Recensione di G, “La mia morte”

Autore di Alessandro Gaudio

A quarantadue anni, nel pieno delle forze − corre più veloce che a vent’anni, nuota per chilometri, pratica la boxe, esercita egregiamente la professione di avvocato ed è un accanito lettore −, il protagonista della Mia morte, chiamato G (lettera che forse rimanda al vero nome dell’autore o magari al Gregor Samsa di Kafka o, ancora, al principe Genji del Genij monogatari di Murasaki Shikibu), scopre di essere affetto dal Morbo di Parkinson. Così, decide di raccontarsi. E il suo è il racconto del modo in cui, nella malattia, insieme al corpo, frana tutto ciò che c’è intorno, tutte le relazioni, ogni abitudine. Perché ogni cosa, rinchiusa «in una pesante prigione di carne» (p. 16), tende inesorabilmente al nulla. Che la malattia colpisca la persona nel suo complesso, e non soltanto nel corpo, è chiaro sin dalle prime pagine. G ne ha un primo sentore allorché, con la morte del padre, affetto da Alzheimer, inizia a prefigurarsi con nettezza il carattere della propria; come lui, finirà nel nulla, semplicemente non ci sarà più: «Nulla di tutto quello che posso pensare, dire e fare ha il potere di cambiare il finale» (p. 17), confessa sin da subito. Per liberare la propria vita dall’evidenza di una fine inesorabile, diventa centrale il diritto di morire senza che nessuno possa pretendere di determinarne l’esito; in particolare, quando la tua vita (come quella dello scarafaggio della Metamorfosi) non è altro che un’oscura prigione. E, invece, la tua vita appartiene allo Stato, che «fa finta di essere laico» (p. 124), e ai corvi della Chiesa e non puoi disporne perché, a quanto dicono tutti, hai dei doveri sociali. Dopo una vita trascorsa a tenere in debita considerazione tali doveri e a fronteggiare le prevaricazioni altrui, G, ormai fiaccato dalla malattia ma da essa reso sorprendentemente lucido, prepara uno stratagemma che possa porre fine alla sua esistenza.

Quello di G è, dunque, un libro che evoca il complesso dibattito etico-giuridico sull’eutanasia attiva e passiva e sul diritto al rifiuto di trattamenti terapeutici; soprattutto, è un libro sulla necessità improrogabile che la coscienza riprenda pieno possesso del diritto alla vita di cui ogni individuo dovrebbe essere l’unico titolare. Sul tema in questione, i diritti fondamentali della persona, in Italia, sono tutelati dagli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e, dal 25 settembre 2019, da un’attesa sentenza della Corte Costituzionale che, nel rispetto di alcune condizioni (un paziente capace di prendere decisioni libere e consapevoli che sia sottoposto a trattamenti salvavita e in presenza di patologie irreversibili che causino sofferenze fisiche e psicologiche), ha decretato la non punibilità del suicidio assistito ai sensi dell’articolo 580 del Codice Penale. Com’è noto, esso prevede fino a dodici anni di carcere per chi assiste o istiga al suicidio. Sembrerebbe, insomma, che il quadro giuridico abbia finalmente preso atto della centralità del diritto di scegliere, ma molte cose ancora mancano (ad esempio, una normativa che regoli l’obiezione di coscienza da parte dei medici). La palla passa ora a un Parlamento che per troppo tempo è rimasto inerte, nonostante le ripetute sollecitazioni della Consulta e di una certa opinione pubblica, e che tuttora non ha ottemperato al difetto di legislazione.

