Recensione di Julio Carrasco, “Sumatra”

Author di Valentina Delfini

Discendente di anarchici ucraini che riuscirono a fuggire dai pogrom all’inizio del XX secolo, figlio di membri del partito marxista cileno che furono prima sequestrati e in seguito esiliati, tra il trasferimento a Parigi e poi a Cuba e il successivo ritorno in Cile, la vita di Julio Carrasco potrebbe essere oggetto di un’avvincente saga familiare. La sua vita è tanto interessante quanto la sua attività artistica: autore di diverse raccolte, tra le quali El Libro de los Tiburones (1995) e Nuestra suerte cambiante en el firmamento (2013), di vari reportage di viaggio e anche di un romanzo, Fuimos a bombardear Croacia (2014), cantante del gruppo Los Muebles e intellettuale militante del Colectivo Casagrande, conosciuto soprattutto per i suoi bombardeos poéticos su diverse città del mondo.

Grazie all’eccellente lavoro di Valentina Tomassini i lettori italiani hanno finalmente l’opportunità di scoprire l’opera di Julio Carrasco, uno dei più interessanti ed eclettici poeti contemporanei di lingua spagnola. Sumatra è il titolo della raccolta appena edita da Ensemble (giugno 2021, pp. 112), che si presenta strutturata in sette sezioni ben distinte – Prima del gioco, Dagherrotipi, Interludio, Anche il diavolo riconosce la sua gente, La nostra mutevole sorte nel firmamento, Prima che questo verso finisca e 3 poesie d’amore – ma allo stesso tempo collegate tra loro a livello tematico.

Come evidenziato da Tomassini nella prefazione, Carrasco può essere definito un moderno flâneur, figura che ha conosciuto una notevole fortuna da Baudelaire ad oggi. Attraverso le sue liriche, infatti, ci ritroviamo fin da subito catapultati nel vivo del contesto metropolitano del Cile: molti sono i riferimenti alle sue città (Valparaíso, Concón, Santiago), alle vie (Calle Franklin, Paseo Huérfanos) e alle stazioni (La Moneda, Salvador, Estacíon Central), così come le allusioni a realtà culturali tipicamente cilene o più in generale sudamericane (le micro, le empanadas ecc.).

In questo panorama a dominare la scena è un io lirico forte e ironico, a tratti dissacratorio, che svolge una doppia funzione: da una parte, appare come il simbolo del tipico individuo di Santiago; dall’altra, il suo esatto contrario, una sorta di alter ego al quale viene dato il nome di Ahmed Hassán, nome vagamente allusivo a un orizzonte più “orientale”, in linea con la geografia evocata dalla raccolta. Questa figura si presenta sola, senza un credo, senza alcun punto d’appoggio. In una delle poesie più riuscite dell’opera, La mia preghiera (p. 25), ad esempio, il senso di mancanza è forte al punto da spingere il soggetto ad appellarsi a diverse entità superiori (Enlil, Krishna, Atomo di Idrogeno, padre di Abramo), nel tentativo di farsi ascoltare e ricevere un po’ di misericordia:

Mi sono mancate molte cose
Sapevo che era parte del piano e non ti ho disturbato
Mai hai ascoltato da me lamento alcuno
Se ho maledetto la mia sorte un paio di volte
è stato per una svista che probabilmente tu avevi pianificato
Adesso voglio che mi ascolti
e che sperperi un po’ della tua misericordia
[…]
voglio che il meteorite cada qui sulla mia testa

Questa spinta alla ricerca di un essere trascendente è probabilmente frutto di una ricerca genuina, destinata tuttavia a sfociare in una continua frustrazione, contribuendo così a spiegare con chiarezza anche l’atteggiamento distruttivo che l’io lirico esibisce in alcuni passaggi. Neanche l’Altro o l’amore costituiscono possibili ancore di salvezza; nel componimento Quando salvai Sofia (pp. 101-103), in modo emblematico, l’immagine dell’amata svanisce letteralmente sotto i suoi occhi:

Finché, abbagliato dalla differenza di luce
iniziai a perdere i contorni della sua figura
La vedevo sempre più sfocata, stava svanendo
Avevo paura, Sofia stava svanendo

O ancora, in Di come un’amica violoncellista fece innamorare un grongo e del parallelismo tra questa situazione e un’altra accaduta tanto tempo fa (pp. 29-31), viene presentata un’altra figura femminile, amata tempo prima, ma sempre nelle vesti di un essere crudele e senza scrupoli. L’atteggiamento misantropico, in generale, emerge in vari punti, quasi a sottolineare l’inutilità del rapporto con l’Altro nell’economia di una salvezza privata, peraltro continuamente disattesa (p. 59):

Era da un po’ di tempo che ascoltavo un pover’uomo
che aveva preso l’abitudine di mendicare all’uscita della metro
alla stazione di La Moneda
[…]
Un lunedì a mezzogiorno approfittando dello scarso numero
di passanti mi fermai a un metro da lui
[…]
e gli dissi:
«muori allora, figlio di puttana»

Il titolo, Sumatra, rimasto invariato anche in traduzione, sembra condensare in sé il senso di devastazione che domina l’intera raccolta: questa terra, infatti, fu duramente colpita dal violento maremoto e terremoto dell’Oceano Indiano nel 2004 (anno precedente alla pubblicazione dell’opera in Cile). Ecco, quindi, che l’isola distrutta diventa la sintesi della condizione umana precaria e senza punti fermi descritta nelle liriche e incarnata dai toni secchi e sferzanti di alcuni componimenti.

