L’occhio del “Padrone”. La ditta commerciale di Parise tra selezione artificiale e pratiche eugenetiche

Author di Manuel Caritto

Abstract: Il padrone (1965) di Goffredo Parise è un romanzo darwiniano per i suoi presupposti filosofici, ma anche per la struttura stessa della parabola del protagonista, che dalla quasi naturalità della provincia approda al sistema iper-competitivo e spietato della città neocapitalistica. Questo contributo propone di partire dalla distinzione elaborata dallo stesso Darwin tra “selezione naturale” e “selezione artificiale” per interpretare tale percorso come un processo intenzionale esercitato da un soggetto, il padrone Max, su un proprio simile. Non si tratta, dunque, di vedere nel romanzo una rappresentazione dell’adattamento all’ambiente urbano, ma di individuare nella ditta commerciale il luogo di una selezione attiva e programmata, analoga ai meccanismi di allevamento descritti da Darwin.

Abstract: Il padrone (1965) by Goffredo Parise can be read through a Darwinian lens not only because of its philosophical premises, but also because of the protagonist’s trajectory, which moves from the quasi-natural condition of the province to the ruthless system of the neocapitalist city. This paper proposes to begin from the distinction, drawn by Charles Darwin, between natural selection and artificial selection to interpret this trajectory as an intentional process exercised by one subject upon another human being. The novel should not be understood as a representation of adaptation to the urban environment, but rather as the identification of the commercial firm as the site of an active and programmatic form of selection, analogous to the breeding mechanisms described by Darwin.

Introduzione. Letteratura e darwinismo

L’opportunità di instaurare un dialogo tra la letteratura e le scienze biologiche, e in particolare la biologia evoluzionistica, è oggi meno controversa rispetto al passato. Le possibilità di questo scambio si fondano, parafrasando Michele Cometa, su tre grandi temi del presente: la necessità di una svolta bioculturale (biocultural turn), con cui risolvere l’annosa questione del rapporto tra sapere scientifico e umanistico; la relazione privilegiata che la letteratura dell’estremo contemporaneo intrattiene con argomenti e modelli biologici, e infine il progetto di una teoria che riconosca alla narrazione il carattere di adattamento specie-specifico e aiuti a comprenderne la totalità delle forme nello spazio e nel tempo[1]. Se queste ragioni non fossero sufficienti, se ne potrebbe aggiungere un’altra, con cui mi avvicino al proposito di queste pagine:

La teoria letteraria deve affrontare il dialogo con la biologia soprattutto per una ragione interna: l’inesausto dialogo che molti poeti e scrittori (ma anche critici e teorici) hanno intessuto con le scienze della vita, con la biologia, e, oggi, con le neuroscienze, l’archeologia cognitiva e la paleontologia. A ben vedere, infatti, gli scrittori, di ogni epoca e di ogni latitudine, non si sono mai sottratti a questo dialogo, costituendo così una sorta di museo naturale di testimonianze a diverse altezze temporali e una riserva infinita di «oggetti» che si prestano a interpretazioni biologiche o che sono comprensibili solo a partire dalle scienze della natura[2].

Goffredo Parise e la sua opera sono un patrimonio inestimabile di questo «museo naturale», e costituiscono un esempio virtuoso e difficilmente replicabile di dialogo tra cultura umanistica e saperi scientifici. Il suo contatto con la biologia evoluzionistica e i libri maggiori di C. Darwin – l’Origine delle specie (1859), L’origine dell’uomo e la selezione sessuale (1871) e il Viaggio di un naturalista intorno almondo (1839) – non è una semplice suggestione né un approdo temporaneo. Al contrario, la lettura della teoria della selezione naturale fornisce a Parise la materia prima con cui costruire un sistema di pensiero personalissimo e irriducibile a qualunque altra esperienza letteraria coeva, che sarà al tempo stesso uno strumento di distinzione letteraria ma anche di parziale emarginazione. Di qui il desiderio, a seconda dei casi, di presentarlo come uno scrittore atipico, come un outsider[3]impossibile da inquadrare, oppure di trovargli a forza un posto all’interno di tradizioni, tendenze e categorie storico-letterarie consolidate, come accaduto con il Padrone (1965)[4]. Ha certamente ragione Lucia Rodler, assieme a molti altri interpreti, a imputare questo scetticismo critico nei confronti di Parise, ma anche questa infruttuosa angoscia di categorizzazione, al rapporto che egli stesso ha intrattenuto con le istituzioni del campo letterario e soprattutto del campo politico, scegliendo per sé una posizione di terzietà rispetto ai due sistemi economici concorrenti del Novecento e condannandosi, in un certo senso, alla solitudine: «Il fatto è che Goffredo Parise non ha partecipato alle ideologie, nemmeno letterarie, del Novecento perché una straordinaria sensibilità verso la violenza gli ha permesso di intuire, in anticipo sui tempi, quanto male nascondano gli ideali troppo rigidi e le convenzioni che soffocano la vita, anche attraverso la parola»[5].

