Recensione di Kent Haruf, “Le nostre anime di notte”

Author di Giulia Mariani

Si dice che scrivere, per alcuni, sia un atto di fede. Per altri, addirittura, diventa una terapia, un balsamo per l’anima. Lo sa bene Kent Haruf, lo scrittore statunitense che ha lasciato questa vita terrena nel novembre del 2014, mentre era impegnato nella stesura della sua ultima fatica letteraria, un romanzo dal titolo tanto poetico quanto esplicativo delle sue intenzioni: Le nostre anime di notte. Haruf, infatti, colpito da un morbo incurabile che da lì a poco lo condurrà inesorabilmente alla morte, sente forte l’esigenza di concepire un romanzo fulmineo, una sorta di testamento, senza rinunciare, tuttavia, a dar vita a una storia ben congegnata e studiata in ogni singolo aspetto.

Lo scrittore statunitense, difatti, considerato da molti un discepolo di Ernest Hemingway per la sua prosa semplice e immediata, riesce a condensare in appena 171 pagine una storia ampiamente articolata, in grado di trascinare il lettore in un vortice di emozioni da cui è difficile divincolarsi. Questo di Haruf, effettivamente, è uno di quei romanzi che si legge tutto d’un fiato, nel giro di poche ore; di contro, nonostante non si abbia quasi nemmeno il tempo di affezionarsi ai personaggi, è una di quelle storie che si assimila molto lentamente e che rimane stampata negli occhi e nel cuore per tanto tempo. È un libro, per dirla in parole semplici, da digerire. Terminata la lettura, infatti, sono numerose le emozioni che affollano la mente: tristezza, malinconia, amarezza. Riuscire a immedesimarsi nei protagonisti – due persone ultrasettantenni – non solo non risulta difficile, ma si ha la sensazione di condividere tutto di quelle due vite, irrimediabilmente, fin dal momento in cui gli occhi si posano sulle prime righe del romanzo.

Un libro dev’essere in grado di farti vivere – per quanto possibile – la vita di qualcun altro, fintanto che si prosegue con la lettura. Un buon libro, invece, è quello che riesce a cambiare completamente la tua percezione del mondo, eliminando il flebile confine fra chi eri prima di iniziare la lettura e chi sei dopo. Kent Haruf questo lo sa molto bene, e ne fa un punto di forza in questo libricino, concependo un grimaldello in grado di insidiare anche il cuore del lettore più imperturbabile.

La vicenda si svolge nella cittadina fittizia di Holt, in Colorado, teatro sovrano di ogni opera dello scrittore statunitense. Addie Moore è un’anziana e avvenente vedova che sente, ogni giorno di più, il grave peso della malinconia sulle spalle, tanto da chiedere al suo vicino, Louis Waters – vedovo da molti anni anche lui – di passare le notti insieme. Nessuna proposta scandalosa, niente sesso. Solo la pura e innocente brama di avere un corpo caldo accanto nel momento della giornata in cui, più di ogni altro, ci si sente soli: «Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me […] e parlare» (pag. 8). Solo chiacchierare e tenersi compagnia nelle ore notturne, nel lunghissimo lasso di tempo in cui un individuo può finalmente abbassare ogni difesa dal mondo esterno ed è, dunque, più vulnerabile.

Le notti trascorrono celeri, mentre la luce argentata della luna penetra dalla finestra della stanza da letto, illuminando i loro volti segnati dall’età e accendendo le loro speranze, come una flebile e timida fiamma nella notte buia. Addie e Louis iniziano a scambiare dapprima poche e riservate parole, pervasi da un imbarazzo iniziale, arrivando poi a condividere le proprie esperienze di vita più intime, sempre tenendosi saldamente mano nella mano. I due si ritrovano ad affrontare le tematiche più disparate: la famiglia, il tradimento, il lutto, la solitudine. Ma l’angusta cittadina di Holt non è un posto sano per coltivare questa particolare amicizia, e i due presto dovranno fare i conti con delle menti retrograde e con i pregiudizi, mentre cercano di mantenere vitale un rapporto che è nato e si sviluppa sul filo del rasoio.

La prosa di Haruf, nonostante la complessità e la delicatezza dei temi trattati, risulta leggera e scorrevole, merito anche della sua scelta di optare – anziché per periodi ampollosi e prolissi – per frasi brevi e ritmiche, che raccontano perlopiù di riflessioni, anziché di azioni. Il critico letterario Emilio Cecchi, che si era già espresso sullo stile di Ernest Hemingway definendolo «al lampo di magnesio», probabilmente avrebbe dichiarato lo stesso di Haruf. Cecchi, infatti, si riferiva proprio alla capacità dello scrittore di cogliere ciò che è essenziale: pochissime descrizioni, poche azioni e una prosa asciutta ma, al contempo, efficace e funzionale.

Risulta molto originale anche la suddivisione in numerosi capitoli brevissimi, tutti caratterizzati da due o tre pagine al massimo, scelta che non solo non spezza nettamente il ritmo della lettura, ma la rende – se possibile – ancora più armoniosa. Da apprezzare anche la scelta dello scrittore di svincolare i dialoghi da qualsiasi segno di interpunzione, quasi a voler sottolineare che si tratta di una conversazione non fra persone intese in quanto corpi, bensì in quanto anime. Addie e Louis, infatti, arrivano a instaurare un dialogo che prescinde dall’uso della parola, probabilmente per via di un vissuto comune che li rende uguali, complici.

Lo scrittore statunitense, consapevole di possedere uno stile autentico e senza eguali, concepisce una storia tenerissima, che riesce a catapultare nella malinconia e nella solitudine di tutti coloro che si ritrovano soli al mondo. Potrebbe sembrare un romanzo adatto a un target di lettori più maturi e maggiormente esposti a queste dinamiche; tuttavia, le numerose recensioni che pullulano sul web lasciano trapelare tutt’altro, presentando una soglia di gradimento molto elevata anche da parte di un pubblico più giovane e che ancora non conosce direttamente quella sensazione di solitudine tipica dell’età senile.

(fasc. 40, 5 ottobre 2021)

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