Recensione di Giancristiano Desiderio, “Vita intellettuale e affettiva di Benedetto Croce – II Parerga e paralipomena”

Autore di Maria Panetta

Il nuovo libro su Croce di Giancristiano Desiderio prende avvio dall’Unesco[1]. E, più precisamente, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1947 e dalla teoria del diritto naturale, che «di fatto pone come eterno ciò che è contingente e frutto della storia: i diritti» (p. 8). Essi sono «creazioni storiche che rispondono alla soddisfazione di esigenze e bisogni di determinate epoche» (ibidem), precisa l’autore. E in poche, dense pagine illustra tutte le ragioni per cui Croce riteneva che l’Unesco fosse «un’istituzione sbagliata» (p. 10). Al di là del caso particolare, il concetto cardine che emerge è che «Fino alla fine dei suoi giorni Croce esercitò il coraggio del pensiero» (p. 11); Desiderio evidenzia, infatti, già nell’Introduzione al volume, come «la vita del filosofo della “religione della libertà” sia stata una vita vissuta e pensata contro il proprio tempo. Un’esistenza sempre in lotta: con se stesso, con la sorte, con l’università, con il fascismo, con il comunismo, con le falsificazioni, con i conformismi» (p. 12).

Secondo Desiderio, però, «quando una vita lotta è segno che è degna di essere raccontata» (ibidem), e proprio questo è l’intento del primo e del secondo suo libro usciti col medesimo titolo: con la precisazione che questo secondo nasce con l’intento di completare il precedente con delle aggiunte e «per continuare un dialogo che mi accompagna dalla giovinezza e […] che […] altro non è che il mio modo di concepire l’umana condizione e collaborare alla vita degli studi e della scienza» (ibidem).

Nel primo capitolo del suo lavoro Desiderio spiega che Croce «considerava il pensiero una forma di collaborazione con la storia» (p. 13) e ricorda il fondamentale libricino del 1915, l’“autobiografia intellettuale” Contributo alla critica di me stesso, che illustra come Croce concepisca «il lavoro della filosofia come un esercizio di schiarimento di un dramma mentale che, momentaneamente risolto, conduce alla luce che tra lumi lampi e bagliori ci permette di continuare a vivere ora abbassandoci e ora alzandoci ma sempre lottando» (p. 14). Per Croce ˗ illustra Desiderio ˗, pensare equivale a lavorare, e lavorare equivale a collaborare sia con la storia del pensiero precedente sia con la contemporaneità. La filosofia non è altro, dunque, che «vita pensante, in cui la verità, frutto del lavoraccio del giudizio, pur viene e sopraggiunge ma per poi ritrarsi per farci vivere la nostra avventurosa e rischiosa ma libera esistenza in cui inevitabilmente ritorneranno i dubbi, le ombre, le difficoltà, i nodi che il pensiero scioglierà tra sforzi e coraggio e travagli» (p. 15).

Ricordando il suo dialogo ideale con Hegel, Desiderio ribadisce anche che Croce rifiutava che il proprio pensiero venisse etichettato come «neohegelismo» (p. 16), perché nella vita i maestri «ci accompagnano finché possono per poi lasciarci camminare con le nostre gambe» (ibidem).

Sul rapporto con Gentile, che ritorna spesso nel volume come oggetto di appassionata indagine, lo studioso afferma (provocatoriamente e sottilmente) che i due filosofi «collaborarono per un trentennio e andarono d’amore e d’accordo non perché s’intesero ma perché si fraintesero […] ma le divisioni divennero poi insanabili quando dalla filosofia si passò alla politica o, ancor meglio, quando la filosofia divenne politica e con Gentile andò al potere mentre Croce la condusse all’opposizione» (p. 18). Desiderio rammenta anche l’ostilità di Croce nei riguardi dei «filosofi di mestiere – i professori – [che] il più delle volte pensano senza esperienza dei fatti, non muovono dalla vita e dalla storia ma dalla cattedra» (p. 19), altro Leitmotiv del saggio.

La «vera filosofia, come la vera poesia, è tutta occasionale ossia nasce dalle necessità della vita» (p. 21), puntualizza e sintetizza efficacemente l’autore, ricordando l’avversione di Croce per i sistemi filosofici definitivi. E a tal proposito tengo a evidenziare il mio stupore per il fatto che tanti intellettuali ritengano ancora oggi quello di Croce un pensiero rigidamente sistematico, laddove, come precisa bene non solo Desiderio, «il sistema definitivo altro non è che una serie provvisoria di sistemazioni di singoli problemi o gruppi di problemi: sistemazione che durerà il tempo che durerà fino a quando con la vita e con la storia subentreranno nuovi problemi, nuove esigenze, nuovi cambiamenti, nuovi terremoti» (p. 134).