Una violenza pervasiva e irremovibile, quella di cui parla Parise, che deriva direttamente da una lettura personale dell’opera darwiniana all’inizio degli anni Sessanta, quando avviene anche il primo viaggio negli Stati Uniti. La scoperta di un «nucleo di violenza»[6] originario, e consustanziale all’esistere, e la sua attuazione parossistica nel sistema neocapitalista saranno l’innesco per una serie di progetti letterari e giornalistici incentrati sul modo in cui l’adattamento e i rapporti di forza si ripercuotono su ogni aspetto della vita umana: dai legami coniugali e dalla procreazione, di cui si legge nell’Assoluto naturale (1967) e nell’incompiuto Arsenio (1986, ma risalente al 1962), fino all’ambiente lavorativo rappresentato nel Padrone (1965) e nel Crematorio di Vienna (1969), che ne riprende l’atmosfera e i presupposti argomentativi. Del resto, pur non negando un destino simile e altrettanto disgraziato per gli abitanti dei paesi socialisti, «Parise considera gli Stati Uniti come luogo dove il darwinismo ha trovato la sua applicazione più rigorosa, come un laboratorio in cui si svolge una struggle for life senza soste»[7], resa implacabile dallo sviluppo della tecnica[8]. Dati questi presupposti, l’accostamento tra Il padrone e la voga letteraria del romanzo d’azienda è quantomeno imprecisa: quello di Parise non è il racconto di una «visita in fabbrica», per ricordare il noto poemetto di Vittorio Sereni, né la descrizione infernale di un luogo della produzione neocapitalista vissuto in prima persona da un personaggio-operaio[9]. Il padrone deve essere letto in primo luogo alla luce delle sue reminiscenze darwiniane, esplicite fino alla quasi-citazione e cruciali per afferrare i presupposti filosofici e la struttura narrativa del romanzo. Sebbene una tale direzione sia stata già presa in passato, è mancata, forse, un’attenzione specifica al concetto di selezione artificiale, che, oltre a essere il punto di partenza delle osservazioni (e poi dell’Origine) dello stesso Darwin, sembra essere anche, seppur con alcune licenze concettuali, la chiave interpretativa più logica per il romanzo di Parise.

La selezione artificiale del Padrone

La vicenda attorno a cui si sviluppa Il padrone è la seguente: un giovane protagonista, che rimarrà sempre anonimo[10], si trasferisce, con movimento da romanzo di formazione classico, dalla provincia alla grande città per iniziare il suo nuovo lavoro. Appena arrivato nell’azienda commerciale, fa la conoscenza degli impiegati, ma soprattutto del padrone, Max, e della sua famiglia. Max prende sotto la propria ala protettiva il giovane, cercando in tutti i modi di trasformarlo nel dipendente perfetto. Se all’inizio il giovane dà al padrone segnali positivi di adattamento alla realtà dell’azienda, presto iniziano a sorgere i dubbi e il desiderio di rivalsa sulle violenze subite. Il punto di non ritorno è segnato dalla proposta di sposare per logiche aziendali Zilietta, una ragazza affetta da sindrome di Down: il giovane pensa per questo di lasciare il lavoro e di cambiare azienda. A questo punto Max autorizza un colloquio tra il giovane e un suo avvocato di fiducia apparentemente per indirizzarlo verso una nuova ditta commerciale, ma di fatto per convincerlo che «una realtà migliore non c’è e non ci sarà mai»[11]. Il giovane allora rinuncia definitivamente alla propria autonomia: sposa Zilietta e la volontà di Max si integra alla perfezione nel sistema consumistico della grande città; si congeda dal lettore confessando il desiderio che suo figlio erediti la sindrome della madre e diventi, così, immune alla violenza e al dolore.

