Recensione di Lorenzo Calogero, “Parole del tempo” e “Avaro nel tuo pensiero”

Author di Massimo Pamio

Un poeta che veglia sul sogno della poesia

È assurdo che uno dei massimi poeti del Novecento sia tuttora trascurato dalla critica ufficiale italiana, sconosciuto ad antologie e sommari, nelle cui pagine non si riscontrano accenni alle sue opere. Imperdonabile mancanza, che ci ragguaglia sulle responsabilità del mondo culturale, in mano a pochi prezzolati figuri, interessati all’esercizio del proprio potere più che alla devozione nei confronti delle arti e in particolare della storia della letteratura italiana.

Non solo la lontananza dai centri del potere editoriale e la scarsa sensibilità di molti suoi colleghi e di critici ed editori hanno nuociuto alla causa di Lorenzo Calogero, ma anche le vicende postume che lo hanno indirettamente coinvolto, quando avvenne la sua riscoperta grazie a Leonardo Sinisgalli e a Giuseppe Tedeschi, che promossero la pubblicazione, nel 1962, di tutte le sue opere. L’iniziativa sfortunatamente si arrestò al secondo volume (consegnato alle stampe nel 1966), per il fallimento della casa editrice diretta da Roberto Lerici, impegnatosi personalmente alla raccolta dei testi. Fu così che scese di nuovo un colpevole silenzio su Calogero e si dovette attendere l’anno 2010 affinché venisse ristampata una parte del terzo volume previsto, Parole del tempo (per l’editore Donzelli, a cura di Mario Sechi, con un’introduzione di Vito Teti), e il 2014 per l’altra, Avaro nel tuo pensiero (sempre per Donzelli, a cura di Mario Sechi e Caterina Verbaro), le cui uscite hanno segnato una rifioritura degli studi sullo scrittore calabrese di Melicuccà. Nel frattempo, all’estero, molti studiosi si interessavano al caso di Calogero.

Sia innanzitutto sgomberato il campo da irriguardose supposizioni, per evitare qualsiasi equivoco o fraintendimento: ebbene, non v’è nulla di affettato e di stantìo, di retorico, di artificioso oppure di ingenuo e di dilettantesco o di provinciale in Calogero, e a provarlo non è solo la sua biblioteca, ricca e aggiornata dei maggiori testi della filosofia e della poesia europee («tutto Kierkegaard, quasi tutto Sartre, i testi più importanti di Croce, Guido De Ruggiero, Heidegger, Einstein, Ugo Spirito, Nietzsche, Jaspers […]. Holderlin, Novalis, Hoffmansthal, Rilke, Valéry, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, Majakovskj, Joyce, Pound, Eliot […] tutta la poesia italiana»: così Giuseppe Tedeschi, nella Prefazione, in L. Calogero, Opere poetiche, vol. I, Milano, Lerici, 1962, p. XXXIX), ma anche e soprattutto l’originalità e l’autenticità del suo inimitabile stile, che si misura esclusivamente con la propria consistenza e che, dunque, va a costituire lo spessore di una singolare esperienza poetica di valore europeo sgorgata, immediata e nativa, naturale e purissima, da una sorgente capace di spaccare la pietra del tempo, e di generare un continuo flusso che di sé si rimpingua e non trova ostacolo in grado di arrestarlo, tanta è la forza dell’animo che tutto ha profuso in quell’impeto incontrollabile, di cui purtroppo non verrà mai a conoscere con certezza il valore, restando nel dubbio se si sia trattata di un’autoillusione, d’un quotidiano indulgere nei riguardi della propria mancanza di strumenti e di talento. Ora che il Poeta è Vita ancor più pura, potremmo noi dargli una risposta? Uomini incapaci di sentire, di apprezzare una musica non concorde con le altre, avulsa dal suo tempo così come da ogni altro?

In verità, Calogero rischia di non venir mai riconosciuto proprio per l’intrinseco contenuto dei suoi testi, troppo permeati di una forza astorica e asociale, che emargina l’uomo e ne distrugge la supposta centralità all’interno del mondo della natura, e non concede riferimento alcuno ai modi e alle vanità delle società e delle culture, poesia che si potrebbe definire “misantropa”, estranea alla superficiale sensibilità con cui in genere l’uomo si conosce e si rivela, fondamentalmente incapace di accogliere ciò che non lo riguarda direttamente e non lo esalta nelle sue doti e nelle sue conquiste ideali.

