Recensione di Raffaele Galardi, “Storie minime” (Scritturapura 2026)

Author di Angela Sanson

“Storie fuori chiave”

Storie minime è una raccolta di racconti in cui l’autore intreccia il proprio percorso di vita con quello delle persone che incontra e che si affacciano al suo sguardo. La sua è la storia di un ragazzo “spatriato”, cresciuto nella periferia operaia di Mirafiori, escluso tanto per le sue origini quanto per il suo corpo: sovrappeso, viene inizialmente scartato da quella Torino che si racconta moderna e progressista, ma che non tarderà, col tempo, a rivelare il volto retrivo e provinciale che pretende di non avere.

Crescendo, perde molto peso e abita, per la prima volta, i canoni di un corpo considerato attraente. È proprio allora che, accorgendosi dell’inconsistenza dello scherno, prima, e dell’approvazione, dopo, degli altri, Galardi decide di non stare al gioco e di abitare, questa volta consapevolmente, il confine. Non sa che farsene di quell’approvazione, se non riderne con ironia. L’ironia, prima che la sua cifra stilistica, è la sua peculiarità. Del resto, parlando di sé e del proprio mestiere, quello di chef che gli è valso più di un riconoscimento, si definisce un “brucia padelle”.

Il sarcasmo della persona, dunque, ritorna nel linguaggio schietto, diretto, a tratti persino burbero, ma onesto fino ‒ e qui ci appropriamo di un lessico che esula dalla letteratura ‒ al midollo dello scrittore: un eloquio che non lascia spazio a inutili edulcorazioni o idealizzazioni della realtà, uno stile che, soprattutto, ridona alle cose il loro nome. Così un “culo” non diventa un fondoschiena; il sesso, quando è privo di sentimento, non si ammanta di parole nobili né si vanta di un cuore che, in quel momento, era altrove e di un cervello che, nello stesso istante, era impegnato a fare la lista della spesa dei prodotti che l’indomani avrebbe comprato al mercato rionale. Quanto bisogno ci fosse di tutto questo chi è abituato ad adoperare le parole lo sa.

L’autore, che oggi, parafrasando Primo Levi, è tra quelli che la storia ha “salvato” (è, infatti, un cuoco di successo e uno scrittore apprezzato), non dimentica il ragazzo che è stato e, proprio attraverso quel ricordo, sceglie le storie da raccontare. Galardi non osserva il mondo da un’altra prospettiva, ma fa ben di più: ne offre una a chi non ce l’ha. Non si concede il privilegio dell’indifferenza e, proprio per questo, finisce per dare voce ai vinti, agli annientati della storia, alle dissonanze e al disarmonico della realtà contemporanea. I suoi racconti restituiscono dignità a esistenze marginali che abitano gli interstizi del quotidiano e che raramente trovano spazio nel pensiero unico.

In questo cammino di lettura, che finirà per essere anche un percorso di crescita, Galardi non si accontenta di accompagnare il lettore attraverso le proprie storie, ma gli chiede un coinvolgimento diretto ben maggiore di quello della semplice decodifica del testo. Lo chiama in causa, lo costringe a prendere posizione, a interrogare il proprio sguardo. È come se, pagina dopo pagina, gli ponesse una domanda apparentemente semplice, quella di John Fogerty, resa celebre dai Creedence Clearwater Revival: «Hai mai visto la pioggia?». Un interrogativo che, nelle pagine di Storie minime, sembra assumere un significato ulteriore: sei capace di vedere ciò che accade anche quando il cielo sembra sereno? Di riconoscere la pioggia che cade sotto il sole, le crepe dentro ciò che appare integro, le vite che restano fuori campo?

È proprio lì che Galardi invita a guardare: negli interstizi, in ciò che stona rispetto a un’idea preordinata di armonia. Perché le sue Storie minime sono pura arte fuori chiave, raccontano ciò che non viene visto o che si preferisce non vedere, quella parte “scordata” della realtà che esiste accanto a ciò che appare compiuto, luminoso, perfettamente intonato.

L’indifferenza, alla fine della lettura, dunque, non solo non è contemplata, ma non è più possibile. Le parole di Galardi tolgono il velo di Maia e al lettore non rimane che fare i conti con ciò che la realtà è, con il suo carattere più specifico: il perturbante.

Si continua a esistere, dopo le sue pagine, con lo stesso sentimento che ha accompagnato il loro scorrere: un misto di attrazione e paura, affascinati dalla potenza di queste storie, “minime” solo in apparenza, ma spaventati dalla consapevolezza della nostra fragilità al loro cospetto. E al lettore, alla fine, non rimane altro che il desiderio di leggerne di più. Una sorta di bulimia delle storie, il bisogno di averne ancora e ancora, di incontrare nuovamente queste vite, come se una sola lettura non bastasse mai a colmare la fame che queste pagine hanno saputo suscitare.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)

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