L’interpretazione biologica di questo romanzo si regge, di solito, sull’applicazione dei concetti di lotta per l’esistenza e di selezione naturale alla vicenda del protagonista, mettendo in evidenza il modo in cui il sistema neocapitalista porta alle estreme conseguenze l’ipotesi darwiniana. Al di là del modo in cui Parise si appropria e ri-usa Darwin – da cui derivano anche alcune ambiguità –, queste letture hanno almeno altri due limiti: si ha innanzitutto la tendenza a considerare l’evoluzione e la selezione come processi teleologici oltre che morali, che non contemplano il caso apparentemente degenerativo del giovane protagonista, a meno di vederle come il rovescio della teoria. Il padrone è, sì, un «Bildungsroman rovesciato»[12], visto che preclude ogni possibile conciliazione tra disposizioni individuali e campo sociale, ma, date le premesse teoriche, anche un romanzo perfettamente darwiniano non solo nelle intenzioni ma anche nell’esito, se si vede nella “cosificazione”il risultato più ovvio della pressione selettiva.

A questo si aggiunge il problema cruciale di capire che tipo di selezione venga rappresentata nel romanzo: Parise descrive una realtà in cui la lotta è la legge universale che accompagna ogni forma di vita, compreso l’essere umano, dallo stato di natura fino all’artificialità completa del sistema neocapitalista. Eppure, il processo di cui siamo testimoni durante la lettura non è dovuto a una forza invisibile e casuale che accumula piccole variazioni generazione dopo generazione, favorendo la sopravvivenza di una specie, né assistiamo a un contesto di lotta perpetua in cui solo i più adatti sopravvivono.

La deformazione del giovane impiegato non si deve alla selezione naturale, o perlomeno non in modo prioritario, bensì alla selezione artificiale: quello descritto da Parise è il racconto di una domesticazione, in cui Max interpreta il ruolo del padrone, inteso non soltanto come titolare di un’impresa, ma soprattutto come colui che possiede e alleva un animale. Del resto, la selezione operata dall’uomo è il punto di partenza empirico dello stesso Darwin, che, dopo averne osservato gli effetti in prima persona, se ne serve nell’Origine per introdurre le sue idee sul meccanismo evolutivo allo stato di natura. La confusione si potrebbe imputare in un certo senso allo stesso Parise, che nel rappresentare una realtà pervasivamente darwiniana sembra aver ridotto ai minimi termini la distinzione tra i due processi, che, pur basandosi sui medesimi principi, hanno in realtà già in Darwin funzionamenti e tempi diversi. Ciò che conta, a questo punto, è capire in che modo Il padrone costituisce un racconto di domesticazione, e quale sia il suo esito, meno scontato di quanto si possa credere.

Zoo, giardini, orti botanici

Per rispondere a queste domande occorre seguire il percorso tracciato dallo stesso Darwin nel primo capitolo dell’Origine, La selezione allo stato domestico, partendo da due presupposti essenziali della domesticazione: il cambiamento delle condizioni ambientali e delle abitudini, e la predisposizione dell’individuo. Darwin sostiene nell’Origine che le cause di variabilità allo stato domestico possano agire in due modi, «direttamente, sull’intero organismo o solo su certe parti di esso, e indirettamente, influendo sul sistema riproduttivo»[13]. La novità dell’ipotesi darwiniana consiste nell’attribuire minore importanza all’ambiente rispetto alla specificità individuale, che diventa la fonte principale di variazione per azione diretta. In altre parole, il mutamento delle abitudini, della nutrizione, dell’uso delle parti del corpo è solo parte del processo, non una condizione sufficiente. Sulla specificità dell’animale torneremo, ma ragioniamo intanto sulle condizioni ambientali.

Nel romanzo di Parise l’arrivo nella grande città e soprattutto nella ditta commerciale sembra svolgersi come un rito di passaggio, in cui la classica struttura tripartita prevede, nell’ordine: l’abbandono dell’habitat naturale, l’ambientamento nella nuova realtà e la successiva integrazione. Quello in cui fa il suo ingresso il protagonista non è un semplice posto di lavoro, ma una nuova casa, «il luogo che molto probabilmente, quasi con certezza, mi ospiterà per il resto della mia vita»[14], quasi si trattasse dell’ingresso in un bioparco o in un orto botanico. E, del resto, i primi indizi sensoriali rimandano proprio a queste immagini:

Sono entrato nell’androne e ho fatto alcuni passi verso il fondo: giunto ai piedi di una larga scala che si apriva a destra della grande volta i rumori della strada erano completamente scomparsi e il luogo era immerso nella penombra e nel silenzio. Come avevo immaginato, da dietro la vetrata giungevano fruscii e stormire di fronde, il chioccolìo di una fontana e versi e pigolii di uccelli tra i quali ho riconosciuto subito il fischio del merlo.

