Recensione di Maurizio Soldini, “Il sodalizio con gli specchi”

Author di Carmine Chiodo

Questo libro di poesia, Il sodalizio con gli specchi, è di notevole spessore interiore e poetico e nel contempo presenta un’articolazione linguistica originale che si accompagna a varietà tematica. Una raccolta molto omogenea nella struttura e nella forma, pure contrassegnata da diverse mutazioni metriche e ritmiche come da un uso linguistico che presenta termini comuni, quotidiani, ma anche colti o di uso poco comune: ciò si spiega col fatto che il poeta attaglia di volta in volta il suo linguaggio, il suo lessico, il ritmo alle situazioni che presenta e specifica. Come pure, ancora, bisogna tenere presente la posizione delle parole, dei sostantivi, dei verbi, dei pochissimi aggettivi, che fanno del Sodalizio con gli specchi, lo ripeto, una raccolta molto originale in tutti i sensi.

Bisogna leggere e rileggere questa poesia per poterla capire e gustare. Talvolta si alternano nei versi immagini che possono sembrare di difficile presa sul lettore, ma che in sostanza poi, nel corso dell’opera, si chiariscono. Ci sono versi, invece, di cui subito si afferra – se così posso esprimermi – il significato, anche perché qui il linguaggio muta notevolmente: e sono versi che dicono in modo perfetto e suggestivo la nostra vita, il nostro destino, l’essere umano: «siamo tutti cucinati» (Timer ); «Il gioco alla marina della vita / è un fiasco che si svuota galleggia / trascina alla deriva quel suo vuoto / ma basta andare per il verso giusto / attingere a una fonte d’acqua pura / per fottere con altro mare il male» (Se il male è come un mare; gli ultimi versi ci dicono di una possibilità di salvezza ).

Il dettato lirico è fluido e procede senza interruzioni e in questa dinamica è coinvolto l’io poetico che pensa, osserva, riflette, posa lo sguardo su se stesso, sulla realtà, sulla vita. Si districa fra mille pensieri e cerca di trovare qualche punto fermo. Comunque bisogna porre molta attenzione allo scontro-incontro di parole che rafforzano certe riflessioni e considerazioni: «ci sono giorni / amari avari di speranza / senza rispetto per un tempo di riscatto» (Sempre il volto), «ci sono stagioni specchio degli umori», «il volto chiama e cerca nello sguardo» (ibidem). L’articolazione linguistica deve essere accuratamente considerata e analizzata in quanto essa è, secondo me, la chiave che ci permette di entrare in questa raccolta e di coglierne i significati, i sensi, i suoni e le dissonanze delle parole, il ritmo dei versi, il loro timbro: «con l’enfasi dell’esse minuscola / ma ormai tutto è minuscola storia / rimane solo l’anamnestica gloria / di sconforti e delusioni della gola / per l’obbiettività di certa vanagloria»; «il tutto che va è un tutto che ritorna / come la gente che si muove al passo / il corso come comparse mute / e noi attrici e attore come in un film / dopo il cessato allarme nel proscenio / d’un bombardamento a lieto fine». L’io continuamente si interroga, riflette sull’apparenza del normale, sul male, un io che «incede», che «cammina», «ma poi arriva / la frenata nella frenetica partita / la somma che falsifica l’annullo». Si procede, insomma, per asserzioni, ragionamenti, ed ecco «il cambiamento non chiede il permesso», «fino alle cinque e mezzo il vacuo come anticamera del nulla / che gioca a mosca cieca con me» (Il vacuo).