Ecco, insomma Calogero è un barbaro, un forestiero dell’umano, un alieno, estraneo al costume culturale che esige dai poeti l’esaltazione delle vanità e delle conquiste di cui una società abitualmente si adorna; pertanto, nessun’epoca sarà naturalmente disposta a riconoscere la grandezza di un uomo che si limita a idealizzare la coscienza naturale.

Cancellare il ricordo della poesia di Calogero è cancellare la sua vita, il suo essere stato al mondo poeticamente, incarnazione d’un sentimento, d’un modo di essere naturale e spontaneo, delicato ed espansivo, timido e curioso, sempre meravigliato e sorpreso, smisuratamente attonito e assorto rispetto al miracolo dell’esistenza, nutrito fanciullescamente e intimamente e senza mediazioni, arrendevole e potente espressione d’un atteggiamento semplice e contemplativo, nel rispetto sacro d’ogni creatura, neanche accarezzata, per la tenerezza d’uno smarrito e inetto sorriso concepito nell’incapacità di lasciar poggiare su quella il più lieve moto di commiserazione, di misericordia, a causa di una dolcezza pietosa, senza confini, che trattiene il gesto e il desiderio di avvicinarla.

Ecco, questa è stata la piccola e cara esistenza di Calogero: l’emblema del segreto recondito della poeticità, prima che dell’arte poetica, perché la lingua è un tentativo di accedere a quella intima consapevolezza d’essere nascita ogni giorno al mondo. La scrittura è un restare al di qua del sentimento, è l’impossibilità di porgerla con la propria anima, è la trasposizione d’un impulso che resta comunque irrappresentabile; di questa irrappresentazione Calogero si fa tramite, forse come nessun altro poeta nel Novecento (mi vengono in mente i nomi di Caproni e Romagnoli sopra tutti e poi di Parronchi, Luzi, Sbarbaro, Cardarelli, Penna, Gatto, Ungaretti, Raboni, Moriconi, Bonincontro, Bemporad, Pecora, Rosato, e pochi altri). La poeticità è fatta della sostanza dell’uomo, dei suoi limiti e del suo inimitabile disagio di essere al mondo. Nessun’altra creatura può comprendere, perciò si scrive poesia; soltanto un simile può rendere giustizia alla sua ineffabile contrazione ad essere, gioia e condanna intima e corporale, di fronte a una realtà sorda, sadica, che lo accoglie e, nell’accoglierlo, lo abbandona, paria del misterioso insondabile, insensato viaggio che è obbligato a compiere.

La poesia offre un motivo, una giustificazione a questo male, ma che cosa accade quando nessun altro uomo riconosce questa supplice spontanea istanza, condivisione di solidarietà e comunanza di destini? Respinto nella propria culla di serpi e spine, simbolo di un immotivato consistere al mondo, nullificato prima dell’annullamento o dell’infinito illimitato ascolto della natura e cantore della propria contemplazione, lo scrittore reso infante si affida allo stolto silenzio dei contemporanei e alla giustizia dei posteri.

Penso che sia sufficiente una lirica per decretare la grandezza d’un poeta. Chiamati a giudicare, invitati ad assumere un contegno rigido e severo, che li disanima, i critici non possono comprendere l’epidermica santità della mia affermazione.

Mi sento molto vicino a Lorenzo Calogero, a tal punto che, leggendo le sue opere, mi par d’essere lui, e invocare con lui, e pregare con lui – ogni verso suo è un’epiclesi –, in tal guisa che mi sovviene d’essere l’afflato che compulsa e sfoglia e volge e involge l’involucro dei suoi versi. Calogero non scrive, ma palpita, le sue stanze infantilmente rimate son battiti d’ali d’uccello, vibratile svolazzar di piume, esplosione di gravitante libertà, spiccar del volo verso l’aere d’amore, nella più insicura e fragile leggerezza. Essere soltanto ciò che è, l’è del cosmo, null’altro. Provare a solcare il mistero che circonda, immenso e carezzevole, e non restituisce, non dona alcunché, se non la prova dell’“evanescere” del desiderio nel sogno.

Calogero è dotato di una personalità intimamente ricca e mansueta. Il suo mondo è pervaso di soffusa delicatezza e tenerezza. Un’estrema sensibilità si manifesta nei confronti delle parole, da non trattare come utensili piegati a una quotidianità di domestica superficialità grossolana e rozza, al contrario, abbisognevoli di un’attenzione premurosa e devota: le parole osservano la fragile consistenza del cristallo, e dunque meritano una sollecitudine particolare, una delicatezza di tocco e accorte maniere che il poeta rivendica nei suoi testi, in cui nutre un’estrema riluttanza nell’attrarre a sé, e nel manipolare lessemi, poiché avocarli a sé implica un atto contro natura, significa strapparli dalla loro custodia naturale, ovvero dal silenzio in cui riposano come in un grembo materno.