Sarà una descrizione successiva del giardino, a cui il protagonista avrà accesso, a sottolinearne «quell’aria funebre e immota che nasce e si sprigiona sempre dalla vita artificiale»[15], e soprattutto a istituire un parallelismo tra quelle piante e i dipendenti della ditta:

Ognuno di noi, e loro stessi che erano i padroni, eravamo rinchiusi in una grande trappola mortuaria simile a quel giardino: e proprio come quei peschi, quelle viti, il glicine e la magnolia, costretti a un arresto di sviluppo naturale, a una inutile concentrazione di energie che ci aveva ridotti quello che eravamo: piccoli mostri simili a quelle piante[16].

Tutti – compresi i padroni – hanno sembianze, atteggiamenti, tratti somatici o comportamentali evidentemente non umani, che il giovane descrive con occhio etologico. Gli animali utilizzati esplicitamente o per sineddoche come strumenti descrittivi o «indizi fisiognomici»[17] sono davvero numerosi e noti: gli occhi di Lotar, il portiere-scimmia, tra l’altro, mostrano «un lampo di delusa speranza, di immobile e non cosciente malinconia come in certi vecchi, enormi oranghi dello zoo»[18]; quelli del dottor Diabete, che «sporgevano e rientravano nelle orbite come quelli di una rana»[19]; la sembianza di insetto del Dottor Max[20]. Poi ancora, per similitudine: afidi e formiche[21], cani[22], farfalle[23], stridii e nitriti[24], volpi, ricci e donnole[25], cicale[26], roditori[27]; i capelli della madre di Max, Uraza, che diventano una criniera[28]. E, ancora, gli animali antropomorfi dei fumetti Disney, che danno il nome ad alcuni personaggi: Minnie, la fidanzata di Max, ma anche i due impiegati Pluto e Pippo.

Un campionario ricchissimo e variegato, che restituisce con forza una pesante sensazione di straniamento, ma anche l’allusione a una logica di contenimento e classificazione zoologica, o anzi zootecnica se si dà risalto, più che all’esibizione dell’alterità non umana, al suo sfruttamento.

Animali speciali

Una delle caratteristiche preminenti delle specie o razze domestiche è, dunque, il loro «adattamento in funzione non già del benessere dell’animale o della pianta, ma del vantaggio o del capriccio dell’uomo»[29]. Ma tale mutamento non deriva soltanto dall’azione diretta dell’allevatore: parte del risultato deriva dalla plasticità[30] dell’esemplare selezionato, dalla sua propensione intrinseca a subire cambiamenti. Per tale ragione il processo parte dalla ricerca di questi individui speciali, da cui si potranno poi selezionare e trasmettere alla prole i tratti più utili. «La condizione più importante», dice sempre Darwin, «è, forse, che l’animale o la pianta siano apprezzati dall’uomo tanto da richiamare tutta la sua attenzione sulle deviazioni anche minime della loro qualità o struttura. Se manca questa attenzione, nulla si può ottenere»[31].

In effetti, l’assunzione del protagonista del Padrone non è casuale. È frutto di una sorta di scouting operato dall’agente provinciale della ditta, che gli fornisce una lettera di presentazione da mostrare al dottor Diabete e poi al dottor Max. Quello del protagonista è sin dall’inizio uno stato d’eccezione ambiguo: se da un lato la vicinanza a Max, che ne controlla ogni pensiero e atto, gli garantisce un trattamento diverso da quello riservato ai colleghi – pur senza proteggerlo dalle molte violenze arbitrarie –, al tempo stesso lo espone ad attenzioni più frequenti e invasive. Egli stesso nota questa condizione, pur dimostrandosi all’inizio molto propenso a identificare i propri interessi personali con quelli della ditta: si chiede la ragione di «quella eccessiva confidenza, per non dire amicizia, che il dottor Max gli ha dimostrato fin dall’inizio»[32], ma accoglie con ottimismo la scelta del padrone di tenerlo vicino a sé[33], in una stanzetta accanto al suo ufficio, e di non assegnargli un lavoro specifico – segno dell’inizio di un progetto diverso, più importante di una semplice assunzione. Ma, non appena arriveranno i primi dubbi sulla sua condizione, innescati anche dalla scelta di Max di imporgli delle iniezioni di vitamine, emergerà il rimpianto di non essere entrato «nella ditta in modo anonimo, come un anonimo dipendente qualsiasi che vede il dottor Max passare nei corridoi due volte all’anno»[34].