Nell’opera abbiamo anche una poesia che si basa su toni parlati, colloquiali, narrativi, che dicono la distanza del poeta da certe abitudini e modi di pensare o di comportarsi comuni, e al riguardo cito versi che fanno parte della già menzionata poesia Il vacuo: «quest’anno in vacanza mando / la vacanza e resto a casa / non voglio le abitudini forzate / e aspetto con pazienza che passi / la buriana che scoppi la malinconia / che questa pestilenza bruci via / e tutto torni come prima / fa bene fermarsi qualche volta / riflettere lasciando frenesie / smanie di fare chissà che / ci sono stati guerre carestie moti / di terra e mare inondazioni e peste / eppure mai nessuna fretta / non voglio non voglio drogarmi / con ferie snaturate fatte apposta / e sogno che ha da passà ’a nuttata».

In Domani affiora ancora l’io che vuole uscire «dalla libertà di senso» e «rimettere il punto / come agli inizi della scuola / dopo pensieri compiuti» e «compiti a casa di grammatica / e gli esercizi di punteggiatura / scandire il pensiero come allora / rientrare nei ranghi della villeggiatura». Non manca un momento di riflessione sul passato, ad esempio in Accanto alla ringhiera rugiadosa, ove si nota una perfetta scansione di immagini, di atmosfere, di cose, di attese, e ciò è dovuto al fatto che l’io poetico risente del periodo di sospensione, di precarietà (legate nella fattispecie al periodo pandemico) in cui agisce e sente. La mente va a certe scene, a stati d’animo, a certe stagioni del passato, e nella poesia sopra citata per esempio viene descritto un ardente pomeriggio d’estate in cui non circola nessuno e non s’odono «schiamazzi» e neppure circolano «preti», ma poi scatta l’immaginazione che si fissa davanti alla «biblioteca in fondo al viale» e il pensiero evocativo corre «a cinquant’anni volati / via come il vento che stormisce / a come ero a come eravamo / a come non saremo più nel canto eterno delle cicale».

In altre poesie viene rievocata la stagione agostana che «intanto sfuma lentamente / sono le otto e trenta nel silenzio / dì ventisette del duemilaventi / s’approssima settembre piano piano / d’autunno presto si farà baccano / con melancolia dopo la frenesia / popolo ciclotimico e scemato / tra le opinioni delle falserighe». Come ancora è da citare un altro bel testo dal titolo molto significativo, Nell’ora della recitazione, in cui viene presentato l’uomo che recita nella vita quotidiana e ove appare in tutta l’estensione l’espressività molto marcata e personale del poeta, che dà scorrevolezza ai versi e nel contempo ci fa balzare davanti agli occhi la sua fisionomia di uomo recitante, se così posso dire: «ognuno mette il pane / dentro il latte e nella propria identità / ricerca il suo perduto amore / le scarpe una camicia un pantalone / mezzo sorriso in cerca delle chiavi / del buongiorno notizie dello specchio l’immagine di sé / prima di uscire alla ventura veloce va / lo sguardo a face book […] / là fuori tanta differenza indifferenza / nel teatro dove cresce l’immondizia / e buche a varietà dove s’affretta il tempo / il non senso del quartiere la perduta città».

A voler ancora scavare in questa complessa, filosofica, ma nello stesso tempo vissuta poesia di Soldini, si constata che vi sono affrontati situazioni, stati d’animo, ragionamenti della mente ma anche del corpo, rispecchiato grazie (sic!) alla pandemia e al suo tempo che dice il vuoto, il vacuo, il nulla, ciò che è dovuto a «un cortocircuito»: forse tutto ciò è dovuto «all’invisibile», che però di fatto opera «nei fatti», e «restano i misfatti» ben visibili che fanno uscire di scena molte persone, per cui «non è una commedia ma una tragedia» e tutti dicono, personaggi famosi e non, che «qualcosa qui proprio non va» (cfr. Il varco, in cui ritorna la parola «trama», che questa volta si gioca su «interessi senza fine / ora calate quel sipario sopra la sventura / non fate ingiuria alla lealtà e si chiuda il sipario»).

