificazioni nelle arti e nelle scienze; studiarne le interazioni con la vita sociale e con i contesti delle più diverse civiltà: questi erano gli obiettivi che Valéry poneva al suo Corso di poetica e che avrebbe perseguito, con molte fruttuose divagazioni, per ben otto anni di insegnamento. Nel Corso riaffioreranno costantemente temi da lui affrontati in passato, come la psicologia dell’attenzione o la crisi della civiltà contemporanea, il ruolo della tecnica nell’arte o la modernità come “adattamento alla discordanza”, ma intuizioni inedite e folgoranti analogie mai suggerite in precedenza interverranno a rinnovare gli scenari del suo pensiero.

Scriveva Jacques Rivière nel 1922, riflettendo sul Valéry pensatore, allora molto meno conosciuto del poeta: «Valéry tratta l’intelligenza come altri, intorno a lui, trattano l’Inconscio: in essa vede prima di tutto una sorgente, da guardare mentre ribolle; gli appare, l’intelligenza, soltanto come un caso particolare di quell’oscuro fermento di cui siamo la sede piuttosto che gli autori». In effetti, Valéry scruta la genesi e il divenire di opere e idee con la scrupolosa imparzialità con cui potrebbe contemplare uno spettacolo della natura. E l’io in cui l’intelligenza risiede non è più per lui, come era per i romantici, un’entità misteriosa: è il terreno di una serie di fenomeni complessi, sfumati e molteplici, il cui studio riserva continue sorprese. Sorprendente, ad esempio, è l’analogia che Valéry riscontra sin dalle prime lezioni tra attività artistica e attività economica. L’opera d’arte ha un produttore e un consumatore, come qualunque altra merce; la sua ricezione e il suo valore sono determinati da eventi in parte casuali che sfuggono al controllo dell’artista e coinvolgono, invece, l’intera società del suo tempo. C’è qualcosa di paradossale nella lunga, elaborata riflessione che dedica a questa analogia colui che era considerato il più rigoroso rappresentante della poesia pura. Ma nessun atto della mente umana, in realtà, è “puro” agli occhi di Valéry: in tutti confluiscono caso e necessità, sensibilità e intelletto, condizionamenti esterni e bisogni originari. Per questo lo studio della vita dello spirito richiede un metodo radicalmente nuovo, che ignori gli steccati disciplinari, come li ignorò a suo tempo Leonardo da Vinci; che sappia indagare l’arte, il pensiero e il linguaggio con gli strumenti della scienza, ma anche cogliere l’elemento di oscura intuizione presente all’origine delle grandi scoperte scientifiche. Leonardo è agli occhi di Valéry una sorta di nume tutelare del Corso di poetica, perché ha anticipato nei suoi taccuini quel libero procedere per analogie, solo apparentemente arbitrario e divagante, che caratterizza le lezioni del poeta: «Sul margine di un disegno che raffigura un vortice, in modo piuttosto incerto ad un primo sguardo, egli proseguirà disegnando una ruota idraulica e farà una considerazione che inserirà nel margine. Questa sua ruota idraulica lo farà pensare a certe fogge di riccioli, e lo vediamo disegnare una capigliatura femminile riccioluta e ondulata. Il tutto continuando con lo stesso gesto. Spesso si servirà delle stesse parole per esprimere cose la cui morfologia è uguale e fra le quali scoprirà quei rapporti astratti che, se trasferiti nel pensiero e nei tempi moderni, si concretizzerebbero in formule» (Lezione del 20 gennaio 1940).

Il valore euristico dell’analogia, della “profonda somiglianza” che accade di riscontrare tra fenomeni apparentemente lontanissimi, è fondamentale per Valéry come per il suo contemporaneo Marcel Proust. Se in Proust l’analogia è all’origine della metafora come strumento di conoscenza, in Valéry è lo strumento per addentrarsi in quella “similitudine delle forme” che permette di cogliere e di tradurre in formule la struttura del reale.

Non si tratta, d’altronde, dell’unico punto di contatto fra il pensiero di Valéry e quello dell’autore (da lui ben poco apprezzato) della Recherche. Un altro punto di convergenza è quello del ruolo del caso nelle creazioni del pensiero umano. Per Proust soltanto un evento casuale può mettere in moto, con la sua violenza imprevedibile, la memoria involontaria che innesca la creazione poetica. Anche per Valéry, come puntualizza nella lezione del 13 gennaio 1940, il caso è fondamentale nella genesi dell’esprit. L’uomo che si muove «per i suoi bisogni fisici in un mondo mutevole», d’un tratto è costretto ad andare al di là di quei bisogni immediati, a trovare dentro di sé una forza spirituale che non sapeva di avere; «questa forza – nota Valéry – è stimolata da una varietà, imprevedibile ad ogni momento, di accidenti esterni. All’origine c’è il caso, dunque, l’imprevisto». Quando si considerano questi due punti di contatto tra il pensiero di Proust e quello di Valéry – ai quali si può aggiungere l’attenzione estrema dedicata da entrambi all’impressione, ai confini porosi e incerti tra vita fisica e vita della mente –, si resta meno stupiti della presenza forte di questi due autori nell’estetica di Merleau-Ponty, sensibilissimo lettore di Proust che ascoltò, sicuramente con grande emozione, alcune lezioni di Valéry al Collège de France.