Il reclutamento del giovane di provincia non è dettato da esigenze aziendali, ma dal desiderio di plasmare, selezionando i giusti caratteri, il dipendente perfetto. Questa sarebbe per Max l’unica cura possibile per la sua scissione profonda tra il bisogno (e anche l’oscuro desiderio) di imporre il proprio volere con la forza, e l’immoralità dello sfruttamento e dell’alienazione neocapitalistica. Nessuno dei dipendenti di quest’uomo dalla «testa spaccata in due»[35] incarna una soluzione perfetta al suo dilemma. Nemmeno il fedele Lotar, solitamente preso a modello, lo soddisfa pienamente, visto che la sua subordinazione deriva da un senso del dovere e dell’obbedienza marziale[36], e non da un’identificazione profonda tra le ambizioni individuali e il profitto aziendale:

«Un dipendente perfetto.» «Sotto un certo aspetto, sì. È uomo di intelligenza molto limitata, si capisce, non ha cultura, niente. Proprio per questo è un dipendente quasi perfetto. Magari ce ne fossero. Il fatto è che, a differenza di molti altri, quasi tutti nella ditta, Lotar mette amore, fede, in quello che fa. Per lui la ditta è come una chiesa e la sua religione è la religione dell’obbedienza. Se tutti fossero come lui io non avrei più problemi.» «Purtroppo un tipo così non ha e non può avere nessuna iniziativa personale.» «Eh, già, è appunto quello che gli manca. Se avesse anche iniziativa sarebbe perfetto. Ed è ciò che io vorrei in ditta»[37].

La ricerca di animali speciali, di cui il protagonista è l’esempio più evidente, è praticata dalla ditta fin dall’infanzia, per mezzo del Kindergarten della dott.ssa Uraza[38], dove i confini di classe vengono naturalizzati e irrigiditi, e le inclinazioni personali osservate e selezionate con cura fin dalla tenera età, fedeli al principio secondo cui «cambiamenti importanti dell’embrione o della larva comportano probabilmente cambiamenti nell’animale adulto»[39] e soprattutto sono, come imparerà a proprie spese lo stesso Max, meno soggetti a fenomeni di reversione.

La reversione e l’accoppiamento

La specie incipiente[40] plasmata da Max e incarnata dal protagonista dovrebbe essere obbligata a scegliere liberamente il bene dell’azienda e dei suoi padroni. Su tale paradosso si regge il lavoro di selezione svolto con il giovane di provincia, in principio piuttosto promettente. A rovinare i piani di Max, come detto, sono le violenze gratuite sempre più intollerabili, che spingono il protagonista a chiedere qualche giorno di ferie. In queste sequenze, dedicate al ritorno nella città natale e poi al desiderio crescente di lasciare la ditta commerciale, sembra riecheggiare – seppur in una forma non ortodossa – il concetto di reversione, a cui si alluderà poi anche nel fondamentale apologo conclusivo, secondo cui «quando le nostre varietà domestiche ritornano allo stato selvatico, esse riacquistano gradatamente, ma invariabilmente, i caratteri originari della loro razza»[41]. Il rientro in provincia aggrava l’alienazione del protagonista e riporta all’immagine dell’animale in cattività, ora temporaneamente reimmesso in natura. Non si tratta di un ricongiungimento nostalgico, visto che «più nulla mi lega a mio padre, a mia madre, a Maria [la fidanzata] e alla città dove sono nato. Non un sentimento, non un ricordo, nulla»[42]. E anche il progetto scartato delle dimissioni svela in realtà il carattere protettivo del lavoro: come il recinto per l’animale domestico, la ditta garantisce un vantaggio in termini di sopravvivenza (o di benessere), al prezzo di una dolorosa limitazione della libertà. Lasciare il posto di lavoro non garantirebbe di riacquisire la propria indipendenza, ma condurrebbe solo a una ricerca dolorosa e fallimentare di un nuovo padrone: «A questo punto, se sarà saggio, [l’impiegato] tornerà dal vecchio padrone e chiederà perdono. Di solito si ottiene. Altrimenti è raro che si salvi dal magma dinamico della grande città che, come avviene in natura, travolge e distrugge tutto ciò che non è utile»[43].