Dalla lettura dei testi si ricava innanzitutto un’idea, un sentimento, una Weltanschauung della poesia.

La poesia è un raccomandarsi al caso della parola, è un narrarsi il destino per imparare a dimenticarlo, un assistere a tutto ciò che c’è come spettatore invidioso, un mettersi da parte per il timore di scomparire, un improvviso fremito, un guizzo, un sorriso, un’affinità, l’intuizione di una somiglianza, un avvicinamento a qualcosa di cui non si sa, una notizia dal confine, un’invocazione al Dio che si sente occupare per sempre il nostro scomodo posto; è, infine, veggenza, visione dove tutto è presenza alla coscienza, in un tempo e in uno spazio assoluti.

La poeticità, l’essenza della poesia, consiste nel rendere indefinito il sentire, nell’animizzare il mondo e nel naturalizzare i sentimenti, tant’è che il limite tra i due – mondo e sentimento – si rivela così sottile da sembrare inconsistente, mostrando ogni vicenda sotto l’aspetto di una comunione possibile, poiché, travalicando costantemente l’uno nell’altro, nel sovrapporsi del sonno con la veglia, dell’aria con un ricordo, di una donna con un arpeggio, non sarà mai possibile stabilire quale sia il soggetto che narra e quale l’oggetto del suo narrare, oggetto e soggetto scambiandosi la loro condizione, anzi spesso coincidendo, o trasformandosi l’uno nell’altro, non tanto in una metamorfosi palpitante, quanto nell’ambito della cosciente consapevolezza di un fantasma che aleggia sul tutto, o di un tutto che aleggia in un fantasma coscienziale: «Erano inospiti uomini e soli, salivano/ a un loro disegno, vago desiderio segreto/ interno che sfuma. Era un viaggio,/ un puro riflesso sul vetro assopito/ subito e quieto da una linea veloce/ che piega. Acqua diaccia/ un astro diafano era pallido sul viso/ che imbruna o s’imbianca./ […] Nel cuore/ un verde giardino era un’ala, l’ultima/ sillaba che, ferma, spezza in due bruna/ la sera. La volontà di essere/ stanca s’assola,/ dove s’attaccano alla superficie nuda/ della fronte tersi i capelli/ nella loro anima ignuda. L’aria/ allora affiora o dentro essi è un ricordo/ d’alba adolescente, mite, conclusa» (Erano inospiti uomini, da Come in dittici, in L. Calogero, Opere poetiche, volume I, a c. di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, Milano, Lerici, 1962, p. 58).

Come appare il mondo alla coscienza? «Tu eri nera tumida ai capelli/ e così, per questa vasta oasi,/ fuggitiva sopra l’acqua/ in un riverbero di rose» (da Quaderni di Villa Nuccia, XXI, nastri lisci erano di uccelli, in L. Calogero, Opere poetiche cit., p. 248); «poggi e giardini/ come acque abbandonate» (La lacrima, migrante pioggia, da Come in dittici: ivi, p. 26); «un vaporoso/ calor lucido e casto» (so di quali: ivi, p. 15); «l’orizzonte lucido di brina» (rimane fra me e te: ivi, p. 3); «zampilla/ la tua ombra» (CXX, da Quaderni di Villa Nuccia: ivi, p. 355); «prati emersi» (CXXXIX: ivi, p. 374).

C’è un’evidente componente equorea, un mondo che viene visto attraverso brume, vapori, madori; materia spiritualizzata, illanguidita, certo, ma anche un trascolorare del calore dalla densità del giorno all’umidore della sera che pervade ogni elemento di grigia freddezza e opacizza e stinge le tinte, le attenua in un mondo acqueo che stempera la terra e l’avvolge di una bruma carezzevole e sottile, rendendo tutto sfuggevole, impreciso (perfino i sentimenti): la verità è un’ombra, un’apparizione fugace, un brivido che percorre la coscienza sotto forma di vita e di mondo. «Così vollero/ i segni e non interrogarono chi di noi/ in lacrime fuggitive/ dentro esse era già lieve» (Forse non ho, in Come dittici: ivi, p. 166): il mondo si vede attraverso le lacrime del mondo, o degli occhi, che sono una cosa sola, in una commozione che deterge gli occhi e li rende più sensibili alla visione del sentimento più puro. La pienezza del mondo si presenta a Calogero, puro anch’egli nell’animo, poeta privo di ogni pregiudizio, sincero, disposto all’ascolto. Il mondo è lì, in quel suo darsi, nel lieve trascolorare in pianto per farsi partecipe dello stesso pianto; poeta e mondo commossi da un identico sentire, anima unica, coscienza consapevole dell’illusione che l’uno perpetra nell’altro (cfr. Forse di te ho sgomento: ivi, p. 167).