L’autore rievoca, poi, in pagine molto piacevoli, il rapporto di Croce con Emilio Cecchi e il ruolo di “educatore” rivestito dal “Maestro”, specie nei riguardi di alcuni cosiddetti “giovani” come Papini, Borgese o Gargiulo. Il «dissidio fra Croce e la bella gioventù fu – a dire di Desiderio – una tempesta in un bicchier d’acqua, non fu una cosa grossa se non per i giovani che davano troppa importanza a se stessi e alle loro irrequietezze, per i giovani che dicevano di avere tanto da dire ma non si decidevano a dire» (p. 23); e qui, in sordina, risuonano le parole del Croce dell’importante intervento militante del 1907, Di un carattere della più recente letteratura italiana, con la sua accusa a certi contemporanei di essere solo espressione della grande «fabbrica del vuoto, questo vuoto che vuol darsi come pieno».

Tratteggiato efficacemente è anche il rapporto con Labriola, che instradò Croce sul percorso dello studio del marxismo, ma anche del suo superamento, innescato e «mosso, in fondo, dalla sua stessa critica marxista» (p. 27). A differenza del maestro Labriola, Croce, come illustra limpidamente Desiderio, «non riconobbe mai […] al marxismo alcuna natura di vera teoria» (p. 29). Inoltre, lo studioso ben puntualizza che, se «Croce aveva criticato e rifiutato la filosofia di Marx, Gentile l’aveva accettata, rivista e valorizzata nell’ottica di una prassi che lo avrebbe poi condotto alla sua filosofia dell’atto puro» (p. 30): altra ragione di dissenso e opposizione fra i due cosiddetti “filosofi amici”.

I titoletti esaustivi dei paragrafi del volume guidano efficacemente il lettore nel ripercorrere la vita intellettuale del filosofo anche attraverso il suo rapporto col pensiero di De Sanctis e la sua estetica (cfr. pp. 31-33), valorizzando il ruolo che il giudizio estetico (cfr. p. 33), il nesso filosofia-storia (cfr. p. 34), la distinzione fra pensiero e azione (cfr. p. 35) rivestono nella riflessione crociana.

Ampio spazio è dato anche alle amicizie di Croce: Nicolini, Omodeo, Flora, Einaudi, Torraca etc., oltre al fondamentale Vossler. Viene, inoltre, ricordata la quasi maniacale attenzione di Croce per le corrispondenze epistolari, che lo ha condotto a stendere circa centomila lettere nella sua lunga esistenza, e si ribadisce più volte che il filo conduttore della sua vita è stato il lavoro (cfr. p. 46), utilizzando la bella formula «vivere pensando e pensare vivendo» (p. 47).

Smentita, invece, è la cosiddetta «leggenda dell’impassibilità» (p. 49) di Croce, della sua presunta olimpicità, in realtà conquistata a fatica tramite un esercizio quotidiano di lotta contro l’angoscia sempre riaffiorante e tramite l’allenamento della scrittura dei saggi e soprattutto dei Taccuini, al fine di “invigilare me stesso”, come ci ha insegnato prima di tutti Gennaro Sasso. «Così fu per Croce – ribadisce Desiderio ˗: un continuo superamento di sé fatto non una volta per sempre ma sempre per una volta perché il pensiero e l’azione sono universali solo in quanto sono particolari» (p. 51). Come riassume efficacemente lo studioso, Croce reagì alla propria inquietudine «facendo del male la forza interna del bene che, per la natura storicista del suo pensiero, non è detto che non possa prevalere sul bene, come a volte nei tempi di peggiore decadenza l’Anticristo che ci portiamo in petto prevale su Cristo» (pp. 51-52).

Nel modo di procedere di questa scrittura saggistica, che tanto fascino reca, però, anche della scrittura narrativa, la bibliografia critica su Croce, utilizzata con sicurezza e padronanza, affiora continuamente, ma in maniera carsica e non dichiarata: assimilata, rielaborata e ricompresa nell’impasto del suo particolare periodare, che rende il pensiero del filosofo facilmente comprensibile e vicino al lettore, quasi familiare, anche nella dimensione della quotidianità della sua esistenza.

Più che filosofo della crisi, con una felice formulazione Desiderio considera Croce filosofo «nella crisi, nella malattia, nella tempesta, nella decadenza» (p. 52).