Sono anche questi tormenti profondi a spingere Max e la dott.ssa Uraza a una soluzione drastica: proporre, in modo in realtà piuttosto coercitivo, al giovane di sposare la «demente» Zilietta. La riproduzione, da cui dipende la trasmissione dei caratteri, è un passaggio cruciale nella selezione artificiale, ma delicatissimo: «Nulla è più facile, infatti, che addomesticare un animale, ma poche cose sono più difficili da ottenere della libera riproduzione di animali in cattività, anche se si verifica l’accoppiamento»[44]. È difficile non leggere le premure di Uraza, che predispone visite prematrimoniali, test genetici e indagini familiari, come il tentativo di compilare una sorta di pedigree dei due giovani, trattati alla stregua di animali riproduttori. Il matrimonio, poi, e ancor più il concepimento di un figlio, avrebbe due possibili effetti positivi: legherebbe in modo definitivo il giovane al destino della ditta, ma soprattutto consentirebbe di proseguire un lavoro di selezione promettente ma inconcluso. La svolta sessuale al problema della selezione si dovrebbe imputare alla rapida regressione del protagonista, sempre più afflitto dai dubbi, e dunque alla necessità di mitigare la sua resistenza al processo. In realtà, a prescindere dalle difficoltà specifiche, quello dei padroni della ditta è un progetto dichiaratamente a lungo termine – al pari di quello di un allevatore –, fondato sul «centro di educazione» di Uraza e sulla selezione accumulativa di varianti utili all’azienda. Parafrasando il veterinario William Youatt, citato dallo stesso Darwin, l’obiettivo non è di selezionare una singola pecora, ma trasformare completamente il carattere del gregge[45].

L’albero e il giardino: un fallimento o un nuovo inizio?

L’esito della vicenda del Padrone sembra piuttosto trasparente: nonostante le molte esitazioni e i dilemmi morali, il protagonista sposa Zilietta e concepisce un figlio. L’integrazione nel sistema neocapitalistico della grande città è, ormai, completa. Prima che tutto ciò accada, però, Max scrive una lettera al proprio protetto, una sorta di apologo, con protagonista un albero, che è anche un’ennesima mise en abyme. Qui trova conferma non tanto l’opportunità – del resto già verificata – di una lettura biopoetica del romanzo quanto quella più specifica della deformazione del protagonista come effetto di una selezione artificiale e di un’iper-specializzazione eticamente inaccettabile, ma dall’alto valore adattativo (fitness).

La lettura di questo breve apologo, che convince il protagonista a sottomettersi, sembra confermare le tappe del processo individuate in queste pagine. Il racconto inizia con il passaggio del giovane albero dallo stato di natura all’ambiente controllato (e programmato) del giardino[46], dove viene represso il suo fine naturale, ovvero «quello innanzitutto di vivere, di irrobustirsi, di mettere salde radici e di affermarsi»[47]. Segue l’adattamento al nuovo habitat, che ha sull’albero un effetto traumatico, considerato «quanto è difficile, per una pianta vissuta fino a quel momento in libertà, adattarsi all’ordine ma soprattutto all’idea del giardino»[48]. Viene evidenziato, poi, lo stato d’eccezione del protagonista, che, oltre a disporre dell’ambizione naturale per diventare un «albero importante»[49], si distingue dagli altri per la plasticità delle sue parti e per la facilità con cui sa adattarsi all’azione dei giardinieri. A questo si deve l’attenzione speciale riservatagli dal padrone, che lo considera l’esemplare perfetto per la sua opera di selezione[50]:

Esso era l’albero più amato dal padrone tanto che egli, nelle sue passeggiate, spesso (quasi sempre) si fermava all’ombra delle sue foglie e lo guardava estasiato. Perché estasiato? Perché mai come in quella occasione (tanti alberi erano giunti dalla campagna e mai i risultati erano stati così perfetti) un albero si era adattato con tanta affabilità e allo stesso tempo con tanto mistero all’idea che il padrone aveva di esso[51].