Nei versi di Calogero si riscontrano un’inesausta dolcezza coloristica e variopinta, una smisurata picciolezza di fantasie approssimative, in cui la parola acquisisce una purezza assoluta, una sonorità ineunte.

Lungi dall’affidarsi all’elaborazione di una ricerca stucchevole di lessemi, Calogero non ambisce l’effetto, egli non è preda dalla parola ricercata o giusta, anzi, fonda un suo vocabolario ristretto, posto da un numero limitato di termini, con i quali esprime un mondo suo, originale, autentico. Tutto questo non vuol dire che non sia un poeta barocco, ovvero un poeta che trabocca di reale e lo rende magnifico, lo esalta, rendendolo più attraente di quel che è, e per questo lo riempie di variazioni innumerevoli e di descrizioni esagerate, avviluppanti, ampollosamente dense, similmente a tanti altri che del Meridione colgono l’aspetto di una ricchezza eccessiva, inesprimibile per un solo poeta, costretto a ricorrere ad atmosfere paesaggisticamente vivissime e inondanti, invadenti, prorompenti, al diluvio che irrora i sensi e penetra l’uomo, rendendolo parte (passiva o attiva non importa) di quella spropositata rigogliosa presenza. Si possono accostare a Calogero, oltre ai poeti romantici come Novalis e Blake e a esponenti della poesia simbolista europea come Mallarmé e Valèry, il nostro Pascoli e soprattutto il siciliano Lucio Piccolo, che come lui avverte la seduzione della naturalistica solarità sprigionata dall’ambiente mediterraneo.

La parola è una maschera di sale e di dolore che si sparge sul mondo, estratta dalla vita e dal suo perenne mutare, per fermarla, in «una dolcezza sicura di morte» (Si spogliarono ugualmente di sensi amari, da Come in dittici: ivi, p. 108). Il dire di Calogero non si arresta, non intende delimitare, recingere, descrivere, conoscere, spiegare ma parodiare l’indefinito rivoltarsi del processo naturalistico, che non è un procedere ma uno stare (sia rivolgendosi indietro, sia avanti), pur tendendosi come una molla verso il passato e verso il futuro, congiungendo ogni cosa all’altra. Che è un’immagine della poesia, perché Calogero sempre su quella si interroga, facendo coincidere l’immagine della poesia con se stessa e con il suo senso. Ecco perché nelle sue liriche sembra non accadere nulla, ma solo un interrogarsi su dove vada la poesia, se verso l’origine o verso l’infinito. Ebbene, per Calogero essa è ferma nel suo presente, come coscienza eternamente presente a sé. Un vegliare sul sogno della poesia. «Sono il solitario origliere/ di ciò che dorme./ Perciò scrivo/ colla tacita mano,/ l’occhio rivolto ai sonni» (Essenza del poeta, in L. Calogero, Parole del tempo, Roma, Donzelli, 2010, p. 88).

La grandezza di Calogero non consiste solo nella sua poesia, ma soprattutto in un’intuizione filosofica che, di matrice orientale, oggi trova esplicazione e viene finalmente chiarita dal pensiero di Rupert Spira, in La natura della coscienza, che qui si riassume: «La mente è il movimento, l’attività o il funzionamento della consapevolezza. La consapevolezza in sé (l’esperienza non oggettiva dell’essere consapevoli) è l’essenza irriducibile e sostanziale della mente, proprio come lo schermo può essere considerato l’elemento essenziale e permanente del film, In realtà, la consapevolezza non è solo la base della mente: è tutto quello che esiste della mente. La mente è una limitazione temporanea della consapevolezza illimitata, che è l’unica vera presenza» (Rupert Spira, La natura della coscienza, Roma, Ubaldini Editore, 2018, p. 79).

(fasc. 38, 28 maggio 2021)

• categoria: Categories Recensioni