Molto interessante è il secondo capitolo del volume, dedicato all’Autonarrazione, mito e storia di se stesso, che ben sottolinea il valore del Contributo come inaugurazione di una nuova fase dell’esistenza del filosofo: «Dal Contributo in poi – precisa, infatti, Desiderio ˗ Croce non è più solo Benedetto ma è quel filosofo che auto-rappresenta se stesso come autore e attore sulla scena pubblica» (p. 58).

«Per capire Croce dobbiamo essergli fedeli, come diceva Raffaele Mattioli, ma per capirlo al meglio dobbiamo essergli anche infedeli o non inerti cioè attivi e spregiudicati, come diceva Raffaello Franchini e come, del resto, era lo stesso Croce» (p. 60): ecco esplicitata, in un breve periodo, l’ottica migliore dalla quale partire per approfondire lo studio dell’universo-Croce. L’autobiografia «è storia. E Croce la fece al più alto grado non per avvalorare una certa idea di sé ma per invigilarsi» (p. 61), afferma Desiderio, prendendo implicitamente posizione anche sulla delicata questione dell’autobiografia in Croce, da altri letta, invece, soprattutto come costruzione e imposizione al lettore di un’immagine ideale di sé (penso, ad esempio, al recente Dietro l’autonarrazione. Benedetto Croce fra Stato liberale e Stato democratico di Salvatore Cingari, Mimesis 2019). D’altro canto, in un paio di limpide pagine, Desiderio illustra pure chiaramente che «la storia è autobiografia» (p. 61) e delinea il «carattere storico della verità che vince di volta in volta, con lavoro costante, lo scetticismo che sarebbe invincibile se la verità avesse una dimensione extra-storica e perciò stesso inconseguibile» (pp. 61-62).

Lo studioso riconduce giustamente alla disposizione autobiografica e alla pratica dell’autonarrazione anche l’abitudine adottata da Croce a partire dalla Grande Guerra di raccogliere, selezionare e pubblicare le proprie “pagine sparse”. Alla fine, secondo lui, si decise a renderle pubbliche soprattutto perché attraverso quei contributi «veniva alla luce il tratto fondamentale della figura umana del filosofo ossia la sua combattività e la sua partecipazione alla vita del suo tempo senza assecondarlo ma, all’inverso, avversandolo, contrastandolo, lavorandolo» (p. 69). Specie le Pagine sulla guerra testimoniano, ad esempio, l’avversione di Croce per il cosiddetto “tradimento degli intellettuali”, che, «giudicando la guerra o necessaria o immorale o santa o igienica svalutavano e svendevano la verità peccando […] contro lo Spirito» (p. 73). A tal proposito, è interessante, per esempio, il concetto che la guerra è «forza che può essere limitata, arginata, ricondotta nel suo letto come un fiume dopo la piena, solo e soltanto se è riconosciuta come tale» (ibidem); e, al riguardo, viene in mente la suggestione dell’Elogio della ghigliottina di Gobetti (uscito su «La Rivoluzione liberale» il 23 novembre 1922).

In queste pagine è rintracciabile anche uno dei riferimenti alla contemporaneità dello stesso Desiderio, quando, ad esempio, nota: «Il “tradimento degli intellettuali” è, appunto, l’asservimento dei clercs ai laici e se è vero che un tale asservimento degli uomini di intelletto e di fantasia agli interessi economici e politici c’è sempre stato, è altrettanto vero che ora nel cuore della modernità c’è stato un salto di qualità e l’asservimento è diventato totale fino alla più completa identificazione» (p. 77). In riferimento all’attualità, è anche piacevole l’ironia con la quale, a volte, in poche parole Desiderio tratteggia un fenomeno, ad esempio quanto sostiene che Croce «smonta sul nascere la tendenza che già all’epoca era in atto di fare dei giovani “una sorta di corporazione con diritti senza doveri”» (pp. 69-70), osservazione intelligente e attualissima.

Il viaggio che Desiderio ci fa compiere nella quotidianità di Croce e nella sua vita intellettuale, ma anche affettiva (questo per mettere a frutto un suggerimento di Franchini, evocato spesso nel volume), è affascinante e originale, e si snoda attraverso dieci fitti capitoli suddivisi, come accennato, in agili paragrafi, ma anche collegati fra loro da continui rimandi interni, che gravitano sui concetti-chiave del volume, primo fra tutti la concezione del lavoro in Croce, oltre al nesso filosofia-storiografia e al suo rapporto col concetto di Libertà (Croce «mostra che la filosofia è storiografia e, quindi, l’unità di filosofia e storia è dialettica giacché il pensiero/giudizio prepara l’azione ma si ferma davanti alla creativa autonomia della volontà ed è questa la garanzia prima e maggiore della libertà»: p. 144).