La sua grande adattabilità alimenta le illusioni del padrone, che crede di avere finalmente davanti a sé una specie incipiente con cui sostituire[52] ogni altra pianta del suo giardino. Tuttavia, presto si verifica il fenomeno della reversione: l’albero, «anziché stabilizzarsi in una forma media, curata noiosamente dai giardinieri, torna a mostrare, nello spuntare dei rami e delle foglie […] quella selvatichezza sorda, muta e testarda […] che era quella della sua gioventù in campagna»[53]. L’ultima speranza del padrone è modificare la specie con un incrocio che, almeno nell’apologo, fallisce. Restano le altre piante, tutte diverse nella natura ma simili nell’aspetto, incapaci tuttavia di assicurare la continuità dei caratteri selezionati.

Se vista alla luce del concetto di selezione artificiale e del contenuto dell’apologo, la conclusione del romanzo è più enigmatica di quanto si creda. La scelta del protagonista di tornare sui suoi passi e di rinunciare alla propria libertà è sicuramente una vittoria per Max, ma non ci dice molto, o almeno non lo fa in modo del tutto evidente, sul destino della tanto desiderata specie incipiente. Se da un lato i dubbi del protagonista e il suo iniziale rifiuto a procedere con l’innesto sembrano rafforzare la tesi del fallimento – di cui Max ricostruisce le tappe nell’apologo –, d’altra parte è innegabile che la sua decisione finale e l’integrazione nel sistema aziendale rafforzino la tesi opposta. La soluzione a questo dilemma è da cercare, forse, nell’immagine del figlio del protagonista: non per darne una lettura distopica, ma per ricordare il carattere misterioso dell’atto procreativo, quelle «incognite della vita e della riproduzione»[54] che costituiscono, forse, la segreta speranza del Padrone.


[1] Riassumo le premesse di M. Cometa, Letteratura e darwinismo. Introduzione alla biopoetica, Roma, Carocci, 2018, p. 17, a cui rimando per un’analisi più approfondita.

[2] Ivi, p. 28.

[3] Si veda, a titolo d’esempio, A. Casadei, Il Novecento, Roma, Carocci, 2005, pp. 155-57.

[4] Anche Andrea Zanzotto introduce le opere di Parise tenendo insieme le coordinate del centro e del margine letterario: «Basterà soltanto un rapido sguardo sulle opere più importanti di Goffredo Parise, ed apparirà subito la sua posizione particolarissima, di primo piano ed insieme “eccentrica”, nel quadro della narrativa, anzi della prosa italiana, nella cultura del secondo Novecento»: A. Zanzotto, Introduzione, in G. Parise, Opere. Vol. 1, a cura di B. Callegher e M. Portello, Milano, Mondadori, 1987, p. XI.

[5] L. Rodler, Goffredo Parise, i sentimenti elementari, Roma, Carocci, 2016, p. 14.

[6] Ivi, p. 13.

[7] D. Scarpa, Goffredo Parise: Tra Darwin E Montale, in «Belfagor»,vol. 54.6, 1999, pp. 671-92.

[8] Si ricordi sempre Zanzotto, acuto interprete dell’opera parisiana: «Nel gioco inquietante e terribile delle forze della realtà tra cui è preminente la selezione naturale c’è spazio per qualche momento di riposo, per qualche sacca in cui forse esiste quiete, simbiosi, non-aggressione, quelle stesse forze invece, quando si saranno saldate alla programmazione scientifica, si saranno alleate all’implacabile “razionalità” tecnologica (pur avendo conservato la loro immutabile identità) produrranno effetti negativi inimmaginabili. La natura infatti ha sempre qualche smagliatura, giro vizioso, sconnessione; quindi ci si può aspettare che conceda delle tregue. Quello che fa o farà la tecnica, invece, tende a porsi come pianificazione perfetta, totale». Si veda A. Zanzotto, L’opera letteraria di Goffredo Parise, in G. Parise, Arsenico, Treviso, Edizioni Becco Giallo, 1986, p. 61.

[9] Ha certamente ragione N. Amelii quando ricorda l’accezione biologica (e non marxista) che Parise imprime al concetto di alienazione: «L’alienazione che Parise addita e tematizza nel romanzo […] pare germinare direttamente dalla realtà biologica dell’uomo, in cui sono inscritti la legge del più forte e la selezione naturale, processi fondati sugli impulsi primari della violenza, della sopraffazione, dello sfruttamento». Si veda N. Amelii, La «cosificazione» dell’uomo nel Padrone di Parise. Il lavoro aziendale tra dinamiche neo-feudali e rituali liturgici, in «Between», vol. XIII, n. 26, 2023, p. 6.