L’edizione francese del Cours de poétique, uscita da Gallimard nel 2023 a cura di un grande specialista, William Marx, consta di due volumi, per un totale di 1400 pagine. Pochissime sono le lezioni di cui resti il testo redatto dall’autore; per la maggior parte si tratta di trascrizioni stenografiche, traccia di una comunicazione orale purtroppo svanita per sempre. Molto giudiziosa appare, dunque, la decisione delle curatrici della traduzione italiana: operare una drastica selezione degli interventi più interessanti e integrarla con testi di Valéry sugli stessi temi – conferenze, articoli, discorsi –, presentati in una cornice informativa delle più chiare ed esaurienti. Il lettore italiano può, dunque, seguire senza perdersi l’itinerario del Corso di poetica che, pur rispettando il suo disegno iniziale rigorosamente teorico, non è privo di agganci alla realtà politica e storica che attraversa. Significativa, ad esempio, l’improvvisa comparsa, nelle lezioni del marzo 1945, della figura di Voltaire, evocatrice della riconquistata libertà di pensiero. Come Leonardo rappresentava, agli occhi di Valéry, la sintesi di arte e scienza, così Voltaire dopo la Liberazione, viene a incarnare per lui la forza dello spirito. Ma è una forza – Valéry lo aveva notato nel dicembre del 1944 – cui ormai si contrappone, forse vittoriosamente, la crisi della civiltà: «Voltaire fu a suo modo una specie di eroe. Ma cosa potrebbe oggi? Dov’è il Voltaire che incriminerà il mondo moderno? Si direbbe che ogni nostro sforzo di pensiero, ogni inaudito incremento delle nostre reali conoscenze non sono serviti che a portare a una potenza tremenda e selvaggia i modi per farla finita col genere umano, e a distruggere in lui le speranze che da secoli nutriva di addomesticare la propria natura».

La riscoperta di Voltaire è, dunque, legata a un momento storico molto particolare; altre figure sono presenti, invece, sottotraccia da sempre nel discorso valeriano, anche là dove non compaiono esplicitamente. È il caso di Mallarmé. Molto opportunamente, le curatrici del volume hanno affiancato al Corso due testi splendidi che lo chiamano in causa: la conferenza del 1936 Esistenza del simbolismo e il saggio incompiuto del 1941-1942 Mallarmé ed io. Sono testi nei quali Valéry risale alle origini più lontane del proprio pensiero, a quel «dovere imperioso di ricercare una precisione nella profondità» che gli era stato trasmesso dal maestro negli anni giovanili. Ma non è soltanto per la rete tematica che li collega alle lezioni del Collège de France che la loro presenza arricchisce sostanzialmente questo prezioso volume. È anche perché fanno ascoltare – accanto alla voce severa del Valéry docente e teorico – la voce della sua memoria venata di nostalgia. Non si può leggere, ad esempio, senza turbamento la sua rievocazione degli anni del Simbolismo, degli anni vissuti a cavallo tra XIX e XX secolo. È una rievocazione che porta la data del 1936, e dunque contrappone quei tempi lontani a un’epoca in cui il dominio della tecnica va facendosi sempre più diretto e spietato: «Mai le forze dell’arte, la bellezza, la forza della forma, la virtù della poesia sono state così vicine a diventare in un certo numero di spiriti la sostanza di una vita interiore che si può ben chiamare “mistica”, poiché bastava a sé stessa, soddisfaceva e rincuorava come una fede. […] Lo dico in conoscenza di causa; in quell’epoca noi abbiamo avuto la sensazione che sarebbe potuta nascere una specie di religione, di cui l’emozione poetica sarebbe stata l’essenza».

Coesistono, nel Valéry degli ultimi anni di cui offre testimonianza questo volume, il ricordo del passato, la preoccupazione del presente – particolarmente forte negli anni terribili della guerra e dell’Occupazione – e il pensiero del futuro. È il modo in cui vive il pathos della Storia questo autore così avverso allo storicismo romantico e ad ogni visione teleologica del progresso. E, di fronte a un futuro che non esclude la possibile scomparsa della civiltà quale noi la conosciamo, lo vediamo ritrovare la sprezzatura e l’eleganza del dandy baudelairiano: «Non potrò dirmi soddisfatto, alla fine della mia carriera e della mia esistenza, se non vedrò il ritorno tra i giovani di ciò che ho conosciuto in passato, ovvero una sorta di misticismo estetico, chiamatelo come volete, ma soprattutto una fede indiscussa nel valore della forma, perché il valore della forma ha un vantaggio particolare: racchiude in sé la propria moralità. […] La forma nel senso di cosa curata, elaborata, raffinata, unica, racchiude in sé un autentico valore etico, di elevazione dell’individuo, perché gli impone di evitare tutto ciò che è facile: e sono questi aspetti di eccessiva facilità che in certi casi possono giungere a depravare l’anima estetica e letteraria di una nazione» (Lezione del 26 gennaio 1945).

(fasc. 58, 31 dicembre 2025)

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