Recensione di R. Mangini, “La rivoluzione, forse domani” (2018)

Autore di Alessandro Gaudio

Siamo nei primissimi anni Quaranta, nel territorio che insiste tra Zenevredo (la cui caratteristica torretta è riprodotta nella prima illustrazione) e Costa de’ Nobili, nella zona dell’Oltrepò compresa tra le province di Pavia e Piacenza: al centro della storia c’è una banda di giovani, prima espressione di una poesia contadina che deve far fronte ai gerarchi fascisti e ai tudèsc, come li chiamano i più anziani, «buoni a far la guerra persa, che finora le avevano perdute tutte» (p. 7). Siamo ben lontani dagli anni della Resistenza, eppure sembra prendere vita un progetto diverso da quello solenne e pietrificante voluto dal potere dominante. In mezzo ai due fuochi, quello della Resistenza prima della Resistenza e quello in camicia nera, c’è l’enorme pianura padana, talvolta non proprio decisa a contrapporsi agli oppressori, quasi indifferente o comunque poco incline a prendere posizione per conservare un’ordinaria tranquillità, eppure fermissima nel difendere il valore della terra. Terra che non è un elemento nostalgico e regressivo: nella disposizione di chi la vive e la ama, si fa, piuttosto, comunità sociale, spazio in cui può germogliare una nuova sensibilità.

Figura n.1 - Torretta di Zenevredo
Figura n.1 – Torretta di Zenevredo

A incarnarla pienamente sono le speranze di Michele e di Melania, la cui storia d’amore rilancia continuamente quella tenue poesia che ammanta tutta la novella. I due giovani discutono dei loro sogni in cima all’antica torretta di Zenevredo: «Sopra l’intrico dei filari ecco la sagoma tozza e poderosa d’una torre, forse piccola ma con tanto di merletti a raggiera per tutto il perimetro alto» (p. 18). Talvolta, Michele si ritrova a discutere nel cavo situato ai piedi di essa, insieme agli amici della sua combriccola di vignaioli cospiratori e compagni di pedale: Stalin, il Clerici, il Balussìn e il Volpe. Quello dei congiurati, pur assumendo spesso i contorni del dispetto e della provocazione, non è un gioco: perché a essere in gioco è l’identità stessa degli uomini, oltre che di quella terra che amano così tanto. Perché, e l’autrice sembra averlo compreso bene, è nella fratellanza e nell’umanità che risiede la Resistenza e, dunque, la poesia: «non basta leggerla […] devi saperla vedere» (p. 59), spiega Michele, accordandole una parte imprescindibile d’azione, un ruolo decisivo nella decisione sempre più pronunciata, ma ancora appena palpabile, di mettere la dittatura nazionalista con le spalle al muro.

Il manoscritto autografo della Rivoluzione, forse domani, con ogni evidenza una prima stesura dell’opera, risale al febbraio del 1941 (scritto in presa diretta, per così dire) ed è stato casualmente rinvenuto in un mercato delle pulci di Bergamo da Fabio Ivan Pigola, direttore editoriale di «Divergenze». Era custodito in una cartelletta di pelle antica ed elegante (la Figura n. 2 riproduce manoscritto e cartella originali) che, oltre alla novella scampata miracolosamente all’umidità, conteneva anche una risma di prove scolastiche svolte tra il 1901 e il 1903 e un romanzo, in buona parte andato perduto a causa delle insidie del tempo. Sono poche le notizie relative alla misteriosa autrice: si sa che era mancina, in un’epoca in cui i mancini venivano quasi sistematicamente obbligati a scrivere con la destra; che era un’insegnante di altissimo profilo culturale, che aveva una capillare conoscenza dei luoghi nei quali è ambientata la vicenda narrata e una grande padronanza di almeno quattro lingue, tra le quali il francese e il tedesco. Non si è a conoscenza di nient’altro.

Dovreste vedere quanto è brava questa scrittrice sconosciuta, Rosalyn Vivienne Mangini è il suo nome completo, nell’infondere alla narrazione quella tal poesia, quell’idea stessa di luogo di vita e di vero progresso: con semplicità, sì, ma con una tenacia che lascia intravvedere come ogni atto possa fare in modo che quel domani, cui si guarda con trepidazione e cui comunque viene rimandata ogni velleità rivoluzionaria, sia, forse, più vicino, nella misura in cui riesce comunque ad animare la disposizione dell’oggi: «Chi dice domani, dice mai» (p. 91), ripete Michele con convinzione.

Manoscritto e cartella - La rivoluzione, forse domani
Manoscritto e cartella

La poesia di Michele e Melania, lo sappiamo, vinse qualche anno dopo, durante la lotta partigiana, contro l’ottusità e l’ideologia del regime nazi-fascista. Dopo, e sappiamo anche questo, andò peggio, allorché rinunciammo a un’aspirazione che, se ci avessimo davvero creduto, ci avrebbe condotto a una configurazione più matura della nostra civiltà repubblicana: quel «faticoso e singolare palpito di poesia che va dalle terre allo spirito e dallo spirito alle terre» (p. 81), dopo aver battuto le brutture e le violazioni del fascismo, non è riuscito a metterci in guardia dalle logiche e dalle abitudini opportunistiche e clientelari imposte dai burattini della politica di oggi. È proprio oggi infatti che, a prescindere dal fatto trascurabile in sé che i piccolissimi comuni di Costa de’ Nobili e Zenevredo non siano stati sfiorati da espansione incontrollata e sovraffollamento, avremmo bisogno ancora di una Resistenza che somigli a una rivoluzione, di una spinta creativa a tenere alta la guardia per salvarci dalle sirene del falso progresso imposto da mafie e speculatori. Proprio per questo, l’ironia insita nel titolo del racconto sa di profezia.

È un’opportunità che abbiamo mancato, purtroppo. Lo segnala, a ragion veduta e con un pizzico di rammarico, Marco Vagnozzi nella postfazione che accompagna La rivoluzione, forse domani. La novella, che dall’ottava edizione prevista per la prossima estate sarà arricchita da nuovi apparati, è accompagnata anche da un testo introduttivo e da una ricca nota critica a cura di Chiara Solerio. Ma a dare pregio ulteriore all’iniziativa editoriale, già di per sé meritevole, c’è un’attenzione fuori dal comune per la fattura del volume (invero, riservata a tutto il catalogo), dall’impaginazione alla qualità della carta. Proprio un bel modo per far comprendere che la forza di un libro, persino oggi, va ben al di là della parola con la quale esso si chiude.

(fasc. 33, 25 giugno 2020)

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