A parte le felici rievocazioni di Giovanni Castellano e Dora Beth Marra, le preziose pagine su idealismo e storicismo, sul rapporto col fascismo, su Formiggini, Togliatti, Pannunzio e sull’amore di Croce per gli aneddoti, ho molto apprezzato la sezione dedicata alla Logica, alla “bellezza della fatica” (se così si può dire) e, in particolare, al rapporto stretto della sua genesi creativa con il terremoto di Casamicciola e, poi, con quello di Messina del 1908; infine, il commovente indugio sul dolore della perdita di Antonio Fusco.

Ma, ovviamente, da italianista, non potevo non gradire le fini annotazioni su Napoli e la maschera di Pulcinella, sull’impegno della gloriosa «Napoli nobilissima»; sull’attenzione per Vico, fino al punto di voler abitare nello stesso Palazzo Filomarino in cui il filosofo aveva tenuto le proprie conferenze; ancora, quelle sul Leopardi dei Nuovi credenti, i cui versi sono, purtroppo, tuttora spesso fraintesi. E, in particolare, mi ha molto colpito l’insistenza sull’importanza che nel pensiero di Croce riveste lo snodo della Repubblica partenopea del 1799, considerata «l’inizio della storia contemporanea italiana» (p. 255), e, dunque, in un’ottica opportunamente nazionale. Ma non posso, infine, non citare la chiusa del capitolo, che pone un interrogativo davvero stimolante e latore di interessanti spunti di riflessione, specie nella situazione odierna: «La sua opera di studioso cos’è, in fondo, se non una rinascita per altre vie della lunga tradizione napoletana dell’insegnamento privato? Sapeva molto bene Croce che era necessario riprendere e ringiovanire la tradizione del 1860 ed entrare per forza di cose in conflitto e in polemica con l’università che a quella tradizione aveva voltato le spalle per seguire i suoi interessi pratici» (p. 275).

Come accennavo, sono piacevoli e suggestive le pagine dedicate a Pulcinella, che Desiderio interpreta originalmente come un tassello importante dello studio che condusse Croce a concepire addirittura l’Estetica del 1902; e ho molto apprezzato la sua ricostruzione dell’interesse di Croce per il teatro e il rimando al Cunto de li cunti e alla meravigliosa traduzione crociana del 1925. Assai emozionante anche la rievocazione del coinvolgente magistero di Antonio Tari, cui, come ben sappiamo, Croce dedicò anche alcuni importanti lavori editoriali.

Le conclusioni del volume sono affidate all’ultimo capitolo, opportunamente intitolato allusivamente Cogita et labora. La regola della vita, nel quale vengono riassunte e messe a fuoco le caratteristiche principali dell’«umanesimo tragico» (p. 309) di Croce, la cui filosofia è «lotta senza sosta tra essere e nulla» (p. 311), perché la «libertà, una volta conquistata, non è detto che non si perda, anzi, è vero proprio il contrario» (p. 312). L’ideale dell’operosità in Croce si traduce, dunque, nel «dovere di vivere per essere liberi con il nostro lavoro» (p. 316). Desiderio sottolinea, infatti, al riguardo che l’uomo ha «sia la necessità sia la possibilità di creare la sua storia lavorando» (p. 331): e, pertanto, la cacciata dal Paradiso terrestre viene a configurarsi come una felix culpa più che come una terribile punizione.

Un libro denso, profondo, informato nonché di pregevolissima fattura (ariose e piacevoli le copertine della collana «Le noci», fondata da Paolo Bonetti ed ereditata da Rosalia Peluso): un saggio che ha il pregio di poter essere letto con frutto non solo dagli esperti, grazie alla sua prosa affascinante, alla tendenza all’aneddotica mai prevaricante, alla sua rara capacità di rendere comprensibili concetti raffinatissimi, adoperando sia termini tecnici opportunamente contestualizzati sia parole semplici ma sempre scelte ed eleganti.

  1. Parte del testo di questa recensione verrà proposta venerdì 3 luglio 2020 in occasione della presentazione del volume in diretta streaming dalla libreria Ubik di Napoli: ospiti Rosalia Peluso, Marta Herling, Maria Panetta, Paolo D’Angelo e Giancristiano Desiderio. Cfr. il link: https://www.facebook.com/ubik.napoli/videos/271729093889721/UzpfSTEwMDAwMDQ5NjY0NTAyMDozMDYwNjExMjk0OTk0MTQ6MTA6MDoxNTk2MjY1MTk5Oi01NTc5NTMzNTkwNjE4Njg5Njcw/ [N.d.R.].

 

(fasc. 33, 25 giugno 2020)

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