G, dal canto suo, vuole scegliere la morte, vuole disporre della libertà di morire, anche perché tutto gli risulta ormai intollerabile e a legarlo alla vita non restano che pochissimi aspetti: forse soltanto l’esile filo dello sguardo di sua figlia. Il romanzo − che avrebbe meritato una più accurata cucina editoriale − non è un’autobiografia ed è lo stesso autore a puntualizzarlo nelle precisazioni che chiudono il volume: è, più esattamente, un memoir nel quale la malattia induce a imporre un ordine a ciò che accade a me e al mio corpo; nel caso specifico, si tratta di un testo giocato sulla necessità di combinare memoria e immaginazione come strategia vitale. L’autore, l’anonimo G, non è interessato alla verità univoca dei fatti verificabili anche perché essa è impossibile da stabilire. Piuttosto, è incuriosito dai racconti molteplici e provvisori che scaturiscono dal contrasto di punti di vista differenti o distanti tra loro nel tempo e che contengono sfumature diverse della verità. Come autore della Mia morte, G accetta che la propria responsabilità non sia quella di riempire gli spazi in cui mancano le informazioni perché essa consiste piuttosto nell’accettare questi spazi vuoti come una parte fondamentale tanto del memoir quanto della vita stessa. Ciò che, nella malattia, ci sfugge o non ci sembra troppo sicuro può essere più rivelatorio di ciò che ricordiamo di aver vissuto o che abbiamo adesso sotto i nostri occhi. Così, l’immenzionabile prende forma man mano che l’autore trova le parole per raccontare la propria storia, anche se riconosce che quella storia può, alla fine dei conti, rivelarsi provvisoria o incompleta.

G scrive per capire chi è e cosa sta diventando, ma anche per limitare la catastrofe, per riparare, in qualche modo, il danno procurato dalla malattia, per ripristinare il senso e la coerenza della vita, per respingere ogni ulteriore presa in carico della vita di ciascun individuo da parte del potere (come direbbe il Michel Foucault citato nella postfazione dell’autore che chiude il volume). G scrive mosso dal desiderio di far comprendere come, sulla propria vita, debba prevalere il diritto di ciascuno «su ogni altra considerazione e interesse sociale» (p. 148). è come se l’eloquenza di G fosse l’eloquenza della sua stessa malattia che gli consente di ri-raccontare la propria esistenza. La malattia gli chiede di pensare in modo diverso; attraverso essa impara cosa significa il corpo (anche quello coinvolto nelle sue disordinate scorribande sessuali). Per farlo è necessario che descriva le proprie esperienze senza falsificazioni, senza romanticizzare la propria situazione, esprimendo compiutamente ciò che sembra spaventoso e senza senso. Può farlo, magari, attraverso la lettura: leggendo La morte di Ivan Il’i di Lev Tolstoj, La montagna incantata di Thomas Mann o mille altri libri, ma anche scrivendo. Occupandosi del dramma quotidiano del proprio corpo − con il suo humour, apprezzando gli aspetti comuni e prosaici della vita e comprendendo l’importanza del tempo −, G si rende conto che è possibile sopravvivere, almeno sino a quando l’ultima pagina sarà stata letta o scritta.

Com’è facile notare, quella di G non è una narrazione del caos, senza coerenza, senza un ordine distinguibile negli eventi che si susseguono. Tuttavia, il suo finale è caotico: il libro termina nel caos. G ammette la propria sconfitta e, se anche la sua narrazione non è caotica nella forma, lo è nel modo in cui termina. La mia morte ha una linea narrativa che non prevede il recupero della salute, né alcun risarcimento. Per ogni malattia c’è una cura? No. Va bene, ma per ogni sofferenza c’è un rimedio. Sbagliato. Si può sfuggire alla morte? Certamente no. Quella scritta da G è, però, una narrazione di ricerca perché è aperta alla crisi come fonte di crescita e di cambiamento. Con la malattia tutto cambia e G descrive tutto accuratamente dal momento in cui comincia a sospettare che qualcosa non va: descrive le ferite del proprio corpo, le sfide, quelle poche, vinte, che per un attimo lo risollevano e quelle, perse, che lo gettano nella disperazione, così come quelle che lo segnano irrevocabilmente e che lo conducono alla morte. è proprio passando per questo percorso che il memoir di G, pur essendo volto alla morte, non accorda alcuna dimensione mitica alla vita: «rinchiuso […] nella tua stanza interiore più buia» (p. 112), proprio mentre tua figlia è lì, accanto al tuo letto, che ti guarda e ti sorride benignamente, il sonno arriva come un’onda enorme ti bagna, ti culla e «ti trascina in mezzo a un mare senza fondo» (p. 137). è davvero tutto qui ed è già soltanto per questa totale assenza di superfetazione che la storia di G è degna di essere letta.

(fasc. 29, 25 ottobre 2019)

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