In questo mondo imperfetto e dominato dal caos, tuttavia, l’unico appiglio contemplato dall’autore sembra essere offerto dalla poesia. Nel già citato Quando salvai Sofia, i versi hanno il potere di preservare il ricordo e l’immagine della donna amata, rendendola immune dalla corrosione del tempo:

Avevo paura, Sofia stava svanendo
allora io la salvai e la portai in questa poesia
in cui sarà per sempre bella come quella sera
e nulla potrà mai farle del male
E nulla potrà mai farti del male Sofia.

Grazie alla sua capacità di fissare le sensazioni vissute sulla pagina, la poesia è il solo mezzo per raggiungere una qualche stabilità nel flusso di un’esperienza esistenziale discontinua e paradossale. Per Carrasco, essa arriva addirittura a costituire l’unico senso possibile. Ciononostante, tale condizione non è sempre garantita: il canto sembra sussistere solo in una dimensione parallela tra la vita e la morte. Non a caso, infatti, la raccolta si apre con la seguente affermazione: «Prima che questo verso finisca/ Ahmed Hassán sarà morto» (p. 21) e si chiude solo quando tale asserzione giunge a compimento: «Il verso finì:/ Ahmed Hassán morì.» (p. 107). Ne deduciamo, dunque, che il territorio in cui si svolge la poesia è una terra di mezzo, in cui i due poli dell’esistenza, essere e non-essere, si incontrano e si completano a vicenda. La sola vita non è in grado di fornire di per sé delle risposte o delle certezze, come dimostrano ampiamente gli altri componimenti costruiti proprio attorno a questo tema.

Si tratta di una concezione letteraria, di fatto quasi un topos, condiviso da molti; a tal proposito, ricordiamo le parole di Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke: «Un poeta è colui che supera (ha da superare) la vita» (M. Cvetaeva, R. M. Rilke, Lettere, Milano, SE, 2010, p. 11). È indispensabile, quindi, che la poesia cerchi di raggiungere una conoscenza dell’essenza umana quanto più completa possibile o che almeno compia il tentativo di oltrepassare ciò che appare come la mera esistenza, per offrire risposte ai suoi interlocutori, aiutandoli nel superamento di quel senso di smarrimento e insicurezza che attanaglia l’individuo. Compito del poeta, in definitiva, è questo “andare oltre”, dando origine alla lirica, avviando questo processo che il lettore ha il compito di ultimare.

Nello specifico, lo scopo di Carrasco sembra essere anche quello di narrare e condividere la precaria condizione dell’uomo contemporaneo attraverso eventi o aneddoti ambientati, come già detto in precedenza, in un contesto facilmente riconoscibile per il pubblico. Interessante è la modalità attraverso cui questo avviene: l’io si presenta fin dall’esordio come un cileno e paradossalmente anche come uno straniero, al fine di mantenere una certa distanza tra il sé e il suo mondo concreto, funzionale alla descrizione ironica e provocatoria di tutto ciò che lo circonda.

Oltre che per il tono dissacrante e umoristico, i suoi componimenti sono piacevoli da leggere e rileggere anche per il tipo di registro usato. La lingua, infatti, si presenta a prima vista scorrevole, grazie all’andamento prosastico che la caratterizza, senza seguire uno schema metrico e spesso omettendo la punteggiatura. Una lingua molto vicina all’informale e al quotidiano. Nonostante questo, le numerose citazioni da altre opere possono rendere spesso “tortuosa” la comprensione puntuale della poesia e del pensiero ad essa sotteso, senza mai andare a compromettere il gusto generale della lettura. In ogni caso, l’ottima prefazione e qualche eventuale approfondimento restituiscono al lettore un quadro nel complesso molto chiaro.

Il testo, inoltre, si inserisce appieno nella collana «Siglo presente», la quale si propone appunto di divulgare opere appartenenti alla realtà contemporanea ibero-americana in tutte le sue manifestazioni culturali e linguistiche (finora ha dato voce ad autori importanti come Erika Martínez, Andrés Neuman o Pedro Mairal). Sumatra si presenta come un risultato riuscitissimo e utile a chiunque voglia mettersi in ascolto della poesia attuale e dei suoi nuovi linguaggi, assecondando la «sfida più ambiziosa», come recita il manifesto della stessa collana.

Cogliamo l’occasione per segnalare, in conclusione, l’imminente pubblicazione da parte di Ensemble anche di un altro poeta cileno, Santiago Elordi, tradotto dalla stessa Valentina Tomassini, quasi a conferma di un panorama letterario presente sottotraccia, ma che rivendica fortemente la propria voce.

(fasc. 40, 5 ottobre 2021)

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