[10] È possibile interpretare l’anonimato del protagonista come esca prolettica della sua progressiva spersonalizzazione, ma è altrettanto vero quanto sostiene N. Amelii (La «cosificazione» dell’uomo, art. cit., p. 9), secondo cui il giovane sarebbe il «rappresentante prototipico di tutti i ragazzi umili e sprovvisti d’individualità arrivati dalla provincia per cercare fortuna nella metropoli con alle spalle il bagaglio educativo tipico della piccola borghesia cattolica». Ragioni a cui andrebbe aggiunta anche la sovrapposizione tra personaggio e autore, ugualmente passato, sul piano della rappresentazione letteraria come nella vita, dalla provincia veneta a Milano.

[11] G. Parise, Il padrone, Milano, Adelphi, 2011, p. 264.

[12] N. Amelii, La «cosificazione» dell’uomo, art. cit., p. 9.

[13] C. Darwin, L’origine delle specie, Torino, Bollati Boringhieri, 2011, pp. 89-90.

[14] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 10.

[15] Ivi, p. 117.

[16] Ivi, pp. 117-18.

[17] L. Rodler, Goffredo Parise, op. cit., p. 79.

[18] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 12.

[19] Ivi, p. 17.

[20] Ivi, pp. 32, 53.

[21] Ivi, p. 34.

[22] Ivi, p. 39.

[23] Ivi, p. 52.

[24] Ibidem.

[25] Ivi, p. 54.

[26] Ivi, p. 56.

[27] Ivi, p. 93.

[28] Ivi, p. 115.

[29] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 107.

[30] Ivi, p. 108: «Gli allevatori parlano abitualmente dell’organismo di un animale come di qualcosa di plastico, che essi possono modellare quasi a loro piacere».

[31] Ivi, p. 116.

[32] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 62.

[33] Ivi, p. 64.

[34] Ivi, p. 143.

[35] Ivi, p. 93.

[36] Ivi, pp. 133-47.

[37] Ivi, p. 148 (corsivi miei).

[38] Ivi, pp. 214-20.

[39] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 93.

[40] Ivi, p. 137.

[41] Ivi, pp. 95-96.

[42] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 153.

[43] Ivi, p. 227.

[44] C. Darwin, L’origine delle specie, op. cit., p. 91.

[45] Ivi, p. 109.

[46] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 256: «Lei era qualche cosa che assomigliava a un giovane albero, già pieno di fronde in libertà, di parassiti, di rami balzani che sporgevano nel cielo senza alcun ordine ma soprattutto senza alcun fine».

[47] Ibidem.

[48] Ivi, p. 257.

[49] Ivi, p. 256.

[50] Si noti ancora una volta come il progetto di selezione del protagonista sia nettamente distinto da quello svolto con gli altri personaggi del romanzo. Non è in discussione il destino di alienazione e soppressione della volontà a cui tutti sembrano destinati; a essere fuorviante è il confronto tra il protagonista e gli altri impiegati. Se questi ultimi, malgrado la loro riluttanza a identificarsi con i bisogni del Padrone, sono comunque necessari al sostentamento della ditta (almeno per il momento), il protagonista costituisce un caso di studio autonomo, che dovrebbe condurre proprio al superamento dello stato presente.

[51] Ivi, p. 257.

[52] G. Parise, Il padrone, op. cit., p. 258: «Egli sognava, mediante quello strano e misterioso colloquio, un albero non solo bello ma così bello da diventare, proprio in virtù di quel desiderio e di quell’amore, un esemplare di specie completamente diversa: diversa dalla specie a cui apparteneva, una specie unica, rara, nata per così dire per inseminazione del padrone stesso. Da questo progenitore sarebbero nati altri alberi della nuova specie e solo quelli, essendo in qualche modo figli suoi, avrebbero abitato il giardino del padrone. Tutti gli altri egli avrebbe dato ordine di sradicarli e di abbatterli quando non fossero stati eliminati dal trionfo vitale della nuova specie».

[53] Ivi, p. 258.

[54] Ivi, p. 259.

(fasc. 61, 25 agosto 2026)