Il poeta affronta vari problemi attinenti alla realtà e alla vita e, ad esempio, viene analizzato l’uomo che evolve nel corso delle stagioni, per di più minacciato da un terribile virus. È il problema della conoscenza, ma anche quello di non conoscersi in un periodo storico complesso come è l’attuale, il periodo appunto della pandemia. A tal riguardo sono esemplari testi quali Vertigo sull’abisso, Nel settantatré, Passato è il Sessantotto: «uomo che riflette / si guarda dietro e fa la differenza / quanto vorrebbe una rivoluzione popolare / ma tedio carducciano il volgo or non è più / e questo mondo sempre più borghese / e il cenere di un popolo che solo un tempo fu». Soldini è veramente abile nella collocazione e successione delle parole e poi dà loro una coloritura varia ma sempre suggestiva ed efficace, icastica; il ritmo si scioglie in modi fiabeschi, come succede nei versi dianzi citati. Son messe a fuoco immagini del presente e del passato, come pure oggetti che evocano per esempio il «vuoto», che aleggia in vari versi, come pure la sospensione, il labirinto (Una babele): «si scalpita non si sa per dove / tutto il rumore è uno zoccolare / si perde il filo più che in labirinto», e poi il mondo che «va per trasposizione / tra dietrofront e risalite ai margini» (Il mare lontano è vicino).

Soldini ha fatto ottimi studi classici liceali ed è un profondo conoscitore della poesia classica e contemporanea, come pure di altre opere a carattere filosofico; difatti, in questo Sodalizio si notano arie e movenze, sia pur contenute, che rinviano o fan pensare a Montale, per esempio, o ad altri esponenti della «tradizione ‘alta’ italiana».

Questa di Soldini è anche poesia colta, ma che vi affianca pure – come si vede dai vari versi fin qui esibiti – procedimenti meno complessi, più comuni, quotidiani, e ovviamente questo concorre a creare vari ritmi, a dare plurimi significati alla parola; si notano ancora varie cadenze, richiami, riferimenti a poeti da Dante a Pasolini, se vedo bene, adattati al suo discorso poetico che è dettato in gran parte dalla pandemia. Tutto sommato, con questa raccolta il poeta vuol rendere più sopportabile, più accettabile la quotidianità e anche tutto ciò che ha determinato il periodo particolare e condizionante che stiamo vivendo, per cui conosciamo e non conosciamo, però la salvezza ci può venire incontro impostando in altri modi la vita, percorrendo altre vie, approdando a nuovi itinerari esistenziali, ad altri più solidi valori, allontanando da noi paure e malinconie, vuoto e precarietà. Poesia come consapevolezza, dunque, di ciò che siamo e siamo stati.

In questa raccolta i procedimenti poetici e tematici sono, sì, diversi ma tutti concorrono a determinare la fisionomia del nostro io, della nostra vita interiore in relazione alla realtà oggettiva; tutto ciò fa scattare nella scrittura poetica tutta una serie di figure di pensiero, di espressività che fanno di Soldini un poeta di eccezionale valore. Le sue parole spesso hanno un significato immediato: «rimangono solo parole e foto / pagine che ingialliscono / i ricordi serbati per immemorabilia» (Nell’ora di recitazione). Come ancora si colgono espressioni ben marcate che rendono subito un comportamento, un modo di agire o di pensare: «le orecchie si sono abituate presto / e ognuno parla con i paraocchi», «si perde il filo più che in un labirinto» (espressioni che sono ampiamente giustificate già nel titolo del testo, Una babele); «il sodalizio con lo specchio / a cercare nuove identità» (Ma non sappiamo); «pochi ideali ma reali erano i regali / di chi ci aveva messo al mondo» (Seppi il perché), per fare alcuni esempi.

In conclusione, Maurizio Soldini – e per la lingua, e per l’accurata e intelligente ricerca linguistica, e per le tematiche – è, a mio parere, uno dei poeti maggiori del nostro Parnaso contemporaneo.

(fasc. 41, 5 dicembre 2021)

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